Gli Storioni del Ticino

Le
storie sono ormai leggende. Appena vengono narrate già sono favola. E lo
storione ne alimenta il mistero, quel pizzico di mistero medioevale che sempre
fa da alone a queste bestie e che accende la fantasia dei narratori.
Su
e giù per il fiume si intrecciano con la realtà, creando grovigli che sono il
magma-madre del racconto, e il risultato è ciò che rimbalza da osteria ad
osteria con parole che sanno di saga.
Il
Grande Storione: dal Po che tutti considerano il giusto scrigno per i pesci più
grandi, talvolta risale il Ticino
un enorme storione. Tanto grande, quando si inarca per sprofondare nell’acqua
fonda, mostrando il dorso possente che è come la carena di una barca
rovesciata, lungo, enorme, da riempire i cuori di reverenziale timore,
soprattutto quelli di coloro che più vivono a contatto con la vita della
Natura: i pescatori, che lottano per pesciolini di etti, i cacciatori, per cui
qualche chilo è preda da caccia memorabile.
Come
rendere la sensazione che l’esistenza di questa bestia spalanca nel cuore di
tutti? Trovare un paragone con un animale esterno! Forse è come sapere di poter
talvolta scorgere un bianco grande unicorno tra le frasche del fiume...
E
questa essenzialità favolosa non viene intaccata dalla presenza di specialisti
che si dedicano esclusivamente alla pesca dello storione e che talvolta riescono
a catturare esemplari già impressionanti nella loro ventina di chili.
E’
certo comunque che nessuno pensa nemmeno alla cattura del vecchio gigante che
talvolta risale il Ticino lasciando il grande fiume: spezzerebbe tutto,
rovescerebbe qualunque imbarcazione: la morte è ancora una posta troppo alta
per un pesce.
Di
lui parlano in cifre: cinque metri di lunghezza, forse di più; due quintali, no
certo di più, molto di più...
Ma
io preferisco pensare lo storione senza questo ancoraggio alla realtà, catturato in cifre e numeri che lo
sviliscono e lo sminuiscono, e ricordarlo come una figura del tempo che fu,
quando un po’ di magia era nel mondo e l’uomo non era tutto.
Incontro
a questa leggenda mi immersi, un giorno d’estate, armato della mia voglia di
fantasia e di una macchina fotografica.
L’A.R.O.
era la mia armatura e la mia droga. Mi permetteva permanenze eterne, quasi senza
respirare. Senza essere turbato dall’ansito un po’ osceno un po’ brutale,
di ogni respiro perduto. Levitando.
Mi
immersi dunque, guidato da informazioni raccolte e spronato dal mio desiderio,
nei vortici lattiginosi del Ticino.
La
sabbia vorticava, mischiata a ramoscelli, foglie, il ricordo che mi abbandonava
del mondo di su. Fantasmi.
Una
duna, morbida, in tempesta lentissima, il bordo superiore spazzato in un
rallentatore esasperato dalla corrente residua, là sotto mi accolse. Le cinture
pesanti mi ancoravano al fondo, scavando a loro volta gorghi minuscoli,
vellicandomi il ventre.
Blandito
dalla corrente, accarezzato dai suoi inaspettati sbalzi di direzione che mi
avviluppavano come mani cullanti lasciai che la mente si perdesse in fantastici
pensieri di
reami sommersi e di strani servitori semisognati e forse non era che
un tentativo di dare uno scopo ed un ricordo a questa lenta bellezza finora
ignota.
Materializzato
dallo sfondo incerto una grande forma lentamente incede: eccolo, il padrone di
quel regno.
Scendeva
la corrente, planando. Virò e mi si mise accanto, scrutandomi attento. Restava
in equilibrio sul filo della corrente contraria, sfruttando in nuoto planato la
controcorrente minuscola della duna, quasi immobile.
Ci
studiamo piano, la macchina fotografica ancora dimenticata, volevo prima
vederlo, sapere di averlo guardato per poi poterlo ricordare: la macchina
fotografica sembra diluire la verità di ciò che si vede attraverso il mirino
lasciando più un’avventura sognata che realmente vissuta.
Era
alla mia sinistra, il muso che sfiorava la sabbia, i barbigli penzoloni.
L’occhio destro vivo di curiosità.
Ci
guardiamo, nessuno riesce a decifrare l’espressione dell’altro, entrambi
immobili.
Lentamente
lo scopo per cui sono giunto fin qui si rifà strada nella mente diventata per
quegli attimi estatica ed infantile, piena soltanto di meraviglia. Piano,
quell’ora quasi incongruo ammasso nero e scintillante di vetro e di metallo si
punta sulla bestia e scatto la prima fotografia.
Improvvisamente
divento frenetico, ho paura che scappi, che se ne vada.
Non
vederlo più! Allora scatto, senza badare a null’altro che non sia lo scattare
per catturare un po’ della sua magia nella mia immagine, per poterla portare
anche di sopra, nel mondo di luce ed aria da cui vengo, e ricordare quello che
è lui e quello che per poco sono stato.
Mi
avvicino piano, fregando sulla sabbia tutto il mio lungo corpo nero e lo
fotografo ancora; più calmo adesso cercando di fotografare Lui e non solo uno
storione. Il muso, gli occhi calmi, i quattro barbigli come baffi curiosi.
Non
si è quasi mosso da quando mi si è messo accanto. Reagisce solo leggermente,
con movimenti infinitesimi, all’incerto virare della corrente sputata da sopra
la duna.
Sento
che le fotografie ora sono solo ripetizioni e lo guardo ancora un po’,
direttamente, non contorto e rimpicciolito attraverso il mirino.
E’
placido, immobile, calmo. E tento ciò cui non avevo nemmeno pensato fino a che
il movimento non è cominciato. Voglio toccarlo. Fotografarlo con una mano che
lo carezza...
L’immagine
è già di per sé abbastanza memorabile da costituire da sola scusa valida, ma
no che non è così.
Voglio
tendere la mano e toccarlo come per tutta la storia hanno fatto mani incredule,
per sincerarsi che no sia magia, non sia illusione, ma realtà da ricordare e
raccontare, calata nello stesso mondo materiale da cui noi veniamo.
Ma
è troppo. Quando la mano è arrivata quasi a sfiorarne l’ombra confusa sulla
sabbia irregolare, si alza impercettibilmente, coglie la spinta della corrente
sopra la duna ed in una lunga immobile scivolata d’ala se ne va.
Scompare
a tratti, talmente parte di questo mondo evanescente e brumoso che ancora se ne
coglie il movimento quando già non si può indovinare cosa si muova, facendo
dolere gli occhi nello sforzo di seguirne lo svaporamento.
Non
so di poter dire cosa ho visto come ultimo ricordo.
Ticino
presso Pavia, 1979 - 1980
Riccardo
A. Andreoli - Da "The Sea Inside"