LA TONNARA DI
FAVIGNANA

I
tonni nuotano sempre. Tutta la vita nuotano in quel loro mondo fatto di mare e
di pesci, molti da mangiare, pochi, pochissimi da temere.
Nuotano da quando escono dall’uovo,
sempre, ogni momento del giorno e della notte. Nuotano per non andare a fondo,
per respirare, per mangiare, accoppiarsi. Nuotano per vivere.
E
nuotando sempre, talvolta trovano sulla loro strada lunghe, strane pareti brune,
festonate d’alghe, ondeggianti: le reti, insidie dell’uomo.
E
qui si addentrano, spinti dal nuoto e
dall’urgente righiamo dell’appuntamento di cui ogni tonno sa, lontano ancora
e profondo, dove potranno in un turbine di altri tonni ovunque attorno a loro,
celebrare il rito e la frenesia dell’accoppiamento, ed alleviare così quella
strana sensazione di urgenza che preme dentro ognuno.
Sono
astute quelle reti, non spaventano le bestie, le circuiscono pian piano, le
costringono in uno spazio voluto, prefissato, le ammassano in vista di un unico
scopo, ancora ignoto.
Ecco
che da quella curiosa, grande prigione, manca una parete. Finalmente
l’occasione di riprendere il viaggio, l’urgenza è sempre lì, senza
affrettarsi, nuotando, insieme agli altri.
Ma
subito è evidente che è solo un altro inganno, è un’altra scatola senza
uscita, solo un posto dove nuotare, avanti e indietro, aspettando.
L’allarme
scatta, altri tonni sono spaventati, nuotano più in fretta; la sensazione di
pericolo è contagiosa, presto tutti sfrecciano incrociandosi alla massima
velocità, tutti terrorizzati, ognuno aumentando la paura dell’altro ed
essendone a propria volta toccato. Il terrore diffonde.
Il
Mare sembra farsi stretto, il cielo si avvicina. Il terrore è ormai panico, al
di là dell’esperienza di tutti.
L’acqua
manca, sono tutti tirati al sole, stretti, incastrati in altri tonni, il caldo
intollerabile. Il fuggire è ormai solo desiderio, spasmo, reazione convulsa di
corpi in cui solo quello ormai esiste.
Molti
muoiono già qui, agli altri altra sorte è in sorte.
Più
crudele e sanguinosa: trafitti, sbattuti ad affogare all’aria, coi visceri
schiacciati da un peso nuovo, il cervello colmo di terrore e di fuga solamente
muscolare.
Così
i tonni muoiono nuotando, come sempre hanno fatto, sognando, sperando, mimando
la vita nella morte.
Il
freddo, nonostante si sia già all’inizio di giugno, in quest’isola senza
vegetazione e così presto alla mattina, è pungente, ma la promessa del sole
splende già oltre le case. Basta questo a scaldare.
In
paese aspettiamo Nitto sulla banchina del porto, cerimoniosamente salutati e
curiosamente soppesati dai pescatori, scalzi ma tutti in giacca e camicia,
evidenti abiti da lavoro.
E’
grazie a Nitto, il subacqueo della Tonnara che siamo riusciti, due amici ed io,
a farci accogliere da Padron Parodi, il proprietario, e ad avere il permesso di
entrare nella “camera della morte” subito prima della mattanza.
Occasione
unica, concessa a pochissimi. Tale da giustificare da sola la vita di un
subacqueo.
¾
Posso offrirvi un caffè ¾
Ecco Nitto, in qualche modo incongruamente vestito di una tuta sportiva blu.
E’ strano, trovo, questo tondo viso siciliano, vestito a quella maniera. E’
come se volesse sottolineare, lui che vive più dentro che fuori dal mare, uno
stacco dai pescatori classici. Un’appartenenza ad un modo nuovo di andar per
mare.
Accetta
la cerimonia del rifiuto e della nostra riofferta con tranquilla superiorità,
allo stesso modo con cui riceve i saluti, mai in coro, mai sovrapposti, degli
altri pescatori che entrano nel piccolo bar.
Terminato
il rito lo seguiamo, prima sulla banchina su cui ora cominciano a riunirsi i
pescatori a chiacchierare in gruppetti, e poi negli stabilimenti Florio.
L’inizio
dello sgombero della tonnare è evidente. Una serie di grosse ancore verniciate
di fresco, forme astratte al primo sole, sono appoggiate alle pareti grigie.
Rotoli di reti già salpate fanno da contrappunto alla scheletrica composizione.
¾
Una volta le “rizze”, le reti, erano in canapa, e ogni anno si buttavano. E
ogni anno si rifacevano. ¾
Si volta verso di noi, sulla piccola salita prima dell’enorme portone ¾ Ora adoperiamo il nailon. Recuperiamo le reti, ma tocca a me lavorare sul
fondo a tagliare i “conzi”, le zavorre. ¾
Scrolla le spalle.
Sono
quasi le sette, il sole scalda ormai le pietre. Illumina con quella particolare
luce mattutina, radente e dorata, anche il viso del rais. E’ vecchio li rais,
e le pieghe della sua pelle parlano di anni passati in mare. E’ un vecchio
fiero, il rais, e dignitosamente, amichevolmente, ci saluta.
Cominciano
a parlare nel rapido, cantante siciliano della costa occidentale e ci lasciano
soli. Il tempo passa. Sentendoci, ed essendolo, isolati ed inutili facciamo
istintivamente gruppo. Aspettiamo il segnale dell’imbarco.
Una
barca scura accosta. Siamo ospiti di Nitto e ospiti d’onore: saliremo assieme
a lui sull’imbarcazione del rais.
Il
percorso non è lungo: la tonnara è vicina alla costa est dell’isola, e il
ritmo del mare, la sua essenza ci permeano.
Il
rais si volta e ci prende a testimoni del passato, suo e della tonnara, come
ospiti cui non si è ancora raccontata una dolorosa storia di famiglia: ¾
La tonnara sta morendo, i tonni sono sempre di meno, sempre più piccoli, sempre
più sospettosi.
Guarda
il mare ¾ E quest’anno è stato un anno buono, c’è sempre stato vento buono, non
ha mia fatto burrasca. ¾
Scuote la testa senza voltarsi. Resta in silenzio per un po’. La barca fruscia
appena, uscendo dalla acque ferme del porto. A bordo tutti tacciono.
Poi
c’è il rassicurante appiglio del passato: ¾
Una volta, mi ricordo quand’ero giovane, a volte entrava un branco di tonni
talmente numeroso che, fermato nella “bbastardeddra”, subito prima della
“camera della morte”, sembrava dovesse contenerli a stento.
¾
Noi arrivavamo e già da lontano, bassi sull’acqua nelle barche, vedevamo il
gorgo creato dal nuoto incessante dei tonni, tutti assieme, tutti nella stessa
direzione, profondi giù nell’acqua quanto si poteva vedere.
¾
Erano mattanze grosse, quelle. Tornavamo a casa con issata la bandiera di oltre
cinquecento tonni. ¾
Sorride al ricordo. ¾
C’era festa grande in paese quelle sere. Stavamo alzati fino a tardi,
cantavamo. Non troppo perché in mare bisogna esserci all’alba.
E’
ancora girato a guardare il mare, la testa levata, le spalle diritte. Si scuote,
ci guarda e sorride, forse solo con gli occhi: ¾ Quella notte tutti
sognavamo tonni. Un branco ancora più numeroso, con tonni ancora più grandi,
che entravano in tonnara con la marea della notte, magari ora, proprio ora che
sto sognando.
Sospira
e allarga le mani: ¾
Siamo quasi a Sant’Antonio, per quest’anno la stagione è finita. ¾
Ride un poco e cita: ¾
“A’ Sant’Antonio, au tunnu je vuta l‘uocchio.” E la tonnara ha
catturato meno di seicento tonni. In tutta la stagione.
Il
mare è liscio come solo sa esserlo quando spunta il sole. L’acqua è cupa
sotto di noi, non ancora illuminata. I galleggianti si avvicinano sempre di più,
neri e biconici.
Ci
avviciniamo piano. Altre barche ci hanno preceduto e stanno già lavorando. Le
voci corrono sul mare.
Lontano
galleggia Levanzo, patria di Nitto. Più vicino uno zatterone che inalbera
immagini sacre oscilla lieve alle onde dei barconi che ci hanno preceduto.
Avevo
letto di questa usanza, ma chissà perché non me la aspettavo qui ora. Nitto mi
ha notato e in una strana maniera, come di chi ostenti la propria incredulità
per nascondere una sua titubante credenza, facendo un gesto al timoniere perché
si avvicini: ¾ E’ un rito antichissimo. All’inizio della serie di camere mettiamo la
statua di San Pietro, gran pescatore, per benedire abbondanza e fortuna di
pesca.
Mentre
ci avviciniamo vedo meglio il palo a croce che vi è rizzato. E’ coperto da
piccole ingenue immagini di santi; ed è pesantemente aureolato di spighe di
grano.
Magia!
Richiamo a tradizioni di fecondità e fortuna che scompaiono nell’ombra dei
secoli. La Storia della Terra passata a Storia del Mare! E mi sento a forza
cacciato, e sarà sensazione duratura, nello stato d’animo di testimone quasi
disincarnato, aleggiante sulle tradizioni del mare e dei pescatori che in mare
le hanno create e mantenute.
Vegetali
in offerta! Grano! Da quando la spiga è simbolo d’abbondanza? Dall’epoca
delle prime invasioni orientali della Grecia, dei riti che sfociarono in
Gea-Madre Terra, ma probabilmente ancora più indietro, quando si abbandonò la
pastorizia e nacque l’agricoltura. Tempi in cui il raccolto significava vita o
morte per comunità intiere, ed in cui con le divinità si patteggiava e si
contrattava.
Riti
e tradizioni ininterrotte che rispuntano qui ora, appena velate da una sottile
patina di Cristianesimo. E sono convinto che nessuno dei pescatori avverte
questa presenza pagana e magica nell’aureolare i Santi del Pantheon cristiano
con simboli tanto più antichi.
Nitto,
più sicuro ora, termina ridacchiando: ¾
Una volta c’erano molti più problemi di adesso perché i tonni potevano sì
entrare nella tonnara, ma poi girando in tondo, anche quando si aprivano le reti
della camera della morte non entravano, come non si accorgessero che ora
c’erano solo tre pareti. E potevano continuare per giorni ed era pericoloso,
perché se entrava “u’ pisci tunnu”, il grande squalo, o il pesce spada i
tonni potevano spaventarsi, sfondare le reti e scappare. Ad un passo dalla
cattura.
¾
Allora si facevano gli scongiuri, ai Santi e alla Madonna, ¾
il tono e l’ammiccare fanno supporre che questi “scongiuri” non fossero
proprio benevole invocazioni. ¾
Se niente funzionava ¾
si china verso di noi, complice ¾ si andava a chiamare la puttana più vecchia del paese e le si faceva fare
pipì nel centro della camera della morte, di fronte a tutti gli uomini
schierati. C’era una formula... ¾
La
voce si spegne mentre guarda di sottecchi il rais. Evidentemente il gran
sacerdote di questo rito magico (ancora!), era lui. Lui non ha sentito,
forse, perché stiamo arrivando vicino alla camera della morte e sta
controllando che uomini e barche siano al loro posto.
Nitto
si raddrizza e termina: ¾
Ora, quando succede, mi calo io in acqua, scendo in mezzo a loro e divento un
capo-tonno. Quando nuoto allora mi vengono tutti dietro, e li porto nella camera
della morte.
Era
triste la sua voce dietro l’orgoglio?
Un
galleggiante struscia piano contro la fiancata, tintinna contro una parte
metallica, viene infine afferrato dalle mani di un pescatore.
Siamo
fermi. Il motore viene spento, ed il borbottio staccato del Diesel viene a
mancare con un improvviso stupore per il silenzio approfondito. Dondoliamo
appena.
Uno
dei tonnaroti comincia ad armeggiare e scompare sotto i paglioli. Incuriosito mi
chino a guardare. Sotto c’è il fondo del mare.
Il
pescatore mi sorride e si fa un po’ di lato. E’ una barca con un oblò
inserito in carena; mentre guardo un qualcosa di bianco scende lentamente nel
blu: una bottiglietta di Coca-Cola con legato al collo un sacchetto di plastica!
Con
una pacca amichevole il pescatore mi scosta e comincia a scrutare attentamente
verso il basso.
La
tensione, l’attesa, che prima mi sembravano esclusivamente mie, e che non
avevo visto attorno a me, ora invece sono palesi: nei gesti accelerati dei
pescatori, negli sguardi concentrati. Una eccitazione va montando in ognuno di
noi. Anche se non sappiamo perché, la avvertiamo e ce ne facciamo contagiare.
¾
I tonni ¾ dice Nitto. E tace.
Il
rais fa un cenno con la mano e un pescatore lega un altro sacchetto al collo di
una nuova bottiglia.
¾
Getto! ¾ grida. E la lancia in mare,
vicino alla barca.
La
voce soffocata del pescatore di vedetta, dal fondo del mare sembra, ci
raggiunge.
¾
Tre!
Il
rais fa una altro cenno.
Un
altro tonfo.
¾
Stiamo contando i tonni. Credono che i sacchetti bianchi siano calamari, buoni
da mangiare, e vengono a vedere. Risalgono dal fondo e finalmente riusciamo a
vederli. E’ molto difficile riuscirci quando sono profondi: hanno lo stesso
colore del mare.
¾
Due! ¾ intercala la voce della
vedetta.
E
così mentre tiriamo fuori le nostre carabattole dalle borse e cominciamo a
vestirci, un pescatore rema lentamente fra i galleggianti che sciaguattano
appena nel mare, un pescatore lancia verso il blu bottiglie-calamari di plastica
e dal fondo risalgono i grandi tonni, a farsi ammirare e contare dagli uomini.
Il
rais in piedi sulla prua guarda lentamente in giro.
Nessuno
parla.
Nitto
si scuote, apre la sacca e comincia a spogliarsi. I consueti gesti che precedono
le discese a mare ci riconducono a pensieri consueti.
¾
Scendo prima io. Voi intanto preparatevi, vi chiamo quando potete entrare. Mi
raccomando. Niente decompressimetri, profondimetri, “cuose” penzoloni. E’
un attimo venire ammagliati, portati dalla corrente, e non è facile togliersi
le bombole e liberarsi. ¾ Ci guarda in viso a turno. Poi, come a scusa, ¾
So che con voi non è necessario, ma a me è successo un paio di volte e non è
allegra.
Si
infila una muta spessa, diventa rosso, si affatica, eppure i gesti sono
rilassati, quelli che sempre ha compiuto per scendere sott’acqua.
¾
Un’altra cosa, quando vi chiamo uscite subito. La rete sale, i tonni si
sentono sempre più allo stretto e diventano nervosi; diventano pericolosi.
Uscite in fretta.
Intanto
il rais si è seduto tranquillo. E’ tutto in ordine.
Si
rivolge a noi: ¾ Le prime volte, quando lo vedevo scendere lo seguivo sempre con lo
“specchio”, e avevo sempre paura che non tornasse su. Continuavo a chiedere,
non è ora che risalga? non è ora che risalga? Poi ho visto che risaliva sempre
e mi sono messo tranquillo.
Nitto,
ridendo fa un gesto di scongiuro.
Dietro
a questo scambio scorgo una scena spesso ripetuta, quasi una consuetudine tra i
due. E mi sembra anche di avvertire la preoccupazione del rais, ora attenuata,
verso quello, fra gli uomini di cui è responsabile, che rischia di più.
Scompare
sott’acqua. Ognuno interrompe la vestizione, lì dove l’aveva portata, per
vederlo scivolare senza quasi schiuma, e sprofondare.
Ci
guardiamo; indipendente dalla nostra volontà la tensione monta.
Ricominciamo
a vestirci.
Il
sole batte già caldo sulle mute nere, i gesti vengono rallentati dal sudore che
comincia a colare e a prudere.
Aspettiamo,
l’acqua è ancora cupa a picco sotto la barca, il silenzio del primo mattino
è appena rotto dalle voci dei pescatori lontano sul mare. A bordo tutti
tacciono. Guardiamo tutti, e ascoltiamo, le bolle di Nitto rompersi alla
superficie. L’ansito regolare dell’uomo immerso ci affascina. Il gorgoglio a
volte cambia diventando cantante, come suono d’organo sommerso, quando le
bolle si rompono sui galleggianti metallici che echeggiano.
Improvvisamente
il ritmo cambia, le bolle si fanno più fitte, a cortina, il mare si schiarisce:
Nitto risale.
¾
Venite ¾ borbotta nel boccaglio. A
turno, per non sbilanciare la barca, ci tuffiamo.
La
prospettiva cambia, i galleggianti sono ora alla nostra stessa altezza e
ottundono la vista. Favignana scompare, a tratti nascosta dalla loro teoria.
Scendiamo.
Una
cattedrale gotica di liquida luce azzurra, pareti merlettate che si levano
dall’infinito su fino ad un cielo trasfuso di luce, architettura eteree,
sfumate, illuminate da un sole magico e quasi azzurro, contrappuntate dalle
luminose cortine di bolle, intermittenti, scandite dal respiro di un altro
subacqueo, lontano, quasi perso in questa nebbiosa
atmosfera
incantata.
Sono
di fianco ad una parete di rete che sfuma nell’ombra dei galleggianti, lassù,
e reti mi circondano ovunque, perfino sotto i piedi, a coprire il fondo chiaro e
a conferirgli con le maglie distese una geometricità che accentua la sensazione
di palcoscenico. Reti a maglie larghe, a maglie strette, reti che si
intersecano, fondendosi una nell’altra.
Improvvisamente
colgo un movimento con la cosa dell’occhio, dietro, a destra. Mi volto,
lentamente.
Un
grande tonno compare, facendosi di attimo in attimo più definito, uscendo dallo
sfondo per attirare prepotentemente la mia attenzione.
Mi
sfila accanto, tra me e la rete, potente, muovendo lentamente la grande coda
falcata.
Non
è tranquillo. Ha la dorsale eretta, e mi segue con lo sguardo. Come in un
balletto per raggiungere un partner piroettante, mi spingo lievemente per
portarmi alla sua altezza e scatto la prima fotografia.
Il
lampo del flash lo isola ancora di più dallo sfondo e si riflette, con
inaspettata luminosità, sul corsaletto che gli protegge la testa. Lo fa
scintillare come in un’armatura di cristallo. Non posso fare a meno di pensare
pensieri medievali mentre svanisce, lasciandomi ansante e con lo sguardo pieno
della sua bellezza.
Da
allora permetto che il sogno prenda
pieno possesso dei miei movimenti, e vago in quell’infinito, incontrando i
grandi tonni prigionieri, talvolta soli, talvolta a gruppetti di due o tre,
illuminandone le corazze con i fuggevoli bagliori del flash, nuotando loro
incontro, cercando di stringerli contro la rete, per vederli più da vicino,
ancora più da vicino.
L’“ambiente”,
nella camera della morte. gradualmente cambia, si deteriora.
I
tonni hanno paura.
Nuotano
più velocemente, a scatti. Non si fanno più avvicinare come prima. La bocca,
normalmente chiusa, ora si socchiude per sopperire alla maggiore velocità,
pompando più acqua alle branchie.
Lo
spazio si è ristretto. La camera della morte si è dimezzata.
Lassù
in superficie i tonnaroti stanno facendo il loro lavoro, salpando la rete. Qui
il movimento non è immediatamente percepibile, ma è bastato a trasformare il
pavimento di rete da un piano orizzontale ad una inquietante parete obliqua, che
ritaglia infinite figure geometriche bidimensionali sullo sfondo, ora cupo e
intorbidito dal movimento.
I
tonni sfrecciano, nuotano a tutta velocità. Hanno la bocca spalancata, quasi in
affanno.
Il
loro ed il mio tempo stanno per finire. Anch’io corro, quasi li inseguo.
Voglio vederli ancora, fotografarli ancora...
La
fine incombe.
Lo
spazio è ulteriormente diminuito. Non siamo più in una ordinata scatola di
reti. ma in un’inquietante, gibbosa, bolla di corda intrecciata, con le maglie
sempre più strette fino a sembrare una parete solida, sospesi nel blu senza
altri punti di riferimento che le reti ondeggianti.
Un
gorgoglio di bolle vicine.
Per
un attimo non riconosco la figura che è dentro la muta nera e che mi fa
imperiosi cenni di risalita. E’ Nitto, che mi è venuto a chiamare.
Gli
faccio cenno di O.K., e se ne va a cercare gli altri.
Prima
di risalire voglio però concedermi un ultimo sguardo, per riempirmi gli occhi
ed il ricordo di quaggiù, e scendo.
Raggiungo
il fondo della rete e mi aggrappo con una mano alle maglie ruvide. Guardo verso
l’alto.
Non
c’è più un soffitto indistinto sopra di me, ora, ma la superficie del mare,
con le ombre nere delle barche dei tonnaroti ritagliate contro il cielo.
Su
questo sfondo a chiaroscuro passano ancora una volta i tonni, stagliati in
controluce, come spogliati della loro essenza di vita, semplici silhouette.
Infine
risalgo, scivolando sotto i galleggianti, ed esco dalla camera della morte.

Fuori entro in un mondo colorato e chiassoso. I pescatori stanno accelerando il ritmo della “Cialoma”, mentre salpano la rete, in vista dello sforzo finale. Mi spoglio e mi asciugo, mentre i primi tonni cominciano ad apparire, sollevando fontane di spruzzi con le code.
Con la macchina fotografica in mano come uno scudo, mi avvicino alle reti salpate.
Sul fondo non c’è più che qualche centimetro d’acqua, e i tonni muoiono in quella pozzanghera creata dall’uomo. Soffocano e si tramortiscono a vicenda agitando in tremende mazzate la loro ormai inutile coda. Muoiono lì dove non possono più nuotare né respirare, sospesi sulle profondità del mare dove erano signori. Insieme ai tonni è rimasto prigioniero anche un branco di sgombri, ed è su questi che si gettano i pescatori, ignorando le grosse prede.
Come nei giochi infantili i pescatori catturano gli sgombri, prima con una sorta di enorme retino da farfalle, poi, sdegnando questo strumento inadatto, si gettano nella rete, sguazzando felici, inseguendo gli sgombri in quella pozzanghera sopra il mare. Schivano appena le codate dei tonni e rispondono ridendo e gridando ai lazzi ed agli scherzi dei loro compagni. Uno direttamente di fronte a me si caccia le prede ancora guizzanti nella camicia aperta e grida qualcosa ad un suo amico sulla barca, mimando una pantomima in cui il suo cuore (le code degli sgombri) batte tanto e così in fretta perché è felice.
E
questa gioia è così sincera che è contagiosa. Anch’io improvvisamente
sono felice di queste offerte del mare, strappate con fatica e abilità, ma che
giustamente sono
arrivate.
Perdio,
sono belli e sono pesci! Guarda quello come scappa!
E
mi trovo anch’io ad urlare indicazioni ai pescatori nella rete, che inseguono
gli ultimi sgombri rimasti, inciampando, cadendo, ridendo, fradici e felici.
Immediatamente
sotto di me, in un angolo della rete, il primo tonno che avevo visto
sott’acqua agonizza. La dorsale è eretta, ma è un segnale che non può più
trasmettere a nessuno, le pinnule gialle sulla schiena brillano come non hanno
mai brillato, alla piena luce del sole, e come non brilleranno più, e la grande
coda falcata batte sempre più piano, in uno staccato ritmo calante.
Non
ha più un corsaletto di limpido cristallo perché è ora inciso dal segno della
rete, e i grandi occhi sono offuscati, vuoti, già morti.
La
vita deve finire. E’ la Legge.
¾
Ed a me ¾ me lo confesso sottovoce,
in piedi sulla barca sotto il sole, con lo sfondo sonoro dei pescatori ¾ a me dispiacerebbe finire in una simile catarsi, con le più forti
sensazioni intrecciate tutt’attorno, il mare addosso, il sole sopra, e risa
negli orecchi?


Favignana, 1982
Riccardo
A. Andreoli - Da "The Sea Inside"