Nella Baia degli Squali
Western Australia - Shark Bay

Tre giorni di fuoco
e di passione, per Checco e me, e di mare a volontà, con Greg Pickering,
campione di pesca subacquea australiano e membro della squadra australiana ai
campionati del mondo di Apnea, qui in Italia, del 1998.
Lungo viaggio con
al solito la barca a traino nel fuoristrada di Greg. 900 chilometri da Perth,
capitale dello stato della Western Australia, sparati in direzione nord. Stop a
200 chilometri dalla destinazione, nell’ultimo paese, per comprare 75 chili di
ghiaccio tritato per le casse frigorifere.
Arrivo a notte, ore
dopo il rapido tramonto australiano e sistemazione in “bungalow”, recita la
scritta del campeggio. In realtà vecchie e scassate roulotte, ballonzolanti
incerte sulle ruote ad ogni movimento degli occupanti. Ma nel campeggio c’è,
lusso sfrenato per gli standard dei viaggi di pesca australiani, la doccia
calda.
Terzo giorno...
Ci
spostiamo in un posto che Greg conosce, l’orlata più esterna del canale che
porta all’Oceano aperto.
Checco ed io
peschiamo insieme. Questa nuova orlata è
più fonda e gli squali più numerosi ma ci sono diversi Snapper (Lethrinus
nebulosus) che pascolano
massicci sul fondo, per cui restiamo. Man mano gli squali si fanno però sempre
più fastidiosi. È sempre più difficile tirare su un pesce, prima intero poi
un pesce del tutto. Man mano, nell’acqua sempre più scura per
l’approssimarsi del tramonto, gli squali si alzano e fanno decise puntate
verso di noi. È tempo o di sparar loro o di tornare alla barca. A proposito,
un’occhiata in quella direzione mostra Greg in piedi a bordo che fa cenni
nella nostra direzione. Si vede che vuole tornare a riva. O.K. per noi al
solito.
Pian piano abbandoniamo l’orlata e ci avviciniamo alla barca. Gli
squali dopo un ultimo scocciante accerchiamento, restano indietro. Greg ci urla:
“A BIG tiger shark”. Ci guardiamo. Se Greg, che è Greg, è uscito
dall’acqua per uno squalo, che ci facciamo noi dentro? Guardandoci con sempre
più attenzione sotto i piedi ci avviciniamo. Di colpo Greg non è più a bordo.
Non capiamo. Lo vediamo in acqua diretto verso di noi con al collo la Nikonos.
Si avvicina e ci dice, con un sorrisone da trecentosessanta gradi: “It’s BIG
and it’s very near!”, è GRANDE ed è molto vicino! Incrocio lo sguardo di
Checco ma nessuno dice nulla. Era andato a bordo solo per prendere la macchina
fotografica… Riprendiamo insieme a guardare il fondo con attenzione.
Nulla. Alzo lo
sguardo per chiedere a Greg in che direzione l’aveva visto e mi blocco. Lo
squalo è in superficie! Grosso lo è davvero, massiccio, e largo, tanto! E
vicino. Ha la pinna dorsale fuori dall’acqua ed è circondato da una nuvola di
pescetti, come un grande relitto. Remore, carangidi e pesci pilota gli fanno
scorta e ne ingrandiscono ulteriormente la sagoma. Il muso camuso, con i tipici
grandi opercoli nasali è puntato esattamente contro il nostro gruppetto di
subacquei. L’occhio nero è fisso su di noi, impassibile, e la bocca è
semiaperta, al solito. È una vista impressionante, resa ancora più tale dalla
grande coda che, dal nostro punto di vista subito dietro il testone, spinge
questa gran massa lentamente ma decisamente contro di noi. In realtà la
lentezza è un’impressione, le ondine in superficie intorno alla dorsale
tradiscono la reale velocità con cui riduce le distanze.
Si avvicina. E si
avvicina ancora. Lo fronteggiamo tutti e tre con i fucili puntati. È ridicola,
penso fulmineamente, questa
differenza tra le “armi” e la massa dello squalo
in arrivo.
Greg abbassa il
fucile, lo lascia penzolare dalla cintura, alza la Nikonos e lo fotografa. Il
Tigre è vicinissimo, si vedono distintamente la rugosità della pelle e la
forma dei denti seminascosti dalle pieghe della pelle bianca e rugosa della
mandibola. Senza variare la velocità arriva a contatto con la punta del mio
Sten 130. Io mi trovo improvvisamente a premere contro il muso dello squalo che
continua a nuotare, il braccio piegato dalla spinta enorme. La sensazione è
quella di premere contro un muro rivestito di gomma. Poi inesorabilmente
comincio a muovermi indietro, spostato dallo squalo. Forse l’arpione deve
dargli un po’ di fastidio perché lentamente, con indifferenza, gira il
testone alla sua destra e ci fa sfilare davanti la parete massiccia del corpo,
sempre sospinto dall’ingannevolmente lento movimento della coda. Il fianco è
zebrato di striature verticali di grigio più scuro, facendolo assomigliare ad
una versione in bianco e nero del grande felino di cui ha ereditato il nome. In
un lampo confuso di acqua mossa passa la grande coda circondata da un branco
intero di carangidi. È andato. Si allontana lasciandoci senza fiato, svanendo
adagio nel grigio-blu dell’Oceano.
Ci guardiamo
straniti. Greg col sorrisone, Checco ed io ancora in apnea. Di colpo parto a
razzo verso la barca. Perdiana, ho anch’io la Nikonos. Voglio anch’io le
foto di questa incredibile avventura.
E da allora in poi
è un incontro ravvicinato con il grande Tigre, uno delle tre specie di requiem
shark nel mondo, che si svilupperà per diversi incredibili minuti in
quest’acqua fosca di un’orlata profonda che sfocia nell’Oceano
australiano.
Tre minuti di
attesa in cui temiamo che lo squalo, appagata la curiosità, sia scomparso. Poi
riappare, sul fondo questa volta, ma ci rimane poco, si alza subito e viene
ancora verso di noi. Facciamo in tempo ora a valutarne le reali dimensioni. Non
raggiunge i cinque metri ma è LARGO.
E soprattutto cominciamo a capire
qualcosa, per quello che è possibile, del suo comportamento. Dopo tutto è
anche lui un pesce e di pesci ne abbiamo visti e studiati tanti. È vero, con lo
scopo di avvicinarli il più possibile nell’ottica dell’essere noi i
predatori ma… È incuriosito, non spaventato, e non è minaccioso. Non è in
caccia. Continua a girarci intorno, prima molto vicino, permettendo foto da
infarto, poi, man mano, soddisfatta parzialmente la curiosità di queste strane
cose galleggianti, più lontano.
Io scatto,
freneticamente all’inizio, cercando solo di fissare l’immagine di questa
incredibile creatura sulla pellicola. Poi, visto che non sembra disposta ad
allontanarsi subito, con un po’ più di razionalità, cercando
l’inquadratura che tenti, vanamente, lo so, di rendere il senso della presenza
della bestia. Greg pure scatta a ripetizione. Dopo un po’, presa, come dire,
confidenza, ci allontaniamo gli uni dagli altri, per cercare di avvicinarci di
più, per fotografarne i particolari e non solo la sagoma. Per cercare,
inutilmente, la difficilissima inquadratura con un essere umano nella stessa
immagine, per rendere giustizia alle dimensioni del Tigre.

Non che sia
peraltro una bestia che rifiuti un facile boccone. A poppa della barca, poco
lontano, penzolano tre carangidi tra gli otto e i dieci chili legati per le
branchie alla catena d’acciaio della boa. Al quarto o quinto giro si avvicina
ai pesci, indolente li sfiora con il muso e se ne va. La virata non è più
stretta delle precedenti, ma torna, apparentemente ad invariata velocità, sulla
boa. Punta diretto sulle prede, spalanca la bocca, un’immagine fortunata fissa
incredibilmente l’attimo in cui la palpebra nittitante risale a proteggere il
vulnerabile occhio, l’attimo in pieno attacco in cui lo squalo è cieco, e le
ingoia. Fa per nuotare via ma la catena si tende e lo ferma. Non più che
infastidito, sembra, scuote il testone. Le prede non vengono.
Massicciamente,
non ho altro modo per descrivere l’azione, cerca di strappare queste preda così
riluttante. Inarca il corpo, scuote la coda, si arrotola nell’acqua nello
sforzo e improvvisamente ci rendiamo conto della potenza mostruosa di questa
bestia in cui già l’abitudine aveva cominciato a smussarne i contorni di
gigante quale in realtà è. La massa d’acqua mossa è enorme, gli schizzi
soli sono alti cinque o sei metri. La barca, sei metri di vetroresina con un
massiccio 90 cavalli, sembra un turacciolo. Il beccheggio è enorme Una
falchetta imbarca acqua ad una imbardata più potente delle altre. Nell’acqua
impazzita la boa rimbalza fuori dall’acqua. Poi qualcosa deve cedere e cede. I
tre carangidi vengono strappati insieme appena sotto le branchie. Le tre teste
rimangono penzoloni, ancora legate alla catena d’acciaio.
Il Tigre ingoia. È
talmente vicino che vedo le grinzine della molle pelle bianca della gola
stendersi al passaggio del boccone. Riprende a nuotare alla velocità di prima e
lentamente scende a scomparire in direzione dell’orlo fondo.
Incontro concluso,
crediamo. Ha soddisfatto sia la curiosità sia la fame. Ora non ha più nessuna
ragione per restarci intorno, ci
diciamo l’un altro. Sbagliato. Un paio di
minuti, poi è di nuovo sotto i piedi. Leggermente più disinteressato, sembra,
o così leggiamo noi del suo comportamento, proiettando le nostre menti nel suo
modo di agire. Certo è invece che ha un comportamento più complesso di quello
che viene creduto possibile per uno squalo, spesso visto come una macchina
programmata e dal rigido comportamento. È sempre curioso, anche se in maniera
più distaccata. Ci gira intorno un po’ più lontano, un po’ più profondo
di prima. Ripassa dopo un altro paio di giri di fronte alla boa. Sfiora ancora
una volta col muso le teste dei carangidi ma non tenta nemmeno di mordere.
Scivola
via. Lentamente scompare. La tigratura grigia è perfetta per farlo confondere
nello sfondo. Svanisce e non sai se quello che ti rimane per ultimo negli occhi
sia davvero un parte dello squalo o un’immagine fantasma a tutti i costi
voluta e inconsciamente ricostruita.

Riccardo A. Andreoli