Shark Bay
Western Australia
Tre
giorni di fuoco e di passione, per Checco e me, e di mare a volontà, con Greg
Pickering, campione di pesca subacquea australiano e membro della squadra
australiana ai campionati del mondo di Apnea, qui in Italia, del 1998. Lungo viaggio con al solito la barca a traino nel fuoristrada di Greg. 900 chilometri da Perth, capitale dello stato della Western Australia, sparati in direzione nord. Stop a 200 chilometri dalla destinazione, nell’ultimo paese, per comprare 75 chili di ghiaccio tritato per le casse frigorifere. Arrivo a notte, ore dopo il rapido tramonto australiano e sistemazione in “bungalow”, recita la scritta del campeggio. In realtà vecchie e scassate roulotte, ballonzolanti incerte sulle ruote ad ogni movimento degli occupanti. Ma nel campeggio c’è, lusso sfrenato per gli standard dei viaggi di pesca australiani, la doccia calda. Primo
giorno. Mattino.
Sveglia “tardi”, poco dopo l’alba invernale (a luglio siamo in pieno
inverno) e rapida uscita per procurarsi qualcosa da mangiare per la giornata:
frutta e un paio di panini. Varo della barca di Greg allo scivolo di Denham,
una volta famosa per avere la via principale, l’unica che c’è, pavimentata
con madreperla (in realtà i residui della sua lavorazione). E naturalmente
famosa tutt’oggi per gli squali. In ogni pub si trovano gigantesche mandibole
di squalo tigre, alcune così vecchie da essere brune, e foto ingiallite di
catture mostruose appese alle pareti. Greg avverte, quasi scusandosi, “oggi non pescheremo molto, è il primo giorno e siamo stanchi dopo il viaggio. Torneremo un po’ prima.”. O.K. per noi. Secondo l’uso australiano ci si veste già in muta prima di salire a bordo, qualunque sia il tragitto. Al solito la vestizione è un po’ uno shock, al freddo alla mattina. Le mute per fortuna sono asciutte. Partiamo. Dobbiamo fare 25 miglia di mare prima di raggiungere il luogo di pesca. Siamo
in una gigantesca laguna interna, centinaia di chilometri quadrati di
laguna, che dobbiamo attraversare prima di raggiungere l’Oceano. C’è
maretta e vento contro e dopo poco, bagnati dagli spruzzi e investiti dal vento,
si sente ben bene il freddo. Sembra una nostra pescata novembrina. Le mani sono
intirizzite e bisogna ricorrere ad una giacca a vento supplementare sopra alla
muta. Il novanta cavalli fa il suo dovere però e dopo poco più di un’ora
viriamo per imboccare il canale che porta fuori, nell’Oceano. In secca, sulla
barra di sabbia a dritta, rovesciata su un fianco, c’è una barca da pesca in
legno incagliata e con la chiglia sfondata. Chissà le storie che potrebbe
raccontare... La lasciamo dietro di noi e ci dirigiamo a destra verso Surf Point, una parete verticale di roccia di un’ottantina di metri che cade a perpendicolo per venti e passa metri in acqua. È la punta sud della Dirk Hartog Island, dal nome del marinaio olandese che lasciò nel 1616 una targa, prova della prima presenza europea in Australia. Dobbiamo andare abbastanza lontano ad ancorare perché l’Oceano è tutto fuorché calmo e l’onda di andata, che si schianta contro la parte e rimbalza furiosamente indietro, sbatte contro la montante onda successiva, creando una superficie a picchi piramidali improvvisi, con schizzi di schiuma verticali e ondeggiamenti impazziti e violenti in tutte le direzioni. Appena scesi dalla barca, sotto c’è il blu. L’acqua non è pulitissima, il fondo, oltre i venti metri, è invisibile. Vengono ad accoglierci subito un paio di Bronze Whaler (Carcharinus brachyurus), squali elencati come “dangerous” nei cataloghi dei pesci australiani. Arrivano sparati, virano in velocità e scompaiono di nuovo. Bisogna andare a pescare più vicino alla costa. Primi
tuffi. Un brancotto di sparidi, simili alle nostre orate, mi viene interessato
incontro. Li guardo ma non sparo. È sempre una lotta, per Checco e me, scoprire
tra tanti pesci quali sono i “buoni”. Questi avrebbero potuto esserlo, ma non si sa mai. E poi io voglio i grandi
pesci, non quelli solo buoni da mangiare. Greg da sopra guarda. Poi mi dice che
erano davvero pesci pregiati, red snapper (Chrysophrys auratus). Peccato, ma non sono molto dispiaciuto, anche
se i successivi tuffi dimostrano la reale difficoltà nel catturarli. Pesci
schivi, sono difficili da avvicinare. Probabilmente sono anche infastiditi:
quando un’onda più forte si schianta contro la roccia, rimbalza indietro con
un ruggito in una coltre bianca spessa un paio di metri, investendo e facendo
ruotare chi è in superficie e riducendo a zero la visibilità. Greg, come al
solito pesca benissimo e prende alcuni Spanish Mackerel (Scomberomorus commerson), uno dei migliori “pesci buoni”. Niente
di eccezionale però. Non è molto soddisfatto. Io oggi, per ragioni ignote,
pesco malissimo. Non sono concentrato, decido tardi se un pesce lo voglio
prendere o no e quindi sparo al limite, quando il pesce sta già andando via.
Spesso decido di non prenderlo perché, mah, perché è piccolo, è messo male,
ne ho visto uno più grande e non gli ho sparato tre tuffi prima…
insomma una giornata no. La situazione tuttavia si deteriora molto presto. Gli squali, presenti in numero sempre maggiore, si fanno via via più aggressivi. Cominciano a partire in frenesia da cibo con regolarità appena un pesce è sull’asta e inizia a dibattersi. Prima Greg, poi sia io sia Checco perdiamo un pesce sbranato sull’arpione. NON è divertente. Tu sei lì che tiri come un indiavolato contro un pesce che sbatte pazzamente, cercando di tirarlo vicino a te il più possibile il più in fretta possibile, un occhio a lui ed uno a 360 gradi agli squali sempre più nervosi, fino a che uno più aggressivo rompe l’accerchiamento e schizza a tutta velocità (che è tanta, quando è all’attacco) contro il pesce, spalanca la bocca e lo azzanna. Immediatamente si torce come un forsennato, sbatte il testone e strappa un pezzo del pesce. Altrettanto immediatamente, partito il primo, partono tutti gli altri in circolazione, sia quelli che vedevi sia tutti quelli che non vedevi ma che erano nelle pieghe della cortina blu dell’Oceano, nascosti dall’acqua sporca ma evidentemente in contatto con gli altri e pienamente consci di quello che ti succedeva. E già questo, quando ti capita di pensarci, è preoccupante. Il branco di colpo è composto di grigie forme affusolate che schizzano a tutta velocità contro qualunque cosa si muova. Il pesce innanzitutto, che viene fatto letteralmente a pezzi in pochi secondi da due, tre o, se è grosso, anche più squali, in un gomitolo di sagome sinuose, di code sferzanti e di molli gole bianche che nascondono completamente l’orgia. Contro altri squali nelle tipiche puntate aggressive degli squali che cercano di intimorire i compagni di branco per mangiare ancora, di più. Contro il pescatore che a questo punto ha come unica difesa un atteggiamento aggressivo e un fucile scarico. E, si spera, la testa a posto. Scappare in queste condizioni NON è una buona idea. Lo è invece allontanare il centro dell’attenzione del branco impazzito, lasciando filare la sagola con quello che rimane, se ne rimane qualcosa, del pesce. A Greg, hanno addirittura azzannato la sagola stessa, tranciandola di netto e facendo precipitare asta, pesce e gruppo frenetico di squali sul fondo. Tutto dura istanti, mai più di trenta secondi di pazza frenesia e di batticuore. Poi, quasi di colpo, finito il pesce, in una nuvola di sangue che si diluisce lentamente, il palcoscenico riprende l’aspetto di prima dell’attacco. Più o meno. Gli attori sono un po’ più numerosi, un po’ più nervosi e nuotano un po’ più velocemente di prima. Si può ricominciare a pescare, o a recuperare l’asta abbandonata sul fondo nel caso di Greg. Fino alla prossima preda. Dopo
un po’ non si riesce a portare su nessun pesce, la situazione comincia a
diventare obiettivamente pericolosa e decidiamo di mutuo consenso di
abbandonare. Ci spostiamo un po’ più dentro, nel canale che collega la laguna
all’Oceano. Greg parla di una roccia che chiama, per ignote ragioni, Monkey
Rock (roccia delle scimmie?), uno scoglietto tondo e minuscolo a diverse
centinaia di metri dalla costa dove nessuna scimmia avrebbe mai potuto metter
coda. Il canale profondo è vicino, dice, e ci sono sul bordo grandi caverne
dove è possibile trovare anche pesci di fondo. Come al solito, O.K. per noi.
Avvicinandoci a Monkey Rock vediamo una barca ancorata con qualcosa galleggiante
a pelo d’acqua a poppa e un subacqueo (rara vista in Western Australia)
vestito. Gli occupanti ci fanno cenno di avvicinarci. Sono un team di fotografi
del National Geographic Magazine americano che, bontà loro, non hanno trovato
nessun posto migliore nel mondo che questo per venire a fotografare i grandi
Squali Tigre. Ci avvertono gentilmente che per richiamarli hanno un paio di
pecore sgozzate legate a poppa e che di conseguenza è pericoloso immergersi
nelle vicinanze. “Loro” hanno pronta una bella gabbia, il “qualcosa”
galleggiante a poppa. Greg imperturbabile li ringrazia… e ancora a cinquanta metri. Dopotutto la caverne sono qui sotto, spiega. Nuota un po’ in superficie, cerca evidentemente un punto, poi si immerge e risale un paio di minuti dopo con un bellissimo Mulloway (Argyrosomus hololepidotus) di oltre una dozzina di chili, il corrispettivo australiano del nostro Boccadoro (Argyrosomus regius). In pratica una corvina gigante, dorata. Pesce magnifico. Checco schizza in acqua alla ricerca del resto del branco avvistato da Greg, e ne prende un altro prima che il branco definitivamente si volatilizzi. Qui,
pescando a fondo e non più nel blu, vediamo finalmente in tutto lo splendore la
barriera corallina e i suoi occupanti. Improvvisamente come un sipario gli
onnipresenti pescetti colorati si abbassano e da sotto, dalle caverne, compare
veloce una cernia che è poco definire gigantesca. È certamente più lunga di
me e ha il diametro di una botte. Potrebbe tranquillamente pesare 200-300 chili
e non è ancora completamente cresciuta, la piccina. È una Queensland Groper (Promicrops
lanceolatus) e a pieno sviluppo può raggiungere i quattro metri. Si lascia
ammirare galleggiando ad un metro dai coralli, occhieggiando però attenta i
carangidi che catturiamo. Non c’è il minimo dubbio che, nonostante la sua
aria sorniona, sia un predatore in caccia. Dopo il primo momento di ammirazione incantata, schizzo in barca e afferro la Nikonos. Non c’è nessuno intorno per poterla fotografare con un umano di sfondo, a rendere giustizia delle sue dimensioni, ma scatto lo stesso. Per dare un’idea, i “pescetti” attorno a lei nella foto sono carangidi di almeno due o tre chili… Vaghiamo a lungo poi decidiamo di chiudere la giornata, abbiamo ancora più di un’ora di viaggio di ritorno. Torniamo alla barca e troviamo la sorpresa. Il Mulloway di Checco, appeso al solito alla catena d’acciaio legata sotto il galleggiante collegato a poppa della barca è ridotto alla sola testa. Qualcosa di grande l’ha azzannato da dietro e con un solo morso l’ha decapitato, portandosi via tutto il corpo al di sotto delle branchie. Peccato! Il ritorno ci mostra, nell’acqua ora calmissima, branchi di delfini che giocano in tre metri di fondo. Si vedono benissimo nella luce radente del tramonto i corpi e le ombre che volano gemelli sulla sabbia bianca.
Secondo
giorno Sveglia a buio nella roulotte che oscilla al movimento di Greg che scende dal letto. Un boccone ingurgitato in fretta, comprato il giorno prima, non ci fermiamo ad indugiare, oggi, e scrolliamo le mute appese speranzosamente fuori dalla roulotte ad “asciugare”. È inverno però, la rugiada ha ben ben ricoperto tutte le superfici esposte. Di asciutto non c’è nulla. Per fortuna le nuove spettacolose mute in spaccato e titanio non si inzuppano come le foderate e soprattutto necessitano di uno strato di talco per indossarle. Basta quindi abbondare e il grosso della sensazione di umido svanisce. Greg mette la sua mimetica in spaccato con una soluzione di acqua e sapone. È stoico e non dice nulla, ma le sensazioni non devono essere piacevolissime a giudicare dai sobbalzi quando la muta bagnata tocca zone particolarmente sensibili. E calde. La vestizione è come il giorno prima allo scivolo ed è appena chiaro quando ci stacchiamo dal moletto. La giornata si presenta magnifica. Il vento è assente, la laguna è calmissima, appena striata da qualche refolo passeggero. I delfini si vedono saltare da lontano, minuscole sagome arcuate, un istante incastonato nella luce dell’alba. Asciutti, non abbiamo oggi bisogno della giacca a vento anche se andiamo più veloci. Virata alla boa che porta al canale di uscita nell’Oceano e consultazione. Se è calmo, dice Greg, possiamo osare le Zuytdorp Cliffs e pescare in pieno Oceano. È raro riuscirci. Lo swell, l’onda di risacca oceanica, arriva qui con una rincorsa che comincia in Sud Africa, non incontra nulla che la freni se non qualche relitto galleggiante e si schianta contro le pareti verticali con costante cattiveria. Al solito, O.K. per noi. Virata a sinistra e usciamo dal canale. La situazione oggi è “tranquilla”, sempre secondo l’interpretazione australiana, ma la superficie, durante il viaggio di quattro o cinque miglia, è ben ben agitata. La base delle Cliffs (scogliere) è frammentata dall’urto costante dell’Oceano ed è a tratti traforata. Un’onda più massiccia delle altre ogni tanto si schianta sulla base e, imprigionata improvvisamente contro una parete di roccia che non cede, spinta da tutto il peso delle tonnellate d’acqua delle onde che la seguono e che ancora si precipitano in avanti, incontra una improvvisa via di sfogo in una fessura che porta verso l’alto. Si slancia allora verso il cielo in uno schizzo di spuma alto diverse decine di metri che riluce bianchissimo contro le rocce, rimane in bilico un istante e crolla con uno scroscio su sé stessa, provocando sott’acqua un’onda di bollicine minuscole che si allarga velocissima per metri, rendendo la visibilità nulla. Ancoriamo
obbligatoriamente al largo. L’acqua è un po’ più limpida di ieri, il fondo
di sabbia, a circa venticinque metri, si riesce ad intravedere. Dobbiamo
avvicinarci alla parete, schivando le ondate di ritorno e i fiotti di bollicine.
Brancotti di carangidi vagano attorno e ne catturiamo un po’. Arriva di colpo
anche un branco di tonnetti di taglia interessante. Coloratissimi, con una
doppia striscia gialla fluorescente e azzurro neon, qui li chiamano Rainbow
Runner (Elegatis bipinnulata),
qualcosa come corridori dell’arcobaleno. Sparo a uno dei più grossi, sui 6-7
chili, in testa al branco, mentre mi mulinano intorno a tutta velocità.
Prontamente mi srotola metà mulinello. Litigando un po’, ma lavorando
velocemente per evitare le prime puntate interessate degli squali, riesco ad
afferrarlo e a portarlo alla boa. Checco mi fa segno di incertezza ondulando la
mano. Sì lo so che non è un pesce “buono” ma a me piace un sacco il Blue
Water Fish (pesce, letteralmente, d’acqua blu, nel senso di acque libere) per
cui va bene lo stesso. Scoprirò a fine giornata che, a detta di Greg, poteva
essere un possibile record. Dieci minuti più tardi, tornando alla barca, non lo
trovo più, mangiato da qualche squalo di passaggio. Peccato! Ogni
tanto passa muscolosa una coppia di Giant Trevally (Caranx ignobilis) che ci guardiamo bene dal disturbare. Sono pesci
anche di una cinquantina di chili con un temperamento vulcanico quando arpionati
e una forza motrice degna di una vaporiera. Non sono comunque pesci “buoni”
per cui non vale la pena di rischiare danneggiamenti o perdite di attrezzature
qui insostituibili (abbiamo avuto qualche precedente scontro alquanto
“didattico”…). Pesci dignitosi, incrociano tenendoci d’occhio prima di
svanire. I bei Red Snapper del giorno prima sono presenti sul fondo in quantità e Checco si lancia nella cattura. Non è facile avvicinarli, bisogna calcolare con attenzione la deriva della corrente: se sbagli direzione plani inutilmente fin sulla sabbia senza risultati. Naturalmente l’aspetto è impensabile. Lo swell è tale che tentandolo, più per amor di firma che altro, anche a venticinque metri dalla superficie si viene sballottati malamente. Bisogna quindi svolgere un’azione di caccia a metà tra la caduta e l’aspetto a mezz’acqua, planando indifferenti fino a che un pesce non schizza improvvisamente incuriosito fuori dal branco. Il tiro è sempre difficilissimo perché è quasi sempre dall’alto, con un bersaglio ridotto. Checco però sfrutta magistralmente il brandeggio del Cyrano 110 e inanella catture su catture. Io vagolo cercando altre prede importanti. Capito nei dintorni di Greg e gli vedo fare una cosa secondo me impressionante. Prende fiato per una normale immersione. Scende lentissimo, planando e guardandosi attorno. Arriva a quindici, diciotto metri e si mette in verticale, pinneggiando lentamente, con il fucile imbracciato a metà fusto, un occhio agli squali ed uno alle potenziali prede. Rimane lì un bel po’. Sono già impressionato quando comincia a risalire, lento. Qualche colpo di pinna poi, di colpo, guardandosi attorno, deve aver visto qualcosa che io, dalla superficie, non vedo, perché interrompe la risalita, si volta e ridiscende! Fatto da un qualunque altro mortale lo definirei un errore e sarei già preoccupato. Lui invece estende lentamente il fucile, a braccio testo mira qualcosa in una fessura a contatto con il fondo, esita un attimo, prende evidentemente meglio la mira e spara. Vedo il sagolino estendersi nella frustata dei massicci elastici e l’asta (due metri) scomparire quasi totalmente nella fessura. Tiro il fiato. Risalirà adesso, penso. Il pesce è preso, filerà sagolino e verrà su a prender aria. Nossignore. Tranquillissimo scende ancora, entra nella “fessura”, che evidentemente è più grande di quello che sembrava da quassù, armeggia, vedo la coda dell’asta comparire, si allunga tutto e afferra evidentemente il pesce perché lo vedo scosso dalla sforzo di contrastarne la reazione, poi, sempre tranquillamente, stringendo il pesce alza lo sguardo verso la superficie e comincia a risalire. IO, sono senza fiato. Lui risale sorridendo. In superficie mi mostra contento il pesce, quasi otto chili, dice che è un Western Australian Jewfish (Glaucosoma hebraicum), molto raro così a nord. Lo si trova più o meno comunemente nei dintorni di Perth, quasi mille chilometri più a sud, e da mangiare è buonissimo! Mi sposto più al largo, sempre sperando in qualche pesce da sogno. Non tanto segretamente spero nel magnifico pesce vela. Un paio di settimane prima ne era passato uno gigante a 200 metri da dove pescavo ed era stato visto da un compagno di pesca. Non aveva potuto spararci perché in quel momento impegnato in un’eruzione di squali…
La storia con le immagini della cattura del Wahoo è raccontata nella parte sui Record, qui.
Lunghe
planate in mezzo agli onnipresenti pesciotti colorati. Improvvisamente vedo a
mezz’acqua qualcosa che sembra uno Spanish di buona taglia, una ventina di
chili. Niente di eccezionale ma un bel pesce comunque. Gran fiato, veloce, e
scendo. Faccio finta di ignorarlo e mi metto su una rotta che convergerà sulla
sua una ventina di metri avanti. Il fucile è nella sagoma del corpo, non lo sto
guardando che con la coda dell’occhio, la testa girata verso il basso per non
far scintillare l’“occhio”, la maschera. Lui mi guarda, molto poco
incuriosito e accenna ad una vaga virata per venirmi a vedere. Io rispondo
allontanandomi ancor più dalla sua, nuova, rotta. Adesso sono più vicino e lo
vedo bene. Il corpo è affusolato, più di uno Spanish, molto più chiaro, la
coda è perfino più grande di quella dello Spanish, è, deve essere, un Wahoo (Acanthocybium solandri). Mai visto dal vero, solo dalle immagini. So
solo che è anche più difficile dello Spanish, meno incuriosibile e molto più
facilmente spaventabile. In effetti la nostra rotta sta già divergendo. Io,
assolutamente immobile e ormai nella zona di negatività,anche se orizzontale, continuo a scendere. Il fondo, a circa venticinque
metri, è ora molto vicino. Tento una timida pinneggiata direzionale, appena
appena le caviglie, e già lui si allontana. È al limite del tiro per il mio
oleopneumatico, anche se ben pompato. Ci vorrebbe uno dei mostri australiani. Il
momento della verità si avvicina velocemente, scandito dal battito rallentato
del mio cuore. Lui, quasi immobile, scivola via, sempre scendendo. Si allontana,
se ne va, improvvisamente realizzo. Senza più tempo né opzioni a disposizione
tento il tutto per tutto, do due pinneggiate brusche, accelero, mi allungo
tutto, ruotando il corpo fino a quel momento parallelo al Wahoo e sparo. Preso!
In centro corpo. Mamma! Basso. È troppo basso. Non faccio in tempo a farmi
balenare questi pensieri in mente che il pesce non nuota via, semplicemente
scompare dalla visuale. Il mulinello srotola a tutta velocità i suoicinquanta metri di sagolino bianco e io accenno a risalire. I metri sono
tanti… Ora, intendiamoci, una volta sono addirittura riuscito a scottarmi la mano, sott’acqua e coperta dal guanto, cercando di frenare il mulinello che si srotolava troppo in fretta con l’altra estremità attaccata ad un tonno corposo che pesava oltre il triplo di questo pesce. Qui non riesco nemmeno a toccarlo, il mulinello, che la sagola di colpo finisce e vengo strattonato in avanti come se dall’altra parte ci fosse improvvisamente un motoscafo. Se per lunga abitudine non avessi ben stretto il fucile l’avrei perso immediatamente. Il cappuccio mi si dilata di colpo sotto la trazione e una secchiata di acqua gelata mi entra nella muta. Il boccaglio di colpo scompare dalla sua solita posizione a sinistra e lo ritroverò poi tastando convulsamente dietro la nuca. Il traino è tale che se non tenessi il viso perfettamente dritto la maschera mi verrebbe strappata. L’unica cosa che riesco ad accennare è irrigidire e angolare il corpo verso la superficie, come un alettone. In superficie. La respirazione è un’avventura, il boccaglio non c’è più, devo alzare il viso, cercando di superare la schiuma delle onde prodotte dal mio forsennato movimento. Non c’è nemmeno da pensarci a lavorare il pesce. Riesco solo a respirare a tratti, affannosamente, stare attaccato al fucile e preoccuparmi di dove mi tirerà ‘sta locomotiva e per quanto tempo. Per fortuna di squali non ne vedo, per quel poco che riesco a vedere sott’acqua. In un momento di lucidità, in superficie, riesco ad arrotolare un paio di volte la sagola sulla canna del fucile per evitare che la trazione si scarichi solo sul mulinello. Per
fortuna è partito controcorrente, vedo la barca ancorata sfilare a sinistra. Lo
perdo, lo so che lo perdo. Sta tirando troppo, è preso in pancia. Non tiene. Lo
perdo. Cerco di essere il più idrodinamico possibile, ho finalmente,
brancicando, trovato il boccaglio e riesco a ragionare in maniera più lucida.
Improvvisamente compie una grande virata e dà un po’ di bando alla sagola.
Cercando di tenere costante la pressione recupero speranzosamente. I guanti
nuovi, regalo di Checco, hanno un grip eccezionale e riesco a guadagnare tre o
quattro bracciate. Poi lui cambia ancora rotta e non riesco più a tenere la
presa. Siamo da capo, anzi peggio perché le volte del sagolino sulla canna se
ne sono andate e tutto il tiro si scarica sugli anelloni, surdimensionati e inox
per fortuna, che legano il mulinello al fucile. Lo perdo. Sicuro. Litania a metà
tra lo scaramantico e la preparazione alla più o meno inevitabile realtà. Il
sagolino si perde davanti, dritto nell’orizzonte altalenante delle onde viste
da sotto, nascosto a tratti dalla schiuma. Lui,
il Wahoo, non l’ho più visto da quando gli ho sparato, ormai più di cinque
minuti fa. Il cambio di rotta e l’imbando si ripetono. Riesco a recuperare. Ho
in mano gugliate di sagolino, attento a non rimanere accalappiato. Il fucile
galleggia in superficie, da qualche parte dietro, nella scia. Nei
vagabondaggi non so più dove sono per cui è con stupore che vedo qualcosa di
bianco e dritto comparire davanti. È la cima dell’ancora! Siamo tornati
indietro. Con una mano tengo disperatamente il sagolino, con l’altra cerco di
recuperare l’imbando del fucile dietro. Troppo tardi. Di colpo sento che si
arresta. Si è incastrato nella cima. Il cavetto, improvvisamente teso, mi viene
strappato dalle mani. Lo perdo. Adesso è sicuro davvero. Ha un punto fermo su
cui fare leva e strapperà tutto. Con una ferita in pancia andrà a morire in
bocca al primo squalo. Peccato. Peccato. Tento l’ultima possibilità, è un
rischio ma... Mollo tutto, tanto il pesce sta tentando di disancorare la barca,
nuoto a razzo in superficie e raggiungo la cima dell’ancora. Disincastro con
rabbia il fucile e tiro il sagolino di nuovo. Nessun peso. Lo sapevo. È andato.
Parolacce. Tiro ancora. Improvvisamente sento un peso dall’altra parte ma
nessun tiro. Mah! Tiro più in fretta e di colpo vedo qualcosa sotto di me. Il
baluginare di una pancia. Il pesce viene su piatto, morto. Ormai in incredulo
orgasmo scendo e gli metto le mani in branchia. È mio! Risalgo estenuato. La
barca è vicina (ma no), la corrente mi ci sta portando. Questo non mi fido a
metterlo nella boa e a lasciarlo in acqua, cerco di metterlo a bordo. È troppo
pesante e non riesco con un braccio solo a farlo scivolare sopra la falchetta.
Allora salgo a bordo, tenendolo con un braccio in acqua e poi mi inarco e
riesco, affannato, a farlo scivolare dentro. Come tocca il plancito l’asta,
malamente piegata, tintinna e si stacca. Mi siedo. Ho il fiatone, la testa
leggera ma ho finalmente il tempo di guardarlo. È magnifico. La coda gigante è come in tutti i pelagici carenata. Non ha le mandibole pesanti dello Spanish e nemmeno le sue zebrature, è un ininterrotto, idrodinamicissimo siluro argento lucido. Nelle foto sarà impossibile evitare la “specchiatura” ma è fantastico, un vero pesce da Blue Water. Sono felicissimo! Intanto
Greg e Checco pescano sempre Snapper. Io devo cambiare asta, ben storta, e
spostare l’arpione maxi (fatto apposta da un amico australiano il giorno prima
della partenza) da un’asta all’altra e ravvoltolare ordinatamente tutto il
sagolino. Finalmente
entro in acqua. Riesco a malapena ad avvicinarmi che sono immediatamente
spettatore di un’azione di caccia un po’ convulsa ma notevole. Di colpo
dalla cortina blu dell’Oceano compare una dozzina di forme a siluro che si
gettano a razzo nella mischia: sono tonni pinne gialle di una ventina di chili
che incrociano alla consueta folle velocità dei tonni all’attacco. Greg con
una fucilata magistrale riesce a passarne uno che immediatamente impazza a
velocità ulteriormente accresciuta. Gli squali evidentemente considerano il
tonno pesce prelibato perché partono anch’essi a missile cercando di
afferrare il pesce ferito, costretto a circoli sempre più stretti dalla sagola
salpata dal pescatore. In pochi momenti di tensione e di corpi guizzanti Greg
riesce a stringere il pesce al petto. È fatta, penso. Per nulla.
Incredibilmente il tonno sguscia dalle mani brancolanti di Greg e ricomincia a
nuotare come un forsennato. Gli squali impazzano. Checco, cercando di difendere
il pesce e conscio che il suo fucile, in minima, come è già successo, non
riesca a passare la spessa pelle dello squalo, si caccia in mezzo e proprio
mentre uno squalo più aggressivo riesce a raggiungere la coda falcata del tonno
e ad azzannarne le due estremità gli spara. In pancia. L’arpione penetra! Sott’acqua gli vedo fare istintivamente UH??? prima di venire trascinato via dallo squalo che ora nuota a tutta velocità per scappare. Riesce a filare mulinello e a risalire ma viene trascinato via dal teatro dell’azione. Mentre lo inseguo per aiutarlo, con la coda dell’occhio vedo che la fucilata di Checco ha risolto la situazione. Gli squali si sono momentaneamente allontanati e Greg riesce a fermare il tonno. Intanto Checco viene trainato dallo squalo che presto però, sembra perdere energie e comincia a nuotare lentamente, semi rovesciato. È comunque un pesce di ben oltre un quintale per cui anche con una scodata ogni tanto fa quello che vuole del pescatore in superficie. D’altra parte non è certo prudente tirarlo su, vicino a noi, per cui rimane filato ad una decina di metri di profondità. Il ritorno alla barca, controcorrente, è una faticata da dimenticare: la bestia che affonda e che ogni tanto si risveglia e scoda via facendoti perdere metri preziosi, il sagolino che taglia nonostante i guanti, la barca che non si avvicina mai. Tiriamo a turno, lentamente, fino a che non arriviamo alla barca ancorata. Greg ci ha facilmente preceduti, tonno e tutto, e ci aiuta filandoci un sagolino legato alla poppa. Poi, consiglio di guerra. Nessuno vuole lo squalo, ma Checco rivuole indietro il maxi-arpione e l’asta. Come fare? Dobbiamo ammazzarlo. Svito l’arpione e ad asta nuda, dico, sparo sul testone finché non muore. Proviamo. Qui in acqua fonda, realizzo improvvisamente, c’è anche il pericolo di perdere l’asta perché lo scorrisagola non è più fermato dall’arpione. Cavoli, è anche l’ultima asta che ho, l’altra è quella del Wahoo. Boh. Greg e Checco in barca tengono la sagola, io mi avvicino allo squalo che sembra innervosito dalla mia presenza e ricomincia a scodare in maniera molto meno fiacca di prima. Il tiro non è facile, devo centrarlo in un punto ben preciso, un triangolino ridotto che ha per apice gli occhi. Gli giro attorno ma continua a muoversi. Torno in superficie. Cerco di arrivargli alle spalle per non farmi vedere ma continua a scodare nuotando in cerchio. Alla fine sparo. Non l’ho fulminato per cui tiro la sagola e libero l’asta per riprovare. Lo squalo improvvisamente impazzisce e a gola aperta parte sparato verso il suo tormentatore (come dargli torto). Greg e Checco nella barca, sorpresi, lasciano filare per qualche metro la sagola poi stringono la presa e lo squalo si arresta più o meno a qualche sgradevole decina di centimetri dal sottoscritto che ha l’interessante veduta del blu dell’Oceano attraverso la linea di visione bocca/branchie dello squalo. In barca sento parolacce a stringa perché qualcuno si è tagliato le mani nell’improvvisa carica. NON penso che sia una buona riprovare. Greg e Checco in barca decidono di tirare lo squalo, che di nuovo nuota fiacco, fin sotto la chiglia e di decidere poi. Detto fatto cominciano a salpare. Lo squalo risale, tutto storto, ma è ancora tutta apparenza. Al momento del contatto del dorso con la chiglia si risveglia di nuovo e scoda, violentemente. In un mare di schiuma vedo l’asta avvoltolarsi come stagno attorno all’albero del motore in una curva da cavaturaccioli e lo squalo improvvisamente liberarsi e nuotare energicamente verso il fondo. Scompare. Bè.
Basta per la giornata. Il tramonto australiano non è molto lontano e durante il
ritorno nella laguna calmissima dugonghi e delfini lasciano effimere tracce
azzurro rossastre nell’alternarsi delle onde illuminate dalla luce radente. A terra l’ultimo atto di questa giornata. Greg pesa il Wahoo. È lui il detentore degli ultimi record per il pesce in Western Australia ed è convinto che questo possa averlo battuto. Il tentennare della bilancia mi strazia ma alla fine si ferma su un peso, di poco, superiore. È record! Incredulo, esterrefatto e felicissimo mi sottopongo alle foto di rito e riempio il modulo che mi confermerà il record. Dire che sono soddisfatto è, come dicono gli australiani, un understatement. Terzo
giorno. Sveglia
ancora la mattina prima dell’alba. Ormai, per la facile familiarità degli
australiani, siamo facce conosciute, per cui veniamo salutati da diversi
campeggiatori mentre ci avviamo alle rapide abluzioni mattutine. Qui in
campeggio, in pieno inverno, ci sono quasi solo vecchietti solitari
abbronzatissimi, ovviamente quasi tutti qui per pescare. Sopra acqua, loro. Le
tende e le roulotte pullulano di canne e mulinelli. Avessimo tempo sarebbe anche
bello fermarsi a chiacchierare e sentire le loro storie di pesca. In un posto
come Shark Bay devono per forza essere, per noi mediterranei, al limite
dell’incredibile. E sono convinto, in qualche caso, anche al di là. La
giornata sembra bellissima. Nessuna nuvola, vento quasi zero. Fa sempre freddo,
però, a mettersi le mute che la notte non riescono ad asciugare. Mattinata
dedicata, per una volta, ai pesci di fondo. Si pescano i Baldchin Groper (Choerodon
rubescens). Il nome, tradotto, vuol dire più o meno cernia dal mento glabro
e in realtà la colorazione della vistosa mandibola è di un bianco smagliante.
Come pesci sono abbastanza piccolini. I Baldchin Groper, infatti, raggiungono al
massimo la decina di kg, con pesi medi ben inferiori. Sono però buonissimi da
mangiare. Un po’ come le nostre orate, ma con carni meno stoppose negli
esemplari grandi. Sono
tutto sommato pesci facili da pescare, se si sfrutta la tecnica nostrana
dell’aspetto, swell oceanico permettendo. Ma visto che peschiamo all’interno
del canale non ci sono troppi problemi. La tecnica australiana è più
complessa, si pesca in caduta, con i pesci che al solito si spaventano se ci si
avvicina troppo, richiedendo quindi tiri lunghi a sagome ridotte. Ci
spostiamo poi in un posto che Greg conosce, l’orlata più esterna del canale
che porta all’Oceano aperto. Prima, al solito, passaggio vicino alla ormai
consueta postazione dei fotografi del National Geographic Magazine con la loro
domanda di rito “Have you seen any tiger today?”, nessun Tigre oggi?
Risposta altrettanto di rito: “Not yet”, non ancora. Lì,
anche non volendolo, ci separiamo. Io mi trovo a pescare da solo sull’orlo
profondo che dà sul canale. Il fondale quasi non si vede. Provo una tecnica che
ho appena inventato. Spinnazzando alla principiante, con le pinne fuori
dall’acqua, ragiono, si dovrebbe creare un disturbo tale da attirare i
predatori. Detto fatto, un po’ vergognandomi, i riflessi acquisiti in tanti
anni sono difficili da perdere, parto schizzando e spruzzando ad ogni colpo di
pinna. Il fucile è puntato in avanti e nascosto nella sagoma del corpo e mi
guardo ben bene attorno. Per guardarmi dietro, la direzione di arrivo più
probabile per tutti i predatori, invece di ruotare lateralmente tutto il corpo, Degli
altri nessuna traccia nei dintorni ma vedo due boccagli ballonzolare insieme,
lontano. Visto che questa tecnica pazza sembra funzionare, riproviamo. Parto di
bel nuovo, schizzando che sembro un offshore, guardandomi sempre in mezzo alle
pinne per scoprire pesci inseguitori ma per un po’ nulla. Mi sento un po’
ridicolo, a dire il vero. Comunque ho ormai raggiunto un ritmo nello
scandagliare i dintorni in cerca di pesci. Sotto per un po’, poi, a rotazione,
sinistra, sotto ancora, destra e dietro. Sotto-sinistra-sotto-destra-dietro…
di colpo proprio dietro compare una sagoma argento e blu oltremare a zebrature
appena più chiare, il rostro aggressivo nella mia direzione. Un pesce vela (Istiophorus
platypterus)! Uno dei miei sogni che si avvera. Non è grossissimo, lo stimo
una quindicina di chili ma è assolutamente meraviglioso. Per guardarlo meglio
smetto istintivamente di pinneggiare e accenno a girarmi ma, se quello che lo
aveva attirato fin qui era il rumore degli schizzi, questo è probabilmente un
errore. Immediatamente infatti si allarma. Innalza la gigantesca pinna dorsale,
un metro di cobalto fuori dall’acqua, e accenna a voltarsi. Io mi gelo a metà
movimento ma lui è ormai spaventato. Ruota tutto il corpo, mi mostra la coda
gigantesca e, sempre con la vela alzata, fa per andarsene. A questo punto non so
più cosa fare. Se il fermarmi è stato un errore allora provo a muovermi, ma
non direttamente nella sua direzione, sarebbe minaccioso. Niente da fare.
Abbassa è vero la dorsale, segnale che il pesce è più tranquillo, ma ormai ha
deciso e senza voltarsi indietro scompare. Il mio vela! Andato. Così scontrosi
i vela? Mah! Gli altri intanto sono alla barca per cui rientro anch’io. Proviamo a spostarci un poco più in là. Checco ed io peschiamoancora insieme. Questa nuova orlata è più fonda e gli squali più numerosi ma ci sono diversi Snapper che pascolano massicci sul fondo, per cui restiamo.
La storia con le immagini dell'incontro con il Tigre è raccontata nella parte sugli Squali, qui.
Nulla.
Alzo lo sguardo per chiedere a Greg in che direzione l’aveva visto e mi
blocco. Lo squalo è in superficie! Grosso lo è davvero, massiccio, e largo,
tanto! E vicino. Ha la pinna dorsale fuori dall’acqua ed è circondato da una
nuvola di pescetti, come un grande relitto. Remore, carangidi e pesci pilota gli
fanno scorta e ne ingrandiscono ulteriormente la sagoma. Il muso camuso, con i
tipici grandi opercoli nasali è puntato esattamente contro il nostro gruppetto
di subacquei. L’occhio nero è fisso su di noi, impassibile, e la bocca è
semiaperta, al solito. È una vista impressionante, resa ancora più tale dalla
grande coda che, dal nostro punto di vista subito dietro il testone, spinge
questa gran massa lentamente ma decisamente contro di noi. In realtà la
lentezza è un’impressione, le ondine in superficie intorno alla dorsale
tradiscono la reale velocità con cui riduce le distanze. Si avvicina. E si
avvicina ancora. Lo fronteggiamo tutti e tre con i fucili puntati. È ridicola,
penso fulmineamente, questa differenza tra le “armi” e la massa dello squalo
in arrivo. Greg
abbassa il fucile, lo lascia penzolare dalla cintura, alza la Nikonos e lo
fotografa. Il Tigre è vicinissimo, si vedono distintamente la rugosità della
pelle e la forma dei denti seminascosti dalle pieghe della pelle bianca e rugosa
della mandibola. Senza variare la velocità arriva a contatto con la punta del
mio Sten 130. Io mi trovo improvvisamente a premere contro il muso dello squalo
che continua a nuotare, il braccio piegato dalla spinta enorme. La sensazione è
quella di premere contro un muro rivestito di gomma. Poi inesorabilmente
comincio a muovermi indietro, spostato dallo squalo. Forse l’arpione deve
dargli un po’ di fastidio perché lentamente, con indifferenza, gira il
testone alla sua destra e ci fa sfilare davanti la parete massiccia del corpo,
sempre sospinto dall’ingannevolmente lento movimento della coda. Il fianco è
zebrato di striature verticali di grigio più scuro, facendolo assomigliare ad
una versione in bianco e nero del grande felino di cui ha ereditato il nome. In
un lampo confuso di acqua mossa passa la grande coda circondata da un branco
intero di carangidi. È andato. Si allontana lasciandoci senza fiato, svanendo
adagio nel grigio-blu dell’Oceano. Ci
guardiamo straniti. Greg col sorrisone, Checco ed io ancora in apnea. Di colpo
parto a razzo verso la barca. Perdiana, ho anch’io la Nikonos. Voglio
anch’io le foto di questa incredibile avventura. E
da allora in poi è un incontro ravvicinato con il grande Tigre, uno delle tre
specie di requiem shark nel mondo, che
si svilupperà per diversi incredibili minuti in quest’acqua fosca di
un’orlata profonda che sfocia nell’Oceano australiano. Tre minuti di attesa in cui temiamo che lo squalo, appagata la curiosità, sia scomparso. Poi riappare, sul fondo questa volta, ma ci rimane poco, si alza subito e viene ancora verso di noi. Facciamo in tempo ora a valutarne le reali dimensioni. Non raggiunge i cinque metri ma è LARGO. E soprattutto cominciamo a capire qualcosa, per quello che è possibile, del suo comportamento. Dopo tutto è anche lui un pesce e di pesci ne abbiamo visti e studiati tanti. È vero, con lo scopo di avvicinarli il più possibile nell’ottica dell’essere noi i predatori ma… È incuriosito, non spaventato, e non è minaccioso. Non è in caccia. Continua a girarci intorno, prima molto vicino, permettendo foto da infarto, poi, man mano, soddisfatta parzialmente la curiosità di queste strane cose galleggianti, più lontano. Io
scatto, freneticamente all’inizio, cercando solo di fissare l’immagine di
questa incredibile creatura sulla pellicola. Poi, visto che non sembra disposta
ad allontanarsi subito, con un po’ più di razionalità, cercando
l’inquadratura che tenti, vanamente, lo so, di rendere il senso della presenza
della bestia. Greg pure scatta a ripetizione. Dopo un po’, presa, come dire,
confidenza, ci allontaniamo gli uni dagli altri, per cercare di avvicinarci di
più, per fotografarne i particolari e non solo la sagoma. Per cercare,
inutilmente, la difficilissima inquadratura con un essere umano nella stessa
immagine, per rendere giustizia alle dimensioni del Tigre.
Non che sia peraltro una bestia che rifiuti un facile boccone. A poppa della barca, poco lontano, penzolano tre carangidi tra gli otto e i dieci chili legati per le branchie alla catena d’acciaio della boa. Al quarto o quinto giro si avvicina ai pesci, indolente li sfiora con il muso e se ne va. La virata non è più stretta delle precedenti, ma torna, apparentemente ad invariata velocità, sulla boa. Punta diretto sulle prede, spalanca la bocca, un’immagine fortunata fissa incredibilmente l’attimo in cui la palpebra nittitante risale a proteggere il vulnerabile occhio, l’attimo in pieno attacco in cui lo squalo è cieco, e le ingoia. Fa per nuotare via ma la catena si tende e lo ferma. Non più che infastidito, sembra, scuote il testone. Le prede non vengono. Massicciamente, non ho altro modo per descrivere l’azione, cerca di strappare queste preda così riluttante. Inarca il corpo, scuote la coda, si arrotola nell’acqua nello sforzo e improvvisamente ci rendiamo conto della potenza mostruosa di questa bestia in cui già l’abitudine aveva cominciato a smussarne i contorni di gigante quale in realtà è. La massa d’acqua mossa è enorme, gli schizzi soli sono alti cinque o sei metri. La barca, sei metri di vetroresina con un massiccio 90 cavalli, sembra un turacciolo. Il beccheggio è enorme Una falchetta imbarca acqua ad una imbardata più potente delle altre. Nell’acqua impazzita la boa rimbalza fuori dall’acqua. Poi qualcosa deve cedere e cede. I tre carangidi vengono strappati insieme appena sotto le branchie. Le tre teste rimangono penzoloni, ancora legate alla catena d’acciaio. Il
Tigre ingoia. È talmente vicino che vedo le grinzine della molle pelle bianca
della gola stendersi al passaggio del boccone. Riprende a nuotare alla velocità
di prima e lentamente scende a scomparire in direzione dell’orlo fondo. Incontro concluso, crediamo. Ha soddisfatto sia la curiosità sia la fame. Ora non ha più nessuna ragione per restarci intorno, ci diciamo l’un altro. Sbagliato. Un paio di minuti, poi è di nuovo sotto i piedi. Leggermente più disinteressato, sembra, o così leggiamo noi del suo comportamento, proiettando le nostre menti nel suo modo di agire. Certo è invece che ha un comportamento più complesso di quello che viene creduto possibile per uno squalo, spesso visto come una macchina programmata e dal rigido comportamento. È sempre curioso, anche se in maniera più distaccata. Ci gira intorno un po’ più lontano, un po’ più profondo di prima. Ripassa dopo un altro paio di giri di fronte alla boa. Sfiora ancora una volta col muso le teste dei carangidi ma non tenta nemmeno di mordere. Scivola
via. Lentamente scompare. La tigratura grigia è perfetta per farlo confondere
nello sfondo. Svanisce e non sai se quello che ti rimane per ultimo negli occhi
sia davvero un parte dello squalo o un’immagine fantasma a tutti i costi
voluta e inconsciamente ricostruita.
Il fondale non è rimasto completamente inerte, anche se gli altri squali sono improvvisamente stati ridimensionati a povere comparse. Certo è che stanno ben lontani dal palcoscenico principale.
Improvvisamente
uno Spanish Mackerel compare sparato sulla scena. Scatta improvviso l’istinto
di caccia sopito finora dalla meraviglia, parto velocissimo all’inseguimento,
arrivo a tiro, sparo e lo prendo a metà corpo. Lui schizza via, puntando verso
l’orlata ma non è grosso, a stento una decina di chili, e riesco abbastanza
facilmente a contrastarne la reazione. È mio. Ma nulla è mai così facile come
sembra. Attirata dalla confusione schizza, comparendo dall’orlo, un cernione
di una settantina di chili che parte in caccia furiosa dello Spanish. Lo
insegue, ne copia le evoluzioni circolo dopo circolo, ne intercetta con
sicurezza la rotta e lo ingoia. Se ne va quindi decisa verso l’orlo con il
pesce di traverso nella bocca. Il tirone che ricevo è improvviso e brutale. È
come se avessi sparato a lui, al cernione, con in più lo svantaggio di avere
dall’altra parte, a tirare, un pesce per nulla ferito e pieno di energie. Mi
strapazza ben bene. Io sono a fondo filo del mulinello e posso contrastare solo
restando attaccato caparbiamente al fucile e pinneggiando freneticamente. Il mio
unico vantaggio è la posizione dell’asta che, così verticale, impedisce la
deglutizione completa dello Spanish. Il cernione inesorabilmente, e devo dire
abbastanza facilmente, si dirige verso l’orlo. Se supera il ciglio, ragiono,
il cavetto struscerà contro i coralli e si spezzerà in frettissima,
soprattutto sotto questo tipo di trazione. E devo ringraziare le alette maxi
fatte qui in Australia e montate per l’occasione appena prima della partenza
se non ho ancora strappato tutto. Tiro ancora più rabbiosamente, a strattoni. E
questo in qualche modo sembra disturbarlo di più. Riesco a spostare la preda ad
un angolo della bocca. Ad un ultimo tirone rabbioso riesco a strappar via il
povero Spanish. O forse è il cernione che ha mollato una preda dal
comportamento così poco dabbene. Giornata finita. Sott’acqua i colori sono ormai fumosi. Il sole è basso sull’orizzonte e dobbiamo ancora attraversare tutta la laguna interna. Il ritorno è ancora più spettacolare dei giorni precedenti. Nuvole basse coprono il Sole fin quasi all’orizzonte, per poi lasciarlo di colpo libero di incendiare la costa e le sommità delle onde di poppa. Sulla sinistra sfila un gigantesco, disordinato, nido di falco marino, con l’occupante ritto orgogliosamente sul bordo a guardarci passare sfiorando con un ronzio l’acqua liscissima.
Riccardo A. Andreoli |