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I tonni che non ho preso

 

Canale di Sicilia - DaQualcheParte

 

 

Oggi i tonni sono in festa. Sul sommo di questa secca sperduta stanno saltando da tutte le parti. All’inizio sembravano i soliti tonnetti, ma ho realizzato improvvisamente le loro dimensioni quando, spento il motore, li ho potuti sentire.

Eccolo ancora. Un tonno salta fuori dall’acqua inclinato di quarantacinque gradi. Rimane librato per un attimo, poi piomba in acqua. Si vede lo schizzo sollevarsi alto nel cielo e ricadere... e non si sente niente. Solo dopo qualche istante il suono mi raggiunge, arrivando da lontano: un tonfo risonante che svela le reali dimensioni dell’animale e che improvvisamente permette di ridefinire la misura della scena. I tonni che saltano sono tutti grandi (per lo meno per i pescatori subacquei). Giudicandoli ad occhio, nel breve istante in cui li si vede volare in aria, i più piccoli sono una sessantina di chili mentre i più grandi passano il quintale e mezzo.

Non si parla nemmeno di tentare l’aspetto alle ricciole: oggi si va a tonni!

Le discese nel blu lontano dall’orlo, anche vicino alle zone dove una attimo prima saltavano, lo si sa da tempo, portano solo raramente a conclusioni positive. Non ci sono luoghi di concentrazione, bisogna essere fortunati ad incrociare tonni che, nelle immediate vicinanze e per caso, inseguono le loro prede. È necessario invece sistemarsi dove i tonni per forza devono passare, in mezzo ai pesci che mangiano. Si cerca allora l’orlo più vicino con l’ecoscandaglio, e qui, con attivata la funzione di individuazione del pesce che ormai tutti gli scandagli evoluti possiedono, individuare le zone con più forte concentrazione. Lì bisogna calarsi, farsi circondare dalla “mangianza”, e attendere.

Un tuffo segue all’altro, pazientemente, senza perdere la concentrazione, il fucile sempre pronto. Improvvisamente, in una risalita, il mare si riempie di tonni. Un branchetto mi ha trovato e mi circonda curioso. Curioso cioè come può esserlo un branco di tonni: una sarabanda di forme tondeggianti e argentee che schizzano da una parte all’altra del campo visivo, incrociandosi in risalita, in discesa, con rotte intersecantesi che confondono l’occhio. Saranno una decina, ma la speranza di poterli contare sfuma immediatamente. È come contare un branco di rondini che incrociano su un fiume, alla sera, in piena caccia. Come si fa? Non si fermano mai, non rallentano mai!

Le dimensioni sono molto variabili, si va da quelli piccoli, una cinquantina di chili, a quelli grandi, una quintalata. Le pinnule gialle sulle code di tutti si vedono benissimo, così vicino alla superficie.

Divento presto strabico, non so quale pesce puntare. Per quanto sappia che è un vecchio errore non ho alternative. Se dovessi seguire un unico pesce in tutte le sue velocissime ed incessanti sarabande, sopra sotto difianco-su difianco-giù, mi muoverei talmente tanto da sembrare un giocattolo meccanico con la molla rotta che si scarica in una serrata serie di convulsi movimenti, e certamente spaventerei a morte sia la supposta preda che tutti gli altri pesci attorno.

Devo perciò rimanere più o meno fermo, ormai in superficie, con poche alternative se non prendere fiato in attesa di tentare un’azione più incisiva.

Pochi respiri con l’iperventilazione tirata al massimo (in queste occasioni serve), poi espiro lentamente per scendere senza movimenti. Operazione difficile, sono zavorrato poco per scendere fondo e comincio ad immergermi ad espirazione quasi completa. L’azione diventa sempre più critica. Scendo in lenta scivolata, quasi in orizzontale, dirigendomi con le pinne, nella direzione in cui mi sembra di aver intuito si stia dirigendo il branchetto, al di là delle evoluzioni. I tonni, straordinariamente, sembrano reggere anche questo secondo avvicinamento. Compenso deglutendo, senza muovere le mani dal fucile imbracciato a mezzo fusto. I tonni ormai si allontanano. Quelli più piccoli, al contrario di quanto accade in altri pesci, sembrano più spaventati, sono più lontani. Rimangono più o meno vicini i tre o quattro più grandi. Sbirciando da sotto la pancia, ne vedo uno che da dietro a destra accelera su una rotta vagamente convergente. Intanto sto cominciando a scendere rapidamente, i polmoni quasi vuoti in superficie già a cinque metri non permettono nessun galleggiamento. Aspetto, senza guardarlo direttamente, le pinne come timoni, che mi si porti al fianco, in maniera che il rumore e l’onda di pressione del movimento delle pinne lo disturbi il meno possibile, poi lo anticipo. Non sembra che i tonni siano capaci di virate secche come i dentici, per cui nuoto bruscamente puntando un metro davanti alla sua rotta. All’ultimo istante stendo il fucile tutto in avanti, a braccio teso. È a tiro!

Per passata esperienza so che dovrò dargli un anticipo pazzesco, sparando molto avanti al punto in cui lo voglio realmente colpire. Negli ultimi istanti, concitati e fondamentali della caccia, chiudo un occhio per mirare, facendo collimare la tacca di puntamento sulla testata del fucile, che tingo sempre di bianco, con lo scintillante piastrone branchiale. Spero che non rallenti di colpo, perché se il tiro dovesse finire lì non so quante probabilità avrei di passarlo. Io ogni caso non sarebbe assolutamente un tiro tale da indebolire un animale di questa mole. Hai voglia poi a lavorare un tonno da un quintale, terrorizzato, e in pieno possesso delle proprie forze.

L’ultimo istante per correggere quell’ultima imbardata delle pinne, sparo. Preso!

Male. Nonostante l’anticipo l’ho preso nella parte posteriore del corpo, un po’ in basso. Il tonno si contorce in acqua in un movimento convulso e potente. Vedo distintamente l’asta curvarsi di quasi quarantacinque gradi nel punto in cui esce dal corpo del tonno. Pazzesco, un’asta da otto millimetri in acciaio armonico piegata facendo pressione solo sull’acqua.

Poi il tonno schizza via, in orizzontale. Materialmente non lo vedo allontanarsi, dopo un istante semplicemente non c’è più. Io risalgo velocissimo, la superficie è a setto-otto metri, tenendo una mano sul mulinello che vibra impazzito allo srotolamento della sagola. A un metro dall’aria sento le braccia che reggono il fucile strapparmi in avanti, la sagola, cinquanta metri, è già finita, il tonno comincia a trascinarmi. Do un’ultima pinneggiata e raggiungo la superficie, con la schiuma del movimento che comincia già ad avvolgermi. Respiro a bocca aperta, mollo un attimo il fucile con una mano per infilarmi il boccaglio che avevo sputato per scendere e per modulare le bolle con le labbra, e forse, ma forse no, faccio un attimo di resistenza in più. La sagola, che indica la direzione di fuga del tonno che non vedo, e che non vedrò per un bel pezzo se tutto va a buon fine, ancora tesa in orizzontale, improvvisamente si arcua verso il basso, tesissima. Di colpo dà un brusco strattone, poi cede mollemente. Il tonno si è liberato.

Sto ancora respirando a singulti, recupero la sagola a bracciate furiose, circondandomi di volute di sagolino chiaro.

L’asta emerge dal blu. Gli ultimi venti centimetri sono irrimediabilmente piegati, l’asta è da buttare. L’arpione trattiene ancora un brandello sfilacciato di carne bianca. È da buttare anch’esso. Pur essendo in assoluto il migliore del mercato per le grosse prede si è malamente contorto il pernetto di acciaio durissimo che ferma le alette: sono ormai distorte e fissate nella posizione, se fossero le lancette di un orologio, delle cinque meno cinque, e non, come dovrebbero essere quelle di ogni arpione che si rispetti, circa delle quattro e quaranta.

Riccardo Andreoli

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