CACCIA GROSSA IN ALTO MARE
Di
pesca ai tonni se ne è già accennato in un precedente articolo, in cui
si presentavano i metodi fondamentali per avvicinarli o, meglio, per
creare le condizioni di avvicinamento, per portarli a tiro e per mettere a
segno il colpo che potrebbe, forse, essere risolutivo.
Nel
frattempo quei suggerimenti sono stati migliorati, se non addirittura,
almeno parzialmente, superati. Le conoscenze sono aumentate,
l’esperienza si è pian piano raffinata. Non voglio dire che esistono
(ancora) specialisti, ma non appare più così improponibile
l’espressione: “vado a tonni”.
Per
andarne in cerca e prenderli, insomma, senza dover attendere la mano del
destino che può portare ciecamente la preda eccezionale a portata del
cacciatore inconsapevole che, per carità a dito pronto, debba solo
schiacciare il grilletto. Per evitare, quindi, quello che succedeva anni
fa con le ricciole, in cui alcuni fortunati potevano esibire la preda da
sogno, ma una sola. Di contro però, con conoscenze adeguate e tanta
esperienza, si sono nel tempo raffinati veri e propri appassionati,
specializzati in ricciole, che possono vantare chilaggi quasi da
peschereccio.
Qui
racconterò quindi di alcuni incontri, di cui uno coronato da successo,
che permetteranno di vedere più in particolare come sia possibile
condurre un’azione di caccia mirata al tonno.
La
secca è lontanissima e molto piccola, un semplice scoglio a più punte
che risale da un fondo di 45-50 metri, misto di sabbia e roccette, fino ai
21 metri del tetto. La corrente oggi è micidiale. È facilissimo
individuare i punti di risalita: “sparano” verso l’alto correnti di
rifiuto che creano delle bollate, lisce come vetro, più larghe del
gommone.
Un
tentativo di ancoraggio, naturalmente fuori dal “punto buono”, fa
vedere le eliche che turbinano vorticosamente, senza un attimo di pausa.
Senza gommone sarebbe assolutamente impossibile pescare. E anche così,
facendomi portare decisamente a monte della corrente, conoscendo bene il
terreno e calcolando con estrema cura gli anticipi, riesco a fare tre
tuffi soltanto, sulle punte principali, prima di finire nel blu.
La
tecnica è allora quella della giostra: “un altro giro un altro
regalo”. Innanzitutto bisogna conoscere con estrema cura la disposizione
dei punti fondamentali della secca ed i loro dintorni. Ci si fa poi
portare con il gommone decisamente a monte della corrente dove,
lasciandosi andare a favore, senza quasi nuotare, si raggiungono le
vicinanze dei punti selezionati, gli unici in cui in queste condizioni sia
possibile concentrare lo sforzo di pesca. Bisogna allora calcolare con
estrema cura gli anticipi con cui è necessario immergersi, valutando in
fretta ma con precisione
numerosi fattori: la velocità e la direzione della corrente in
superficie; la profondità del punto a cui arrivare, oltre naturalmente
alla velocità con cui si è in grado di raggiungerlo; la presenza,
infine, e le caratteristiche di una eventuale corrente con senso diverso
sul fondo, non improbabile quando si verificano queste circostanze.
Scendo
così sul fondo numerose volte, finché non si dimostra evidente che oggi,
di ricciole, non c’è l’ombra. Alla fine, prima di farmi recuperare
dal gommone, decido di tentare qualche immersione sui tonni. I soliti
pescetti sulla secca sono nervosi e si raggruppano a scatti in sfere
ondeggianti: se i predatori che li impensieriscono non sono ricciole
possono essere tonni.
Tento
un tuffo nel blu. Mi stacco dalla punta più a valle, mi immergo e mi
lascio andare ai capricci della corrente. Il fucile è tenuto a due mani,
in orizzontale, compenso deglutendo o soffiando piano dal naso nella
maschera, senza togliere le mani dal fusto. Guardo a destra e a sinistra,
in basso, ripetutamente. Per guardare dietro, per evitare di sprecare
ossigeno prezioso in contorcimenti tra l’altro assai rumorosi, guardo
non sopra la spalla, come si fa in terraferma, ma lungo la pancia,
semplicemente muovendo il collo.
Il
blu dei sessanta metri sotto di me ha numerose interessanti sfumature ma
è assolutamente vuoto. Improvvisamente colgo con la coda dell’occhio un
movimento, veloce, in basso a destra. Ruotando lentamente tutta la parte
superiore del corpo insieme al fucile mi giro in quella direzione: un
tonno. Mi guarda, è già lontano sei-otto metri, sta ormai andando via.
Espiro lentamente per scendere (le bolle sono anche un richiamo sonoro e
visivo), forzo le pinne verso l’alto con i muscoli della schiena e
scendo, senza assolutamente muovermi, un po’ a sinistra della direzione
in cui sta nuotando. Lui esita, rallenta, gira verso di me, nuota nella
direzione in cui avevo puntato.
Io
lo evito. Sempre senza movimenti mi dirigo ancora un po’ più a sinistra
rispetto alla rotta precedente. Il tonno rallenta ancora di più, poi
improvvisamente ruota e riaccelera seccamente dirigendosi verso il punto
di incrocio delle nostre rispettive rotte. Bruscamente anch’io comincio
a nuotare in fretta, stendo in avanti il fucile, a braccio teso prendo la
mira, per quanto possibile per gli ondeggiamenti delle falcate della
gambe... e non sparo. Il tonno era a tiro, ma a malapena: gli avrei
sparato senza la sicurezza di passarlo. Risultato, un tonno ferito che non
si sarebbe riavvicinato mai più, un’asta contorta, un arpione
facilmente da buttar via, con il possibile rischio di perdere tutta la
sagola del mulinello se, come quasi sempre accade, l’avesse filata tutta
nel primo scatto. Per non parlare del possibile rischio di perdita del
fucile nel caso non avessi la prontezza di afferrare il coltello e
tagliare tutto mentre venivo trascinato sotto.
Oggi
i tonni sono in festa. Sul sommo di questa secca sperduta stanno saltando
da tutte le parti. All’inizio sembravano i soliti tonnetti, ma ho
realizzato improvvisamente le loro dimensioni quando, spento il motore, li
ho potuti sentire.
Eccolo
ancora. Un tonno salta fuori dall’acqua inclinato di quarantacinque
gradi. Rimane librato per un attimo, poi piomba in acqua. Si vede lo
schizzo sollevarsi alto nel cielo e ricadere... e non si sente niente.
Solo dopo qualche istante il suono mi raggiunge, arrivando da lontano: un
tonfo risonante che svela le reali dimensioni dell’animale e che
improvvisamente permette di ridefinire la misura della scena. I tonni che
saltano sono tutti grandi (per lo meno per i pescatori subacquei).
Giudicandoli ad occhio, nel breve istante in cui li si vede volare in
aria, i più piccoli sono una sessantina di chili mentre i più grandi
passano il quintale e mezzo.
Non
si parla nemmeno di tentare l’aspetto alle ricciole: oggi si va a tonni!
Le
discese nel blu lontano dall’orlo, anche vicino alle zone dove una
attimo prima saltavano, lo si sa da tempo, portano solo raramente a
conclusioni positive. Non ci sono luoghi di concentrazione, bisogna essere
fortunati ad incrociare tonni che, nelle immediate vicinanze e per caso,
inseguono le loro prede. È necessario invece sistemarsi dove i tonni per
forza devono passare, in mezzo ai pesci che mangiano. Si cerca allora
l’orlo più vicino con l’ecoscandaglio, e qui, con attivata la
funzione di individuazione del pesce che ormai tutti gli scandagli evoluti
possiedono, individuare le zone con più forte concentrazione. Lì bisogna
calarsi, farsi circondare dalla “mangianza”, e attendere.
Un
tuffo segue all’altro, pazientemente, senza perdere la concentrazione,
il fucile sempre pronto. Improvvisamente, in una risalita, il mare si
riempie di tonni. Un branchetto mi ha trovato e mi circonda curioso.
Curioso cioè come può esserlo un branco di tonni: una sarabanda di forme
tondeggianti e argentee che schizzano da una parte all’altra del campo
visivo, incrociandosi in risalita, in discesa, con rotte intersecantesi
che confondono l’occhio. Saranno una decina, ma la speranza di poterli
contare sfuma immediatamente. È come contare un branco di rondini che
incrociano su un fiume, alla sera, in piena caccia. Come si fa? Non si
fermano mai, non rallentano mai!
Le
dimensioni sono molto variabili, si va da quelli piccoli, una cinquantina
di chili, a quelli grandi, una quintalata. Le pinnule gialle sulle code di
tutti si vedono benissimo, così vicino alla superficie.
Divento
presto strabico, non so quale pesce puntare. Per quanto sappia che è un
vecchio errore non ho alternative. Se dovessi seguire un unico pesce in
tutte le sue velocissime ed incessanti sarabande, sopra sotto difianco-su
difianco-giù, mi muoverei talmente tanto da sembrare un giocattolo
meccanico con la molla rotta che si scarica in una serrata serie di
convulsi movimenti, e certamente spaventerei a morte sia la supposta preda
che tutti gli altri pesci attorno.
Devo
perciò rimanere più o meno fermo, ormai in superficie, con poche
alternative se non prendere fiato in attesa di tentare un’azione più
incisiva.
Pochi
respiri con l’iperventilazione tirata al massimo (in queste occasioni
serve), poi espiro lentamente per scendere senza movimenti. Operazione
difficile, sono zavorrato poco per scendere fondo e comincio ad immergermi
ad espirazione quasi completa. L’azione diventa sempre più critica.
Scendo in lenta scivolata, quasi in orizzontale, dirigendomi con le pinne,
nella direzione in cui mi sembra di aver intuito si stia dirigendo il
branchetto, al di là delle evoluzioni. I tonni, straordinariamente,
sembrano reggere anche questo secondo avvicinamento. Compenso deglutendo,
senza muovere le mani dal fucile imbracciato a mezzo fusto. I tonni ormai
si allontanano. Quelli più piccoli, al contrario di quanto accade in
altri pesci, sembrano più spaventati, sono più lontani. Rimangono più o
meno vicini i tre o quattro più grandi. Sbirciando da sotto la pancia, ne
vedo uno che da dietro a destra accelera su una rotta vagamente
convergente. Intanto sto cominciando a scendere rapidamente, i polmoni
quasi vuoti in superficie già a cinque metri non permettono nessun
galleggiamento. Aspetto, senza guardarlo direttamente, le pinne come
timoni, che mi si porti al fianco, in maniera che il rumore e l’onda di
pressione del movimento delle pinne lo disturbi il meno possibile, poi lo
anticipo. Non sembra che i tonni siano capaci di virate secche come i
dentici, per cui nuoto bruscamente puntando un metro davanti alla sua
rotta. All’ultimo istante stendo il fucile tutto in avanti, a braccio
teso. È a tiro!
Per
passata esperienza so che dovrò dargli un anticipo pazzesco, sparando
molto avanti al punto in cui lo voglio realmente colpire. Negli ultimi
istanti, concitati e fondamentali della caccia, chiudo un occhio per
mirare, facendo collimare la tacca di puntamento sulla testata del fucile,
che tingo sempre di bianco, con lo scintillante piastrone branchiale.
Spero che non rallenti di colpo, perché se il tiro dovesse finire lì non
so quante probabilità avrei di passarlo. Io ogni caso non sarebbe
assolutamente un tiro tale da indebolire un animale di questa mole. Hai
voglia poi a lavorare un tonno da un quintale, terrorizzato, e in
pieno possesso delle proprie forze.
L’ultimo
istante per correggere quell’ultima imbardata delle pinne, sparo. Preso!
Male.
Nonostante l’anticipo l’ho preso nella parte posteriore del corpo, un
po’ in basso. Il tonno si contorce in acqua in un movimento convulso e
potente. Vedo distintamente l’asta curvarsi di quasi quarantacinque
gradi nel punto in cui esce dal corpo del tonno. Pazzesco, un’asta da
otto millimetri in acciaio armonico piegata facendo pressione solo
sull’acqua.
Poi
il tonno schizza via, in orizzontale. Materialmente non lo vedo
allontanarsi, dopo un istante semplicemente non c’è più. Io risalgo
velocissimo, la superficie è a setto-otto metri, tenendo una mano sul
mulinello che vibra impazzito allo srotolamento della sagola. A un metro
dall’aria sento le braccia che reggono il fucile strapparmi in avanti,
la sagola, cinquanta metri, è già finita, il tonno comincia a
trascinarmi. Do un’ultima pinneggiata e raggiungo la superficie, con la
schiuma del movimento che comincia già ad avvolgermi. Respiro a bocca
aperta, mollo un attimo il fucile con una mano per infilarmi il boccaglio
che avevo sputato per scendere e per modulare le bolle con le labbra, e
forse, ma forse no, faccio un attimo di resistenza in più. La sagola, che
indica la direzione di fuga del tonno che non vedo, e che non vedrò per
un bel pezzo se tutto va a buon fine, ancora tesa in orizzontale,
improvvisamente si arcua verso il basso, tesissima. Di colpo dà un brusco
strattone, poi cede mollemente. Il tonno si è liberato.
Sto
ancora respirando a singulti, recupero la sagola a bracciate furiose,
circondandomi di volute di sagolino chiaro.
L’asta
emerge dal blu. Gli ultimi venti centimetri sono irrimediabilmente
piegati, l’asta è da buttare. L’arpione trattiene ancora un brandello
sfilacciato di carne bianca. È da
buttare anch’esso. Pur essendo in assoluto il migliore del
mercato per le grosse prede si è malamente contorto il pernetto di
acciaio durissimo che ferma le alette: sono ormai distorte e fissate nella
posizione, se fossero le lancette di un orologio, delle cinque meno
cinque, e non, come dovrebbero essere quelle di ogni arpione che si
rispetti, circa delle quattro e quaranta.
La
secca, è appena il caso di dirlo, è assai lontana dalla costa. È
piuttosto grande, per cui l’individuazione dei punti buoni è costata
una lunga serie di viaggi e di ripetute e lunghe immersioni. Il viaggio
per raggiungerla è stato memorabile, diverse tartarughe addormentate a
scaldarsi al sole, un branco di grandi delfini, i tursiopi, di solito
molto più restii a convergere sull’imbarcazione delle più comuni
stenelle, oggi sono stati invece inconsuetamente comunicativi e sono
venuti ad inondarci con gli schizzi dei loro corpi massicci. Le condizioni
subacquee invece non sono così invitanti. C’è un taglio dell’acqua
fredda a una quindicina di metri che è di malaugurio per i pesci di tana,
visto che il tetto della secca è circa cinque metri più fondo. Tento
allora una serie di aspetti a mezz’acqua intervallati da qualcuno sul
fondo, dopo un po’ tremando e desiderando una cappotto subacqueo. Pesci
in giro molto pochi, ricciole zero, qualche cernione congelato negli
abissi dell’orlo, non saltano nemmeno i tonni. Si prospetta una brutta
giornata.
In
compenso in superficie non ci si ghiaccia e non ci si annoia: i pescetti
dell’orlo che di solito sono distribuiti su una profondità maggiore
sono tutti concentrati negli strati superiori. Schizzano, scappano,
corrono affannati, ti guardano fisso negli occhi, per un istante
vicinissimi, poi fuggono a confondersi nella massa. È facile perdere la
concentrazione, visto che la profondità oggi non è invitante. Per
fortuna ci pensano proprio loro a richiamarmi alla caccia perché
improvvisamente volgono tutti le code verso l’alto e precipitano verso
il fondo in un istante solo. Dietro, rivelati come da un sipario, a meno
di un metro dalla superficie, con i corpaccioni che si riflettono da sotto
sulla superficie liscia, arrivano i tonni.
Sono
tre, di tre taglie diverse, dal quintale alla cinquantina di chili, quello
grande davanti. Arrivano veloci direttamente contro di me, puntandomi di
muso. Sono lontani una decina di metri ma tra un istante mi saranno
addosso. Per fortuna, per lunga abitudine, il fucile è in superficie,
orizzontale, lo devo semplicemente ruotare per puntarlo nella loro
direzione. Arrivano sparati... e sprofondano aprendosi a ventaglio. Si
riuniscono dietro di me e rallentano fin quasi a fermarsi. Mi guardano. Io
sono tutto storto, le pinne rivolte verso di loro, il fucile esattamente
nella direzione opposta. Un fiato veloce, senza riempirmi troppo i
polmoni, una capovolta assolutamente senza sciacquii a mani immobili, con
una gamba fuori dall’acqua per aumentare il peso per scendere di più e
mi porto alla loro profondità, ruotando mentre scendo per poterli più o
meno fronteggiare.
Si
sono già aperti e allontanati: decisamente la capovolta non è un
movimento che i pesci facciano, è assai sospetta e, temo, minacciosa.
D’altra parte qualcosa mi dice che questa sarà una caccia lunga e non
posso tentare di risolvere tutto in una discesa singola in dispnea, o la
va o la spacca.
Sono
un po’ positivo, così vicino alla superficie, devo usare le punte delle
pinne, muovendo solo le caviglie, per spingermi in avanti. Arrivo alla
loro altezza e mi fermo, i tonni sono tre, il bersaglio è multiplo, per
di più non si muovono, non mi danno indicazioni per intercettarne il
movimento. Forse, penso fugacemente, fermandomi ricreo le condizioni di
curiosità che li hanno fatti avvicinare all’inizio.
Non
funziona. Piano, sempre guardandomi, scivolano verso il fondo, si
riuniscono, accelerano alla loro normale velocità di crociera e
scompaiono. Per quanto deluso non risalgo, pian piano, sono ormai
negativo, comincio a scendere. Mi dirigo, in una lenta planata piatta,
nella zona di mare in cui sono scomparsi, guardandomi attorno. Passano
lunghi momenti a scenario vuoto, la fame d’aria comincia a farsi
sentire. Rieccoli!
Sono
sempre loro, il tonno più grande guida il gruppetto. Sono più cauti,
ora, non si fermano più, ma rallentano, rimanendo uniti. Li ho di fianco,
a sinistra, un po’ dietro. Quasi in fila. Rimango nella direzione in cui
ero, cercando di farmi superare, per tentare un tiro laterale improvviso,
tipo sportello della diligenza. Sono quasi a tiro... non funziona nemmeno
questo, scendono subito e scompaiono di nuovo. Risalgo.
La
buona notizia è che sono già tornati una volta, sono incuriositi, la
cattiva è che portarli a tiro sarà lunga e dura.
Nel
corso della mattinata, per due ore buone, con una pazienza che non
dedicherei ad altre prede, mi immergo nel blu vuoto dell’orlo. Ogni
tanto arriva il gruppetto di tonni, e studio con attenzione i loro
movimenti e le loro reazioni a quello che faccio, accumulando nuove
informazioni preziose sul come reagiscono e sul come avvicinarli. Riesco a
portarli a tiro tre volte, ma non sparo in nessuna delle tre occasioni.
Non era soddisfacente l’angolo di tiro o la distanza o la velocità con
cui si muoveva la preda. Rimando.
Alla
fine sembra che se ne siano andati, lasciandomi solo un bagaglio di
ricordi e di piani di battaglia per i prossimi, futuri, avvistamenti.
Invece, dopo venti minuti dall’ultimo contatto, eccoli ancora. Mentre
nuoto piano per rimanere orizzontale, perpendicolarmente all’orlo, verso
l’esterno, salgono dal blu sotto i miei piedi.
Tendono
a precedermi, superandomi dal basso, a sinistra. Questa volta li ho visti
in anticipo, li posso precedere senza allarmarli con un movimento
improvviso. Senza guardarli direttamente, sposto a sinistra la mia rotta,
cercando di rimanere alla stessa quota per non aumentare ancora la velocità
con cui avverrà l’incontro. Arrivano da dietro, tendono a superarmi.
Lascio passare il primo, il più grande. Io continuo a muovermi in una
direzione convergente. Il secondo, attratto dallo spirito di coesione del
gruppo, segue ciecamente la rotta del primo, ma io ora sono più vicino.
Mi tendo tutto, scatto, miro con largo anticipo, alla bocca del pesce,
sparo. Preso!
Preso
bene. Per un attimo vedo bene l’asta, piantata all’altezza della linea
laterale un po’ dietro ma inclinata, inevitabile, da dietro a davanti,
poi il tonno scoda e scompare in un nugolo di bollicine. Una mano sul
mulinello e risalgo quanto più velocemente possibile. Riesco ad arrivare
in superficie un attimo prima dello strattone che mi avverte del fine
sagola. Faccio in tempo a lanciare l’urlo di preda sull’asta al
compagno sul gommone, poi vengo trascinato in una valanga di schiuma che
mi ottunde la vista. È incredibile, sembra di essere trainati dalla
barca, se inclino la testa un po’ di lato la forza dell’acqua minaccia
di strapparmi la maschera dal viso, devo tenerla fissa direttamente in
avanti, le pinne ondeggiano tutte fuori dall’acqua. Il filo è stretto
tra le mani, non è bene fidarsi del nodo di fine sagola sul mulinello.
Respiro a singulti, quando posso. Con uno sforzo riesco a rimettermi in
bocca il boccaglio e la cose vanno meglio.
Il
filo è tesissimo e ormai, dopo la prima fuga in orizzontale, quasi
perpendicolare nel blu. Non vengo più trascinato in avanti, ma
sott’acqua. So che questo è il momento più pericoloso, devo resistere
ai primi strattoni del tonno ancora pieno di energie, dopo, con l’asta
piantata nel corpo le perderà abbastanza in fretta. Sento di fianco i
motori del gommone, controllato con consumata abilità dal compagno di
pesca, se dovesse dimostrarsi troppo forte devo decidere se rinunciare
alla preda o alla sportività. Tagliare cioè tutto o ricorrere ad un
aiuto esterno per un galleggiante da collegare al fucile o un secondo
colpo.
È
passato qualche minuto. Tutte le mie energie sono ormai concentrate solo
nel nuotare fortissimo verso l’alto per tenere il boccaglio fuori
dall’acqua e rimanere aggrappato tenacemente al sagolino che nonostante
i guanti ormai taglia le mani. Per di più le pinne lunghe non si possono
usare bene con questo nuoto quasi sul posto, non rendono come potrebbero.
Sto
cominciando a cedere, comincio ad accettare di venir tirato sotto per
riposare un attimo le gambe, fiato ne ho ancora però. La lotta continua.
Piano mi rendo conto che il tonno mi trascina di nuovo in orizzontale. Il
primo momento è superato. Comincio a sperare, sottovoce.
Il
tempo passa. A intervalli il tonno tenta sempre di scendere in profondità,
ma mentre mi trascina riesco a riprendere fiato e riesco a contrastare le
sue testate, sempre più brevi. Tento a intervalli di salpare il filo, e
talvolta mi sembra di riuscirci, solo per rendermi conto che non era il
tonno che veniva tirato verso l’alto ma ero io a tirarmi verso il basso.
Ancora
qualche minuto convulso, poi è evidente, il tonno sta cedendo, riesco a
recuperare. I primi metri sono abbastanza facili, forse si sta riposando
anche lui, poi di colpo la sagola è tesissima di nuovo, mi riprende
quanto avevo recuperato, anzi devo aggrapparmi al fucile per non perderlo
ora. La battaglia è cominciata in questo momento. Prima ero solo una
zavorra che lo rallentava. Adesso posso giostrarmelo, come al filo.
Chiudo
gli occhi per aumentare la concentrazione sulla sensibilità delle mani
indolenzite, recupero di nuovo, poi perdo un po’ di quello che avevo
preso prima, ma sto vincendo: il tonno sale.
Passano
ancora alcuni minuti, finalmente vedo la sagoma del tonno al temine della
sagola. È piatto nell’acqua, girato dall’asta che lo trapassa, la
bocca aperta a segnalare l’affanno, nuota a intervalli con la coda
potente, stirandomi ogni volta la braccia stanche.
Per
fortuna è affannato anche lui, la lotta si sta concludendo. Le testate
verso il basso non ci sono più, ora compie larghe rotazioni sotto di me e
io devo seguirle, rischiando di venire avvolto e legato dalla sagola che
rimane in superficie. È quasi fermo ma ancora fortissimo, devo faticare a
tenere il boccaglio sopra il pelo dell’acqua quando ogni tanto
improvvisamente accelera e cerca di allargare i giri.
Anche
se non è ormai necessario, potrei riuscire a tirarlo a galla da solo,
improvvisamente decido che lo voglio a tutti i costi, rinuncio alla
sportività, e prego il compagno di scendere a dare il secondo colpo. Il
tonno è ormai a meno di dieci metri di profondità, ma tenta di scendere
quando vede un’ombra che cala su di lui, sempre più vicina. In
superficie lo reggo solidamente e vedo che il compagno indugia un attimo,
prende con calma perfettamente la mira e gli spara all’altezza della
pettorale. Tiro perfetto: il tonno improvvisamente si ferma, apre
convulsamente la bocca due o tre volte, si stende, rabbrividisce, poi
improvvisamente viene circondato da una nuvola sempre più grande di
sangue, rosso sul blu del mare profondo.
La
nuvola viene ritorta in vortici più chiari dal movimento delle pinne del
compagno che risale filando il mulinello. Arriva in superficie e mi dà il
secondo fucile, sorridendo dietro la maschera.
Il
tonno è preso.

Riccardo
A. Andreoli