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Le grandi ricciole solitarie

Sardegna

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Io conosco un posto, in Italia, dove le grandi ricciole passano sulla rotta verso gli appuntamenti della loro vita. E sostano, un poco. In Italia, perché per anni, orgogliosamente e caparbiamente ho continuato a pescare "da noi", disprezzando coloro che, per fare carnieri non dico fantastici ma dignitosi, dovevano ogni estate emigrare verso più accoglienti lidi: Grecia, Jugoslavia eccetera. Un anno poi, cedetti anch'io, e poi l'anno dopo e quello dopo ancora: in Grecia. Deluso, i grandi pesci li pescavo molto meglio in Italia, sono tornato ai patri lidi, in Sardegna, che conosco bene. Sulla secca delle grandi ricciole.
È al largo, molto lontano da costa, sempre battuta da una corrente paurosa. Ricordo che una volta, ancorato forzatamente il gommone su un punto lontano, caparbiamente mi feci quaranta minuti di pinneggiata controcorrente, soltanto pinneggiando, per arrivare su una delle quattro punte buone. Per tornare, ostacolato da un pescione sanguinante di venticinque chili che avevo fretta di togliere dall'acqua, ma a favore di corrente, ce ne misi poco più di dieci.
Se deducete dalle frasi che io peschi da solo, è vero. Mi sbatto in mezzo al mare, sulle secche da solitario. Pazzia? Imprudenza? Forse. Ma il vero mare può essere condiviso solo con chi è affiatatissimo e di lunghissima data amico (c'è, nel senso che esiste anche per me, ma purtroppo non sempre presente). O con nessuno.
Quello era un giorno magico. Piovaschi a terra annunciavano tempo instabile. Una barra scura all'orizzonte occidentale confermava. Ma la mattina presto il mare era una tavola, il vento assente. Sembrava tutto fermo, sospeso. In mare, in mare. Queste condizioni strane mi mettono la libidine addosso. Chissà cosa combinano i pesci quando non è una delle solite giornate sole-ondine-venticello. In mare.
Partenza verso l'orizzonte, rotta assai indiretta, a scanso di eventuali osservatori (mica tanto ipotetici vista la curiosità sollevata dalle precedenti catture di ricciole di taglia "ma allora esistono!"). Fuori vista, rotta diretta sulla secca. Pioggia che bucava la tavola del mare, a scrosci. Vento zero.
La secca è orlata dalle solite frange di ribollimento di corrente, ma sembrano minori oggi. Ancoro lontano, per forza, dando una quantità paurosa di calumo, pregando di non dover scendere poi nell'abisso per recuperare l'ancora incagliata. Vestizione e concentrazione, pre-respirazione, rilassamento. Tutte quelle magnifiche ritualità che fanno dell'aspettista un filosofo. In acqua, piano. Lo Sten 130, ipercarico, con i fori della testata allargati e inclinati 45 gradi, con tutti quegli accorgimenti che ne fanno un'arma perfetta per i grandi pelagici, fa al solito dannare per caricarlo. Ormai non tento neanche più di caricarlo mettendolo in minima, come la casa consiglia. A questo livello di carica l'O ring di separazione delle camere viene sputato fuori come neanche ci fosse. L'anno prossimo lo levo, giuro.
Ora sott'acqua. Prime respirazioni, lente, lente, pausa, apnea, respiro di nuovo lento, lento. Pausa, apnea, ultima espirazione, inspirazione forzata. Giù! 
Sott'acqua le bollicine escono rotolando e gorgogliando. Poca apnea. Ogni volta devo convincere il corpo che per un po' deve vivere senza tanto ossigeno. Lo sa che poi si abitua, ma bisogna sempre metterci un po' a spiegarglielo. La corrente è molto ridotta ma c'è. Bene, perché in assenza di corrente le ricciole sono molto più nervose. Pinneggiando, respirando, spesso ad occhi chiusi, arrivo sulla prima delle quattro punte della secca. Ho scelto la corrente contraria, in andata. Il sole non c'è. Mare appena increspato ma lo dimentico immediatamente appena riconosco i segnali dell'approssimarsi della punta. Un plateau bianco sui 25-27 metri che poi sale sui 22-23 con una curva brusca, per cadere lontano in sabbia prima ripidamente poi più dolcemente sui 40 metri. Accelero la respirazione. In parte non è voluto. Scruto il blu alla ricerca dei segnali delle ricciole, i branchetti di pesciotti riuniti a palla, ascolto, se il crepitio delle loro minuscole scodate mi giunga senza che io veda il branco...
amberjackbis-2.jpg (17063 byte) Eccola! distintamente di colpo, le pettorali bianche prima e poi la sagoma del pesce si stagliano sul grigio blu del fondale. È ferma, in corrente. Non ci posso fare niente, Il cuore parte a razzo, supera i cento di colpo e lì rimane. Ho la bocca secca. Bella. Grande. Elegantissima. Prendo fiato, pinneggio pianissimo. Mi ha visto, si gira, sfila sul lato della punta e si ferma a picco sul blu. Sono ben lontano dalla perpendicolare ma a questo punto non ho alternative. Il boccaglio non l'ho neanche messo in bocca. Ho respirato in superficie a bocca libera. Gran fiato e scendo. Per forza i primi metri sono lentissimi. Poi pian piano divento negativo e scendo da solo. Lento, lento. In obliquo. Lei è ferma. Ancora. Mi guarda. Scoda, si allontana. Si riferma. È sempre in corrente. Scendo senza muovermi, senza guardarla, senza puntare il fucile. Mi avvitano piano le correnti accanto alla punta. Scendo sempre. È sempre ferma. Cado in obliquo, le guardo il testone, allungo il fucile quando non mi guarda, allungo il fucile quando è dritto su di lei, non può vedere il movimento. Scendo in obliquo, più veloce ora che sono più profondo. Lei scende. Io scendo, piano. È quasi a tiro. Quasi. È a tiro, Aspetta, è grossa. Chiudo un occhio, miro. Sono tutto teso. Sparo! In branchia, in alto, diretto verso il basso. Tiro perfetto. L'asta pesante sparata dal fucile carichissimo passa quasi tutta nel testone. Sembra sempre di sparare in un blocco di legno. Nel momento dello sparo, istintivamente mi raddrizzo e do il primo colpo di pinne verso l'aria. Adesso ho cinque-sei secondi in cui è intontita dalla botta. Fermo il mulinello con la mano e più veloce che posso risalgo verso la superficie, tirandomela dietro, guadagnando metri preziosi d'acqua. Non dura, lo so. Sono quasi in superficie quando dà la prima scodata per liberarsi. Adesso posso mollare mulinello. L'ho tirata su fin quasi a dieci-dodici metri. Non male. In superficie! Respiro, a singulti, soffiando nel boccaglio, lottando con la bestia che sembra decisa a tirarmi sotto. Mollo mulinello, tiro pinneggiando forsennatamente, mollo quando sono sott'acqua, poi ritiro. È bella questa pesca d'altura al filo tutta svolta sott'acqua. Ma ormai non può più scappare. Presa così non va da nessuna parte. Dopo otto o dieci minuti di rodeo comincia a stancarsi. Non mi tira più sott'acqua. La salpo piano, attento a non avvolgermi nel filo che fruscia nell'acqua seguendo i mulinelli circolari e sempre più stretti della bestia sotto le mie pinne. L'ho quasi a tiro. Adesso devo stare attento all'ultima scodata. La tiro vicinissima senza toccare ancora l'asta poi di colpo la afferro le do un tirone verso di me e la abbraccia tutta stretta stretta, infilandole la mano sinistra, quella col guanto, dentro alla branchia e stringo. Quasi mi tira fuori dall'acqua con le ultime forze, ma peso il doppio di lei e non ha scampo. Immediatamente afferro il coltellino e la pugnalo nel cranio. Finimondo! Schizzi, spruzzi alti due metri, la coda che schiaffeggia l'acqua, mi ci arrotola dentro, mi tira sott'acqua, mi stira le braccia, mi fa bere. Poi si ferma. La gola solo deglutisce ogni tanto sulla mia mano. È inerte. Sta morendo.
E sta sanguinando. Al gommone, al gommone. A favore di corrente la strada non è lunga. La ricciola impaccia, frena, ma è fatica soddisfatta. Al gommone avvolgo la sagola del fucile su una bitta e schizzo su. Svolgo la sagola, la afferro per le branchie e con un urlo che è sforzo e gioia e liberazione la tiro a bordo, facendola strusciare sui tubolari. Scivola nella cassa del pesce. Per metà. Tutta la parte posteriore del corpo e la coda è fuori dal bordo. E finalmente la guardo. È chiarissima, liscia. Le accarezzo le pinne a scomparsa, la carena sulla coda. È una meravigliosa macchina per nuotare. Ed è GRANDE. Adesso che la vedo sul gommone, in confronto a cose note, mi rendo conto delle sue dimensioni. Alla bilancia denuncerà 31 chili. 
E in quella giornata magica non sarà l'unica. Altre due grandi solitarie saliranno sul gommone prima del tramonto. Non così grandi: due gemelline di 20 chili ciascuna. Per un peso totale di una settantina di chili. E tre giorni dopo, in mezzo ad una baraonda di mare scatenato, altre tre, sempre in solitario, sempre sulla secca, sempre grandi e solitarie, ancora per identico chilaggio. Il giorno dopo me ne andai.

Circa 1988-1990

Riccardo A. Andreoli

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