Sal
Sal,
arcipelago di Capo Verde, 16.7º Nord, 23.0º Ovest, quasi a metà strada tra
Tropico del Cancro ed Equatore, 600 km al largo della costa atlantica africana. Isola
arida, desertica, coperta di sabbia del Sahara che giunge fin qui sorvolando
l’Oceano. Battuta, flagellata dagli Alisei costanti, i rari alberi contorti a
bonsai giganti plasmati dalla mano spietata del vento onnipresente, spesso
festonati di resti vibranti di sacchetti di plastica scoloriti dal sole feroce,
come se qualche improbabile alluvione li avesse ricoperti e poi lasciati lì,
penzoloni. Siamo
qui per le grandi ricciole atlantiche (Seriola
rivoliana) e i Wahoo (Acanthocybium solandri)
che catture recenti ci hanno segnalato e, forse, per i tonni: sia i pinna gialla
(Thunnus albacares) sia i più rari Thunnus
obesus. Certamente,
sopra ogni altra cosa, siamo qui per assaporare e ricordare ogni incontro con
gli splendidi abitanti di questo agitato Oceano.
Arriviamo
a buio fatto, dopo il rapido tramonto equatoriale che così a sud fa calare la
notte alle sette di sera. Il
volo è pieno di vacanzieri da villaggio, accolti all’arrivo dai pullman che
li porteranno a destinazione. Noi, le sacche pesanti con la zavorra dentro perché
non sappiamo se sarà possibile trovarne in loco, dobbiamo procurarci un taxi,
contrattare il prezzo, stracaricarlo di bagagli e infilarci in tre per Santa
Maria, la nostra destinazione, una ventina di chilometri a sud dell’aeroporto. Le
prime impressioni, le più vive: la strada di una carreggiata e mezzo che
costringe a rallentare all’incrocio delle due macchine che incontriamo, buio
totale intorno fino all’arrivo a Santa Maria, lì poche luci, poca gente in
giro, fantasmi oscuri di case in costruzione ovunque. Sensazioni a doppio
senso… A letto subito. La
mattina affrontiamo il fondamentale compito di contattare il pescatore che ci
dovrebbe portare a pescare. Abbiamo ben poche indicazioni: una e-mail di un
amico portoghese con un dove, “un molo in legno”, e un chi, un singolo nome,
il tutto rilanciato da altri amici portoghesi con cui abbiamo pescato l’anno
passato alle Azzorre e che sono stati qui a Giugno. Il
dove è facile. Tutta la zona sud di Sal è un’unica gigantesca spiaggia, non
esiste neanche il sospetto di un porto e l’unico punto di approdo è un
singolo pontile in legno. Che di per sé è una meraviglia.
Parte
come un “normale” pontile, con le sue brave assi rettangolari, seminuove, a
intervalli regolari. Dopo una decina di metri cambia nettamente anima. Sembra il
pontile di un racconto di mare di Conrad e probabilmente è altrettanto antico.
Le assi sono irregolari, distanziate in maniera casuale, alcune mancano e si
creano buchi tanto larghi da far precipitare disattenti uomini adulti. La
superficie è sconnessa, ricurva, il legno talmente lisciato dal passare di
migliaia di piedi nel corso dei decenni che i nodi, più duri, risaltano come
chiodi sporgenti. Verso la fine del molo le tavole mancano del tutto e restano
solo i montanti principali, tutti storti e penzoloni. Il legno, verso
l’arrugginita e malferma coppia di scalette alla fine, è ricoperto da una
patina storica di sangue e squame che ogni tanto viene tepidamente sciacquata da
una secchiata d’acqua. In centro troneggia una rugginoso monumento agli
ingranaggi che, negli anni che furono, era certamente il bigo di carico per le
imbarcazioni, l’asta di carico abbandonata alla ruggine sul pontile e ormai
ridotta a sedile, lisciata da innumeri fondi schiena. Rimane più o meno
verticale l’albero, in legno, che di notte inalbera l’unica luce del pontile
stesso. Giù,
tra le fessure, l’Oceano è una presenza evidente. Il turchese dell’acqua
che riflette il bianco della sabbia sottostante è incandescente, a volte velato
dalle folate che increspano la superficie e offuscano i colori. E in mezzo
centinaia di pescetti a riparo delle colonne, i branchi in costante ondulazione
difensiva quando il predatore di turno, ricciole, perfino tonnetti di 5, 6 chili
in accelerazioni brutali, piomba loro addosso. Durante
il giorno il pontile è vivo di centinaia di persone, bambini e bambine che si
tuffano a ripetizione sfidandosi tra loro, ragazzi più grandi e adulti che
vengono anche loro a tuffarsi per far colpo sulle ragazze, pallidi turisti in
ozioso passeggio con macchine fotografiche e cineprese a riprendere il “colore
locale” e, soprattutto, i pescatori che tornano a riva. Dalle
10.30 fino a mezzogiorno, a seconda della fortuna nella pesca, è un ritorno
continuo di barche, i proprietari che fanno a gara ad arrivare primi per poter
vendere più facilmente il pescato. Dall’alto
del pontile le prede sono immediatamente sotto gli occhi di tutti. Tonni, Wahoo,
pesci vela, carangidi, lampughe, qualche squalo occasionale, tutto viene
raffiato e issato o buttato se di piccola taglia sulle assi di legno.
Immediatamente gli astanti, tra cui spesso i bambini, si armano di coltello e
procedono con arte consumata alla decapitazione e alla eviscerazione dei pesci.
Squame e sangue colano sul plancito e finiscono nell’acqua sottostante. Al
sole incostante, in mezzo al chiacchiericcio, è rosso, denso, ma viene
rapidamente diluito e come sfumato, reso inesistente dal turchese. Le teste
vengono gettate anch’esse in acqua con un tonfo in un’orgia turbinosa di
pescetti argentei. In poco tempo sul pontile il centro di attenzione si sposta
sul pescatore successivo e la scena si ripete, lasciando dietro di sé i corpi,
in carriole rugginose stracariche, a sobbalzare sulle assi in direzione del
furgone di raccolta.. Il
chi è più complesso. I pescatori a cui chiediamo informazioni sono molto
gentili ma nessuno parla altro che il portoghese, che nessuno di noi conosce,
anzi spesso il creolo, lingua franca a metà tra i dialetti africani e il
portoghese, per cui abbiamo obiettive difficoltà. Ci arrangiamo con diverse
gesticolazioni, un po’ di spagnolo e un po’ di, lento, italiano. Finalmente
incontriamo Carlo D’Auria, responsabile del Blueway e del diving di due o tre
villaggi, che è qui da tre anni, parla correntemente il portoghese e ha
fermamente in mano il polso della situazione mare-pescatori-pesca di tutta Santa
Maria. Manda gentilmente uno dei suoi aiutanti a cercare il pescatore a casa sua
e ci accordiamo così per il giorno successivo, lunedì. Oggi è domenica,
vacanza, nessuno esce a pesca. Il
lunedì, puntuali, alle nove siamo al pontile. Giornata splendida. Vento, caso
raro ci dicono, quasi assente, Oceano, nella baia riparata, praticamente piatto.
Perfino l’orizzonte lontano mostra una linea quasi ferma, senza cavalloni. Del
pescatore, però, nessuna traccia. Aspettiamo. Niente. Ci hanno mostrato la sua
barca che però non sembra esserci tra quelle ormeggiate alla boa. Chiediamo in
giro. Ci rispondono, stupiti, ma certo, è andato a pescare! Con una giornata
così! Le
parolacce per fortuna durano poco, troviamo un altro pescatore che è disposto a
portarci fuori e, finalmente, siamo in mare e in lizza.
La
barca in cui montiamo, come tutte quelle degli altri pescatori, è in legno,
pesante, malandata, con le ordinate rafforzate a suon di zeppe, ridipinte a
dimostrare la stabilità della zeppa stessa, con i paglioli, quei rari che ci
sono, in legno grezzo o in colori differenti, evidentemente originati da altre
fonti o altre imbarcazioni cannibalizzate. Per quanto possa non sembrare la
manutenzione a queste barche viene davvero effettuata. Per la prima volta dopo
veramente tanti anni ho rivisto le operazioni di calafatura. Sulla spiaggia, il
giorno precedente, avevo ritrovato il martello, lo scalpello e la stoppa da
cacciare dentro ai comenti a piccoli colpi accurati. Quando
ci entriamo è però asciutta per cui non dovrebbe imbarcare troppa acqua, dal
basso per lo meno perché l’Oceano, oltre la punta sud-est dove ci stiamo
dirigendo, è sempre talmente agitato che di acqua se ne imbarca in abbondanza
quando le onde rompono dentro la barca o gli spruzzi vengono sparati a bordo dal
vento eterno. È
però strumento di uso quotidiano per cui una dose di usura è certamente ben
comprensibile. Altrettanto certamente è una barca perfettamente adatta allo
scopo. Ha una grande vasca per il vivo accuratamente vetroresinata di traverso
poco prima di poppa, con presa a mare per l’ossigenazione delle esche. Il
motore, talmente prezioso che qui tutti tolgono e rimettono ogni volta, è un
buon quindici cavalli giapponese da lavoro, a due tempi, che lavorerà
impeccabilmente. Il
viaggio è lungo e, bizzarra sensazione, non sappiamo dove stiamo andando.
Dobbiamo certamente uscire dalla baia e dirigerci al largo, nel canale, una
quindicina di miglia, che separa Sal da Boa Vista ma le nostre conoscenze si
fermano lì. Le carte nautiche dell’Ammiragliato Britannico per l’arcipelago
sono in ristampa, preparazione teorica della zona zero: dobbiamo affidarci
completamente al pescatore. D’altra parte ci avevano avvisato, molte secche
non sono segnate sulle carte e la guida di un esperto locale è indispensabile. Finalmente,
quando Sal è poco più che una striscia bassa, scura all’orizzonte,
rallentiamo e il pescatore, controllate a ripetizione ignote mire a terra, ci fa
segno di prepararci. È
come sciogliere un nodo. Finisce lo scrutare lontano dell’Oceano, finisce l’equilibristica
immobilità dello stare seduti sul legno duro a pencolare alle onde, finisce
anche l’essere racchiusi ognuno nei propri pensieri e proiezioni future: ci si
veste! Si parla, si aprono le sacche, si svolgono tutti i riti della
preparazione tante volte ripetuti, uguali, in tante barche e tanti mari diversi.
Ci
hanno parlato di ricciole grosse, anche se le notizie le danno molto fonde, per
cui abbiamo portato gli oleopneumatici da 130, con aste da otto e da nove
millimetri, sia con il mulinello sia con il sagolone. I nuovi fantastici
galleggianti Rob Allen gonfiabili che ho comprato in Sud Africa sono una
meraviglia. Nella sacca non occupano praticamente spazio ma gonfiati hanno
capacità di 11 e 35 litri. Hanno una valvola da automobile in bronzo che
resiste perfettamente al salso e possono essere pompati fino a una o due
atmosfere. In questo modo hanno una galleggiabilità costante almeno fino ai
primi critici dieci metri, rendendoli inadatti solo con pesci davvero giganti,
che al solito spero, ma questa volta non credo, di incontrare. Del resto
l’anno precedente un ricciolone da 30 chili era riuscito a tirarne giù uno da
11 litri solo di una decina di centimetri, anche se l’ha trascinato per un bel
po’ per il mare in mezzo a una spanna di schiuma. Abbiamo
anche una fiammante serie di arpioni a punta staccabile appena usciti dal
tornitore che dovremo però ancora sperimentare. Finalmente
siamo in acqua. È abbastanza calda, con la cinque millimetri sopra e i
pantaloni da tre stiamo benone. È relativamente limpida, una ventina di metri
di visibilità, ma questo cambierà anche improvvisamente nel corso delle
immersioni, a seconda dei flussi di corrente. La
“secca” avrebbe il tetto a quaranta metri ma noi non siamo lì perché i
pesci, giura il pescatore, sono sull’orlo sopravvento, più profondo. In
pratica, per togliere ogni dubbio, è pesca nel blu, senza compromessi. È
una pesca difficile, nervosa e paziente insieme, in cui alla difficoltà delle
immersioni devi sovrapporre, spesso in fine fiato, una “recitazione” verso
il pesce intensamente corporea, che coinvolge in toto la persona e non solo,
come nell’aspetto, piccole parti di essa come la testa e il braccio. Per
di più, pescando all’aspetto, per non parlare dell’agguato o della tana,
sei sempre in mezzo a qualcosa da vedere: rocce, pesci pescetti che si aprono
intorno a te quando scendi, ti si chiudono addosso mentre sei lì, ti segnalano
che tutto attorno il mare è vivo e ti aiutano addirittura a pescare, schizzando
via quando un predatore, tale almeno nella sua testa, arriva veloce non sapendo
che in realtà ha già cambiato ruolo ed è, nella tua invece di testa, una
preda pronta ad essere sparata. Qui
devi solo inseguire, sembra, la danza dei raggi del sole (quando c’è, in
quest’isola dalle nuvole fuggenti) che sprofondano senza fine. In realtà devi
costantemente, continuamente, ossessivamente, tenere d’occhio tutto l’Oceano
intorno: non solo destra sinistra e sopra, ma anche sotto e soprattutto dietro.
Non puoi rilassarti quando arrivi sul fondo, svolgere tutti quei deliziosi
esercizi di distensione che ti permettono attese sul fondo quasi yoga e che
fanno dell’aspettista ormai un filosofo. D’altro
canto non puoi nemmeno scendere teso e contorto psicologicamente come un pretzel,
pena apnee ridicole. Devi trovare un difficile, giusto equilibrio: come quando
si fanno allenamenti di apnea correndo in cui il movimento è continuo ma in
cui, concentrandoti prima, automaticamente poi, riesci in ogni caso a trovare
muscoli inutilmente contratti da escludere. Nel
blu infine non è certo facile sparare. Non esiste il tiro “accademico”
dell’aspetto: il polso fermo, l’occhio socchiuso, il premere gentile del
dito sul grilletto. I tiri sono tutti al volo e tutti lontani, mirare è talora
impossibile, le frazioni di secondo del tiro troppo brevi e concitate, spesso in
posizioni assurde, bizantine. Ho più di una volta dovuto sparare ad un pesce
mentre ero a pancia in su ed è quasi normale dover tirare mentre pinneggi al
massimo in uno sprint per chiudere quei trenta – quaranta maledetti centimetri
che separano un tiro azzardato da uno che lo è speranzosamente un po’ meno… Scendo
a ripetizione, le nuvole sono pesanti oggi per cui non ci sono nemmeno i raggi
del sole a guidarmi nel blu. Pazientemente, una volta di più, il fucile
imbracciato a metà fusto e nascosto dalla sagoma del corpo, raggiungo la
profondità di neutralità e comincio lentamente, attentamente, a guardarmi
intorno. I pesci sono certamente capaci di individuare il davanti-dietro di un
pescatore per cui tendono, da buoni predatori professionisti, ad arrivare da
dietro e se non sei attento li scopri che ti hanno già superato, hanno già
soddisfatta la loro fuggevole curiosità, se ne stanno andando. I pesci nel blu
non hanno quella curiosità un po’ invadente che hanno i dentici o perfino le
ricciole. Vengono, guardano da lontano, se ne vanno. Pinneggio lentamente, in obliquo, cercando di mantenere la quota e di muovermi il meno possibile. Le C4 in carbonio mi permettono meno movimenti a parità di resa, l’ideale in queste condizioni. Aspetto, ascoltando il battito rallentato del cuore e domandandomi quanto rumore effettivamente provoco dal punto di vista del pesce e se e quanto di tutto questo ineliminabile rumore sia davvero negativo.
Di
colpo dal blu si materializza una forma screziata, quasi immobile. Un Wahoo!
Dietro un altro, più grande. Come fantasmi tigrati non li vedi mai apparire, di
colpo sono già lì, ad odiarti intensamente, l’occhio corrucciato, la postura
guardinga. Sono
immobili per cui devo rimanere immobile anch’io. Sono per caso in questo
momento un pelo sotto la quota di neutralità per cui nell’istante in cui mi
fermo i puntini bianchi delle minute sospensioni ad un palmo della maschera si
muovono pigramente verso l’alto: inizio già, lentamente, a scendere.
Cominciano a muoversi adagio, riducendo le misure; posso allora, facendo
pressione appena sulle punte delle pinne, dirigere la mia caduta che comincia già,
pian piano, ad accelerare. Li ignoro palesemente, ruoto e vado via. I Wahoo
scompaiono dalla ridotta visuale della testa forzatamente immobile. Scendo
ancora. Tengo d’occhio l’estremo bordo destro del campo di visuale della
maschera ed ecco che compare, come speravo, l’orlo di un muso appuntito in
inseguimento di questo essere in fuga. È più vicino di prima. Ruoto
minutamente la testa a sinistra, evito accuratamente di incontrarne lo sguardo.
Troppe volte ho visto un predatore andarsene soddisfatto appena è riuscito a
guardarmi negli occhi. Ora i tempi devono forzosamente essere ridotti. Se
aspetto ancora, a parte il fiato che comincia a scarseggiare, comincerò a
scendere sempre più in fretta, diventerò più sospetto e le distanze
cominceranno ad aumentare invece di diminuire. Bisogna arrischiare qualcosa. Un
colpetto appena con le punte delle pinne e rallento, senza guardare ruoto il
fucile a destra aspettandomi di vedere di nuovo un muso ingrugnito… il mare è
vuoto. Ormai sono in movimento per cui tanto vale, guardo a sinistra ed eccoli lì
tutte e due. In alto, le pance argentee, stanno già andandosene. Risalgo
lentamente, guardandomi, sempre, intorno e ricostruisco quanto deve essere
successo. Mi avevano effettivamente inseguito ma uno era alla mia destra, quello
che avevo visto, mentre il secondo, che supponevo dietro al primo, si era invece
spostato alla mia sinistra, invisibile dalla mia angolazione. Al mio movimento,
oppure perché già si erano stufati, quello di destra si era unito a quello a
sinistra e se ne erano andati. Niente da fare. Non
sarà l’ultima volta che questa mancanza di “coesione” nell’eventuale
brancotto di Wahoo giocherà brutti scherzi alle pianificazioni di caccia. Anche
se sono insieme, predatori evidentemente così competitivi, così efficienti,
non si fanno condizionare dalle strategie di branco e ciascuno sceglie una rotta
di caccia indipendente, solo vagamente correlata con quella degli altri
appartenenti al gruppo. Questo vuol dire che non puoi contare
sull’avvicinamento di un esemplare in posizione arretrata in un branco che,
per seguire i compagni, “taglia” la rotta e ti passa più vicino. Ognuno
passa, ognuno ti guarda, ti odia corrucciato e guardingo, ognuno sul proprio
percorso personale. Una
indicazione comunque credo di averla avuta. Se se ne sono andati risalendo forse
la mia quota è troppo bassa: proviamo in meno acqua. In effetti il nostro
pescatore, come tutti gli altri, ha a bordo un arpione (nell’accezione
Melvilliana del termine), artigianale ma dall’aria estremamente efficiente,
con un lungo manico, adatto al lancio proprio ai Wahoo, che qui chiamano Serra,
che incrociano in superficie. Scendo
quindi a quella che, a occhio, ritengo una profondità inferiore. Altri tuffi a
contemplare l’Oceano vuoto, finché, di colpo al solito, un singolo Wahoo
compare, molto veloce. Mi punta, io mi gelo, arresto ogni movimento… e
comincio immediatamente a risalire senza poterci fare nulla. Il Wahoo,
perplesso, mi segue per un paio di metri, provo a puntare il fucile ma è
abbondantemente fuori tiro. Se ne va, scendendo. Checco,
che era per questa immersione poco lontano, si tiene la pancia in mano in una
esagerata mimica di risata. Devo, a malincuore, dargli ragione. Una volta di più
ragiono sull’importanza del dover calibrare con estrema precisione la zavorra
in base alla profondità in cui man mano si scopriranno i pesci comparire con più
frequenza. Se davvero esiste una profondità in cui tale frequenza è massima e
i pesci non compaiono invece del tutto, per te essere umano, a caso. Altrimenti
rischi da una parte di precipitare troppo in fretta verso alte profondità in
cui l’apnea dura poco e in cui, in caso di incontro, non hai il tempo di
svolgere tutte quelle azioni di caccia fondamentali per avvicinare o meglio
farti avvicinare dal pesce. Al contrario, come è appena successo, puoi prendere
un gran fiato, scendere fino a una profondità troppo poco elevata e cominciare
a galleggiare nel momento stesso in cui ti orizzontalizzi. L’immersione è a
questo punto in sostanza da buttar via: se cerchi di ridiscendere in realtà
ruoti con il corpo, sbandieri le pinne, muovi un sacco di acqua, fai una caterva
di rumore; ti comporti insomma in maniera certo non acconcia ad un pesce
dabbene, quelli che hanno più incontri sociali…
Scendo
ancora, pazientemente. Nella pesca nel blu la concentrazione è massima anche se
l’Oceano pare vuoto intorno. Ogni tuffo può essere quello buono, in cui
arriva la preda spettacolosa, attesa e sperata da anni. E devo dire che questa
sensazione di possibilità infinite, di attesa di un possibile Incontro di
Qualunque Tipo, che per tanti anni mi è mancata nella pesca subacquea, è forse
l’attrazione più forte. Davvero, oltre a questo genere di immersioni, non
c’è altro per il pescatore subacqueo. E
in effetti... Il terzo della compagnia, Nicola, sta risalendo da un tuffo senza
avvistamenti. Lo seguo dalla superficie e da sotto i suoi piedi si materializza
una forma molto più grande di quella di un Wahoo. Un attimo di meraviglia in
attesa che se ne palesi la sagoma quel tanto che basti all’identificazione,
poi non ci sono dubbi: uno squalo. Un tre metri, apparentemente tranquillo, che
risale dalle profondità qui, sotto le nostre pinne, probabilmente incuriosito
dal movimento e dai rumori strani che deve aver percepito. Non è un tigre per
cui la sua tranquillità può essere reale e non sorniona tecnica di caccia,
come abbiamo potuto vedere altrove nel mondo. Lo identifico come un Carcharhinus di una qualche specie e mi fermo là. Ha al
solito la sua piccola coorte di pesciotti, comune negli squali d’alto mare: è
bello! Già,
ineliminabile dato di fatto, qui nel blu, a Capo Verde, gli squali, i Tiburon
come li chiamano, ci sono. Ogni giorno di pesca ha portato uno o più
avvistamenti, talora in superficie con la pinna fuori dall’acqua, talora fondi
e disinteressati, ma talora in incuriosito inseguimento o di un subacqueo in
risalita, come in questo caso, o di un pesce all’asta. Non abbiamo mai
avvistato così al largo gli squali tigre, che sembrano prediligere le acque più
basse e frequentate dalle tartarughe di cui sono ghiotti, più volte avvistati
dai diver, come confermato da Carlo. Comunque squali di rispettabili dimensioni,
anche più di tre metri di squalo grassoccio. Non si giunge alle frequenze
australiane o di altri mari tropicali e non abbiamo mai perso qui un pesce per
uno squalo ma, in ogni caso, valgono le consuete raccomandazioni. Sparate per
uccidere e non per fermare il pesce. Uccidete il pesce non appena lo avete tra
le mani, prima ancora di chiamare la barca, non lasciatelo sbattere e
sanguinare. Togliete il pesce dall’acqua non appena possibile e soprattutto
non portatevi dietro nessun pesce attaccato in cintura. E se ferite e non
portate in barca, pur certo non volendolo, diversi pesci, cominciate a pensare a
cambiare posto: vibrazioni e sangue sono certo un invito per qualunque dentuto
selaceo interessato nei dintorni. Nicola
non ha una enorme esperienza di acque aperte per cui non bada come dovrebbe a
quanto gli succede dietro e non si accorge di nulla. Scendo a picco
incrociandolo mentre risale, gli indico dietro di lui e picchio deciso contro lo
squalo, il quale, indolentemente, prima si mette in orizzontale, poi lentamente
scivola via senza cambiare quota a confondersi nel blu-verde delle acque non
pulitissime. Non è sceso di nuovo per cui sappiamo che, da qualche parte, qui
intorno, nuota in attesa di altri richiami… Altri
tuffi, e altri ancora, lenti. Altri avvistamenti ma niente di fatto. I Wahoo
arrivano, si mostrano, lontani, e lontani restano fino a che non se ne vanno,
tutto l’incontro esaurito in due, massimo tre tuffi. Cominciamo a temere, e
non sarà l’ultima volta, che gli oleopneumatici da 130, per la prima volta
dopo vent’anni di fedele servizio, non siano all’altezza. Sono corti!
Comincio a rimpiangere di aver lasciato a casa, per questo viaggio esplorativo,
il mio tuna gun. Dieci metri di tiro teso, gli faccio vedere io lo stare a
distanza! Nel
frattempo veniamo più volte ripescati dal pescatore e riportati sovracorrente a
monte della secca. Poi compare un altro brancotto di due-tre esemplari, Checco, già sott’acqua, ruota via lentamente e li ignora, questa volta sono compatti, speriamo bene. Si avvicinano
lentamente, gli sono praticamente sulle pinne ma non può certo
vederli… almeno credo perché di colpo Checco si gira, punta il fucile, dà
una magistrale pinneggiata cattiva per chiudere le distanze che già al suo
movimento hanno cominciato ad aumentare, si ferma un attimo, il pesce è di tre
quarti, la zona perfetta per il tiro è purtroppo lontana, mira, spara. La botta
del fucile ipercarico sembra addirittura rimbombare sott’acqua. Preso! Quasi
di coda purtroppo. Per un istante vedo lo scintillare dell’arpione
dall’altra parte del pesce poi il Wahoo parte alla sua solita incredibile
velocità, la gigantesca coda si vede muovere un istante poi il pesce
semplicemente svanisce. Checco sta pescando con il mulinello, tenta di
raggiungere la superficie ma dopo tre-quattro pinneggiate i quasi sessanta metri
di sagolino sono già finiti, viene brutalmente strattonato in avanti. La sagola
bianca in orizzontale, tesissima, è l’unica indicazione della direzione presa
dal pesce. Checco è ora in superficie, la mano per sicurezza stringe forte il
mulinello, l’acqua gli ruscella attorno schiumeggiando mentre viene trascinato
via a pinne ferme. Io cerco di nuotargli davanti, so per esperienza che la carne
di questi pesci è fragilissima per cui un secondo colpo è sempre altamente
auspicabile, ma, appesantito dalla boa, semplicemente non riesco a nuotare
abbastanza in fretta. Di colpo il filo prima si imbarca poi comincia a scendere
e Checco si ferma. Il pesce si è liberato. Peccato peccato. A grandi bracciate,
evidentemente, come dire, seccato, Checco recupera il filo. Con l’asta in mano
capiamo perché il pesce se ne è andato. Il nuovo arpione staccabile non ha
funzionato! Non si è aperto, per cui il pesce era rimasto attaccato
semplicemente a causa dell’attrito dell’asta di traverso nel corpo. Al primo
momento di rallentamento si è sfilato. La ragione? Probabilmente la punta ha
preso una botta contro la colonna vertebrale e si è incastrata sull’asta.
Risultato, l’arpione, così come è congegnato, non è affidabile.
Probabilmente dovrà essere ridisegnato. Male, contavamo molto su questi arpioni
nuovi. Sarebbero stati un vantaggio con prede grandi, veloci e dalla carne
tenera. Peccato ancora. Nonostante
il rumore o forse attirati da quello o forse ancora richiamati dallo scintillare
dell’asta che è risalita dal blu, pochi istanti dopo compare un altro Wahoo.
È singolo, lo vedo dall’alto e scendo mentre ancora sta arrivando in zona.
Senza aspettare di arrivare più o meno alla sua quota e lì di mettermi in
orizzontale scendo in obliquo facendo pressione sulle pinne. Ruoto, lo ignoro,
picchio nel blu alla cieca. Ci sei, pesce? Eccolo. Arriva da sinistra, lento,
sta già andando via. Stendo il braccio, due pinneggiate feroci, sono a tiro,
quasi non miro, sparo. Preso. Male, avanti ma alto sul fianco. Avrei proprio
dovuto mirare! Pesco con il sagolone per cui appena sparato, se tutto va bene e
non si ingarbuglia nulla, il fucile è libero. Risalgo in superficie e vedo la
boa passarmi ruscellando a fianco. Ci lego il fucile con la sagolina preparata
allo scopo e la seguo. La boa è verticale, il bordo inferiore è dieci
centimetri sotto acqua ma il filo è tesissimo e scompare arancione nel blu. Il
vantaggio è che così la trazione sul pesce è minima e, soprattutto con i
Wahoo, se si riescono a superare i primi cinque minuti di fuga pazza e a
stancare le energie di questo indomito lottatore, le probabilità di portarlo a
galla aumentano notevolmente: combatte così tanto che non è infrequente tirar
su alla fine un pesce che quasi non lotta più. Il problema sono quei primi
cinque fatidici minuti. Aspetto
un poco nuotando a fianco della boa poi mi sembra che rallenti e mi azzardo a
mettere le mani sul sagolone. Prova a tirare, non è impossibile. Avanti, a
bracciate prima lente poi più veloci, comincio a salpare. Pian piano sotto
compare la sagoma del pesce, nuota ancora, lentamente, ma in maniera inefficace.
È di traverso e lo vedo scintillare, il dorso non più tigrato, ora, ma
uniformemente scuro. Rallento per poterlo ammirare un istante. Checco di fianco
scende veloce a fucile puntato, arriva sul pesce che azzarda ancora un lento
tentativo di fuga, lo fermo subito stringendo le mani e facendomi tirare sotto a
mo’ di galleggiante, si arresta un momento e spara. Perfetto, branchia
branchia, il pesce si ferma. Lo salpo a grandi bracciate e con un brivido mi
accorgo che era tenuto solo da un lembo di pelle. Sicuramente senza il sagolone
con la sua trazione ridotta e senza il colpo decisivo di Checco si sarebbe
aggiunto ai pesci persi.
Finalmente
il primo Wahoo è a bordo.
Non
dobbiamo certo avere impressionato il pescatore perché, nel lungo ritorno a
casa si fa puntiglio, o così lo leggo io, di raccontarci di una compagnia di
sudafricani che sono venuti qui, non capisco quanto tempo prima. Nel suo
racconto sono più o meno superuomini: avevano fucili lunghi così, e in questo
modo, correttamente, critica i nostri 130, e poi, meraviglia, in ordine di
importanza, non andavano a donne, non bevevano, non fumavano e andavano tutti a
50 metri. E portavano su tanti Wahoo e ricciole grandi! Anche
questo è da considerare: la pesca nel blu è praticata da ancora pochi e folli
appassionati nel mondo, la gran parte dei quali, gira e rigira, si incrocia per
gli Oceani in luoghi reputati validi anche se magari in tempi diversi. Per
questa ragione è talora inevitabile il confronto diretto. Oggi a nostro danno.
Pianifico già, nella sonnolenta stanchezza del rientro, vendette future e
miglioramenti drastici nelle attrezzature. Ma che i 130 non siano più
all’altezza proprio non mi va giù! Sono
le tre e quaranta di mattina e la sveglia sta suonando. Da oggi in poi usciremo
con gli orari dei pescatori: ritrovo alle quattro o poco più al pontile.
Mugugni e grugniti si levano dai letti ma presto siamo in piedi, con le sacche
pesanti in spalla, per il lungo cammino nel buio e nella fresca aria umida di
una notte ancora piena fino all’estremità opposta del villaggio. Il vento
canta onnipresente nei fili sopra di noi. Incrociamo
ogni tanto pochi irriducibili reduci di notti brave diretti, e dirette, ai loro
letti se non proprio al loro riposo. Un altro mondo, ci sembra, già proiettati
con la mente sull’Oceano.
Dopo l’ultimo angolo il pontile è in vista, illuminato da un’unica lampada potente montata al centro, alta sull’albero. Silenziose forme scure si muovono intorno a noi, spingendo carriole con i fuoribordo accuratamente protetti perché non si rovinino sul metallo rugginoso, i serbatoi e quant’altro serve per la giornata di pesca. I passi cambiano suono, siamo sul legno. Al buio e con la luce negli occhi non è facile trovare la via nel labirinto scuro delle assi mancanti. I pescatori sono costretti a circonvoluzioni complesse, le ruote che talora si impuntano nelle svolte strette. I nostri carichi da subacquei, sulle assi bagnate, sono incongrue macchie di colore sotto l’alta luce cruda della lampada. Intorno, nei notturni toni sommessi che ci si porta dietro dalle case: shhh, c’è qualcuno che dorme, i saluti dei pescatori si incrociano. Sono tutti vestiti pesanti, maglioni, pantaloni lunghi, giacconi, tutti stinti dal lungo abuso dell’acqua salata. Qualcuno fuma, qualcuno si ritira verso la parte sdentata del pontile per impellenti bisogni corporali, comodamente appoggiati alle assi rimanenti. Ogni tanto parte una barca stracolma di pescatori, in
servizio ferry alle imbarcazioni, forme scure alla boa. Tutto,
tutto, è intriso in controluce della magica luce turchese riflessa dalla sabbia
attraverso l’acqua calma. Ogni cosa al di sotto del livello del pontile è
satura di scintillii di lapislazzulo: i visi neri dei pescatori, le carene
sbucciate delle imbarcazioni, le onde attorno ai remi inzuppati di colore. I
branchi di pesci attorno ai pali sono scure schegge d’argento incastonati nel
cuore di un pallido cristallo turchino. La
marea è bassa e le teste dei pescatori in piedi sulle imbarcazioni non
raggiungono il pontile. I motori, con la robusta cima a grossi nodi di cui tutti
sono corredati, vengono calati, giù con un grugnito, nelle ansiose mani del
proprietario. Tutti si aiutano in tutto, anche noi: siamo pescatori, no? Arriva
anche il nostro, di pescatore, con la sua brava carriola, questa volta con un
aiutante. Rapidamente carica le nostre attrezzature, il motore, noi. Presto
siamo in moto. La
barca fruscia nell’Oceano buio, il rumore del motore smorzato a tratti nelle
folate che già cominciano a turbinare appena le luci della costa cominciano a
fondersi in un lucore unico, basso. La rotta è diversa però, dove andiamo?
Ancora poco e ci fermiamo, i due pescatori cominciano a srotolare sottili lenze
a mano a innesco multiplo con piumette. Chiaro, qui peschiamo le esche che
serviranno per la giornata. La pesca è divertente, usano come piombo una spanna
di tondino di ferro rugginoso che tira a fondo rapidamente la lenza. In qualche
istante i primi pesci sono a bordo a scintillare palpitanti alle fioche luci del
tratto di costa illuminata. Vengono divisi in base alla dimensione con rapida
efficienza: quelli piccoli vengono infilati nella cassa dell’esca viva
riempita con un palmo d’acqua, gli altri finiscono a sobbalzare nella
“pana” che capiamo presto essere la cesta del pesce. Basta mezz’oretta
perché salgano a bordo una cinquantina di pesciotti, praticamente tutti della
stessa specie, una ventina nella cassa del vivo e una trentina nella cesta. Intanto
non è nemmeno ancora l’aurora ma un pallido schiarire grigio della luce ad
oriente. Quel tanto che basta a convincerti che forse un’altra notte è
passata e che i colori sono di nuovo tornati nel mondo. Ripartiamo e stavolta
dirigiamo verso le secche lontane, al largo, fra Sal e Boa Vista, dove si spera
di fare sul serio. Appena
scapoliamo la punta sud-est gli Alisei arrivano in forze. Le onde sono potenti,
non certo la lenta onda lunga oceanica ma un’onda corta, da Mediterraneo,
cattiva, una su tre già crestata, così presto alla mattina. La barca balla ben
bene, la prua svasata spezza le onde, l’orlo di schiuma corre lungo la murata,
a metà barca entra a bordo spinto dal vento. I pescatori si sono infilati
cerate multicolore tutte rabberciate ma quasi efficienti ma noi abbiamo poco più
che magliette tanto-andiamo-ai-tropici e pantaloncini: ci sentiamo, in silenzio,
umidamente miserabili. Ogni tanto un’onda con un frangente più grosso rompe
oltre la prua, ci ruscella addosso e scarica secchiate d’acqua a far
galleggiare i due-tre paglioli in dotazione. La tentazione del gridolino in
falsetto è ogni volta forte ma resistiamo, risolutamente. Il pescatore ride ma
probabilmente, a poppa, è più fradicio di noi. Speriamo che l’alba arrivi in
fretta, che il sole esca prima o poi dalle nuvole e ci scaldi tutti.
Intanto,
nell’avvallato grigio panorama dell’Oceano, cominciamo ad intravedere a
tratti altre imbarcazioni. Ci stiamo avvicinando alle zone di pesca. Gli orologi
affermano che il sole è sorto ma la luce è ancora cinerea, il tetto di nuvole
turbinanti ininterrotto. Sal, al giardinetto di sinistra, è una bassa sagoma
scura, lontana, che si apprezza con un singolo sguardo. Ci fermiamo e i
pescatori preparano l’ancora: un cilindro di ferro con quattro tondini
identici alla “zavorra” delle esche saldati ai lati. Non ha catena, per
farla lavorare in orizzontale è collegata ad un pietrone rugoso avvolto da più
spire di grossa sagola. Brutale ma efficiente. Ancoriamo così al largo? Ma che
fondo c’è? Ancora e pietrone fuoribordo, la sagola in effetti scompare,
inghiottita nell’acqua buia per un tempo preoccupante. Finalmente tocca fondo
ma il pescatore continua a filare a grandi bracciate: il calumo deve essere
ampio, a questa profondità. Infine la barca è ferma, nel senso, intendiamoci,
che ad un osservatore verticale sopra di noi apparirebbe statica. Come
apparirebbe ad un osservatore orizzontale… bè, è tutta un’altra storia. Rapidamente
si entra in pesca: prima di tutto dalla vasca del vivo il nostro pescatore
estrae un pesce, lo innesca sul dorso e lo lancia in acqua lasciandogli una
quindicina di metri di lasco: la lenza principale, per tonni e pesci grossi, è
preparata. Così, ci dice, ha preso, rigorosamente con la lenza mano perché
tutti altro non usano, tonni fino a oltre cento chili. Poi
entrambi innescano con strisce prese dai fianchi dei pesci della “pana”
altre lenze, sempre con ami grossi e questa volta con un breve terminale
d’acciaio. Ancora senza zavorra, vengono lanciate in acqua, seguite da una
manciata di pesce spezzettato a far richiamo. Queste sono per i Wahoo e per la
loro dentatura possente o per altre prede di vaglia. Tutte le lenze così
preparate vengono con rapidi gesti attorcigliate su sé stesse fino a formare
uno spessore tale da essere incastrate in qualche fessura del legno: un metodo
semplice ma efficace di mulinello a “frizione” tarata. Infine
lenze più sottili e con ami più leggeri vengono preparate per i piccoli
predatori di superficie che andranno a rimpinguare i pesci della pana:
soprattutto pesci volanti. Poi ci si mette nella tranquilla tensione di tutti i
pescatori ad aspettare. Naturalmente
quelle che fruttano più pesce sono le lenze leggere. Checco produce pesci
volanti con regolarità e presto impara il trucco dell’afferrare saldamente il
pesce fremente dietro le grandi “ali” per slamarlo e buttarlo a sussultare
cangiante nella pana. Il
nostro pescatore tiene costantemente d’occhio la lenza del vivo, cambiando
ogni tanto l’esca quando gli sembra sia non più arzilla ma niente arriva da
quella direzione. Entrambi i pescatori con regolarità spezzettano i pesci della
“pana” e brumeggiano a grandi bracciate. Di colpo la lenza intermedia si
tende: il pesce, qualunque esso sia, viene ferrato con un grugnito e lavorato
con abilità: tutti e due, dal momento in cui le lenze sono entrate in acqua, si
sono infilati sugli indici di entrambe le mani paradito ricavati da camere
d’aria cucite e possono far forza senza tagliarsi malamente la pelle. Noi
pencoliamo oltre il bordo per vedere che pesce stia combattendo. La lenza sibila
tesa nell’acqua in archi improvvisi. Di colpo il pesce spancia e vediamo un
lampo argenteo giù nel blu, ancora irriconoscibile. A grandi bracciate viene
però avvicinato alla superficie e finalmente lo riconosco: è quello che in
inglese si chiama Rainbow runner (Elagatis
bipinnulata), un carangide comune in molti oceani tropicali. Sott’acqua
l’abbiamo visto spesso, in grandi branchi che scorrazzavano, venendo spesso su
dal blu sotto i nostri piedi, a circondarci di corsa. Questo è grossetto, sui
tre chili, e viene tirato in barca rapidamente. Da quel momento, lavorando di
brumeggio e di amo, i nostri pescatori riescono a tenere il branco nei dintorni
e a portare in barca una quindicina di pesci. Sono troppo grossi per stare nella
pana, salterebbero di nuovo in acqua, per cui ogni volta che salgono a bordo
vengono infilati da qualche parte, a casaccio. Sotto i paglioli, tra il fasciame
e le ordinate, tra le nostre borse e il fasciame: ovunque purché stiano fermi. La
mattinata passa così, senza grandi risultati ma portando costantemente a bordo
del pesce. Niente dalla lenza grande e solo i runner alla lenza media
senza nessuna altra ferrata. Intanto il cielo, anche se tra piovaschi improvvisi
(… sono tre anni che non piove: un pescatore alla canna a riva…), si è
schiarito e la temperatura è salita. Il vento è però sempre forte, i
frangenti costanti e le nuvole rimangono basse, a filare, grigie e stracciate,
sulla superficie martoriata dell’Oceano. Finalmente
tocca a noi. Mentre i pescatori riavvolgono a grandi bracciate le lenze, noi
salpiamo l’ancora, maledicendo la pelle sensibile delle nostre mani di città.
Mentre
lentamente ci dirigiamo a monte della secca ci vestiamo e presto siamo in acqua.
Nicola è ormai partito per cui siamo solo Checco ed io. Abbiamo deciso che è
buona tattica di caccia restare vicini anche se non proprio un tuffo uno e un
tuffo l’altro e sfruttare così l’effetto curiosità del subacqueo immerso
sui brancotti che, speriamo, incontreremo. L’inizio è fulminante. Dalla barca hanno buttato una manciata di pesce a brumeggio e mentre Checco, più rapido a prepararsi con l’attrezzatura a mulinello, scende per il
primo tuffo in mezzo ai pezzettini che scendono bianchi, arriva veloce un
terzetto di Wahoo. Puntano diretti su di lui, io in superficie mi gelo e
nascondo il fucile in orizzontale sotto di me in maniera che la sagoma in
controluce sia per loro la meno minacciosa e distraente possibile. Checco ruota
via ma neanche troppo, si ferma un momento, loro continuano ad avvicinarsi,
spara. Preso bene, un po’ indietro, come al solito con questi pesci e queste
armi, ma il pesce ha cambiato colore dal punto di entrata dell’asta fino alla
coda: è stata toccata la colonna vertebrale. Nonostante ciò il Wahoo schizza
al solito via ma vedo che Checco controlla bene con la mano lo srotolamento del
mulinello e che non ha, contrariamente al solito, subito finito la sagola. Viene
comunque trascinato via, la testa in mezzo alla schiuma, il corpo allungato per
offrire meno resistenza. Corro, nuoto a perdifiato per cercare per lo meno di
stargli dietro, nonostante il sagolone e la boa. Ho rinunciato già dal primo
giorno, vista la velocità di ‘sti pesci, al tentativo di stare davanti, nella
ideale posizione a picco sopra il pesce, in realtà in posizione intermedia tra
pesce trainante e pescatore trainato, in modo da essere pronto ad intervenire. Riesco
però, ansando, questa volta a nuotargli a fianco, e, quando comincia a salpare
il pesce, addirittura a portarmi nella posizione perfetta per dargli assistenza.
Questa volta non ce n’è bisogno. Il Wahoo quasi non nuota più e viene su
senza problemi. Vedo le due alette del mega arpione australiano, che abbiamo
montato dopo il fallimento dei nostri ex-meravigliosi arpioni, aperte
contemporaneamente a tenere perfettamente. Bene, può scattare la parte B dei
nostri piani. Come spesso succede con i predatori di branco qualche esemplare ha
seguito quello ferito e ora gli gira intorno. Incuriosito e forse innervosito
dallo strano comportamento, non è così impegnato nella costante attenzione
all’ambiente circostante come dovrebbe. Errori che si pagano. Un cenno di
intesa a Checco che trattiene un momento il pesce ad una decina di metri e
scendo a picco, tentando un avvicinamento in caduta mai prima riuscito. Arrivo a
tiro, un po’ storto e un po’ dietro perché non è che sia poi davvero e così
tanto distratto, sparo. Preso bene, dall’alto, sulla schiena, vicino alla
pinna dorsale. L’asta non è passata parte a parte ma dovrebbe offrire una
buona tenuta. Mentre risalgo vedo in alto Checco che ha ormai il pesce in mano
per cui posso totalmente concentrarmi sulla mia preda. Il fucile libero, vedo il
sagolone passarmi accanto deciso. Lo inseguo e lego l’arma al sagolino. Un
automatico sguardo di controllo intorno. La superficie dell’Oceano è brutta,
la visibilità di un subacqueo in acqua dalla barca assai scarsa ma non sono
preoccupato anche se l’attenzione degli occupanti è concentrata su Checco e
sul suo pesce da recuperare. Prima di tutto il nostro pescatore ha dimostrato
occhio e nessuna distrazione, poi ho un pallone da 35 litri rosso e, se tutto va
male, fischietto e palloni da avvistamento da gonfiare pronti in cintura. Questa
volta non verrò perso nell’Oceano come era successo l’anno prima al largo
delle Azzorre per venti interessanti minuti. La pesca nel blu ha anche queste
piccole contrarietà… Il
sagolone intanto con una gran curva fremente continua a indicare che il pesce
nuota potente. Aspetto qualche istante poi comincio a tastarne la resistenza.
Troppo teso, comincio a venire trascinato anch’io, se insisto vanifico il
lavoro del sagolone. Aspetto pazientemente nuotando a fianco della boa. Sotto,
l’acqua è blu grigia. Un branco di Rainbow nuota al limite della visibilità,
le accese strisce limone e azzurro elettrico spente dalla profondità. Tasto
ancora il sagolone, viene. Salpo la spessa sagola ruvida buttandomene le volute
a galleggiare arancioni dietro le spalle. Finalmente vedo il Wahoo. A picco
sotto di me lo scorgo appena, viene su con la schiena scura verso l’alto. Lo
tiro in superficie abbastanza facilmente, senza una grande resistenza come
succede con i tiri laterali salpandolo di piatto. Devo stare bene attento a
tenere una trazione costante perché con mare mosso, quando il pescatore si
abbassa nel cavo di un’onda, per un attimo le alette degli arpioni si chiudono
scendendo e il pesce è per un momento libero. Amara esperienza di pesci persi a
poche spanne dalla mano brancolante…
Finalmente
è ad una bracciata sotto di me, è bello, grande, nuota ancora debolmente.
Espiro piano, scendo su di lui facendomi tirare sotto e all’ultimo momento lo
afferro stretto, gli avvolgo anche le gambe intorno fino a che non riesco ad
afferrarlo bene e a mettergli la mano in branchia. Si scuote ancora,
violentemente, ma con un colpo di pinne sono in superficie ed il Wahoo è mio.
Immediatamente lo uccido e mi guardo intorno. La barca non è in vista ma dopo
un attimo, al salire dell’onda successiva, eccola che già mi viene incontro.
Sollevo bene la testa del pesce per farlo vedere, in segno di soddisfazione. Due
prede in dieci minuti. Avrà ancora reminiscenze sudafricane questa volta il
nostro pescatore?
Sarà
con i suoi quasi 25 chili la preda più importante del viaggio. Le grandi
ricciole, nonostante diversi tuffi nello strato di traffico ittico inferiore,
sotto i venticinque metri, frequentato da tonnetti di diversa specie, non sono
mai comparse. Nella incerta nebbia linguistica ci sembra che il pescatore dica
che in questo periodo si sono spostate più sotto costa all’inseguimento dei
branchi di prede preferite. Rimarrà ignota la ragione del perché non siamo mai
andati a cacciarle: forse i Wahoo sono prede più appetibili al mercato di Capo
Verde? Forse i luoghi non erano noti al pescatore?
Di
tonni grossi, che pur devono frequentare le acque più o meno superficiali, a
portata di apnea, visto che regolarmente sul pontile comparivano, presi con
l’esca viva, esemplari di oltre cinquanta chili, non abbiamo visto pinna. Di
prede più esotiche, come i meravigliosi pesci vela, abbiamo potuto, raramente,
apprezzare la bellezza solo negli spenti colori della livrea di esemplari privi
di vita sulle assi del pontile. I
Marlin? Sono, un vago disinteressato cenno della mano, più al largo. We will be back.
Riccardo A. Andreoli Agosto 2002 |