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Un carosello in mezzo al mare

Canale di Sicilia - DaQualcheParte

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Giornata di calma assolutamente piatta. I motori ronfano tranquilli a metà potenza da più di un'ora, la secca è già lontana, confusa nella doppia traccia che svanisce a poppa. Il GPS segna 22 miglia di cammino percorso.

Il sole è caldo e quasi verticale, il mare lento e con la pelle liscia, quasi oleata, attorno a noi.

In queste condizioni si cade preda di una sonnolenza rilassata e soddisfatta, il controllo degli strumenti diventa solo routine tranquillizzante, da fare a tratti. La rotta si mantiene da sola. Si ha tempo per vivere, con null'altro da fare che esistere e guardare.

È proprio in queste condizioni che l'ansia del meraviglioso è più forte: quale ondina segnalerà la presenza di abitatori sottomarini non ancora mai osservati? Dove scoderà/salterà il pesce spada disturbato dal ronzio dei motori? Quale pinna si solleverà sopra la superficie permettendo l'avvistamento?

Così, convinti, si attende trasognatamente il miracolo come dovuto.

Quella chiazza circolare sul mare liscio è una grande scodata? Quella macchia scura che riflette pigramente sé stessa sulla superficie è un carapace di tartaruga addormentata che non aspetta altro che di essere avvicinata?

Quel volo di berte, lontano a dritta, segna forse qualche grande assembramento di animali in caccia?

E si vaga sulla piatta superficie, correndo dietro agli infinitesimi suggerimenti del Mare. Finché...

     - Guarda che gigantesco gruppo di berte! E sono tutte sedute sull'acqua...

Mentre ci avviciniamo, il ronzio dei motori, più lento, diventa un borbottio mentre il gommone si siede nell'acqua, improvvisamente pesante. Al minimo, ci avviciniamo al grande gruppo di berte.

     - Guarda! Ci sono dei delfini!

Tre delfini, dai fianchi striati di bianco ci si precipitano addosso sbucando, sembra, dall'acqua sotto di noi. E sono proprio esemplari di Delphinus delphis, i delfini comuni! Che purtroppo, ormai, di comune hanno solo il nome. È fantastico poter osservare un branco così grande di animali diventati così rari!

Non facciamo in tempo ad ammirarli che il mare sembra riempirsi improvvisamente di pinne.

Delfini dappertutto. Delfini che convergono su di noi da ogni punto dell'orizzonte, saltando sopra le onde nell'ansia, sembra, di raggiungerci. Delfini con i dorsi scuri e lucenti dolphin4.jpg (24379 byte) che scivolano subito sotto la liscia superficie vetrata del mare facendosi ammirare increspati e marezzati di luce azzurra. Delfini singoli che saltano fuori dall'acqua e ricadono formando un merletto di spuma circolare; a coppie, con rotte che si intrecciano l'una nell'altra appena sotto la superficie; a gruppi, che si creano e si disgregano, che confusamente si possono contare, profondi nell'acqua blu.

 

Stiamo gridando come bambini, nessuno bada al timone ed il gommone lentamente sta arcuando la propria rotta, compiendo un grande circolo sempre più chiuso. Siamo entrambi in prua a saltare su e giù, indicandoci i delfini più vicini o quelli più belli o più curiosi, che ci sbirciano da sotto in su, nuotando reclinati sul dorso.

Ecco una madre con un piccolo sfrontato che nuota diritto contro di noi, per virare con un guizzo ed una capovolta all'ultimo momento e mettersi in linea. La madre si interpone subito tra il piccolo e lo scafo, sembra proteggerlo e spingerlo un poco in là. Ma nuotano tutti e due come matti, venendo fuori all'unisono con un guizzo a respirare.

L'aria è piena di sbuffi e di schizzi. Di suoni di respirazioni esplosive ed intervallate e di sciacquii liquidi. Di risa e di suoni d'acqua quando un delfino più grande degli altri compare nel blu sotto di noi, si arcua velocissimo verso l'alto in una rotta che lo porta ad infrangere la superficie a due metri dalla prua del gommone e a ricadere piatto nel mare dopo aver volato più alto di noi, inondandoci con secchiate di acqua sparate dalla piatta coda potente.

 

Le pinne dei delfini più lontani convergono su di noi da ogni punto dell'orizzonte, ma il branco di berte resta caparbiamente ancorato a galleggiare a cento metri. Non si muovono nemmeno quando pian piano ci avviciniamo, trascinati dai delfini che si allontanano nella loro direzione per poi tornare, in una spola che ci lascia incuriositi e perplessi.

 

Le berte sono supremamente indifferenti alla nostra presenza così vicina. Non se ne leva in volo nemmeno una, nessuna protesta raucamente e si allontana tentando un goffo decollo nell'aria ferma. Poche nuotano allontanandosi perfino quando ci avviciniamo ancora. E, incredibilmente, i delfini sono ovunque. dolphin3.jpg (19086 byte)

Tra i corpi scuri e le sagome arcuate delle berte scivolano le pinne dorsali di decine di delfini che nuotano tra di loro. Fanno un lento slalom tra gli uccelli, si intravvedono le cupole lucide delle teste quando escono a respirare, a pochi centimetri dalle penne delle loro tranquille compagne.

 

Non resisto più, afferro la Nikonos, mi spoglio e scivolo in acqua, nudo, con le pinne, la macchina fotografica, maschera e boccaglio.

Rabbrividisco e mi viene immediatamente la pelle d'oca. L'acqua è gelida, così al largo. E' appena intepidito lo strato superficiale, pochi centimetri che rimescolo immediatamente, anche muovendomi con cautela.

 

Appena metto la testa sott'acqua rimango senza fiato. Lucide colonne d'acqua, illuminate dai raggi del sole obliquo, si perdono nel blu del profondo. Sotto di me, diceva lo scandaglio lassù sul gommone, ci sono quattrocento metri d'acqua. Le piccole increspature della superficie si riverberano in infinitesime trasformazioni della forma e del colore delle colonne di luce, spostandole in un continuo gioco di movimento accennato. Le colonne pennellano di luce i delfini che nuotano tutto intorno a me. Improvvisamente non sono più scuri e lucidi, come li ho sempre visti, ma chiari; le striature tipiche del delfino sono visibilissime. Hanno la stessa sfumatura delle lame di luce che si protendono verso il basso. E sono tanti. A gruppi, ora visibili anche rimpiccioliti nel blu.

Mi immergo ed improvvisamente sono in una sfera di delfini.

Delfini che mi guardano e mi puntano col sonar, ondeggiando lievemente su e giù la testa per "pennellarmi" di onde sonore e capire cosa è questa strana cosa piovuto dal cielo.

 

Da un gruppo più vicino improvvisamente un delfino più grande e più scuro degli altri mi si precipita addosso, vedo il corpo diventare un cilindro con gli alettoni triangolari della dorsale e delle due pettorali, come un siluro puntato su di me, ondeggiando violentemente, con la coda che spinge a tutta velocità. Non devia, mi arriva addosso, sempre più rapido. Non faccio nemmeno in tempo a spaventarmi, a pensare ad un attacco in difesa del branco, a ricordarmi che nessuno, nessuno, mai ha riportato attacchi di delfini a subacquei, che forse non sembro un subacqueo, bianco e nudo come sono, sono tutti pensieri del dopo, che mi è addosso, velocissimo. A un metro, un metro e mezzo, contorce violentemente il corpo, la coda spinge di lato, mi evita, scivola via, sprofonda.

L'unico pensiero che ricordi è stato: adesso lo fotografo bene, è così vicino. In realtà la fotografia verrà sfuocata, mossa forse dalla velocità del delfino o forse dalla messa a fuoco regolata su ben altre distanze.

 

Mentre lo guardo scendere verso il blu, molto più lentamente ora, mi sembra, da un gruppo più lontano parte un altro delfino. In superficie, piatto come sono, è uno dolphin1.jpg (19662 byte) spettacolo di incredibile potenza. Dà due o tre colpi di coda in acqua, poi schizza per aria in una bassa parabola che lo porta in alto per un metro ed in avanti per tre, poi ripiomba in acqua con pochissimi spruzzi. Con una torsione del corpo, in un attimo, è quasi orizzontale, ricomincia a nuotare potentemente e in pochi istanti ha già raggiunto una velocità tale da farlo schizzar fuori di nuovo. Ogni salto è più lungo del precedente e più alto. E sta evidentemente puntando su di me.

Non faccio di nuovo materialmente in tempo a reagire, quasi a pensare, che con un ultimo potente guizzo della coda è per aria. Per un attimo incredibile vedo il delfino congelato in controluce, più in alto di me contro il cielo azzurro, scuro, liscio, stillante acqua inclinata all'indietro dalla violenza del salto, e pensare ce l'ho addosso, che ricade con un tonfo che mi fa riverberare la pelle e risuonare i polmoni ad un metro da me.

Prosegue verticale nel blu, rimpicciolisce, lo perdo nella danza di decine di delfini sotto di me.

 

Poi, sentendomi come fossi stato sfidato e battuto per manifesta inferiorità in un'unica frazione di secondo, o forse addirittura ritenuto troppo alieno e goffo per costituire il minimo pericolo, vengo tranquillamente, anche se in maniera lontana, ignorato.

 

I delfini mi sono attorno. Ovunque vedo forme che liquidamente ondeggiano muovendosi pigramente. Pian piano riesco ad avvicinarmi ai gruppetti che nuotano in superficie. Fotografo finalmente con tranquillità, vedendo quello che inquadro e non scattando d'impulso nella direzione generale da cui viene il delfino.

Molti piccoli nuotano attorno ai più grandi. Hanno i movimenti più rapidi, ma posseggono comunque una strana grazia, a metà tra il movimento del giocattolo meccanico e quello un po' goffo del cucciolo in crescita che deve costantemente prendere le misure del proprio corpo. In ogni caso sono incredibilmente fluenti: un piccolo che gioca con la madre è in grado di spiraleggiarle attorno con nient'altro, pare, che pochi colpi di pinna ed una flessione di pettorale.

 

Improvvisamente sono in un gruppo di pesciotti che mi circondano spaventati. Li guardo con curiosità, sono "aguglie dal becco corto", specie decisamente pelagica (Scomberesox saurus).

Dietro, i delfini sono in caccia.

dolphin11.jpg (21589 byte)Si danno il cambio per aggredire il brancotto, a gruppetti di due o tre nuotano con simulata lentezza fino ad avvicinarsi, poi si lanciano a velocità di caccia all'interno della massa che esplode spaventata, la bucano e sprofondano. Sono talmente veloci che, anche se le prede sono ad una spanna dal mio viso, non faccio mai in tempo a vedere se hanno catturato qualcosa o meno.

Le fotografie dei delfini in caccia, in realtà, sono fotografie di delfini in attesa di cacciare: sono fermati nell'atto di nuotare tranquillamente in superficie al di là dello schermo di pesciotti. Nel momento in cui lanciano l'attacco sono talmente improvvisi e rapidi da lasciarmi regolarmente in ritardo, a fotografare una coda in rapida scomparsa.

 

A rotazione i gruppetti di delfini cambiano di composizione, ma i pesciotti restano sempre in una instabile aggregazione attorno a me. Certamente io non li caccio, ma è comunque curioso. Improvvisamente mi rendo conto che sono proprio i delfini che li tengono lì dove sono. Mi sfruttano come schermo per far rimbalzare i pesci: stanno usando una rete psicologica!

 

Probabilmente per i pesciotti il comportamento non è nuovo. E' verosimile che si riuniscano attorno a qualche relitto, in cerca forse d'ombra se non di protezione e i delfini hanno certamente imparato a sfruttare questo fattore di compattamento per svolgere una caccia più efficiente (pigra è forse il termine giusto). Per quanto il paragone tra me stesso ed un relitto non sia lusinghiero è probabile che l'ipotesi sia esatta.

 

dolphin14.jpg (22360 byte)Pian piano vengo lasciato solo, forse i delfini si sono saziati, forse stanno giocando da qualche altra parte a qualche altro gioco, senza di me.

Certo che, in queste condizioni, l'immagine dei delfini che nel Mare selvaggio nuotano tutto il giorno per procurarsi un pesce per sopravvivere tende a sbiadire e a venire rimpiazzata da un'altra immagine, più solare, di animali che cacciano con facilità e possono dedicare un tempo a piacere alle attività di interrelazione. Almeno d'estate.

 

Lascio dopo un poco il brancotto che tenacemente continua a considerarmi una curiosa protezione bianca e mi avvicino al grosso del branco di berte.

 

Lì lo spettacolo è incredibile. Visti da sotto, ed è l'ultima immagine e mi resterà a lungo nella memoria, i bianchi sederotti delle berte, ferme a galleggiare nell'acqua liscissima, fanno da bandierine allo slalom al rallentatore dei delfini che scivolano languidamente da soli in questo contorto gioco. Respirano a forti sbuffi, ed è l'unico suono di questa scena irreale in mare aperto, con quasi mezzo chilometro d'acqua fredda e blu sotto di me, punteggiata nel profondo di sagome chiare che nuotano lente, mentre alla mia altezza la pelle del mare è appena increspata dalle scie di placidi piedi palmati di uccelli in bianco e nero che pinneggiano via e dalle pinne dei delfini che si incrociano torpidamente in una danza rallentata dalle movenze di miraggio.

Riccardo A. Andreoli

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