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IL MIO PRIMO TONNO

Canale di Sicilia - DaQualcheParte

La secca, è appena il caso di dirlo, è assai lontana dalla costa. È piuttosto grande, per cui l'individuazione dei punti buoni è costata una lunga serie di viaggi e di ripetute e lunghe immersioni. Il viaggio per raggiungerla è stato memorabile, diverse tartarughe addormentate a scaldarsi al sole, un branco di grandi delfini, i tursiopi, di solito molto più restii a convergere sull'imbarcazione delle più comuni stenelle, oggi sono stati invece inconsuetamente comunicativi e sono venuti ad inondarci con gli schizzi dei loro corpi massicci. Le condizioni subacquee invece non sono così invitanti. C'è un taglio dell'acqua fredda a una quindicina di metri che è di malaugurio per i pesci di tana, visto che il tetto della secca è circa cinque metri più fondo. Tento allora una serie di aspetti a mezz'acqua intervallati da qualcuno sul fondo, dopo un po' tremando e desiderando una cappotto subacqueo. Pesci in giro molto pochi, ricciole zero, qualche cernione congelato negli abissi dell'orlo, non saltano nemmeno i tonni. Si prospetta una brutta giornata.

In compenso in superficie non ci si ghiaccia e non ci si annoia: i pescetti dell'orlo che di solito sono distribuiti su una profondità maggiore sono tutti concentrati negli strati superiori. Schizzano, scappano, corrono affannati, ti guardano fisso negli occhi, per un istante vicinissimi, poi fuggono a confondersi nella massa. È facile perdere la concentrazione, visto che la profondità oggi non è invitante. Per fortuna ci pensano proprio loro a richiamarmi alla caccia perché improvvisamente volgono tutti le code verso l'alto e precipitano verso il fondo in un istante solo. Dietro, rivelati come da un sipario, a meno di un metro dalla superficie, con i corpaccioni che si riflettono da sotto sulla superficie liscia, arrivano i tonni.

Sono tre, di tre taglie diverse, dal quintale alla cinquantina di chili, quello grande davanti. Arrivano veloci direttamente contro di me, puntandomi di muso. Sono lontani una decina di metri ma tra un istante mi saranno addosso. Per fortuna, per lunga abitudine, il fucile è in superficie, orizzontale, lo devo semplicemente ruotare per puntarlo nella loro direzione. Arrivano sparati... e sprofondano aprendosi a ventaglio. Si riuniscono dietro di me e rallentano fin quasi a fermarsi. Mi guardano. Io sono tutto storto, le pinne rivolte verso di loro, il fucile esattamente nella direzione opposta. Un fiato veloce, senza riempirmi troppo i polmoni, una capovolta assolutamente senza sciacquii a mani immobili, con una gamba fuori dall'acqua per aumentare il peso per scendere di più e mi porto alla loro profondità, ruotando mentre scendo per poterli più o meno fronteggiare.
Si sono già aperti e allontanati: decisamente la capovolta non è un movimento che i pesci facciano, è assai sospetta e, temo, minacciosa. D'altra parte qualcosa mi dice che questa sarà una caccia lunga e non posso tentare di risolvere tutto in una discesa singola in dispnea, o la va o la spacca.
Sono un po' positivo, così vicino alla superficie, devo usare le punte delle pinne, muovendo solo le caviglie, per spingermi in avanti. Arrivo alla loro altezza e mi fermo, i tonni sono tre, il bersaglio è multiplo, per di più non si muovono, non mi danno indicazioni per intercettarne il movimento. Forse, penso fugacemente, fermandomi ricreo le condizioni di curiosità che li hanno fatti avvicinare all'inizio. 
Non funziona. Piano, sempre guardandomi, scivolano verso il fondo, si riuniscono, accelerano alla loro normale velocità di crociera e scompaiono. Per quanto deluso non risalgo, pian piano, sono ormai negativo, comincio a scendere. Mi dirigo, in una lenta planata piatta, nella zona di mare in cui sono scomparsi, guardandomi attorno. Passano lunghi momenti a scenario vuoto, la fame d'aria comincia a farsi sentire. Rieccoli! 
Sono sempre loro, il tonno più grande guida il gruppetto. Sono più cauti, ora, non si fermano più, ma rallentano, rimanendo uniti. Li ho di fianco, a sinistra, un po' dietro. Quasi in fila. Rimango nella direzione in cui ero, cercando di farmi superare, per tentare un tiro laterale improvviso, tipo sportello della diligenza. Sono quasi a tiro... non funziona nemmeno questo, scendono subito e scompaiono di nuovo. Risalgo.
La buona notizia è che sono già tornati una volta, sono incuriositi, la cattiva è che portarli a tiro sarà lunga e dura.
Nel corso della mattinata, per due ore buone, con una pazienza che non dedicherei ad altre prede, mi immergo nel blu vuoto dell'orlo. Ogni tanto arriva il gruppetto di tonni, e studio con attenzione i loro movimenti e le loro reazioni a quello che faccio, accumulando nuove informazioni preziose sul come reagiscono e sul come avvicinarli. Riesco a portarli a tiro tre volte, ma non sparo in nessuna delle tre occasioni. Non era soddisfacente l'angolo di tiro o la distanza o la velocità con cui si muoveva la preda. Rimando.

Alla fine sembra che se ne siano andati, lasciandomi solo un bagaglio di ricordi e di piani di battaglia per i prossimi, futuri, avvistamenti. Invece, dopo venti minuti dall'ultimo contatto, eccoli ancora. Mentre nuoto piano per rimanere orizzontale, perpendicolarmente all'orlo, verso l'esterno, salgono dal blu sotto i miei piedi. 
Tendono a precedermi, superandomi dal basso, a sinistra. Questa volta li ho visti in anticipo, li posso anticipare senza allarmarli con un movimento improvviso. Senza guardarli direttamente, sposto a sinistra la mia rotta, cercando di rimanere alla stessa quota per non aumentare ancora la velocità con cui avverrà l'incontro. Arrivano da dietro, tendono a superarmi. Lascio passare il primo, il più grande. Io continuo a muovermi in una direzione convergente. Il secondo, attratto dallo spirito di coesione del gruppo, segue ciecamente la rotta del primo, ma io ora sono più vicino. Mi tendo tutto, scatto, miro con largo anticipo, alla bocca del pesce, sparo. Preso!tunamy2-2.jpg (5311 byte)

Preso bene. Per un attimo vedo bene l'asta, piantata all'altezza della linea laterale un po' dietro ma inclinata, inevitabile, da dietro a davanti, poi il tonno scoda e scompare in un nugolo di bollicine. Una mano sul mulinello e risalgo quanto più velocemente possibile. Riesco ad arrivare in superficie un attimo prima dello strattone che mi avverte del fine sagola. Faccio in tempo a lanciare l'urlo di preda sull'asta al compagno sul gommone, poi vengo trascinato in una valanga di schiuma che mi ottunde la vista. È incredibile, sembra di essere trainati dalla barca, se inclino la testa un po' di lato la forza dell'acqua minaccia di strapparmi la maschera dal viso, devo tenerla fissa direttamente in avanti, le pinne ondeggiano tutte fuori dall'acqua. Il filo è stretto tra le mani, non è bene fidarsi del nodo di fine sagola sul mulinello. Respiro a singulti, quando posso. Con uno sforzo riesco a rimettermi in bocca il boccaglio e la cose vanno meglio. 
Il filo è tesissimo e ormai, dopo la prima fuga in orizzontale, quasi perpendicolare nel blu. Non vengo più trascinato in avanti, ma sott'acqua. So che questo è il momento più pericoloso, devo resistere ai primi strattoni del tonno ancora pieno di energie, dopo, con l'asta piantata nel corpo le perderà abbastanza in fretta. Sento di fianco i motori del gommone, controllato con consumata abilità dal compagno di pesca, se dovesse dimostrarsi troppo forte devo decidere se rinunciare alla preda o alla sportività. Tagliare cioè tutto o ricorrere ad un aiuto esterno per un galleggiante da collegare al fucile o un secondo colpo. 
È passato qualche minuto. Tutte le mie energie sono ormai concentrate solo nel nuotare fortissimo verso l'alto per tenere il boccaglio fuori dall'acqua e rimanere aggrappato tenacemente al sagolino che nonostante i guanti ormai taglia le mani. Per di più le pinne lunghe non si possono usare bene con questo nuoto quasi sul posto, non rendono come potrebbero. 
Sto cominciando a cedere, comincio ad accettare di venir tirato sotto per riposare un attimo le gambe, fiato ne ho ancora però. La lotta continua. Piano mi rendo conto che il tonno mi trascina di nuovo in orizzontale. Il primo momento è superato. Comincio a sperare, sottovoce.
Il tempo passa. A intervalli il tonno tenta sempre di scendere in profondità, ma mentre mi trascina riesco a riprendere fiato e riesco a contrastare le sue testate, sempre più brevi. Tento a intervalli di salpare il filo, e talvolta mi sembra di riuscirci, solo per rendermi conto che non era il tonno che veniva tirato verso l'alto ma ero io a tirarmi verso il basso. 
Ancora qualche minuto convulso, poi è evidente, il tonno sta cedendo, riesco a recuperare. I primi metri sono abbastanza facili, forse si sta riposando anche lui, poi di colpo la sagola è tesissima di nuovo, mi riprende quanto avevo recuperato, anzi devo aggrapparmi al fucile per non perderlo ora. La battaglia è cominciata in questo momento. Prima ero solo una zavorra che lo rallentava. Adesso posso giostrarmelo, come al filo.
Chiudo gli occhi per aumentare la concentrazione sulla sensibilità delle mani indolenzite, recupero di nuovo, poi perdo un po' di quello che avevo preso prima, ma sto vincendo: il tonno sale.
Passano ancora alcuni minuti, finalmente vedo la sagoma del tonno al temine della sagola. È piatto nell'acqua, girato dall'asta che lo trapassa, la bocca aperta a segnalare l'affanno, nuota a intervalli con la coda potente, stirandomi ogni volta la braccia stanche.
Per fortuna è affannato anche lui, la lotta si sta concludendo. Le testate verso il basso non ci sono più, ora compie larghe rotazioni sotto di me e io devo seguirle, rischiando di venire avvolto e legato dalla sagola che rimane in superficie. È quasi fermo ma ancora fortissimo, devo faticare a tenere il boccaglio sopra il pelo dell'acqua quando ogni tanto improvvisamente accelera e cerca di allargare i giri.
Anche se non è ormai necessario, potrei riuscire a tirarlo a galla da solo, improvvisamente decido che lo voglio a tutti i costi, rinuncio alla sportività, e prego il compagno di scendere a dare il secondo colpo. Il tonno è ormai a meno di dieci metri di profondità, ma tenta di scendere quando vede un'ombra che cala su di lui, sempre più vicina. In superficie lo reggo solidamente e vedo che il compagno indugia un attimo, prende con calma perfettamente la mira e gli spara all'altezza della pettorale. Tiro perfetto: il tonno improvvisamente si ferma, apre convulsamente la bocca due o tre volte, si stende, rabbrividisce, poi improvvisamente viene circondato da una nuvola sempre più grande di sangue, rosso sul blu del mare profondo.
La nuvola viene ritorta in vortici più chiari dal movimento delle pinne del compagno che risale filando il mulinello. Arriva in superficie e mi dà il secondo fucile, sorridendo dietro la maschera.
Il tonno è preso.

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Riccardo A. Andreoli