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The Hunt  - La Caccia

There was a strong wind from the north, and in the Ocean there were big waves with breakers almost on all of them. The route that morning brought us from the coastline was extremely wet and we were inside the wetsuits before almost to leave it. The water conditions were not optimal, even if the place is more than three miles from the mainland, with a depth given by the sea map of more than 250 m. The viso was around a 15-17 m, with a lot of plankton floating around, thicker near the surface. No sun to speak about.

I like to dive almost by myself and as usual I fished some way from the others. The current had anyway already moved us from the optimal point and we were all slowly approaching the boat to jump in and move on. Suddenly, a dark shape, big, with a huge tail, gnear us, fast, on a route descending from an upper level of water: SAILFISH! Unmistakable! My reaction is instantaneous, big breath, without all the nice little refinements one does with more time, and I dive. The gun is already extended in vertical below me and I have only to angle it slightly. With a dimly perceived peripheral vision I see on my left the shape of another diver going for the fish but it’s already too late for him, the fast moving fish has already left him behind. I’m in a good position, I remember I thought. Then I remember nothing else if not short fragmented memories.

At full speed I swim to the fish, I arrive in the firing zone, the right arm full extended and locked. I wait some more fractions of second, just to be sure, with THIS fish above all, of the aiming. The sailfish is already turning away and he’s accelerating, his body starting to angle away from me. I pull the trigger. The gun convulses against my arms but the aim is true, I see the spear slamming against his side, a little high but the shot is aimed slightly in a down direction and the shot is not a killing one but a good one.

Then the fish disappears, with a speed that leaves nothing in the memory between the fish, there with the spear in his side, and no fish at all. I resurface and I’m almost run over by the little yellow Rob Allen float. I try to grab the rope between the two floats but the speed of the fish is so great, and the ocean so rough, that the big float connected to it stops an instant only against another breaker behind me, only to being pulled so hard that literally fly over me in a burst of foam. And so the chase started.

And a long chase really it was. For the first couple of minutes I keep in sight the big red float but after that it simply disappears between the waves. I start swimming after the receding floats, arms extended before me. I swim hard, like in a test in a swimming pool. After some minutes I’m forced to stop and to look around, in search of the floats. After every four-five minutes I have to stop, search for the floats and restart swimming.

And then the time comes when I see them on the top of the next wave. With a burst of speed I know I can’t maintain I succeed in grabbing them. The chase lasted at least a good fifteen minutes, with the maximum speed my powerful fins and my well trained legs permitted me.

After a couple of minutes I can start to approach the fish. I realize that he’s not exerting his full swimming capacity, luckily for me, because the rearmost end of the spear is banging against the upper lobe of his huge tail every time he swings it. The fish is tired by now and I’m able to arrive just behind him and try to grab the tail. I’m waiting for every kind of explosion but he simply put on a burst of speed that just but dislodges my hand.

After that it’s easy. I grab the spear, I pull till I can direct the head toward the surface, I insert my hand inside the gills avoiding the bill and I swim, helped by the fish, to the surface. There, I swiftly kill the fish. And then, finally, I stop.

Only breathing, listening to my heart slowly reducing its pounding, with the huge fish in my hands, his color already turning slowly to gray, the everlasting waves washing over me.

C’era vento forte da nord, e nell’Oceano c’erano onde imponenti, con frangenti su quasi tutte. La rotta che quella mattina ci aveva portato via dalla costa era stata tale da inzupparci ma prevedendolo eravamo in muta già dalla partenza.

In acqua le condizioni non erano le più favorevoli, anche se il posto è a più di tre miglia dalla costa e dalle sue acque sporche, con una profondità segnata sulle carte nautiche di più di 250 metri. La visibilità era intorno ai 15 – 17 metri, con un sacco di plancton, più denso verso la superficie. Nessun sole degno di questo nome.

Mi piace pescare da solo e al solito ero lontano dagli altri. La corrente tuttavia ci aveva già spostati dal punto ottimale e ci stavamo lentamente avvicinando alla barca per prepararci ad un altro giro. Improvvisamente una forma scura, grande, con una coda enorme, arriva vicino, veloce, su una rotta che la porta a scendere da strati superiori. PESCE VELA! Senza dubbi! La mia reazione è immediata, una gran respiro, senza tutte quelle raffinatezze di quando si ha più tempo, e mi immergo. Il fucile è già puntato verso il basso e devo solo angolarlo leggermente. Con una visione periferica molto vaga percepisco sulla mia sinistra la forma di un altro subacqueo che tenta di avvicinarlo ma è troppo tardi, il pesce si muove troppo velocemente, ed è già stato lasciato indietro. Mi ricordo di aver pensato: “sono in una buona posizione”. Poi non ricordo altro, solo vaghi frammenti staccati.

A tutta velocità nuoto contro il pesce, arrivo in zona tiro, il braccio destro completamente esteso e bloccato. Aspetto ancora poche frazioni di secondo, proprio per essere sicuro, con QUESTO pesce soprattutto, della mira. Il pesce vela si sta già girando e sta andando via, accelerando. Premo il grilletto, il fucile sussulta tra le mie mani ma la mira è giusta. Vedo l’asta che colpisce il fianco, un po’ in alto ma il tiro ha una leggera angolazione verso il basso. Non è fulminante ma è un buon tiro lo stesso.

Quindi il pesce scompare, con una velocità che non lascia nulla nella memoria tra il pesce lì, con l’asta nel fianco, e nessun pesce. Riemergo e sono quasi investito dalla piccola boa rigida Rob Allen. Cerco di afferrare la sagola tra le due boe ma la velocità del pesce è così grande e la superficie dell’oceano così mossa che per un momento la boa grande rimane bloccata da un frangente ma solo per decollare e sorvolarmi in uno spruzzo di schiuma. E così la caccia ha inizio.

E la caccia davvero è stata lunga. Per il primo paio di minuti riesco a tenere in vista la boa grande rossa ma dopo scompare tra le onde. Comincio a nuotare dietro alle boe fuggenti, le braccia estese davanti a me. Nuoto forte, come in una gara importante in piscina. Dopo pochi minuti sono costretto a fermarmi e a cercare le boe. E ogni quattro, cinque minuti devo ripetere il processo di fermarmi, cercare le boe e ricominciare a nuotare.

E finalmente viene il tempo in cui le vedo sulla cima dell’onda successiva. Con uno scatto che so essere del tutto momentaneo riesco a prenderle. La caccia è durata non meno di un quarto d’ora, con la massima velocità che le mia pinne potenti e le mie gambe ben allenate potessero permettermi.

Dopo un paio di minuti posso tentare di avvicinarmi al pesce. E realizzo che non sta esercitando la sua piena capacità di nuoto perché ad ogni andirivieni l’asta sbatte contro il lobo superiore della sua coda enorme. Il pesce è stanco, ormai, e sono in grado di arrivargli vicino e tentare di afferrare l’asta. Mi aspetto ogni tipo di esplosione ma accelera solo di colpo e mi fa perdere per un momento la presa.

Dopo, è facile. Afferro saldamente l’asta, tiro fino a che il pesce è indirizzato verso la superficie, gli inserisco la mano nelle branchie evitando la spada e nuoto, aiutato da lui, fino alla superficie. Qui velocemente uccido il pesce. E, finalmente, mi arresto. Respiro soltanto, ascoltando i battiti del cuore che lentamente ritornano alla normalità, con l’enorme pesce nelle mie mani, il colore già che svapora verso il grigio, le onde sempiterne che mi investono.

 Riccardo A. Andreoli, 2005

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