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Gli squali sono dove dovrebbero essere

Canale di Sicilia - DaQualcheParte

La secca è una di quelle da non raggiungere, da non consigliare, e quasi da non raccontare. Ben oltre le acque costiere, è un terno al lotto. Non sai mai, tanto per cominciare, se la raggiungerai. Anche con un mezzo veloce (il mio è un gommone di quasi 5 m e mezzo con due 50 cavalli), le due ore e passa per arrivarci (e per tornarci), permettono al mare e al vento, solitamente scatenati in questa zona del Mediterraneo, di dire la loro.

Poi non sai certo cosa incontrerai se la raggiungi. Ci sarà corrente? Ci sarà visibilità, almeno dignitosa? Quella maledetta corrente gelata che viene sputata su dall’abisso che è nei dintorni immediati, ci sarà, con tutti gli effetti deleteri che tutte le correnti gelate hanno, o non ci sarà?

Infine, una volta raggiunta, e immersi, ci sarà pesce? Bè, almeno questo dubbio non c’è. Se si riesce a raggiungerla, è sicuro che c’è pesce. Il problema è prenderlo, però. Una volta abbiamo perfino fatto cappotto...

Ma questa è un’altra storia e dovrà altrove ed altrimenti essere raccontata. Qui voglio raccontare di Sua Terribilità, ovvero del Willy’s Day. Willy, non so perché, è il nome che i pescatori di tonni giganti dell’alto Adriatico danno allo squalo bianco. Lo Squalo Bianco, per la scienza Carcharodon carcharias, il predatore più tremendo che si possa trovare in mare, la Tigre dei Mari. Per gli anglosassoni White Death, la morte bianca, responsabile in Italia di praticamente accertate due morti, le uniche “da squalo”: Maurizio Sarra nel lontano 1962, e Luciano Costanzo nel più recente 1989.

Enorme. Nel 1990 ne è stato catturato uno a Malta di oltre 7 metri.

Ospite (si fa per dire), delle tonnare della Sicilia. A me personalmente Nitto Minneo, famoso subacqueo della tonnara di Favignana, ha raccontato di quella volta che a distanza di pochi giorni se ne sono ammagliati due. Ed è toccato a lui andare sott’acqua a smagliarli dalle rete in cui si erano avvolti. E uno non era morto del tutto, anche se sembrava proprio... Lo squalo che non fa i soliti giri circospetti attorno alla vittima, quello che attacca subito. Fa agghiacciare la pelle a tutti i subacquei il racconto di Goffredo Lombardo, che sulla secca del Quadro, tanti anni fa, mentre stava tranquillamente pescando per gli affari suoi, come sempre attento a quello che succede sotto il subacqueo, è stato afferrato senza preavviso per le bombole, trasportato per diversi metri, scosso “come un terrier scuote a morte un topo”, e poi sputato per voltarsi e contemplare lo squalo bianco (chi, se non lui), che gli passava a un metro. E le bombole erano incise ben oltre gli strati di vernice...

Questo per me era lo Squalo Bianco fino a quest’estate. Ora, a quest’immagine un po’ libresca, un po’ terrifica, tutto sommato “lì”, si è sovrapposta un’immagine vivente, a colori, a sbalzo, di una potenza tale da schizzare dalla memoria senza necessità quasi di richiamarla consciamente.

Stavo pescando sull’orlo esterno, quello dove di solito si addensano i grandi predatori del mare: i tonni (sissignori, vi assicuro che pescare in mezzo ai tonni è un’esperienza. Quest’estate lo confesso mi sono innamorato, di nuovo: che belli i tonni. Che difficili da prendere, sono, che scorbutici... chiusa la parentesi), e soprattutto i branchi delle grandi ricciole.

Stavo pescando e avevo preso una baby-ricciola da 6-7 chili, ne avevo viste però altre ben più corpose all’orizzonte; come al solito il blu-verde della caduta che precipitava da 20-22 metri fin’oltre quaranta era impressionante nell’acqua mai pulita, quando da sotto sento il compagno di pesca che mette in moto il motore e a tutta velocità mi viene sulla testa. Ma cosa fa? E non spegne neanche il motore. Intanto non viene niente, ma per scaramanzia e concentrazione rimango sotto ancora un po’, poi riemergo. A metà tra l’incuriosito e... bè, che ci faceva lì mentre pescavo?

Metto la testa fuori, me lo trovo ad un paio di metri e mi dice, vieni su che ho visto una pinna in acqua a trecento metri, andiamo a vedere cos’è. gw-out.jpg (13141 byte)

Da quelle parti la situazione è tale che avevo cominciato da tempo ad andare in giro con un’asta libera, staccata dal fucile e collegata invece a galleggianti indipendenti, pronta a bordo. Non che l’abbia mai usata, ma il semplice fatto che esistesse dà un’idea dell’ambiente psicologico in cui ci muovevamo: in quel mare può esserci QUALUNQUE cosa.

Salgo a bordo e andiamo. La pinna c’è. Cosa sarà mai? Delfino non è (lo so che è uno squalo - dice la parte allegra della mia mente), non vien fuori a respirare. Pesce luna nemmeno (te l’ho detto che è uno squalo), tanto per cominciare c’è movimento d’acqua ben dopo la pinna che nel pesce luna è l’apice della coda, e poi, guarda quanta acqua muove, quello lì! Cosa rimane? (ma guarda che sono sicuro) Un pesce spada? La pinna è fatta diversa... (altri dubbi? Te l’ho detto dall’inizio)

No. è uno squalo. (Va beh. E’ uno squalo, e allora? mica sarà la prima volta). Intanto, con astuta manovra col compagno ai comandi ci avviciniamo piano, coi motori al minimo. Arriviamo controluce, non si vede bene sott’acqua: incredibilmente è una giornata da calma lagunare (dev’essere dal ‘50 che non c’è una giornata così da queste parti) ed il sole specchia sull’acqua piatta. Ci avviciniamo sempre più, siamo al traverso del pesce... si immerge! Delusione. Acceleriamo, ci portiamo sulla verticale e, in piedi sulle tavole di prua riesco ad intravvedere una grande forma grigio/verde che si inabissa quasi ferma nell’acqua fonda. Cantileno (chissà perché) ad alta voce al compagno che è rimasto ai motori: è uno squalo, è uno squalo, è ...

Motori in folle.

Attorno acqua piatta. Scomparse perfino le increspature delle ondine che faceva il mostro navigando a pelo d’acqua. Spegniamo i motori. Silenzio.

Attorno niente. Aspettiamo.

Niente.

- Chissà dove sarà andato... -

- Già. Mica è un delfino che deve respirare. -

Silenzio ancora

- Dì. Era bello, vero? Che grande! -

 

Scrutiamo la lastra immobile del mare. Niente. Nemmeno i mulinelli della corrente.

Andiamo via.

A malincuore accendiamo i motori, al minimo ruotiamo la prua verso il bordo della secca, torniamo indietro...

Sulla scia (chissà cos’hanno ‘ste bestie in testa), riecco la pinna.

Ci segue. E’ lì! C’è ancora!

Macchina fotografica in mano, schizzo sulla tavole di prua per avere visibilità dall’alto e comincio a fotografare. La prima è ad esposizione sballata, “tirata” come capitava e sarà sovraesposta, ma c’è la pinna (quasi da barzelletta), che esce dall’acqua e le increspatura della bestia ancora tutta sotto. Non sono soddisfatto. Lo voglio di più.

Ho la bocca secca, sono eccitatissimo e mi cullo questa eccitazione, me la assaporo, ci gioco, per godermela e rivedermela poi. La muta addosso è calda e liscia, le zigrinature della macchina fotografica pungono la pelle delle mani ammorbidite dalle ore d’acqua. Il brontolio dei motori è lo sfondo dei sussurri eccitati che si incrociano.

Lo voglio da sott’acqua.

Non se ne parla di entrare in acqua. Il compagno minaccia di dare tutto motore e di lasciarmi lì, ma non sto nella pelle, è vicinissimo, è grande, è lì. Caccio macchina fotografica, testa braccia e mani tutte in acqua per vedere se riesco a fotografarlo tutto, riemergo per riprendere fiato, sono tutto storto e contorto sul tubolare che scotta al sole. Torno sotto col cuore che batte all’impazzata, la macchina fotografica che è arrotolata stretta stretta al pugno (perderla adesso!), e scatto a raffica. Torno su per respirare a singulti. L’abbiamo superato. E’ dietro a noi. Ci fermiamo sull’abbrivio. Il gommone si intraversa sulla sua rotta e lo fa deviare. Ci sfila tutto di fianco ruotando quasi di novanta gradi. E’ a due metri! Mi caccio ancora sotto e lo fotografo spingendomi quanto più posso in acqua, per vederlo meglio per ricordarmelo di più, per guardarlo. La foto sarà dalla pinna pettorale al muso. Mi sfila di fianco, quasi a pelo d’acqua, la coda. Mio Dio! è uguale! Sopra e sotto i lobo sono uguali! (E’ un bianco - dice sempre la parte allegra della mia mente).

- E’ un bianco - dice il compagno di pesca - è troppo grande. Guarda, è di poco più piccolo del gommone. Se non è cinque metri è quattro metri e novanta. - dice sempre il compagno di pesca.

- Bè, c’è anche lo smeriglio (è un bianco!) nel Mediterraneo che ha quella coda.. - protesto debolmente - c’è anche il mako... - Mi arrendo. Lo dico a voce alta.

- Da subacqueo, oltre il novanta per cento che è un bianco. Da ittiologo devo vedere con calma le fotografie, ma ci sono alte probabilità che lo sia sul serio. -

 

Da quel momento è un incontro ravvicinato con lo squalo bianco. Una delle bestie più rare del mare, più difficili, mai fotografata, che io sappia, in acqua libera nel Mediterraneo. E sono foto vicine! E lui è proprio Lui. Vederlo muoversi dà un’impressione di potenza sconfinata, un minimo di movimento di quella grande coda e avanza quasi senza parere (coi motori al minimo viaggiamo alla sua stessa velocità). Chi ha detto che il movimento dello squalo è “sinuoso”? Forse quelli piccoli (che avevamo visto più volte su una secca ancora più lontana), ma non sua Terribilità. Lui si muove come solo può una massa compatta di muscoli strapotenti. Non fosse così evidentemente una fantastica macchina da nuoto e da caccia potrei azzardare tozzo, ma è una definizione che escludo immediatamente. “Tozzo”, non ha niente a che fare col movimento che esibisce questo immenso siluro grigio/avorio che incede silenziosamente coi denti socchiusi.

gw1.jpg (8915 byte)E’ forse un po’ l’eleganza massiccia del leone maschio, con tutta la sua pancia, la criniera spettinata e la testa che sembra fin troppo grande pure per quel corpo poderoso.

Qui non c’è pancia, e non c’è niente di spettinato. E’ una liscia immagine, le linee purissime, sfumate da un qualche impossibile aerografo nel passaggio tra il dorso ed il ventre. Stonano solo i denti. E’ la bocca, semiaperta, incisa da solchi (cicatrici ?), che è un brusco memento della scopo di tutto il mostro nel suo insieme: mangiare.

E Lui rimane lì, nuotando indifferente in superficie, mentre due subacquei cotti dal sole e straniti dalla meraviglia lo guardano andare, mentre incide appena la pelle del mare, scivolando immenso e lento nel suo regno.

Suo. Fino a pochi istanti prima ero fiero di quello che vent’anni di immersioni avevano fatto di me: un subacqueo, partecipe, seppur ad intervalli, questo lo riconoscevo, del grande Mare. Ora, di colpo, è una beffa. Come animale acquatico sono una farsa, una truffa. Di colpo vengo ricondotto a quello che sono, un prestito goffo del mondo di fuori, che sguazza e starnazza lassù, vicino alla luce. Pronto alla facile fuga e al “non gioco più”.

Così andiamo, Lui nel mare, noi in barca. Piano. Lui guida, noi seguiamo.

 

Ad un tratto se ne va. Si inabissa. Me ne accorgo subito. Non è evidente come per i delfini che inarcano la schiena, tirano su la coda e sprofondano, ma si piega, la grande coda risale, il dorso (madonna come è largo), marezzato dalle micro ondine in superficie si fa sempre più confuso. La coda “bolla” in superficie in una grande chiazza tonda di acqua liscissima che per un istante, a dritta, mi permette di vederlo come attraverso il vetro (sarà l’ultima immagine), poi la prua entra nel cerchio della bollata ed increspa tutto. Scompare. Andato.

Lontano dei delfini saltano. Restiamo soli con le nostre domande.

Lo abbiamo, alla lunga, spaventato-scocciato? Se ne era abbondantemente fregato di noi, per cui se ne è andato per i fatti suoi, che noi ci fossimo o non ci fossimo? Era in caccia del branco di delfini? (Ci sono sempre squali attorno-sotto ai grandi branchi di delfini in mare aperto). Era spaventato dai delfini? Erano grandi Tursiopi, gli squali ci sono, ma mai troppo attorno-sotto ai branchi di delfini. Era in caccia, aveva caldo, seguiva qualche segnale di cui non avevamo la più pallida idea, c’era troppa luce, l’acqua vicino agli scarichi dei motori puzzava...

 

Spreco di energie. Inutilità. Resta solo questo.

Se n’è andato.  

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Riccardo A. Andreoli

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