Ningaloo Reef


Western
Australia
Australia, barriera
corallina, sogni, pesci giganti, squali. In aereo era questo che mi girava nella
testa confusa da troppe ore di volo, troppi fusi orari e qualcosa di improbabile
mangiato nella tappa di Bangkok.
In ogni modo quasi
c’eravamo. Quest’ultimo aereo era pieno di australiani, addormentati perché
per loro erano le tre del mattino. Per noi era meglio non parlarne. Quasi
c’eravamo, dopo un mese passato a programmare il viaggio, trovare i biglietti
“giusti”, una bolletta telefonica che giaceva nel futuro ma sicuramente
astronomica dovuta alle numerose telefonate intercontinentali per gli accordi
definitivi. Il giorno prima di partire, su Internet avevo dato un’occhiata
alle previsioni del tempo. Bangkok: estate, tempo semicoperto, temperatura 38-40
gradi, umidità superiore all’85%. Perth, nostra destinazione, capitale dello
stato della Western Australia, il lontano west australiano, l’ultimo stato ad
essere colonizzato, il più selvaggio… e il più pieno di pesce: pieno
inverno, pioggia leggera, temperatura 9-11 gradi. Per cui nel bagaglio a mano
ero riuscito a infilare pantaloni corti e maglietta, e pantaloni lunghi e
maglione.
Quasi ci siamo.
L’aereo si inclina e sotto l’ala compare nella notte una grande città
illuminata. Una serie di linee scure punteggiate da lucette colorate identifica
la rete stradale, deserta o quasi a quest’ora di mattina. L’ultima regolata
all’orologio, la terza dall’inizio del viaggio: sono le 7 ora locale,
jet-lag di 6 ore. Atterriamo. Insonnoliti, a dir poco, recuperiamo i bagagli
dopo il consueto momento di panico. E se non sono arrivati? Fucili, mute, pinne
eccetera? Non dico viaggio sprecato ma... Custom. Ci fermano. Abbiamo dichiarato
di importare “gun” (fucili) per cui vogliono vedere bene cosa sono e chi
siamo. Ci fanno aprire tutte le sacche e scrivono compuntamente che importiamo
questa e quest’altra “arma”. Finito? Finito. All’uscita ci aspetta
l’amico Steve, ormai praticamente australiano, mancano pochi mesi alla
naturalizzazione.
Ci accoglie con
calore e ci porta subito a casa. Intanto albeggia, il panorama comincia a
delinearsi e diventa, finalmente, esotico dopo l’internazionalità
dell’aeroporto. Prima impressione, sabbia dappertutto, coperta da erbetta
verde. Poi, poca gente, strade larghissime, case basse con ampi spazi a
giardino. Piante sconosciute, verdissime. Freddo. Il maglione è necessario e in
macchina accendiamo pure il riscaldamento. Pioviggina. È proprio inverno.
Barriera corallina, pesci giganti, squali? Mah. Ora non mi sembrano molto reali.
Vedremo. Intanto arriviamo a casa. L’ultima salita, una curva secca per
entrare nel giardino e ci fermiamo paraurti a paraurti contro il Land Cruiser
Toyota che ci farà da base, casa, mezzo di trasporto per il VERO viaggio che
ancora ci aspetta. Crolliamo a letto, appena consci del freddo della casa. Senza
riscaldamento perché nessuna casa australiana, giura Steve, ne ha bisogno.
Intanto però la stufetta elettrica va a tutto regime.
Sveglia ad ore
biologicamente improbabili nel pomeriggio. Importante lo shopping per la lunga
trasferta al Nord. È scioccante quanto i supermercati siano uguali e diversi in
tutto il mondo. Gli scaffali sono sempre lì, i prezzi, i banconi dei surgelati,
le casse. Tutto ugualissimo. Negli scaffali però sono esposte strane
sconosciute cose e non si trova tonno sott’olio e realizzi che è quasi solo
un prodotto, non dico europeo ma addirittura italiano. In fondo ad uno scaffale
troviamo una solitaria scatoletta dal prezzo improbabile con un’etichetta che
afferma “tonno italian style” ma l’olio è di qualcosa di sconosciuto.
Mah, non ci fidiamo e rimane in attesa di qualche altro italiano di passaggio più
nostalgico di noi. La testa è ovattata, non so se quelle tre ore di sonno
abbiano fatto meglio o peggio. La pianificazione è però necessaria, dovremo
stare in campeggio selvaggio per un paio di settimane. Steve mi dice che Coral
Bay, il paese (scoprirò poi quanto follemente inadeguata questa descrizione sia
solo molto più tardi) più vicino è a 60 km di pista sterrata. Meglio pensarci
prima...
Intanto sono poco
oltre le 6 di sera e fa buio, usciamo dal supermercato carichi, con le luci
della città nuovamente accese. Casa cena letto (letto!), la mattina dopo
dobbiamo partire per il nord e le zone di pesca!
Per
arrivare fin là bisogna fare un viaggio di dimensioni australiane. Circa 1400
chilometri da Perth. Passiamo il tropico del Capricorno, segnato nel mezzo del
nulla del deserto australiano da un grande cartello bianco e da una striscia per
terra. La foto di rito fa, in effetti, una certa impressione. Un po’ stranita.
Gioiosa.
Gli
ultimi 60 km per arrivare a Ningaloo Reef sono in sterrato. In Italia si
chiamerebbe “strada bianca”, in Australia è in realtà strada rossa. La
polvere che si solleva sotto le ruote e si deposita ovunque, le rocce di
superficie, il ghiaino che pavimenta (si fa per dire) la strada, tutto è di un
rosso-arancione peculiare, cupo, quasi di quella particolare sfumatura di rosso
che si trova nelle fotografie di Marte.
Gli
ultimi chilometri sono anche peggio. Un sentiero tra le dune, appena segnato dal
passaggio dei larghi pneumatici da sabbia dei fuoristrada che ci hanno
preceduto, serpeggia qua e là, su e giù, a tratti cancellato dal vento
onnipresente. Ogni tanto un guscio di tartaruga marina, bianco e disseccato dal
sole, segna dove è morta, dopo aver sbagliato strada dopo la deposizione delle
uova.
Il
campo è in una zona subito dietro le alte dune oceaniche, riparato dal vento e
con un passaggio largo abbastanza per le fuoristrada che trascinano i carrelli
con le barche per raggiungere l’acqua. E… sì, si arriva fin qui con le
barche stracariche a traino, sulla sabbia e attraverso le dune.
Il
campo non è mai silenzioso. Chiunque arrivi fin qui per pescare si porta dietro
un generatore e almeno un freezer per conservare il pesce, più spesso i filetti
di pesce che occupano meno spazio. Per cui prima di tutto c’è il monotono
ronzio dei motori a scoppio, oggi 5, che, anche se seminascosti dietro le scarne
erbe delle dune, si fanno sentire. Poi, a ondate, più o meno forte a seconda
della direzione e della forza del vento, il rombo profondo dello swell, il
frangente oceanico, che rompe sul reef che è qui a poca distanza dalla costa.
Sulla spiaggia, dall’altra parte delle dune, i generatori non si sentono più
ma il
rimbombo costante dei frangenti è più forte e costituirà la colonna sonora
del viaggio.
Per
tutto il periodo in cui ci fermeremo qui ci saranno emozioni e incontri
ravvicinati con pesci ed esseri cui noi, pescatori del Mediterraneo, per quanto
“vecchi”, non siamo abituati.
Una
digressione sui fucili. Dopo una serrata serie di e-mail con un amico, Angelo,
ricercatore all’università di Perth e accanito subacqueo, e dietro suo
suggerimento (lui pesca con uno Sten 100), ho selezionato due fucili. Uno Sten
100 come secondo fucile e un nuovissimo Cyrano 110, comprato per l’occasione,
come primo. Gli arbalete, nell’accezione europea, sono troppo leggeri per
pescare da queste parti. Scelta, lo dico subito, almeno parzialmente sbagliata.
Trooooppo piccoli. La prima volta che abbiamo tirati fuori i fucili dalle
sacche, gli australiani li hanno guardati con curiosità e hanno detto solo: Bè,
ti devi avvicinare un bel po’ per sparare con quelli, vero?
Il
tipo di pesca che fa Angelo, ho scoperto poi, è quasi una riproduzione di
quella italiana -più o meno di tana- ed è completamente diversa da quella che
piace a me e per cui, nei paesi di lingua inglese, c’è un bellissimo nome:
Bluewater hunting, la caccia, letteralmente, nell’acqua blu.
Loro,
gli australiani, hanno tutti dei fucili che non chiamano affatto arbalete pur
essendo ad elastici. Sono dei mostri con affusto di legno che lanciano un’asta
di un chilo per oltre due metri di lunghezza. Sono rigorosamente fatti in casa,
anzi nell’attrezzatissima officina del padre di uno di loro. Sono dei Paxman,
e l’ideatore, Frank Paxman, padre di Barry, uno dei nostri anfitrioni
subacquei, li vende a mezza Western Australia. A quelli, cioè, che non se lo
fanno da soli nell’officina dietro casa, che qui tutti hanno.
Primo
giorno.
Seconda
immersione, quella in cui ancora ci si tolgono le bolle d’aria dalla muta e si
assaporano le prime impressioni. Arrivo sul primo sbalzo, una decina di metri, e
mi poso guardando sotto, poi a sinistra, poi a… una forma scura dal fondale
cupo, l’acqua non è pulitissima e non c’è sole, si muove. Lentamente si
avvicina e la vedo meglio. È uno squalo, grosso. Viene verso di me. Punto di
riflesso il fucile e per un momento vedo la lustra forma a torpedine dello
squalo perfettamente di muso: i tre alettoni delle pinne pettorali e della
dorsale ad angoli uguali che incorniciano la bocca sempre semiaperta.
Sale
fino alla mia stessa altezza, arriva a tre metri poi gira il testone e mi sfila
indolentemente davanti. Vedo perfettamente le bande zebrate sul fianco e il muso
camuso. Il mio primo squalo tigre (Galeocerdo
cuvieri).
Risalendo
avverto il gruppo di diver australiani. Si scambiano tutti grida del tipo
“tiger” ma per il resto lo ignorano sovranamente. Francesco detto Checco,
subito sopra di me, ha visto tutto; ci scambiano uno sguardo e torniamo a
pescare.
Ancora
primo giorno. Prima cattura nell’Oceano. Un branco di carangidi (che qui
chiamano genericamente trevallies) sui sei-sette chili si avvicina e ci circonda
a carosello. Checco spara, ne prende uno e orgogliosamente lo porta alla barca.
Qui il pesce lo tengono in acqua: buttano da poppa una boa con una lunga catena
di acciaio con uno spillone alla fine per passarci le branchie. Barry sorride...
e, con nostro scioccato sbalordimento, prontamente procede a farlo a pezzi.
Questa è stata la nostra introduzione alla pratica del “burleing”
australiano. Tradotto, pasturazione. I “veri” pesci da prendere sono i
grandi predatori del blu che risalgono la scia del sangue e arrivano,
incuriositi e sospettosi, in zona. Insieme agli squali naturalmente.
Da
quel momento in poi sarà per Checco e per me una costante lotta per scoprire
quali sono i pesci “buoni” e quali no. Per di più Ningaloo Reef è una zona
di parco, dove la pesca è regolamentata e dove gli unici pesci catturabili sono
i pelagici, da pescare a mezz’acqua nel blu. Questo restringe certamente le
opzioni, pur nelle ricche acque di un reef.
L’aspetto,
alla mediterranea, è assolutamente, o quasi, improponibile. L’onda oceanica
ha una tale potenza che sul fondo, anche a una quindicina di metri, ti devi
aggrappare con la mano libera al primo spunzone di corallo che capita. Forte.
Poi arriva l’onda. Il flusso è tale riesci a reggerti a malapena, il fucile
viene spostato senza pietà nella direzione dell’onda, il corpo viene
trascinato nella stessa direzione, le pinne svolazzano, senti l’acqua scorrere
ruscellando contro le zone scoperte del viso, i pesci vengono spostati di due
metri da dove erano prima, ma tanto non ha importanza, il fucile è una
banderuola incollata alle gambe. Attimo di pausa. Poi arriva il deflusso. In
pochi momenti tutta l’acqua ricomincia a scorrere nella direzione contraria.
Se poi hai ingenuamente selezionato un riparo e non sei su fondo piatto, vieni
incollato alle
rocce che ti circondano. Spesso anche malamente graffiato.
Dopo
pochi tentativi rinunciamo. Gli australiani non lo praticano assolutamente, per
di più hanno anche il problema che è già difficile reggere col polso un
fucile di due metri, non parliamo poi di muoverlo per mirare.
Terzo
giorno. Mante, mante dappertutto.
Grandi
mante solitarie e branchi di piccole mante, una inanellata all’altra. Una
gigantesca manta nuota fino alla superficie, lenta, nera e imponente, poi si
rovescia e sprofonda a picco verso il fondo, mostrando a tratti il ventre
bianchissimo. Prima che svanisca nelle profondità Checco la insegue e tenta una
carezza sul dorso. La manta spaventata ha un soprassalto, piega le enormi ali
fin quasi al dorso per il primo potente battito e vola via. Checco, sorpreso, si
arrotola a palla, scosso dall’enorme flusso d’acqua che lo investe di colpo.
Io tento seriamente di affogarmi ridendo, con l’acqua che entra a fiotti
dentro alla maschera. Pochi minuti più tardi è Checco che si rotola dal ridere
ai miei inutili e forsennati tentativi di inseguire, nuotando a rotta di collo,
un brancotto di timide piccole mante, per il piacere di vedere da vicino i loro
“corni” argentei e di ammirare la loro danza coordinata un po’ più a
lungo.
Quarto
giorno. Il litigio con le cernie giganti.
Sparo
al limite del tiro un carangide sui 7-8 chili che al solito parte trascinandosi
dietro asta e sagola del mulinello. Un cernione da infarto (per il Mediterraneo
- poi ne vedremo ben peggio), una quintalata di bestia, schizza fuori da una
caverna sul fondo e letteralmente aspira il pesce sulla punta dall’asta.
Sorpreso, a dir poco, cerco di recuperare il MIO pesce e tiro furiosamente la
sagola. Probabilmente sorpreso anche lui da questi strano comportamento del
pesce il cernione se lo lascia strappare di bocca. Recupero più veloce che
posso ma il cernione non cede, vuole anche lui il pesce e lo insegue. Deciso,
sbatte contro le mie pinne, se lo riprende in bocca, lo strappa dall’asta, mi
fa roteare quando scoda per ripartire verso il fondo e scompare, con il pesce di
traverso, testa e un pezzo di coda le uniche cose che sporgono da quell’antro
di bocca. Come va il mondo, vero? In Mediterraneo un cernione così sarebbe il
pesce della vita e qui non sto nemmeno contemplando la possibilità di
sparargli...
Qualche
giorno più tardi Checco ne incontrerà uno ancora più grande e aggressivo, che
non solo gli mangerà il pesce ma gli piegherà malamente l’asta, strapperà
una delle alette dei pesanti arpioni magnum e per concludere taglierà la sagola
contro i coralli del fondo.
Quinto
giorno. La pescata più bella.
Checco,
dopo un’interminabile apnea, usando tutte le tecniche apprese in anni di pesca
mediterranea nel blu, riesce in un accurato avvicinamento a mezz’acqua di un
enorme Spanish Mackerel (Scomberomorus
commerson), uno dei migliori “pesci buoni”. Spara e lo fulmina. Gli
australiani dicono “stoned”, letteralmente, pietrificato. Bello. Rende
l’idea.
Felici
ritorniamo alla barca. Barry ci guarda strano ma non dice niente. Infiliamo il
pesce sulla catena e torniamo a pescare. Mezz’ora più tardi sto rimbalzando
un’onda sì ed una no attaccato dietro ad uno Spanish ancora più grande,
evidentemente non stoned, che prima ha portato via tutta la sagola del mulinello
e poi ha portato via anche me. Caparbiamente riesco a lavorarlo, dribblando gli
onnipresenti squali, e riesco a mettergli le mani in branchia. Impazzisce e mi
sbatacchia malamente qua e là in un mare di schiuma. Altro viaggio alla barca e
altra occhiata stupita di Barry. Esplode in qualcosa che suona sospettosamente
come un “bloody bastards” (maledetti bastardi) e scuote la testa.
Al
ritorno al campo succede una scena strana. Appena siamo a riva, con la barca
ancora in moto, Barry con un urlaccio manda un figlio a prendere in tenda la
bilancia. Intanto cominciano le operazioni di scarico delle attrezzature e
quelle, noiosissime ma indispensabili, di sfilettatura del pesce. Quando arriva
la bilancia e pesiamo il pesce di Checco improvvisamente tutti i subacquei delle
due barche, apparentemente intenti ai
fatti loro, sembrano presi da un incantesimo. Si bloccano tutti, qualunque cosa
stiano facendo, e guardano ipnotizzati la bilancia con sotto lo Spanish che
lentamente oscilla. 35 chili! Checco è contentissimo e tutti riprendono a
vivere. Poi tocca al pesce mio. Altro incantesimo. Subacquei con il coltello
infilato nel pesce, subacquei con la muta sfilata dalla testa ma ancora con le
braccia prigioniere. Tutti immobili. L’ago della bilancia rotea pazzamente poi
pian piano si ferma poco oltre i 37 chili.
Un
sospiro si leva da tutti e finalmente si svela l’arcano. Il record australiano
sullo Spanish, ci spiegano, era stato per anni di 36 chili, poi, in quella
stessa primavera, qualcuno ne aveva preso uno di 38.6 chili. Il mio NON era
quindi record. Per un chilo e mezzo ma non lo era. Da qui l’“incantesimo”.
E il bonario ed esasperato bloody eccetera.
Nono
giorno. Le balene.
Forse
non un grande incontro, ma io non avevo mai visto le balene così da vicino e
con solo venti metri di fondo sotto la pancia per di più. Tentiamo di
avvicinarci per vederle anche sott’acqua e per nuotare con loro. Sarebbe
incredibile! La balena più vicina però nuota via, ad una tale velocità che i
colpi di coda creano un effimero, vetrato sentiero blu lungo duecento metri che
appiattisce la superficie ruvida dell’Oceano ingrossato, svanendo lentamente.
Quarto
e dodicesimo giorno. I dugonghi.
Il
quarto giorno vedo una strana, grossa, forma verde-blu chiaro ferma sul fondo.
Mi avvicino incuriosito e improvvisamente realizzo che è un dugongo che bruca
tranquillamente le alghe. Mai visto prima. Estasiato mi immergo e nuoto
lentamente verso di lui, cercando di avvicinarmi il più possibile. Il dugongo
però gira le terga, faccio in tempo ad intravedere i baffoni da tricheco, e
nuota via disinteressato, agitando quella sua grassa codona piatta e un po’
ridicola. Checco, qualche giorno più tardi, riuscirà ad avvicinarsi al punto
di accarezzarne uno. Dirà poi: “mi ricorderò a lungo di quel colore strano,
come azzurro latteo, della testa da tricheco e della pelle piena di piccolissimi
denti di cane”.
Tutti
i giorni. Le tartarughe.
In
Mediterraneo certamente le tartarughe ci sono e sono abbastanza comuni se appena
ci si porta al largo dei disturbi costieri. Qualche anno fa, in un viaggio per
raggiungere una secca lontana una quarantina di miglia, ne avevamo contate più
di una dozzina. Ma qui a Ningaloo il loro numero è semplicemente incredibile.
Sono ovunque. Talora se ne vedono tre o più nella stessa immersione. Nuotano
lentamente, solitarie e gigantesche, a pochi metri di profondità risalendo ogni
tanto per una boccata d’aria. Nuotano velocemente sul fondo, irraggiungibili,
quando tentiamo di usarle per fare un po’ di autostop. Dormono, sembra, in
profonde grotte sul fondo, ammassate tre o quattro insieme, con gli occhi chiusi
e la testa in una spaccatura più profonda delle altre.
E,
nonostante la loro aria sonnolenta, sono dei predatori! Una volta una mi ha
fatto venire un coccolone. Stavo planando al solito nel blu, appena al di sotto
della zona di galleggiamento neutro, con il fucile sotto la pancia, nascosto
nella sagoma del corpo, con un occhio agli squali sul fondo a sette o otto metri
da me e lo sguardo, credevo, che copriva tutti gli angoli di visuale in cerca
della sagoma argentata che preludesse ad uno Spanish, quando un’ombra scura mi
cade addosso dalla destra, vicina. Grande. Giro la testa di scatto ed è là.
Una tartarugona massiccia che mi guarda freddamente. È arrivata a tre metri, da
dietro e da sopra, nel mio angolo cieco. Un accenno di movimento delle potenti
zampe anteriori e scivola via a perdersi nell’acqua lattiginosa. Ma và...
Tutti
i giorni. Gli squali.
Nella
pratica quotidiana ci sono gli squali. Il burley richiama, è fatto apposta, i
predatori. Primi fra tutti i più numerosi, gli squali. Tempo 3-4 minuti ed ecco
che arrivano. Nella stragrande maggioranza sono Bronze Whaler (Carcharinus
brachyurus), elencati come “dangerous” nei cataloghi dei pesci
australiani. Di solito sono sui due metri e mezzo, tre metri. Ogni tanto ce n’è
uno più massiccio che può superare queste misure. Solo raramente si trovano i
pressoché innocui pinna bianca.
Per
un po’ rimangono sul fondo. Poi, quando cominciano ad essercene sei o sette
contemporaneamente nel raggio di visione, o se ce n’è uno più grosso, si
fanno più insistenti. Si alzano e cominciano a nuotare a mezz’acqua. Adesso
cominciano a scocciare perché possono attaccare il pesce.
Quando
si prende un carangide, per esempio, e non lo si fulmina, quello naturalmente
comincia a tirare fuori sagola dal mulinello e a sbattere in giro, grugnendo e
trasmettendo chiari segni di “pesce in difficoltà”. La scena allora
improvvisamente si anima. Dalla cortina blu di sfondo dell’Oceano, un attimo
prima ingannevolmente vuota,
si materializzano forme a siluro dirette al
supposto banchetto. Gli squali presenti, che sembravano insonnoliti, di colpo
cominciano a schizzare qua e là cambiando rotta repentinamente a tutta velocità
per inseguire il pesce ferito, legato dalla sagola, con il pescatore che tira
disperatamente. Se si è veloci si riesce ad afferrare il pesce prima che gli
squali facciano più di 3 o 4 puntate aggressive. Altrimenti le cose cominciano
a complicarsi. Se uno squalo riesce ad azzannare il pesce, prima di tutto lo
ferma, creando un bersaglio più facile per gli altri. Poi c’è una mischia
all’insegna del “se lo mangia lui perché non lo devo mangiare io?” e
tutto il branco va di colpo in frenesia da cibo. Come palle da biliardo
impazzite gli squali carambolano a tutta velocità, rimbalzano fra il pesce in
bocca al primo, un altro squalo di colpo in rotta di collisione... e il
pescatore, che aveva fatto di tutto per avvicinarsi al massimo alla sua ormai
ex-preda. Arrivano sparati da tutte le angolazioni, contro le pinne quelli dal
basso, a mezzo corpo quelli a mezz’acqua o direttamente in faccia quelli in
superficie e realizzi che è contro te che stanno facendo le puntate. Vi
assicuro che è una sensazione vedere a tre metri l’asta sbatacchiata come un
fuscello da uno squalo che scuote il testone sbranando il pesce, per essere
trascinati sotto improvvisamente dalla sua fuga con il pesce in bocca inseguito
dal branco affamato. Conviene forse, allora, filare mulinello e rinunciare al
pesce, ormai fatto a pezzi, concentrandosi sul salvare l’attrezzatura.
Le
cose peggiorano quando hai sull’asta finalmente un pesce “buono”, magari
un massiccio Spanish. Sei mooolto meno disposto a farti fregare un pesce da un
altro pesce e litighi più accanitamente, cacciandoti in mezzo alla ressa,
brandendo il fucile con aria minacciosa (l’unica che puoi fare, visto che è
scarico) e facendo a tua volta puntate aggressive contro gli squali più vicini
al tuo bel pesce. NON è detto che funzioni, ma spesso sì. Talora purtroppo non
c’è niente da fare e assisti impotente al macello. A Lee, il figlio minore di
Barry, 14 anni, hanno mangiato così uno spettacoloso Spanish che probabilmente
era anche più grosso del mio. Litigando di brutto, con l’aiuto del padre
accorso alla fine, Lee è riuscito a recuperare due pezzi del pesce, un terzo
anteriore con la testa e un pezzetto della parte posteriore con la pinna anale
ma senza la coda. Pesato così, sbrindellato, raggiungeva i 22 chili. Lee era
leggermente “upset”...
Ultimo
giorno a Ningaloo Reef.
Sera.
Barry è partito da qualche giorno. Stiamo pescando con Hans, un altro esperto
diver, originariamente svizzero, poi sud africano ed ora australiano. Siamo
vicini al reef in poca acqua quando una grande forma appare sul fondo. Uno
squalo. È un altro dei grossi tigre che passeggiano imponenti per la zona. Una
settimana prima uno di bello aveva tentato un attacco contro Lee, forse
nell’erronea convinzione che il più piccolo della compagnia fosse il più
facile da prendere, ma mal glie ne era incolto perché Barry gli era piombato
addosso e gli aveva sparato una fucilata sul fianco che lo aveva fatto
ignominiosamente schizzare via ben ben graffiato. Questo invece rimane sul fondo
e lentamente svanisce nell’acqua non pulitissima.
Cinque
minuti dopo compare una forma più grande. Un altro tigre? No. Hans affermerà
più tardi che è il più grosso Whaler che avesse mai visto. Certamente oltre i
quattro metri. E questo non sta minimamente pensando a svanire. Nuota sul fondo
pigramente, lentamente ma determinatamente riducendo le distanze. Noi
continuiamo a pescare tenendogli un occhio addosso e riducendo la distanza fra
noi.
I
pesci “buoni” non si mostrano. Forse ci saranno anche, ma un predatore così
grosso, così vicino alla loro sorgente di interesse, probabilmente ne impedisce
l’avvicinamento.
Di
colpo la grande coda dà una frustata e lo squalo guizza in superficie dove, di
nuovo lentamente, comincia un carosello con noi al centro. Non ricordo di aver
fatto nessun movimento, a parte il cuore, ma continuo a urtare contro le spalle
sia di Hans sia di Checco e a strusciare le pinne contro le loro. Nessuno dice
nulla. Continuiamo caparbiamente a pescare, sforzandoci di tenere costantemente
lo squalo nel raggio di visione.
Intanto
stiamo gentilmente derivando con la corrente. Lo squalo però non fa nulla
gentilmente. Sta ora nuotando sempre più nervosamente, in circoli. Ogni volta
che punta il muso nella nostra direzione dà una sferzata con la coda contro di
noi, poi riprende il suo circolo. Abbiamo smesso di pescare e stiamo ora solo
guardando lo squalo. Hans suggerisce, che, forse, è meglio se cambiamo posto.
OK. Ci stiamo muovendo. Per un po’ lo squalo continua a seguirci, con un
circolo forse un po’ più largo poi rimane indietro e svapora nello sfondo
grigio-verde dell’Oceano al tramonto. Saliamo in barca e ci spostiamo di circa
800 metri. Non passano più di tre o quattro minuti che lo squalo è di nuovo
qui. Già in superficie, già in caccia circolare, sempre molto aggressivo, con
scatti nervosi del testone ad ogni virata. Hans scuote la testa e riconosce la
sconfitta: siamo cacciati fuori dall’acqua da uno squalo ostile...
Le
notti erano anch’esse fantastiche. Stelle ovunque, luminose anche bassissime
sull’orizzonte, con quell’incredibile limpidezza che noi abbiamo solo dopo
un temporale e che lì è solo normale, con la Croce del Sud al centro del
cielo. Le prime notti erano anche senza luna (buono per la pesca). Lo spettacolo
glorioso.
La
vita intorno al campo era altrettanto incredibile. Il campo perfettamente
organizzato di Hans ed il suo fuoco erano al centro di quelle fredde notti.
Mogli e figli piccoli, che si divertivano a dismisura con decine di chilometri
quadrati di dune come loro regno esclusivo, condiviso solo con qualche canguro,
rendevano l’ambiente più naturalmente famigliare del “duro campeggio per
duri subacquei” che forse tenderebbe ad essere più immaginabile.
Sul
fuoco poi non avete idea di cosa riuscivano a cucinare. Stufati, pane, dolci,
oltre alle immancabili “steaks”, con patate. E naturalmente pesce. Filetti
di pesce, pesce alla griglia, al cartoccio, di specie diverse ma tutti
buonissimi.
E
ovviamente c’erano storie di pesca. Australiane, del Mediterraneo, del Sud
Africa, tutte si incrociavano attorno al fuoco serale. Isole Cocos, Sicilia e
Sardegna, Mare dei Coralli e Città del Capo i nomi che salivano al cielo
mescolati alle faville. E pesci, sempre pesci. La maggior parte presi, alcuni
persi ma tutti accuratamente memorizzati, come in un film al rallentatore, con
quella incredibilmente dettagliata memoria subacquea che solo i subacquei
sembrano avere. E confronti di attrezzature subacquee, ricette di cucina ed
esperienza di vita con quella immediata vicinanza di persone che condividono
felicemente una forte e a lungo coltivata passione.


Riccardo
A. Andreoli