STORIONI
L’ancora inusitato peso anteriore del respiratore ad
ossigeno mi sbilancia e mi fa quasi vergognosamente inciampare mentre
cerco di districarmi fra le verdi e lascive fronde che ondeggiano nella
corrente pigra del fiume. A rischio di altri capitomboli finalmente
raggiungo una zona di sabbia pulita; mi immergo e scendo a contatto con il
fondo. La mia mano, nonostante la pesante zavorra, s’affonda, e arando
lascia criptiche e fuggevoli tracce del mio passaggio.
Superata una zona a ciottoli dove il mio involontario
discendere si fa più veloce, giungo su di un’altra zona sabbiosa, più
profonda, dove per quanto possibile mi ancoro, aiutato dalle curve linee
delle dune scavate dalla corrente.
Lì sul fondo, respirando pianissimo, come di notte in una
stanza buia, mi sento quasi chiamato a far parte di quel nulla vorticante
che è il mondo sommerso di un grande fiume. Blandito dalla corrente,
accarezzato dai suoi inaspettati sbalzi di direzione che mi avviluppano
come mani cullanti, seguo con gli occhi il lento, ipnotico volteggiare di
fronde strappate chissà dove, e la danza dei veli di sabbia sollevati
improvvisamente, a dispiegarsi un attimo per essere repentinamente
dissolti. La mia mente quasi si perde, ritorno a infantili e favolose
descrizioni di fondali ove aveva sede il re del Mare, in palazzi di
corallo, servito da marinai annegati e da sirene flessuose, ed è forse un
tentativo di dare un padrone e uno scopo a questa lenta bellezza finora
ignorata.
Improvvisamente materializzandosi, quasi creato lì per lì
con gli elementi immediatamente a disposizione, sabbia, vortici e
ciottoli, una grande forma mi scorre accanto, pallida e bianca come i
fantasmi della mia mente, ignorandomi, quasi sfiorandomi con la coda
falcata, immobile nella sua veloce discesa a ignoti appuntamenti: il
grande Storione del Ticino.
Se voi andate per osterie lungo le rive del Ticino e giù
lungo il corso del Po e parlate di storioni, i vecchi pescatori vi
guardano con occhi improvvisamente illanguiditi nel ricordo, vi prendono
da parte, e cominciano a parlare dei “loro” storioni; interrotti da
tutti, perché tutti hanno, in un angolino riparato della loro mente, il
ricordo dell’incontro, fosse pure solo una grande coda intravista dalla
barca nell’acqua poco chiara e identificata dal nonno o dal padre: “Sturiòn”.
Ricordi solenni in cui tutte le giornate erano piene di
sole e il fiume era amico, in cui la cattura di uno storione dava fama e
argomenti per l’osteria e per gli amici per anni. Tempi in cui
occorrevano carri e non mani per trasportarlo, in cui la lotta era di ore,
per non rompere le canne di bambù, e in cui alcune barche erano state
trascinate su o giù per il fiume, per tratti da non raccontare per paura
di non essere creduti, dalla corda tesa sott’acqua ad avvincere la
bestia…
Per chiunque lo conosca, lo storione è quindi ancora
questo, un essere a metà strada tra il reale: le solide ansiose mani del
pescatore che lo traggono a riva, e l’irreale: il Grande Pesce, la
favola, il mito.
Tutto ciò non è tenuto in alcun conto dagli scienziati
che possono considerare solo la realtà dei fatti, ed è forse per questo
che la scienza ufficiale sembra, almeno in Italia, averlo dimenticato.
Questo è perlomeno curioso perché proprio in Italia e
nello scorcio del secolo scorso, gli scienziati avevano spesso litigato
sugli storioni, discutendo se gli esemplari pescati fossero da attribuire
a questa specie piuttosto che a quell’altra, e quale insomma potesse
essere la giusta tecnica per un’attribuzione definitiva.
È questo naturalmente un riassunto spartanissimo di
cinquant’anni di “querelle” in cui si videro generi e specie
nascere, fiorire e tramontare a ritmo frenetico e che terminarono solo nei
primi anni di questo secolo.
In Italia, secondo quell’antica decisione, avremmo
dunque tra specie: lo Storione ladano (Huso huso), lo Storione
comune (Acipenser sturio) e lo Storione cobice (Acipenser
naccarii). O almeno così sembrerebbe, perché un pescatore,
specialista in storioni, levò qualche tempo fa una voce dissacratrice
raccontando di averne pescato uno, a lui sconosciuto, che “aveva il
becco come Paperino”.
Che fosse un rarissimo esemplare di Acipenser stellatus?
Non è una specie ufficialmente conosciuta in Italia, ma non è nemmeno
l’unica notizia di suoi avvistamenti, purtroppo tutti difficilmente
controllabili.
Lasciamo dunque un dubbio e una pagina aperta a qualche
futuro biologo.
Tutte queste specie hanno in comune un comportamento
riproduttivo caratteristico, sono cioè pesci “anadromi” che vivono in
mare ma risalgono i fiumi per la riproduzione.
E cent’anni fa ne risalivano molti di fiumi italiani: si
trovavano nel Tevere, nel Po fino a Torino, venivano pescati perfino nel
Serio, nell’Adige e in altri fiumi del Veneto, nel Ticino, fin sopra
Pavia erano addirittura abbondanti. Il tempo però passò, si inventò
l’inquinamento che presto cominciò a dilagare e al giorno d’oggi gli
storioni si trovano solo nel Po.
Almeno nel Po dalle foci fino a Piacenza, perché la
costruzione della diga di Isola Serafini ne ha praticamente bloccato
qualunque possibilità di spostamento.
E che ne è stato degli storioni che all’epoca della sua
costruzione si trovavano a monte e che si sono visti esclusi dal loro
normale ciclo vitale e imprigionati in una vita di totale costrizione
fluviale?
Alcune mie recenti ricerche chiariscono alcuni punti
oscuri di questi interrogativi e dimostrano come, almeno nel Ticino, gli
storioni si siano ben adattati all’ambiente, formando una piccola
popolazione, stabile e abbastanza numerosa, pur avendo dimensioni
nettamente inferiori ai loro simili più fortunati, ancora in grado di
raggiunger il mare.
Una particolarità interessante, poi, per cui ho una
teoria che attende conferma e che contraddice Bini e Tortonese quando
parlano della rarità degli storioni, è che sono tutti A. naccarii
(cobice) e non A. sturio; o almeno sembrano naccarii perché
potrebbe invece trattarsi di ibridi con caratteri intermedi, o più simili
al naccarii (gli storioni sono infatti famosi per la loro capacità
di incrocio, non solo tra specie diverse, ma addirittura tra generi
diversi).
Questo insolito accoppiamento potrebbe quindi essere stato
facilitato dal ristretto ambiente ideale per la riproduzione e, per
entrambe le specie, dal ridotto numero di individui sessualmente maturi e
dalla loro forzata convivenza in zone sempre più anguste.
Non vivranno a lungo, però, se non si farà qualche passo
per proteggerli; ufficialmente infatti lo storione è uno dei pesci meno
difesi e ne è permessa la pesca tutto l’anno. E poi la misura minima al
di sotto della quale l’esemplare deve essere liberato è addirittura
ridicola: 60 cm.
Pensate che questa limitazione risale al 1907, quasi 75
anni fa, e che anche allora Pavesi, illustre ittiologo lombardo,
confrontandola con il limite imposto dalle leggi tedesche (120 cm), la
riteneva insufficiente e la accettava solo in quanto “è impossibile
passare da una completa libertà o licenza a un divieto tanto rigoroso”.
Si calcola che per un’adeguata protezione deve venir
permesso all’individuo di riprodursi almeno una volta e salta
immediatamente all’occhio l’insufficienza dell’attuale protezione
sapendo che il maschio dello storione può riprodursi a una decina di anni
e a 120 cm di lunghezza, mentre la femmina, più lenta, ad almeno 11-12
anni e 150 cm, inoltre non esiste assolutamente una differenza d’aspetto
tra i due sessi e pertanto è evidente che per una qualunque limitazione
è indispensabile prendere in considerazione solo la lunghezza minima
della femmina, cioè 150 cm, il che è abbondantemente oltre il doppio
dell’attuale misura.
Aggiungo che una certa stampa specializzata, pochissimo
tempo fa, scriveva articoli del tono: “Guardate, esiste ancora questa
rarissima specie, ormai quasi introvabile, pensate che trofeo! Chiunque
volesse portarsene a casa un esemplare deve affrettarsi (tipo
liquidazione) e andare…” e seguivano precisissime indicazioni per
giungere quasi al sasso da cui buttando l’esca il successo poteva dirsi
assicurato.
Ora, però, gettiamo uno sguardo meno corrucciato sugli
storioni che vivono altrove nel mondo.
Senza dubbio per tutti la zona di origine deve ricercarsi
in qualche punto dell’Europa centro-occidentale, e qui infatti troviamo
circa 15 delle 24-25 specie esistenti; si sono quindi diffusi in tutto
l’emisfero Artico e se ne ritrova una mezza dozzina di specie anche
nelle acqua Nord-Americane.
Comunque, visto uno storione, visti tutti.
Si assomigliano tanto infatti nell’aspetto e nelle
abitudini di vita che si diversificano uno dall’altro solo in piccoli
particolari, come i barbigli (i £baffi”) di proporzioni diverse, gli
scudetti più o meno evidenti e di forma differente, il muso più o meno
lungo; qualche specie vive esclusivamente in acqua dolce.
Se c’è una cosa però in cui variano moltissimo, è la
dimensione.
Forse il più piccolo in assoluto è uno storione del Mar
Caspio e del Danubio, l’Acipenser ruthenus (lo sterlet), che
cresce fino a raggiungere un massimo di 60 cm e che è fonte di
un’importantissima pesca commerciale. Uno dei caviali più ricercati si
ricava ancora dalle sue uova.
Dimensioni pressappoco simili ha il bellissimo storione di
Kaufmann, Pseudoscaphiryncus kaufmanni, dell’Amu Darja, di 75 cm,
parte dei quali dovuti alla lunga coda filamentosa. Supera a stento i 2 kg
di peso.
Sembra uscito da una favola medievale di dragoni e
chimere, pieno com’è di piastre puntute, du aculei, e dentelli e spine:
un vero animale araldico.
Segue la maggior parte degli storioni europei e americani,
con dimensioni che oscillano tra qualche chilo e il quintale o due, già
un gruppo molto vario; ma presto incontriamo i giganti della famiglia.
Sulla costa del Pacifico, a sud dell’Alaska, vive il
grande Acipenser transmontanus, il White Sturgeno degli americani,
con catture di esemplari di 500, persino 600 kg.
Anche se negli ultimi decenni non n sono stati pescati
esemplari di peso maggiore ai 200-300 kg resta in ogni caso il più grande
pesce delle acqua dolci di tutta l’America Settentrionale. Non v’è
dubbio però che il primo posto in questa rassegna di colossi sia occupato
da Huso huso, presente, come abbiamo visto, anche nelle nostre
acqua, e noto come Storione ladano o col termine, forse più fortunato, di
“beluga”.
Giunge alle spettacolose dimensioni di 9 m e alla
tonnellata e mezzo di peso ed è senza dubbio il maggior pesce osseo
esistente.
La biologia di questa specie non ci è ancora
perfettamente nota e non sappiamo quanto possano vivere, è certo in ogni
modo che raggiungono e superano il centinaio di anni.
Studiando un esemplare di 4 m e pesante poco meno di una
tonnellata se ne calcolò l’età in almeno 75 anni, mentre un esemplare
più piccolo, di 640 kg, ne contava 58.
È da questi vecchi giganti, o meglio dalla loro smisurata
produzione ovigera che si prepara il caviale, forse il prodotto per cui
gli storioni sono più famosi.
Pensate ad esempio che una femmina, pescata in Russia nel
1942 e pesante 1230 kg, conteneva 7 miliardi e 700 milioni di uova, quasi
250 kg, da cui si trasse, riferiscono soddisfatti i testi, ottimo caviale.
Raggiunge quindi dimensioni superiori a quelle di
qualunque pesce osseo, proprie solo degli squali più grandi, cui del
resto molto assomiglia: il profilo affusolato, la bocca infera, la coda
slanciata, finanche una certa movenza sinuosa; ma è solo l’impressione
di un attimo, presto dileguata.
Lo storione non proietta quella sensazione di potenza
volta a un unico scopo, propria dei Selacei, un’impressione di
superiorità sì invece, ma non è difficile essere superiori a un
subacqueo che già fatica a non essere travolto dal solo moto passivo
della corrente. E con la sua curiosità un po’ distaccata, talora
indifferenza schietta, ci appare come un individuo dal carattere dolce e
dalle abitudini tranquille, senza lotte.
Come fungesse da agente pacifico della parte creatrice e
conservatrice della Natura (le raffigurazioni dell’Induismo di questo
pensiero, rappresentate da Brama e Visnu, ben rispecchiano il concetto),
in contrapposizione allo squalo, tanto simile, ma così spaventoso
ministro della parte distruttrice e disgregatrice, pure necessaria, ma non
per questo più piacevole.

La
storia e gli storioni
Non v'è dubbio che fasti (... e conseguenti sfortune)
dello storione derivino dalla assoluta appetibilità che le sue carni
hanno per il palato umano. Ma, fino a tempi meno tecnologici, non era
questa la sola parte che si sfruttava. La colla di pesce, ricavata dalla
bollitura della sua grande vescica natatoria, era usata in numerosissime
preparazioni.
“Ichthyocolla” la chiamavano i Greci e la usavano
nella loro farmacopea. 1 Romani ne copiarono termine e uso, e divenne la
base adesiva dei loro cataplasmi, caldi o freddi, con cui curavano tutto,
dall'asma al mal di denti, dalla gotta al mal d'amore.
La stessa colla servì ancora, fino a pochissimo tempo fa,
nelle arti, per fissare i colori, e poi per schiarire il vino e i liquori,
per lustrare le stoffe...
Mescolata a una colla più forte, poteva attaccare
frammenti di vetri e di porcellane sbreccate, e veniva chiamata “colla
da bocca” se le si mischiava una sostanza odorosa, gradevole al palato,
per permettere l'ammorbidimento, in bocca appunto, dei pezzetti solidi
sotto cui veniva commerciata.
Ma Ovidio (43 a.C. 17 d.C.) nel suo poco noto “Halieuticón”
(Sulla pesca) ne, parla in termini ben più elevati: “Tuque peregrinis
Acipenser nobilis undis...” Varrone (82 35 a.C.) nel suo “De Re
Rustica” dice che il migliore tra questi pesci era catturato vicino
all'isola di Rodi, per cui era talvolta chiamato Galei Rodiense o
Pesce-cane (sic!).
Columella (I sec. d.C.) insiste che questo favorito pesce
non era trovato da nessun'altra parte; da ciò Cuvier (1769-1832) non ha
eccessive difficoltà nel trarre la conclusione che il nostro Storione
Comune non è la specie un tempo così altamente valutata dai nobili
buongustai di Roma; lo storione apprezzato nell'antichità sarebbe insomma
un'altra specie della stessa famiglia: probabilmente lo Sterlet
(Acipenser ruthenus), tuttora ricercato da più moderni epicurei.
Ma torniamo a Ovidio, che nello stesso poema, ma in altra
parte, distingue tra il vero Acipenser e il pesce Rodiense:
“Et preciosus Helops nostris incognitus undis”.
(Fragmenta Halieuticón v. 96). Apprendiamo quindi da Plinio il Vecchio (23-79
d.C.) che questo valutatissimo Storione (l'Helops), era lo stesso che i
Greci conoscevano con ugual nome: Elops o Ellops, mentre Eliano (170-235?)
ci descrive le cerimonie che salutavano la sua cattura: quando un
pescatore riusciva a catturare un Elops, tornando a terra adornava sé
stesso e la propria barca con ghirlande di fiori, e sbarcava il pesce fra
canti e danze. I romani, meno poetici, praticavano questa cerimonia
quando, preceduto dal cuoco, il pesce veniva portato dalla cucina alla
tavola. L'imperatore Severo ricreò persino l'ambiente sonoro dei gioiosi
schiamazzi che ne salutavano il trasporto servendo lo storione ai suoi
banchetti contornato da flauti inneggianti e da schiavi danzanti coronati
di rose e mirto.
Ed è Marziale (40 - 103 d.C.), che in uno dei suoi famosi
epigrammi ce lo ripropone, definendolo “fatto per la tavola di
palazzo”, intendendo così il banchetto imperiale.
Ma prima di giungervi la strada era lunga; Eliano ci
racconta ancora come questa specie più comune fosse intensamente pescata
sulle rive del Mar Caspio. Lì il pesce veniva preparato, seccato e
salato, e trasportato via cammello e Ecbatana, l’attuale Hamadan, allora
capitale delle Media. Dalle interiora lì vi si ricavava una colla così
trasparente e di qualità così superiore che era usata per raffinati
lavori di intarsio.
Marziale non era però il solo a ritenerlo degno di palati
potenti e regali, in Inghilterra infatti era definito “Fish of the King”
e di esclusiva proprietà della Corona. Non sono però troppo rari simili
monopoli culinari anche altrove nel mondo: a Pavia infatti il Vescovo
aveva un diritto di investitura sulle sue uova, durato oltre trecento
anni; infatti, in data 9 marzo 1396, leggiamo che i pescatori dovevano
consegnargli “... integra viscera Sturiorum qui portabantur super Atrio
Sancti Syri”, antico nome della piazza del Duomo, nei cui pressi ancora
oggi si fa mercato del pesce.
E ancora: alla Corte Reale di Versailles vennero esibiti
nel 1780 due esemplari, di cui uno definito “monstrueux” di 6 piedi e
7 pollici, mentre è di qualche anno più tardi, precisamente dei 1833, il
più famoso esemplare che Aléxandre Dumas “père” fece servire a un
suo banchetto. Come ci ricorda, dandocene la luculliana ricetta, agli
invitati fu servito, oltre al resto, uno storione di dimensioni talmente
spropositate che rese impossibile ai pur numerosissimi commensali di
venirne a capo.
Non mancano riferimenti e ricette a noi più vicine, lo
stesso Pavesi ricorda che le carni degli storioni erano vendute al mercato
come tutte della stessa qualità, “al solito prezzo di 4-5 lire il
chilo”, ma che quelle di A. Sturio
erano molto più saporite.
Ed ecco una ricetta del 1910 data da Pellegrino Artusi,
famoso buongustaio di questo e del passato secolo, abbastanza lontana da
noi tanto da non turbarci con ecologici rimorsi per l'uso di una specie
ormai cosi poco comune: “Storione in fricandò.
... Quanto all'umido potete trattarlo nel seguente modo:
prendetene un pezzo grosso del peso almeno di g 500, spellatelo e
steccatelo con lardelli di lardone conditi avanti con sale e pepe, poi
legatelo in croce, infarinatelo, mettetelo al fuoco con olio e burro e
conditelo ancora con sale e pepe. Quando sarà rosolato da tutte le parti
bagnatelo con brodo per tirarlo a cottura e prima di levarlo strizzategli
sopra un limone per mandarlo in tavola col suo sugo”.
E concludiamo con i metodi di preparazione del caviale,
quello vero, non quello etichettato “Succedaneo di Caviale” che si
trova nei grandi magazzini. E che se uno non ha fatto la guerra non sa che
vuol dire surrogato e va a pensare strane cose.
Questo avrà anche preparazione simile ma si ottiene dalle
uova di uno Scorpeniforme,
Cyclopterus lumpus, bitorzoluto pesce di fondo di acque nordiche, ed
è tinto in nero con i coloranti perché originariamente le uova sono di
un bel rosso acceso.
Almeno i metodi di preparazione comunemente noti, perché
i particolari, che poi “fanno” il prodotto, sono gelosissimamente
difesi.
Per cominciare le uova sono rimosse dalla cavità
viscerale della femmina uccisa immediatamente prima, oppure ricorrendo a
tecniche di spremitura addominale riprese da quelle d'inseminatura
artificiale inventate dai troticultori. In questo modo la femmina
sopravvive e può produrre altre uova.
La massa delle quali deve a questo punto essere totalmente
liberata da qualunque corpo estraneo, membrane ovariche residue, impurità
o altro. Per questo si opera tramite battitura, oppure, più gentilmente,
per frazionamento.
Una volta pulite con uno qualsiasi di questi due metodi,
le uova sono pronte per l'operazione più importante, la delicata salatura
col sale più fine. Immediatamente questo estrae grandi quantità di acqua
e presto si forma una salamoia da cui le uova devono essere rimosse per
prepararle all'inscatolamento e alla spedizione.
È in queste ultime fasi che si dà il tocco definitivo al
sapore del caviale, giocando sulle dimensioni delle uova e sul grado di
salatura.
Esistono ancora diverse preparazioni che possono ottenersi
dalle uova, come la pasta di caviale, o dalla carne, come il “balyk”,
ma non hanno certo il sapore, la delicatezza e soprattutto il sottofondo
culturale che circonda il prodotto principe.
Ché il caviale, nei Paesi occidentali, ed in quelli
orientali che anche nolenti subiscono la nostra influenza, ha sempre
significato, insieme allo champagne, erotismo culinario e comunque lusso
sfrenato o scelte raffinate.

Riccardo A. Andreoli