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Gli squali della Tonnara

Favignana

Ho rincontrato Nitto di recente, in un ambiente un po' diverso da quello in cui ci si aspetterebbe di trovare un subacqueo di tonnara professionista: la discoteca di un villaggio turistico.
Avevo saputo che si era dedicato con successo ad un'altra attività altrettanto affascinante ed invidiata di quella di tonnara: il corallaro.
Il nuovo Eldorado del corallo non era poi troppo lontano da casa sua, dopo tutto; il Banco degli Scherchi, una piattaforma grande tra volte Favignana, con pareti che cadono a picco anche oltre i cento metri è a 45 miglia ad Ovest spaccato dalle Egadi e promette ancora per anni di essere realmente una miniera.
L'ho incontrato, dicevo, tra il frastuono di una discoteca che pulsava nella notte estiva ed il tintinnio del ghiaccio nei bicchieri. Sedeva ad un tavolo insieme ad amici e raccontava di cose subacquee, aneddoti della tonnara, della sua vita in quel mare del Canale di Sicilia che è ancora così ignoto.
Di quella volta che convinse alcuni giovani subacquei del luogo, suoi incondizionati ammiratori, ad aiutarlo nel lavoro sul fondo per tagliare i "conzi", le zavorre di tufo che tendono le reti, così da poterle salpare. Aveva in cambio promesso di lasciarli entrare nella camera della morte, l'ultima a venire smontata, con i fucili, a prendere quel bellissimo branco di alalunghe per cui non valeva la pena di fare mattanza.
E rideva, raccontando l'affilar di arpioni della notte precedente e i sogni agitati dei suoi giovani collaboratori. Infine tentò con contorcimenti e smorfie di descrivere le loro espressioni di delusione e rabbia subito sopite nella risata all'accorgersi che le alalunghe, se mai c'erano veramente state, erano esistite in qualche nebuloso periodo del passato.
Qualcuno, non ricordo più chi, lanciò la grande parola: - E lo squalo, Nitto, che mi dici dello squalo che avete preso in tonnara?
Era allegro, Nitto, e si lanciò nel discorso, con l'irruenza dell'oratore che sa di avere il suo pubblico in mano, ma anche con una curiosa mancanza di vivacità che faceva pensare ad un discorso già più volte pronunciato.
Del resto era comprensibile, era la Grande Avventura dell'anno e si era ben presto risaputa in tutti gli ambienti subacquei, tramite quei canali segreti di cui nessuno è conscio ma che funzionano in modo egregio.
Il pubblico si sistemò all'ascolto, quasi tutti sapevano a grandi linee quello che era successo, alcuni senza subbio l'avevano già sentita dal protagonista, ma si sa, una buona storia è come un minestrone, non ci perde nulla, anzi, nel venire ripassata. E poi in tutto noi presunte Persone Grandi esiste un po' del Piccolo Principe, e c'è una voluttà infantilmente efficace nell'ascoltare una storia che conosciamo già; sappiamo già come va a finire cosicché non abbiamo quell'ansia del racconto come dipanamento dei fatti, e ci sistemiamo placidamente nell'ascoltare le parole e la voce che racconta. Anzi ci adombriamo, un poco solo perché siamo Grandi, se il narratore cambia qualcosa o inserisce digressioni sconosciute.
- Sì, lo squalo, - comincia Nitto - anzi, gli squali, perché ne sono entrati due, a distanza di una settimana, la femmina e il maschio.
- Prima è entrata la femmina, più grande, sarà stata sei metri, forse sette, chi lo sa. Enorme, una bestia.
- Arriviamo una volta in tonnara, dovevano esserci una trentina di tonni da mattanza, arriviamo dunque, guardiamo, cerchiamo, i tonni non ci sono più. Allora il rais mi chiama e dice - Nitto, vai giù a vedere, i tonni non ci sono, pazienza, ma per essere scappati qualcosa deve aver fatto un buco nella rete, forse un pesce spada. Vai giù e trova quel buco.
- Allora io mi vesto e scendo. C'era acqua torbida. Il giorno prima aveva fatto scirocco e si era sollevata sabbia - da raccontatore consumato Nitto si interrompe per bere un sorso dal bicchiere che ha in mano, reagendo alla tensione che si comincia a palesare negli ascoltatori - e comincio a fare il giro della rete. Guardo una parete, niente, ne guardo un'altra, niente; comincio la terza, mi sembra niente all'inizio, poi comincio a vedere qualcosa di bianco e di grande, lontano, là davanti. - Altra pausa, si guarda attorno, ma non cerca attenzione questa volta: lo sguardo sorvola le teste degli ascoltatori, non ne cerca gli occhi, sembra distratto. Ormai estraniato racconta per sé.
- Ma mano mi avvicinavo lo vedevo meglio, la forma si delineava, infine l'ho visto bene. U' pisci tunnu, il grande Squalo Bianco, catturato dalla rete, con le maglie tutt'attorno alla testa, prigioniero. Morto sembrava. - Cadenze siciliane si fanno sempre più sentire nel procedere del racconto - ma io non mi sono fidato. E tornai in superficie. Il rais però voleva la rete, riparata, e bisognava togliere u' pisci, perché fintanto che c'era lui dentro non si sarebbe avvicinato nessun tonno, e non ci sarebbe stata nessuna mattanza. Bisognava levarlo. Ma io avevo paura. Allora con i bastoni, dalla barca, il rais l'ha fatto toccare per vedere se si muoveva. Non si mosse. Morto sembrava. Allora mi sono convinto anch'io, quasi. Mi sono ributtato in acqua con una cima per legargli la coda e un coltello per tagliare le maglie della rizza, della rete, e liberarlo. Ma non mi sono fidato ancora, e per tagliare mi sono messo dall'altra parte, all'esterno, con la rete in mezzo.
Ha vuotato il bicchiere, e ora mentre ricomincia a parlare lo posa con lenta concentrazione sul cerchio bagnato che ha lasciato sul tavolo, davanti a sé.
- Ho cominciato a tagliare tutt'attorno alla testa, e intanto lo guardavo bene. Morto sembrava. Ho lasciato per ultime quelle tre o quattro maglie che gli passavano attraverso la bocca, come il morso di un cavallo. E ringrazio Dio per averlo fatto.
- Poi mi sono deciso e mi sono avvicinato, col coltello in mano per tagliare e per farla finita.
- E allora si è risvegliato, tutto di colpo, ha spalancato la bocca e ha cominciato a nuotare contro di me che ero a un metro. Madre mia che bocca, ci stavo tutto, e la scuoteva e gli guardavo dentro, e mi veniva addosso, ho sentito lo spostamento d'acqua spingermi e ho pensato Nitto sei morto, e intanto guardavo quelle maglie che stavo per tagliare e guardavo se si rompevano, e dicevo Nitto se si rompono sei morto sul serio. E per fortuna ero dall'altra parte della rete; per fortuna avevo avuto paura. Sono schizzato su, mentre ancora mi voleva venire contro. Sono uscito in superficie che dovevo essere bianco da fare spavento, perché tutti si sono messi ad aiutarmi e non lo fanno mai. E nessuno parlava, neanche il rais che aveva visto tutto nello specchio. E nessuno ha parlato per tutto il ritorno a casa. - Le parole affastellate cominciano a calmarsi, si gira piano attorno e scuote la testa guardandoci. - Gesù!, se non ho riempito il mare quella volta lì non lo riempirò mai più!
Ha fretta adesso e non ha bisogno della domanda che però puntualmente arriva. - E poi com'è finita? E l'altro?
- Bè, è finita che siamo tornati due giorni dopo, ed era ancora lì penzoloni per quel pezzo di rete che non si era rotto. Sono sceso, gli ho legato la coda e l'abbiamo salpato.
- L'altro è arrivato una settimana dopo, solo che non c'erano tonni da far scappare e si è ammagliato meglio. Comunque questa volta, anche se sembrava morto, - Già, anche chillo morto non era ma morto sembrava - non sono sceso finché non ho visto che i pesciolini andavano a mangiargli la pelle. Allora ho capito che era morto sul serio. Sono sceso e lo abbiamo salpato.

Favignana, circa 1983

Riccardo A. Andreoli - Da "The Sea Inside"

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