Tonno Gigante
Canale di Sicilia - DaQualcheParte
Tutto
era cominciato con il mostro. Quella secca incredibile, lì sprofonda dal
plateau di 20-22 metri fino a 45 m quasi in un'unica balza. La nettezza
dell'orlo è talora pesantemente intagliata da canaloni, canyon e spaccature che
si rompono sul fondo in giganteschi sassoni con poca tana, attorno a cui giocano
decine di pesciotti da chilo nelle correnti onnipresenti. L'ambiente
è sempre un poco di tensione. Lì l'anno precedente avevo avvistato e
fotografato Sua Imponenza, lo Squalo Bianco. Lì l'acqua non è mai molto
pulita, vuoi per il plancton, vuoi per la forza costante delle correnti. Pesa
poi, sul fondo della coscienza, il fatto di essere lontani decine di miglia
dalla costa, per cui in qualunque evenienza è possibile contare solo su sé
stessi e su quello che si è imparato in anni di mare. Come
sempre, quindi, l'eccitazione della caccia è mescolata con il brivido delle
possibilità infinite, che è poi quello che, dopo più di vent'anni continua
ancora a spingermi sott'acqua. Era
una giornata in cui le già tese condizioni normali erano ulteriormente
complicate da una corrente più forte del solito e da una visibilità inferiore.
La cigliata si vedeva a malapena 20 metri sotto. Ma la cosa più curiosa erano i
soliti pesciolini, sempre presenti in qualche misura, ma in numero spropositato.
Incredibile. Raccolti tutti nei primi quindici metri. E
tutti in movimento. Ma ad ondate, a folate di pesciolini che si spostavano con
il crepitio di milioni di minuscole code in sincronia, fuggendo da qualche
invisibile predatore, avvertibile per i loro sensi ma non per i miei, che li
terrorizzava costantemente, facendoli guizzare via, più in fretta davanti al
muso del supposto ma invisibile predone. Il
risultato era una sarabanda di pesciolini che mi si accalcavano attorno, a un
metro di distanza, guardandomi e non guardandomi. Lasciandomi, quando mi
immergevo, in una sfera ondeggiante e precariamente vuota, ma affollata di
milioni di code e di musi frenetici appena un passo più il là. Che di colpo
scomparivano per lasciare un sentiero di ingresso tra me e l'ancora ignoto
predone che però, tutto indicava, era lì per forza. Improvvisamente,
invece di una ondata orizzontale, il sentiero diventa un buco. Immediatamente
sotto a me tutti i pesciolini schizzano via, cancellando il muro argenteo e in
movimento lasciando per un attimo vedere il blu fermo del mare profondo. Per un
attimo solo. Poi lì appare, incorniciato perfettamente dall'orlo blu e
argentato, una bocca bianca circondata da un corpaccione blu, diretta
esattamente contro i miei piedi. Già alla scodata il fucile era pronto..., ma
ancora non riesco a capire che bestia sia. -
Per grosso è grosso. E anche tondo. Mah... Di
colpo la sagoma è chiara. E' un tonno!
Ma che tonno! Non so nemmeno pesarlo. Appartiene a quella categoria di pesci che
superano lo sbracciamento pur entusiasta del pescatore e vanno catalogati come
"da qui a là". E in questo caso il là è tanto. E certamente più
lungo di me. Giusto
per dire delle cifre a caso, confrontandolo con le fotografie di tonni catturati
con la canna ed appesi come trofei, potrebbe essere tra i duecento ed i trecento
chili. Ma sono solo numeri buttati lì, a freddo, molto dopo. In questo momento
non sto assolutamente pensando al peso. Sono
incantato da questa bestia incredibile. Non nuota come gli altri pesci, muovendo
tutto il corpo, sembra che agiti solo la coda, quasi a scatti, come un
giocattolo meccanico, lasciando immobile tutto il resto. Con pochi poderosi
colpi di coda è già quasi alla mia altezza, sulla destra. Si ferma di colpo. Per
un attimo allucinato, col fucile puntato, ho pensato di sparargli. Ragionavo,
con la freddezza della pazzia, che se per caso si fosse avvicinato, così in
verticale, si sarebbe potuto pensare ad un tiro da vicino, al cervello, nella
ideale posizione dall'alto in basso. Contemporaneamente, anche se sembra
assurdo, sono stato inebriato dalla meraviglia di questa imponente macchina da
caccia. Ma
ora è qui, a sei metri da me e mi guarda. Stupito? Curioso? Certo non si legge
nulla sul muso dei pesci, al massimo lo si può dedurre dai loro movimenti. Ma
lui in questo momento è assolutamente immobile, e mi guarda. Pianissimo,
dolcemente, col fucile stretto, espiro lentamente e contraggo il diaframma.
Scendo immobile, dirigendomi appena con le pinne e l'inclinazione della testa.
Ho il fucile imbracciato a mezzo fusto, nascosto nella sagoma del corpo. Sto
ancora pensando di sparargli! Ma ora è decisamente più difficile. Il tiro al
cervello, assolutamente l'unico possibile, e anche questo con risultati
incertissimi, ora sarebbe da portare in orizzontale. Il bersaglio è
ridottissimo, estremamente difficile, perché lo spessore da attraversare per
l'arpione è maggiore, e poi è vicino alla fine della sagoma: sbagliando anche
di pochissimo il tiro si sparerebbe al mare al di sopra della sua testa... Poi
l'istinto del cacciatore finalmente svanisce e rimane solo il subacqueo, con un
pesce incredibile che lo affianca lentamente. Pian
piano la mia discesa rallenta sempre di più avvicinandosi all'orizzontale,
mentre lui sempre più lento, guardandomi ora solo con l'occhio sinistro,
continua in una rotta di collisione. Impatto
a otto metri. Il
piastrone branchiale è argento lucidato, appena segnato da striature procurate
chissà come, chissà dove. Le pinnule gialle sulla metà posteriore, sicuro
segno identificativo della specie Thunnus
thynnus, sono di un giallo incredibile, quasi fluorescente contro il blu
lucido del dorso e quello più cupo del fondale. Impatto
a sei metri. L'occhio
è tondo e lucido, non sembra comunicare nulla ad un essere umano abituato a
leggere, o a tentare di leggere significati e comportamenti negli occhi degli
animali. La dorsale invece si alza e si abbassa, segnalando nervosismo. Impatto
a quattro metri... Di
colpo il tonno non c'è più. Un guizzo di quella grande coda falcata e la
sagoma scompare, blu stemperato nel blu. Ancora si avverte qualcosa, colto solo
come movimento, del corpo o della coda è impossibile dire. Lontano
sotto di me, un po' sulla destra, i pesciolini si aprono con un crepitio
spaventato, lasciando strada a qualcosa di grande ed invisibile, diretto verso
il basso.
Riccardo Andreoli |