Il grande Storione
Ticino presso Pavia


Questa
volta è diverso. Una buca scavata da una curva del fiume, la terra minacciata
dalla violenza della corrente; riparata da una massicciata che sprofonda
nell’acqua verde.
Scendo
a picco in un angolino riparato, fidando poi nell’orizzontarmi con la
corrente. Tocco il fondo con un tonfo, sollevando appena la sabbia pesante e
grossolana del fiume.
Qui
in alto c’è ancora abbastanza luce: l’acqua non è troppo fonda, la sabbia
è bianca. Preparo il flash; mi permetterà di fotografare colori e non solo
fantasmi evanescenti, bruno-verdi.
Mi
sdraio sul fondo e mi dirigo dove dovrebbe esserci la buca. La corrente comincia
a farsi sentire, man mano crescente; le pinne ricevono questa spinta reagendo
come vele e minacciano di imbardarmi ad ogni movimento. Sono stabile solo grazie
alla zavorra spropositata che mi appiccica la pancia sul fondo, inarcandomi.
Man
mano la luce diminuisce, diventa sempre più marrone, verdastra. L’atmosfera
si fa cupa. La sabbia ora vortica sotto la piena spinta della corrente. Sono al
centro del fiume.
Il
fondo davanti a me improvvisamente scompare. Si inabissa a picco.
Sbircio
giù strizzando gli occhi non ancora avvezzi a questo crepuscolo ma vedo solo
una parte di fango compatto, tagliata da cupe fessure orizzontali, che scompare
verso il basso, sprofondando nel buio.
Pian
piano, cautamente, a testa bassa scendo.
Il
buio aumenta. Incredibile pensare che fuori, appena qualche metro sulla testa
c’è una splendente giornata di settembre, con il sole a picco sulle acque
calme ed ingannevolmente limpide di un fiume padano.
Mi
sento molto misterioso, nascosto qua sotto senza lasciare neanche l’effimera
traccia delle bolle sulla superficie: invisibile ma presente, tutto vestito di
nero. La favola rivissuta del Vecchio Uomo del Fiume.
Ecco
il fondo. E’ chiaro, ricoperto di sabbia più fine di quella in alto. Pulito.
Alla
mia sinistra un canyon di sabbia sale verso una parete inclinata alla massima
pendenza. A destra comincia la scogliera a protezione dell’argine. Sono in una
specie di cuneo largo un paio di metri, piatto. La corrente passa ben sopra di
me ora. Lascia quest’angolino completamente fermo, immobile nel vorticare
incessante del fiume; una manciata di sabbia che sollevo per prova ricade
lentamente, a perpendicolo.
Sono
qui, devono essere qui i grandi
Storioni di cui sono alla ricerca: inseguendo favole fuggenti fuori, tra i
pescatori, e forme ancora più sfuggenti qui, sul fondo del fiume.
La
macchina è pronta, un ultimo controllo.
Gli
scogli alla mia destra sono ricoperti da fanghiglia sottile e verdastra.
Appaiono scuri e cupi. La vista si perde un metro più in alto in un caotico
ammasso di macigni di dimensioni diverse, accatastati alla rinfusa. Oltre, un
vago lucore nel crepuscolo bruno indica che il fondo risale.
Un
relitto d’albero giace scompostamente incastrato sul fondo, di traverso. I
rami sono piegati, spezzati, festonati da brandelli incongruamente variopinti di
sacchetti di plastica. In mezzo, sul fondo una grande forma si agita al mio
avvicinarsi.
Lo
storione. Bianco, gli scudi regolari sulla schiena, i barbigli penzoloni,
scivola quasi senza movimento sul fondo e lì si ferma, studiandomi.
Arresto
ogni movimento, non respiro nemmeno, lo guardo soltanto.
E’
grosso, ben più di tutti quelli che avevo visto e fotografato altrove su e giù
per il fiume. Avevano ragione coloro che dicevano che solo nelle buche più
profonde si potevano trovare gli storioni veramente grandi, quelli che nessuno
vede ma di cui tutti sanno.
Ricomincio
a respirare, devo stare attento all’ossigeno, a questa profondità può essere
pericoloso.
Punto
la macchina fotografica, scelgo l’inquadratura; mi avvicino pianissimo,
impercettibilmente: un altro storione , di poco più piccolo esce scivolando
dallo sfondo e gli plana a fianco.
Fantastico,
due!
Ma
la coppia è instabile: la presenza del secondo li ha resi irrequieti.
Sventolando la coda e contorcendo il lungo corpo se ne vanno, lasciandomi nella
macchina fotografica e nell’occhio l’immagine inutile di due terga sdegnose.
Non
faccio in tempo nemmeno a respirare che dall’alto della parete sinistra cala
veloce, tutto inclinato per restare con la pancia a contatto con la sabbia un
altro storione, decisamente più piccolo, che appena mi vede si tuffa a
capofitto sul fondo, di fronte a me. Dopo essersi appena nascosto tra i rami
dello stesso albero, mi studia incuriosito.
Questo
mi dà agio di fotografarlo con tutta tranquillità, davanti, di fianco, quasi
primi piani. Diventa nervoso solo quando tento di passargli dietro per
riprenderlo con lo sfondo dei rami sulla sabbia chiara. Si agita un po’, poi,
troppo disturbato, si alza e lentamente se ne va.
Ora
ho tempo per respirare e pensare. Mi guardo attorno con impazienza, ormai sono
tanto abituato a vedere storioni da tutte le parti che mi aspetto di vederne uno
dietro ogni ombra. Piccole correnti ingannevoli fanno mulinare la sabbia sul
fondo, creando la sensazione di un movimento bianco che colgo ogni volta con la
coda dell’occhio, sobbalzando.
Intanto
procedo, ma presto la buca finisce. La parete di sabbia si avvicina sempre di più
alla massicciata e chiude questo piccolo mondo senza corrente. Sopra, un paio di
metri, la forza del fiume è di nuovo impetuosa, i ciottoli hanno sostituito la
sabbia. Non ci sono più ripari di sorta.
Torno
indietro, ridiscendo a ripercorro quel piccolo tratto di calma ideale,
fermandomi spesso per dare agli storioni il modo di venirmi a trovare. Niente.
Dopo
l’iniziale ressa di loro nemmeno più l’ombra. Che abbia visto, e
spaventato, tutti gli storioni dei dintorni?
Tento
un agguato: vado a nascondermi tra i sassi, puntando la macchina fotografica.
Aspetto,
la corrente in faccia, turbinando a folate e a folta interrotta. Non sono
stabile, in bilico sugli scogli e cerco una posizione migliore. Mi assesto,
tintinnano sia la zavorra che il flash, mi fermo finalmente soddisfatto e alzo
gli occhi.
Niente.
Mi
sembra che la luce stia calando: che il sole stia passando dietro una nuvola?
Stupidamente, prigioniero di abitudini terrestri alzo la testa. Al movimento
improvviso colgo una macchia confusa, una sensazione di chiaro in movimento,
enorme. Non respiro più, la macchina immobile, penzoloni. Ricordo con assurda
precisione il lumino fioco di pronto al flash sullo sfondo scuro, la corrente
che sbatteva la faccia, i primi brividi di freddo in quella muta leggerissima.
E
lentissimamente (o ricordo così io?), lasciandomi per istanti intieri
palpitante, chiedendomi se fosse immaginazione o se comparisse realmente
qualcosa, una figura affusolata si forma.
Dall’alto,
quasi in controluce, chiaro sullo sfondo bruno e caliginoso compare lo storione.
È enorme, lungo più di me, improvvisamente chiarissimo e vicinissimo, planante
sulla corrente.
È
talmente grande che gli scudetti sulla schiena sono seminascosti dalla pelle. Le
pettorali immobili lo reggono su una direzione leggermente divergente dalla mia.
La coda, incongruamente simile a quella di uno squalo, è quasi ferma.
È
lì, in equilibrio contro la corrente, pronto a scomparire con le stesa levità
con cui è apparso. Pianissimo, respirando appena, sposto la macchina
fotografica, contorcendo il corpo per muovermi il meno possibile.
Il
flash non sembra dargli fastidio. Chissà se viene tutto grande com’è?
Comincio a maledire il tempo di ricarica delle batterie: vorrei scattate in
continuazione. Non ho più pensieri di composizione dell’immagine, quasi
neppure di inquadratura: mi basta scattare per fissare nella realtà questa
immagine incredibile.
Dura
poco. Si impenna lentamente contro la corrente, sempre più grande si alza,
scivola d’ala sulla pettorale e scompare, passandomi sopra la testa.
Con
un unico scatto spicco anch’io il volo, mi lancio nella sua direzione, lo
inseguo. Pinneggio in fretta, sbattendo le ginocchia contro i sassi, appesantito
dalla zavorra. Quasi lo raggiungo nello sprint iniziale, scatto la fotografia più
ravvicinata che mai avessi osato. (Poi di questa immagine finale resterà
fissata sulla pellicola solo la coda enorme e sventolante e la parte posteriore
del grande corpo.)
Svanisce
senza quasi da retta ai miei sforzi, appena accelerando il suo nuoto regolare.
Mi
fermo ansimante, il cuore impazzito (l’ossigeno!), snobbato.
L’animale
umano si sente rimpicciolito e trascurato. Non sono nemmeno riuscito a fargli
paura!
E
mi fermo a riprendere fiato mentre mi torna il senso delle proporzioni e
comincio a ridacchiare dell’assurdità delle mie reazioni.
Aver
inseguiti una bestia del genere, controcorrente, zavorrato... Sfido che non
l’avevo spaventato. Ma nemmeno
impensierito l’avevo.
E
mi si presenta l’immagine di me che pretendo di inseguire su una parete
verticale, con lo zaino pesante in spalla, un’agile bianca capra di montagna.
Che salta disinvolta di appiglio in appiglio dove io invece devo strisciare a
fatica.
Ed
il mio scatto finale di disappunto per essere stato ignorato diventa altrettanto
assurdo che alzare un pugno minaccioso verso la bestia fuggente ed urlare
improperî per la sua superiorità spinto solo dalla proterva prepotenza di una
frase letta in un antico Libro:
¾
Tu avrai potestà sugli animali... ¾

Ticino
presso Pavia, 1979 - 1980
Riccardo
A. Andreoli - Da "The Sea Inside"