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I paradisi non esistono più

I Paradisi Non Esistono Più

 

Erano anni che inseguivo quella secca. Ne avevo sentito parlare per la prima volta in un articolo su una rivista francese, poi tradotta in italiano, nell’ormai lontano 1997. C’era una foto di una ricciola da infarto e il racconto di una secca in mezzo all’Oceano Atlantico, 50 miglia al largo delle Azzorre, dalle cui righe schizzavano fuori squali, tonnetti e una profusione di ricciole di specie diverse. Posto fantastico. Lontano. Messo da parte. Per la serie: “I Sogni Nel Cassetto”, bellissimi da cullare nella fantasia… ma.

Il Banco Princess Alice, visto su una carta nautica, è un vero posto Da Sogno. È cinquanta miglia a Sud-Ovest dal gruppo centrale nelle Azzorre, quasi a metà strada tra Europa ed America, sul confine tra lo zoccolo continentale europeo e quello americano. Arriva a – 30 metri da profondi abissi tutto intorno: un miglio nautico dal Banco e il fondo è già a 500 m; neanche tre miglia e la profondità è già di 1000 m, 5 ed è di 2500 m! Balene e capodogli amanti delle profondità sono comuni nella zona. Un posto che semplicemente DEVE essere frequentato da ogni tipo di pesce…

 

Seconda parte. Nell’agosto del 1997 uno sconosciuto, nel mondo dei pescatori subacquei internazionali, portoghese, tale Paulo Gaspar, aveva catturato alle Azzorre il tonno Record del Mondo: 296.6 kg. La notizia era filtrata nei canali internazionali solo nella primavera dell’anno successivo, il 1998.

Io e il compagno di pesca, Checco, stavamo all’epoca felicemente pescando in Australia. Altra notizia da inserire nel cassetto dei sogni quindi, nello stesso della secca però: Azzorre.

Il 1999 ci aveva visto ancora in Australia. Un po’ di delusione, un po’ di voglia di cambiare zona, un cresciuto mio appetito verso prede BELLE. Risultato, i sogni nel cassetto vengono ripresi, assaporati, analizzati.

Nel frattempo ero (definitivamente) impazzito per i tonni. Mi ero fatto fare in California, dall’indiscusso maestro, artefice di fucili che hanno più dello Stradivari che dell’attrezzo di tutti i giorni, un Tuna Gun dal prezzo e dalle prestazioni allucinanti. Mi ero costruito tutta la doverosa attrezzatura di contorno e avevo accumulato un bel po’ di know how sulla pesca al Tonno Mostro in acque libere, al largo, nel blu: la Blue Water Hunting dei pescatori anglofoni. Nel senso di tonni Grandi davvero, non quelli che avevo preso qualche anno prima e che ormai avevo declassato a tonnetti: figurarsi, solo una sessantina di chili!

 

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...i grampi saranno un segnale
favorevole per la pescata?

Anno 2000, e Azzorre siano, dunque.

Spedizione fallimentare, a dir poco. Tempo incredibilmente perturbato per UN MESE intero; i vecchi pescatori dell’isola che scuotevano il capo mormorando che non ricordavano a memoria d’uomo un luglio così orribile, piovaschi e vento costanti, acqua gelata e sporca.

La secca era rimasta nei sogni. Fin dai primi giorni avevamo sì trovato una imbarcazione che avrebbe dovuto portarci laggiù, ma eravamo rimasti per l’intero mese in stand by in attesa di condizioni meteorologiche tali da permettere la trasferta. Inutilmente.

Ho già raccontato su PescaSub avventure e disavventure del precedente viaggio alle Azzorre. Non rinverdiamo passati disappunti…

Però, alle Azzorre avevamo conosciuto un bravo pescatore portoghese, Fernando, che al Banco c’era stato davvero! E raccontava che, appena trovato il sommo, subito prima di immergersi, aveva fatto in tempo a vedere nell’acqua calmissima i branchi di ricciole oceaniche (Seriola rivoliana ) da 50 – 60 chili che pascolavano in superficie. Sotto, le ombre azzurre dei tonni da oltre un quintale. Unico inconveniente, una volta vestiti e pronti davvero a immergersi… il motore della malandata imbarcazione non era più ripartito! Risultato, avevano dovuto chiamare in aiuto un peschereccio che li aveva trainati in porto. Immersione fallita. Ma il pesce c’era, dunque.

 

Anno 2001. Azzorre ancora, perbacco. La secca è sempre lì che mi aspetta, e nella fantasia il suo fascino non diminuisce certo, anzi.

Ritroviamo gli amici dell’anno precedente. Ottime notizie, Victor, il nostro punto di riferimento e la persona che ci aveva affittato la barca l’anno prima, ha adesso un fiammante Faeton Moraga di quasi 8 metri, motore diesel e una poppa bella, larga da dormirci dentro. La secca è più vicina.

 

Finalmente, finalmente, dopo quindici giorni di tempo perturbato e rimandi, con il costante timore del ripetersi delle condizioni dell’anno precedente, il via. Domani partiamo. La vigilia viene dedicata al ricontrollo maniacalmente puntiglioso delle attrezzature subacquee ed alla preparazione della barca.

Saremo della spedizione Checco, Fernando, che abbiamo invitato ad assaporare il banco perduto, ed io. Le barche saranno due, per sicurezza: quella di Victor e quella del fratello, Amaro, trainista accanito, di poco più piccola ed equipaggiata di motore diesel pure lei.

Nel tardo pomeriggio di una liscia giornata di Agosto, dopo aver caricato quelle che sembrano tonnellate di attrezzature subacquee e fucili in grado di sviluppare la potenza di fuoco di una piccola portaerei, salpiamo. A bordo troneggia una cassa frigorifera da 200 litri zeppa di ghiaccio tritato, destinata, nei sogni di tutti, ad accogliere il pescato. La guardo di traverso. Speriamo bene.

 

Dobbiamo percorrere il canale, una ventina di miglia, che separa S. Jorge, da dove siamo partiti, da Faial. A metà, avvistiamo delle “balene”. Sono probabilmente dei grampi (Grampus griseus), cetacei relativamente comuni nelle profonde acque delle Azzorre. Ma sono un po’ scontrosi e non si avvicinano più di tanto alle imbarcazioni. Sono comunque animali magnifici, dell’aperto Oceano, e mi mettono di buon umore. Decido di interpretarli come auspicio favorevole.

 

La notte la passiamo nell’isola di Faial, venti miglia più vicini al Banco rispetto a S. Jorge. L’ormeggio, nell’affollato porto di Horta, non è facile. L’unico buco che troviamo

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...Horta è un porto affollato

 è a lato di un catamarano dall’aria vissuta che batte una sdrucita bandiera inglese. A terra, pizza veloce e a dormire, presto, che domani il Banco aspetta.

La notte è lungi dall’ideale. Anche al riparo nel porto il vento riesce ad intrufolarsi e a far tintinnare le sartie del maledetto catamarano, con un ritmo irregolare che non permette l’assestarsi in un suono continuo e ignorabile. E poi, il vento! Ma se le previsioni erano di calma piatta!

Il sonno è interrotto e irregolare. È disturbato da quello che, nel dormiveglia agitato, presto battezzo “il fantasma fischiatore”. Qualche fenomeno di arpa eolia, il vento che risuona e canta in qualche cantuccio di alberi e sartie, o stradine intorno a noi, mima, quasi alla perfezione, un lontano suono di qualcuno che fischia, distante. Tanto da non riuscire ad intuire il motivo ma solo l’esistenza del fischio. E mi ritrovo a sognare ciò che ora sto facendo, che avrei scritto un racconto e avrei parlato del “fischiatore”. Arzigogolo assonnato sulle frasi più adatte per descriverlo, ora dimenticate, in una circolarità futura che allora mi stordisce e mi permette infine di prendere, quasi, sonno. Checco non dorme meglio, anzi. Lo sento agitarsi e borbottare e aprire la cerniera del telone sotto cui dormiamo, e girarsi più e più volte.

Devo tutto sommato essere riuscito a dormire perché vengo svegliato dal bip-bip dell’orologio che fa da sveglia. Ore 5.30, notte fondissima, nessun barlume da nessuna parte dell’orizzonte. Arriva una sventolata di aria, improvvisamente fredda, quando togliamo il telone e lo stiviamo, pesante e bagnato dalla condensa.

Accendiamo i motori e pian piano lasciamo gli ormeggi. Victor è illuminato dalla luce elettronica degli strumenti. Non sembra particolarmente riposato, nemmeno lui che ha dormito nella cuccetta del capitano…

Usciamo dal riparo del porto e, ineludibile dato di fatto, il vento c’è.

 

Non appena scapoliamo la punta sud-ovest di Faial, confermata dal GPS ma solo intravista, una macchia nera contro la debole luminosità del cielo tuttora completamente notturno, e acceleriamo, cominciano gli sbattoni.

Dal nulla della notte nera arrivano onde secche, quasi verticali, intraviste, solo un istante prima di schiantarsi contro la prua, dal vago lucore del frangente che le sormonta.

La barca scricchiola, geme e protesta. Il tergicristallo a tratti viene fatto funzionare per cercare, solo cercare, di vedere qualcosa di più. Siamo in semi-planata e Victor non osa, giustamente, dare più motore. Io comincio a preoccuparmi, non sono certo le condizioni ideali per una tratta di 50 miglia in aperto Oceano. E se, alle sei del mattino, i frangenti sono già così decisi, come saranno alle nove? Cosa deciderà Victor? Dovremo tornare indietro? A bordo nessuno parla.

Io cerco di mangiare qualcosa, per evitare di trovarmi, ottimisticamente, in acqua svuotato di energia. Dire che lo faccio con appetito è certo bugia. Mi ricorda le pastasciutte ingurgitate perché “bisognava” alle 6 del mattino prima di qualche maratona.

Intanto, piano piano arriva l’aurora, prima, e l’alba, poi. L’ambiente, con la luce, non migliora di molto. I frangenti sono sempre lì, decisi. Il sereno, tuttavia, si intravede tra le nuvole grigie. Ma spero che il grigio sia dovuto solo ai colori slavati dell’alba e non alla reale densità delle nuvole.

Il GPS intanto segna pian piano miglia calanti all’arrivo. Victor non è tornato indietro. Allora è vero. Stiamo andando realmente sul Banco. Fatico a contenere l’eccitazione, risvegliata anche dei primi raggi di sole, caldi: dopo anni di cassetti e di sogni e un anno di attesa ci sto arrivando, davvero. Mi rifugio nello yoga, e distolgo lo sguardo dal mare di prua. Aspetto, sospeso nella respirazione ritmata…

 

L’allarme del GPS bippa, siamo a 0.5 miglia dal Banco. La decisione era già stata presa da tempo. Su una secca nuova si arriva già vestiti, con i fucili se non carichi pronti, e i motori al minimo. Si arriva sul tetto in abbrivio, si buttano in acqua i subacquei e, compatibilmente con le condizioni marine, si spengono i motori e si deriva via in silenzio. C’è tempo dopo di pedagnare il sommo e smotorare intorno. Quello che non è stato deciso è quale coppia, dei tre, va in acqua per prima. Un rapido conciliabolo, una moneta tirata per aria e la decisione è presa: Checco ed io.

Il rito della vestizione serve a calmare, un poco, il battito troppo accelerato del cuore. La bocca è secca; molto, troppo forse, è puntato sui prossimi minuti. Nella pesca subacquea, si sa, dopo mesi o anni di pianificazione, contano fondamentali frazioni di secondo: l’istante del tiro. Io le chiamo le cuspidi decisionali: ci si arrampica fino ad un attimo preciso, senza ritorno, dalla cui sommità si può scendere per diversi versanti, tutti unici e tutti diversi tra loro. In questo versante il tonno è preso, in questo il tiro è troppo corto, in questo è sbagliato…

La preparazione del Tuna Gun è lunga, il fucile e le attrezzature di contorno sono complesse. Del resto, come dice Fernando, Oceano aperto, pesci potenzialmente enormi, possibilità di squali: è una pesca “estrema”.

 

Libero e riavvolgo con attenzione il cavetto di acciaio che collega l’asta alla sagola del galleggiante, fisso la bandierina al galleggiante stesso, l’Oceano non è certo calmo e, così al largo, non è di sicuro bene essere persi di vista dall’imbarcazione.

Intanto il fondo sotto l’imbarcazione pian piano risale. L’ecoscandaglio segnala –50, poi –40. Il tetto è –30, ci stiamo avvicinando. Siamo pronti, Checco ed io, ognuno su una falchetta, il fucile in mano. Il GPS cartografico ci porta per manina fino al sommo. – 30: contatto!

Scivoliamo in acqua contemporaneamente. Nemmeno quasi il tempo di bucare la superficie del mare che un gruppetto di Wahoo (Acanthocybium solandri), piccoli, sei o sette chili, arriva, in formazione, ad investigare questa invasione del loro territorio. Mi congelo e li guardo ma sono senza speranza. Devo ancora caricare i cinque elastici del Tuna Gun e ci vuole tempo. E diversi ampi movimenti. Scivolano via e si perdono. Niente da fare. Ma buon segno, il pesce sembra esserci.

 

Finalmente, fucile caricato e attrezzatura a posto, posso guardarmi intorno. L’acqua non è pulita. Il fondo, che si suppone trenta metri sotto di me se non ho derivato troppo da quando Victor ci ha mollati sul sommo, dalla superficie è invisibile. Il cuore si è un po’ calmato e comincio ad immergermi. Non posso scendere molto, con Tuna Gun e sagolone con galleggiante a traino a frenarmi. Del resto il tipo di pesca da svolgere in acqua aperta è quella dell’aspetto a mezz’acqua, più a lungo è meglio è. Non serve scendere fondi. Per cui comincio col mio ritmo, arrivo a dieci-quindici metri e rimango sospeso, il fucilone vicino al corpo, nascosto dalla mia sagoma per quanto possibile, imbracciato a due mani e pronto ad essere allungato in qualunque direzione arrivi la preda. Nemmeno da qui però si vede il fondo.

Poche immersioni più tardi un’ombra più scura si materializza dall’orizzonte subacqueo. Grande. Poi un’altra e un’altra ancora. Dopo un istante di dubbio realizzo che sono mante. Ma non la “solita” manta tropicale (Manta birostris) cui siamo abituati, a colori decisi, nera sopra e bianca sotto. Queste sono a colori più sfumati, verdino scuro sopra e bianco appannato sotto. Sono mante atlantiche (Mobula mobular) e sembrano condividere l’opacità dei colori di queste acque. Nell’immersione successiva riesco ad avvicinarle: mi volteggiano intorno per poco, poi scivolano via, sfumano nel verde blu dell’Oceano. Altri pesci, nulla.

Suoni assenti, a parte il brontolio lontano del motore dell’imbarcazione e il vento che, anche se in calo, ancora colpisce la superficie dell’Oceano. Brutto segno.

Checco è scomparso, l’ho subito perso di vista. Spero che a lui vada meglio ma non ho sentito lo schiocco secco del suo oleopneumatico ipercarico, per cui sono sicuro che non ha sparato.

Altre immersioni si inanellano, senza nulla a turbare le gradazioni di colore dell’Oceano aperto. Di colpo l’imbarcazione punta decisa su di me e intravedo Checco già a bordo. Salgo anch’io e Victor ci dice che avevamo derivato troppo dal sommo, che nel frattempo aveva pedagnato: ci avrebbe riportati in zona. L’ecoscandaglio, nel generale deserto, aveva lì segnalato branchi di pesce. Speriamo bene. Identiche, per il momento sconfortanti, notizie, giungono via radio da Amaro che traina in circolo, un miglio dal sommo. Nessuna toccata, nessun avvistamento, nessuna traccia di mangianza in superficie segnalata da uccelli a far ben sperare. Quello che si profila non è certo Il Giorno, come tutti lo immaginavamo.

Il grosso parabordo rosso è un punto brillante nel sole improvvisamente fuori dalle nuvole. Ora scendiamo in acqua in tre. Fernando si è vestito e ha preparato a propria volta il suo fucile speciale. È l’unico a non usare una sagola con galleggiante ma un mulinello, sia pur surdimensionato e con quasi cento metri di kevlar sottile.

Con un punto di riferimento evidente, improvvisamente ci rendiamo conto della forza della corrente. Bisognerebbe pinneggiare con decisione per restar vicino al tetto. Non conviene, naturalmente, così ci facciamo tutti trainare dalla barca, con una lunga cima fuoribordo, per tornare a monte del pallone. Certo, così si smotora troppo, ma non ci sono reali alternative.

 

Qui sul tetto, in effetti, come segnalato dallo scandaglio, c’è pesce. Intravedo una gigantesca macchia bruna sotto di me, dai contorni indecisi e mobili e realizzo che è un branco enorme di barracuda, per la maggior parte piccoli ma con alcuni esemplari notevoli ai margini inferiori del branco. Sono abbastanza sospettosi, stranamente, o forse sono innervositi dal sagolone, perché dopo i primi tuffi in cui riesco ad avvicinarli tanto da vedere gli occhi collettivi che ruotano per seguirmi, stanno a distanza. Non che rischino nulla da parte mia, non ho certo intenzione di scaricare il fucilone su un “misero” barracuda. Tipicamente, quando qualcosa del genere succede, passa il tonno gigante a un metro dal naso, a guardare incuriosito quello strano coso con gli elastici penzoloni…

Fernando sembra essere avvantaggiato dalla mancanza di sagolone. Scende e scende fondo. Per un po’ siamo vicini, e mi mostra l’orologio-profondimetro che segna l’ultima immersione: –28. Dice che ha visto le ricciole. Un branco intero. Sono sul fondo e sembra non abbiano nessuna intenzione di risalire. Poi rimette la testa in acqua e si prepara per la successiva immersione. Io resto nelle vicinanze. Anche se non posso raggiungere quelle quote, pesante come sono, magari, magari, una ricciola arpionata che sbatte può richiamare altri predatori. O per lo meno creare un centro di disturbo che possa incrinare questa stasi insopportabile.

Fernando è ora più sovracorrente rispetto a me, è più leggero e riesce meglio a contrastarne la forza. Lo vedo prendere un gran respirone, sollevare le pinne al cielo e scendere a capofitto. Da sotto però non lo vedo, sono troppo lontano per la visibilità attuale. Comincio a dirigermi, nuotando lentamente controcorrente, sulla perpendicolare della sua immersione, il fucile pronto. Il fondo è sempre invisibile. Dopo poco intravedo qualcosa di scuro e poi, più sotto, una spanciata bianca. È Fernando che risale. Ha preso qualcosa! Accelero la pinneggiata ma sono ancora lontano quando mi accorgo che qualcosa non va. Sta risalendo lentissimo, poi mi accorgo che si è evidentemente incastrato il mulinello e che il pesce rimane a quattro o cinque metri dalle pinne. Fernando, ora lo vedo meglio, sta pinneggiando come un pazzo, e ora comincia anche ad aiutarsi con la mano sinistra. Decisamente non va! Sono quasi esattamente alle sue spalle e non mi può vedere, accelero ancora e mi immergo per aiutarlo. Intanto i movimenti sono diventati affannosi, la profondità diminuisce troppo lentamente. La ricciola, per quanto semimorta, dà ancora qualche scodata che la fa scendere, tirando giù insieme ad essa il pescatore. Ora ho paura. Fernando è a cinque metri dalla superficie e non credo possa raggiungerla senza andare in sincope: un’immersione a quasi 30 metri, così lunga, faticando tantissimo... Riesco quasi a toccarlo, è a venti centimetri da me, quando apre la mano, lascia sfuggire fucile e ricciola e, con un’ultima potente pinneggiata, schizza in superficie. Lo seguo, raggiungiamo l’aria insieme e prende una gigantesca boccata d’aria con un urlo inarticolato. Lo guardo bene in faccia, non è freschissimo ma non è in sincope e vedo che respira a gran singulti. Gli chiedo con un cenno della mano se vada tutto bene e al segno affermativo cerco di vedere la ricciola. Si è diretta verso il fondo ed è già una macchia bianca, confusa, al limite della visibilità. Perduta. E il fucile, tanto curato, insieme ad essa. Peccato davvero!

 

Intanto la giornata si è almeno parzialmente sistemata. Il vento, pur presente, non crea più i frangenti del mattino e il sole brilla chiaro tra nuvole ora leggere. La giornata sembrerebbe ideale ma… il pesce manca. Il poco che c’è sembra concentrato solo nei dintorni immediati del tetto. Lì a ripetizione vedo il branco dei barracuda ma le ricciole, per non parlare dei tonni, sono invisibili. Checco non sembra cavarsela meglio di me. Quando ci incrociamo, alla mia occhiata interrogativa risponde scuotendo la testa: niente.

A questo punto sono veramente incerto: cambiare tattica e cominciare a scendere più fondo, tentando le ricciole? Rimanere con l’attrezzatura pesante e sperare che passi, prima o poi, uno dei mostri che, poffarbacco, DEVONO esserci da queste parti? Fino a questo momento ho puntato tutto sul pesce grosso, nel blu. Cambio, o rimango sperando ma rischiando cappotto?

Checco sembra aver già affrontato e risolto il dilemma. Avvantaggiato dall’attrezzatura meno potente ma più leggera, lo vedo scendere sempre più fondo. Questa tattica gli darà ragione.

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...è una bellissima, anche se 
non gigantesca
ricciola atlantica

Una volta, mentre è a traino della barca per l’ennesima risalita a monte del tetto, Victor urla: pesce a -25 metri! Velocissimo, respira a gran singulti, molla la sagola, lo vedo galleggiare tutto mentre riempie gradualmente al massimo i polmoni per l’ultima grande inspirazione e scende.

Dalla superficie vediamo i palloni rossi al termine del suo sagolone di trenta metri scivolare sulla superficie, avvicinarsi sempre più al punto di immersione, rallentare, fermarsi… siamo anche noi in apnea… ed ecco Checco che riemerge con un gran grido: presa! Ricciola, evidentemente.

Poi si rimette il boccaglio fra le labbra e afferra il sagolone che ha già cominciato una pazza corsa in superficie. La velocità è tale che presto si crea una scia di schiuma sulla superficie. Checco rimane caparbiamente attaccato e riesce anche a legare il fucile al termine dei galleggianti potendo così lavorare il sagolone con le due mani. Alle domande ansiose che gli piovono attorno riesce a rispondere che è presa bene. Poi viene ancora trascinato via.

Pian piano la parte del sagolone visibile in superficie diventa sempre più lunga: il pesce viene tirato in superficie. Checco ora deve fare attenzione alle grandi volute di cima che lo circondano ma espertamente le butta dietro la schiena ad ogni gran bracciata. Finalmente si riesce dalla superficie ad intravedere la prima spanciata del pesce. È un grosso lampo argenteo, ancora profondo sotto i piedi di Checco. Sta risalendo, però. Dopo pochi minuti, sotto le capaci mani di Checco, la ricciola è quasi in superficie. Di colpo si immerge, scende a prenderla per gli ultimi metri e risale in un grande marasma di scodate e schizzi al cielo. Un veloce colpo di coltello e la ricciola è domata. Finalmente la barca può avvicinarsi e imbarcare preda e pescatore.

È una bellissima, anche se non gigantesca quanto le speranze speravano, ricciola atlantica (Seriola rivoliana) di una trentina di chili. Sono più dorate delle nostre, più robuste e combattive, azzarderei perfino più belle (!). Certo è che fanno sudare di più per portarle in superficie.

Il racconto è che, sceso nel blu, aveva finalmente avvistato sul tetto il brancotto che lentamente era salito e lo aveva circondato. Senza fretta aveva mirato alla più grande e sparato relativamente da vicino. Il colpo è stato perfetto, da pettorale a pettorale, quasi a novanta gradi.

 

E questa è, tristemente, tutta la storia. Pur rimanendo io caparbiamente in acqua a far una sorta di aspetto in superficie, attaccato ad una lunga cima alla barca ancorata sul tetto, resterà praticamente il solo pesce preso sul tanto favoleggiato e atteso Princess Alice Bank. La gigantesca cassa frigorifera rimarrà assolutamente, totalmente, desolantemente vuota. La ricciola è infatti troppo grossa e rimarrà sul ponte, coperta da sacchi bagnati.

Più tardi, addirittura, un puntolino all’orizzonte si trasformerà in un’imbarcazione di una decina di metri proveniente da Horta che ancorerà, in tutto l’enorme spazio dell’Oceano, a distanza di sputo dalla barca di Victor e vomiterà in acqua una decina di bombolari a far bianco il mare. Spedizione finita.

 

Qualche considerazione. Il pesce dov’era? Il tempo perturbato potrebbe averlo tenuto lontano? È vero che la luna piena di quei giorni fa sprofondare il pesce di passo? Gli australiani giurano di sì ma… non lo sappiamo.

In ogni caso, non un singolo tonno è stato visto da nessuno in tutta la giornata. Il Wahoo più grande è stato un esemplare di una ventina di chili, bello ma sospettoso, troppo lontano anche per il mio fucile. Da parte mia non ho tirato il grilletto in tutta la giornata. Sapevo che era una decisione rischiosa usare il Tuna Gun ma io REALMENTE speravo in pesce pelagico in movimento sul Banco. Anche quando non si vedeva niente continuavo ad aspettarmi un branco di qualcosa di spettacolare ad ogni momento. Follemente ottimista o nel vero spirito del Blue Water Hunting?

 

Riccardo A. Andreoli

Agosto 2001

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