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PescaSub N. 75  - Dicembre 1995

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In italiano.

 

Originale, poi trasformato per un articolo di PescaSub con il titolo di:

"Il tonno gigante"

Caccia grossa in alto mare. Giorni e giorni passati a scandagliare il fondo, a diverse decine di miglia dalla costa, alla ricerca della secca; decine e decine di tuffi nel blu...

 

Anno VIII, n. 75, Dicembre 1995. Pg. 43-47. 

A firma Riccardo Andreoli. Foto Nicola Ferrari.

CACCIA GROSSA IN ALTO MARE

 

Di pesca ai tonni se ne è già accennato in un precedente articolo, in cui si presentavano i metodi fondamentali per avvicinarli o, meglio, per creare le condizioni di avvicinamento, per portarli a tiro e per mettere a segno il colpo che potrebbe, forse, essere risolutivo.

Nel frattempo quei suggerimenti sono stati migliorati, se non addirittura, almeno parzialmente, superati. Le conoscenze sono aumentate, l’esperienza si è pian piano raffinata. Non voglio dire che esistono (ancora) specialisti, ma non appare più così improponibile l’espressione: “vado a tonni”.

Per andarne in cerca e prenderli, insomma, senza dover attendere la mano del destino che può portare ciecamente la preda eccezionale a portata del cacciatore inconsapevole che, per carità a dito pronto, debba solo schiacciare il grilletto. Per evitare, quindi, quello che succedeva anni fa con le ricciole, in cui alcuni fortunati potevano esibire la preda da sogno, ma una sola. Di contro però, con conoscenze adeguate e tanta esperienza, si sono nel tempo raffinati veri e propri appassionati, specializzati in ricciole, che possono vantare chilaggi quasi da peschereccio.

Qui racconterò quindi di alcuni incontri, di cui uno coronato da successo, che permetteranno di vedere più in particolare come sia possibile condurre un’azione di caccia mirata al tonno.

 

La secca è lontanissima e molto piccola, un semplice scoglio a più punte che risale da un fondo di 45-50 metri, misto di sabbia e roccette, fino ai 21 metri del tetto. La corrente oggi è micidiale. È facilissimo individuare i punti di risalita: “sparano” verso l’alto correnti di rifiuto che creano delle bollate, lisce come vetro, più larghe del gommone.

Un tentativo di ancoraggio, naturalmente fuori dal “punto buono”, fa vedere le eliche che turbinano vorticosamente, senza un attimo di pausa. Senza gommone sarebbe assolutamente impossibile pescare. E anche così, facendomi portare decisamente a monte della corrente, conoscendo bene il terreno e calcolando con estrema cura gli anticipi, riesco a fare tre tuffi soltanto, sulle punte principali, prima di finire nel blu.

La tecnica è allora quella della giostra: “un altro giro un altro regalo”. Innanzitutto bisogna conoscere con estrema cura la disposizione dei punti fondamentali della secca ed i loro dintorni. Ci si fa poi portare con il gommone decisamente a monte della corrente dove, lasciandosi andare a favore, senza quasi nuotare, si raggiungono le vicinanze dei punti selezionati, gli unici in cui in queste condizioni sia possibile concentrare lo sforzo di pesca. Bisogna allora calcolare con estrema cura gli anticipi con cui è necessario immergersi, valutando in fretta ma con precisione  numerosi fattori: la velocità e la direzione della corrente in superficie; la profondità del punto a cui arrivare, oltre naturalmente alla velocità con cui si è in grado di raggiungerlo; la presenza, infine, e le caratteristiche di una eventuale corrente con senso diverso sul fondo, non improbabile quando si verificano queste circostanze.

 

Scendo così sul fondo numerose volte, finché non si dimostra evidente che oggi, di ricciole, non c’è l’ombra. Alla fine, prima di farmi recuperare dal gommone, decido di tentare qualche immersione sui tonni. I soliti pescetti sulla secca sono nervosi e si raggruppano a scatti in sfere ondeggianti: se i predatori che li impensieriscono non sono ricciole possono essere tonni.

Tento un tuffo nel blu. Mi stacco dalla punta più a valle, mi immergo e mi lascio andare ai capricci della corrente. Il fucile è tenuto a due mani, in orizzontale, compenso deglutendo o soffiando piano dal naso nella maschera, senza togliere le mani dal fusto. Guardo a destra e a sinistra, in basso, ripetutamente. Per guardare dietro, per evitare di sprecare ossigeno prezioso in contorcimenti tra l’altro assai rumorosi, guardo non sopra la spalla, come si fa in terraferma, ma lungo la pancia, semplicemente muovendo il collo.

Il blu dei sessanta metri sotto di me ha numerose interessanti sfumature ma è assolutamente vuoto. Improvvisamente colgo con la coda dell’occhio un movimento, veloce, in basso a destra. Ruotando lentamente tutta la parte superiore del corpo insieme al fucile mi giro in quella direzione: un tonno. Mi guarda, è già lontano sei-otto metri, sta ormai andando via. Espiro lentamente per scendere (le bolle sono anche un richiamo sonoro e visivo), forzo le pinne verso l’alto con i muscoli della schiena e scendo, senza assolutamente muovermi, un po’ a sinistra della direzione in cui sta nuotando. Lui esita, rallenta, gira verso di me, nuota nella direzione in cui avevo puntato.

Io lo evito. Sempre senza movimenti mi dirigo ancora un po’ più a sinistra rispetto alla rotta precedente. Il tonno rallenta ancora di più, poi improvvisamente ruota e riaccelera seccamente dirigendosi verso il punto di incrocio delle nostre rispettive rotte. Bruscamente anch’io comincio a nuotare in fretta, stendo in avanti il fucile, a braccio teso prendo la mira, per quanto possibile per gli ondeggiamenti delle falcate della gambe... e non sparo. Il tonno era a tiro, ma a malapena: gli avrei sparato senza la sicurezza di passarlo. Risultato, un tonno ferito che non si sarebbe riavvicinato mai più, un’asta contorta, un arpione facilmente da buttar via, con il possibile rischio di perdere tutta la sagola del mulinello se, come quasi sempre accade, l’avesse filata tutta nel primo scatto. Per non parlare del possibile rischio di perdita del fucile nel caso non avessi la prontezza di afferrare il coltello e tagliare tutto mentre venivo trascinato sotto.

 

Oggi i tonni sono in festa. Sul sommo di questa secca sperduta stanno saltando da tutte le parti. All’inizio sembravano i soliti tonnetti, ma ho realizzato improvvisamente le loro dimensioni quando, spento il motore, li ho potuti sentire.

Eccolo ancora. Un tonno salta fuori dall’acqua inclinato di quarantacinque gradi. Rimane librato per un attimo, poi piomba in acqua. Si vede lo schizzo sollevarsi alto nel cielo e ricadere... e non si sente niente. Solo dopo qualche istante il suono mi raggiunge, arrivando da lontano: un tonfo risonante che svela le reali dimensioni dell’animale e che improvvisamente permette di ridefinire la misura della scena. I tonni che saltano sono tutti grandi (per lo meno per i pescatori subacquei). Giudicandoli ad occhio, nel breve istante in cui li si vede volare in aria, i più piccoli sono una sessantina di chili mentre i più grandi passano il quintale e mezzo.

Non si parla nemmeno di tentare l’aspetto alle ricciole: oggi si va a tonni!

Le discese nel blu lontano dall’orlo, anche vicino alle zone dove una attimo prima saltavano, lo si sa da tempo, portano solo raramente a conclusioni positive. Non ci sono luoghi di concentrazione, bisogna essere fortunati ad incrociare tonni che, nelle immediate vicinanze e per caso, inseguono le loro prede. È necessario invece sistemarsi dove i tonni per forza devono passare, in mezzo ai pesci che mangiano. Si cerca allora l’orlo più vicino con l’ecoscandaglio, e qui, con attivata la funzione di individuazione del pesce che ormai tutti gli scandagli evoluti possiedono, individuare le zone con più forte concentrazione. Lì bisogna calarsi, farsi circondare dalla “mangianza”, e attendere.

Un tuffo segue all’altro, pazientemente, senza perdere la concentrazione, il fucile sempre pronto. Improvvisamente, in una risalita, il mare si riempie di tonni. Un branchetto mi ha trovato e mi circonda curioso. Curioso cioè come può esserlo un branco di tonni: una sarabanda di forme tondeggianti e argentee che schizzano da una parte all’altra del campo visivo, incrociandosi in risalita, in discesa, con rotte intersecantesi che confondono l’occhio. Saranno una decina, ma la speranza di poterli contare sfuma immediatamente. È come contare un branco di rondini che incrociano su un fiume, alla sera, in piena caccia. Come si fa? Non si fermano mai, non rallentano mai!

Le dimensioni sono molto variabili, si va da quelli piccoli, una cinquantina di chili, a quelli grandi, una quintalata. Le pinnule gialle sulle code di tutti si vedono benissimo, così vicino alla superficie.

Divento presto strabico, non so quale pesce puntare. Per quanto sappia che è un vecchio errore non ho alternative. Se dovessi seguire un unico pesce in tutte le sue velocissime ed incessanti sarabande, sopra sotto difianco-su difianco-giù, mi muoverei talmente tanto da sembrare un giocattolo meccanico con la molla rotta che si scarica in una serrata serie di convulsi movimenti, e certamente spaventerei a morte sia la supposta preda che tutti gli altri pesci attorno.

Devo perciò rimanere più o meno fermo, ormai in superficie, con poche alternative se non prendere fiato in attesa di tentare un’azione più incisiva.

Pochi respiri con l’iperventilazione tirata al massimo (in queste occasioni serve), poi espiro lentamente per scendere senza movimenti. Operazione difficile, sono zavorrato poco per scendere fondo e comincio ad immergermi ad espirazione quasi completa. L’azione diventa sempre più critica. Scendo in lenta scivolata, quasi in orizzontale, dirigendomi con le pinne, nella direzione in cui mi sembra di aver intuito si stia dirigendo il branchetto, al di là delle evoluzioni. I tonni, straordinariamente, sembrano reggere anche questo secondo avvicinamento. Compenso deglutendo, senza muovere le mani dal fucile imbracciato a mezzo fusto. I tonni ormai si allontanano. Quelli più piccoli, al contrario di quanto accade in altri pesci, sembrano più spaventati, sono più lontani. Rimangono più o meno vicini i tre o quattro più grandi. Sbirciando da sotto la pancia, ne vedo uno che da dietro a destra accelera su una rotta vagamente convergente. Intanto sto cominciando a scendere rapidamente, i polmoni quasi vuoti in superficie già a cinque metri non permettono nessun galleggiamento. Aspetto, senza guardarlo direttamente, le pinne come timoni, che mi si porti al fianco, in maniera che il rumore e l’onda di pressione del movimento delle pinne lo disturbi il meno possibile, poi lo anticipo. Non sembra che i tonni siano capaci di virate secche come i dentici, per cui nuoto bruscamente puntando un metro davanti alla sua rotta. All’ultimo istante stendo il fucile tutto in avanti, a braccio teso. È a tiro!

Per passata esperienza so che dovrò dargli un anticipo pazzesco, sparando molto avanti al punto in cui lo voglio realmente colpire. Negli ultimi istanti, concitati e fondamentali della caccia, chiudo un occhio per mirare, facendo collimare la tacca di puntamento sulla testata del fucile, che tingo sempre di bianco, con lo scintillante piastrone branchiale. Spero che non rallenti di colpo, perché se il tiro dovesse finire lì non so quante probabilità avrei di passarlo. Io ogni caso non sarebbe assolutamente un tiro tale da indebolire un animale di questa mole. Hai  voglia poi a lavorare un tonno da un quintale, terrorizzato, e in pieno possesso delle proprie forze.

L’ultimo istante per correggere quell’ultima imbardata delle pinne, sparo. Preso!

Male. Nonostante l’anticipo l’ho preso nella parte posteriore del corpo, un po’ in basso. Il tonno si contorce in acqua in un movimento convulso e potente. Vedo distintamente l’asta curvarsi di quasi quarantacinque gradi nel punto in cui esce dal corpo del tonno. Pazzesco, un’asta da otto millimetri in acciaio armonico piegata facendo pressione solo sull’acqua.

Poi il tonno schizza via, in orizzontale. Materialmente non lo vedo allontanarsi, dopo un istante semplicemente non c’è più. Io risalgo velocissimo, la superficie è a setto-otto metri, tenendo una mano sul mulinello che vibra impazzito allo srotolamento della sagola. A un metro dall’aria sento le braccia che reggono il fucile strapparmi in avanti, la sagola, cinquanta metri, è già finita, il tonno comincia a trascinarmi. Do un’ultima pinneggiata e raggiungo la superficie, con la schiuma del movimento che comincia già ad avvolgermi. Respiro a bocca aperta, mollo un attimo il fucile con una mano per infilarmi il boccaglio che avevo sputato per scendere e per modulare le bolle con le labbra, e forse, ma forse no, faccio un attimo di resistenza in più. La sagola, che indica la direzione di fuga del tonno che non vedo, e che non vedrò per un bel pezzo se tutto va a buon fine, ancora tesa in orizzontale, improvvisamente si arcua verso il basso, tesissima. Di colpo dà un brusco strattone, poi cede mollemente. Il tonno si è liberato.

Sto ancora respirando a singulti, recupero la sagola a bracciate furiose, circondandomi di volute di sagolino chiaro.

L’asta emerge dal blu. Gli ultimi venti centimetri sono irrimediabilmente piegati, l’asta è da buttare. L’arpione trattiene ancora un brandello sfilacciato di carne bianca. È da  buttare anch’esso. Pur essendo in assoluto il migliore del mercato per le grosse prede si è malamente contorto il pernetto di acciaio durissimo che ferma le alette: sono ormai distorte e fissate nella posizione, se fossero le lancette di un orologio, delle cinque meno cinque, e non, come dovrebbero essere quelle di ogni arpione che si rispetti, circa delle quattro e quaranta.

 

La secca, è appena il caso di dirlo, è assai lontana dalla costa. È piuttosto grande, per cui l’individuazione dei punti buoni è costata una lunga serie di viaggi e di ripetute e lunghe immersioni. Il viaggio per raggiungerla è stato memorabile, diverse tartarughe addormentate a scaldarsi al sole, un branco di grandi delfini, i tursiopi, di solito molto più restii a convergere sull’imbarcazione delle più comuni stenelle, oggi sono stati invece inconsuetamente comunicativi e sono venuti ad inondarci con gli schizzi dei loro corpi massicci. Le condizioni subacquee invece non sono così invitanti. C’è un taglio dell’acqua fredda a una quindicina di metri che è di malaugurio per i pesci di tana, visto che il tetto della secca è circa cinque metri più fondo. Tento allora una serie di aspetti a mezz’acqua intervallati da qualcuno sul fondo, dopo un po’ tremando e desiderando una cappotto subacqueo. Pesci in giro molto pochi, ricciole zero, qualche cernione congelato negli abissi dell’orlo, non saltano nemmeno i tonni. Si prospetta una brutta giornata.

In compenso in superficie non ci si ghiaccia e non ci si annoia: i pescetti dell’orlo che di solito sono distribuiti su una profondità maggiore sono tutti concentrati negli strati superiori. Schizzano, scappano, corrono affannati, ti guardano fisso negli occhi, per un istante vicinissimi, poi fuggono a confondersi nella massa. È facile perdere la concentrazione, visto che la profondità oggi non è invitante. Per fortuna ci pensano proprio loro a richiamarmi alla caccia perché improvvisamente volgono tutti le code verso l’alto e precipitano verso il fondo in un istante solo. Dietro, rivelati come da un sipario, a meno di un metro dalla superficie, con i corpaccioni che si riflettono da sotto sulla superficie liscia, arrivano i tonni.

Sono tre, di tre taglie diverse, dal quintale alla cinquantina di chili, quello grande davanti. Arrivano veloci direttamente contro di me, puntandomi di muso. Sono lontani una decina di metri ma tra un istante mi saranno addosso. Per fortuna, per lunga abitudine, il fucile è in superficie, orizzontale, lo devo semplicemente ruotare per puntarlo nella loro direzione. Arrivano sparati... e sprofondano aprendosi a ventaglio. Si riuniscono dietro di me e rallentano fin quasi a fermarsi. Mi guardano. Io sono tutto storto, le pinne rivolte verso di loro, il fucile esattamente nella direzione opposta. Un fiato veloce, senza riempirmi troppo i polmoni, una capovolta assolutamente senza sciacquii a mani immobili, con una gamba fuori dall’acqua per aumentare il peso per scendere di più e mi porto alla loro profondità, ruotando mentre scendo per poterli più o meno fronteggiare.

Si sono già aperti e allontanati: decisamente la capovolta non è un movimento che i pesci facciano, è assai sospetta e, temo, minacciosa. D’altra parte qualcosa mi dice che questa sarà una caccia lunga e non posso tentare di risolvere tutto in una discesa singola in dispnea, o la va o la spacca.

Sono un po’ positivo, così vicino alla superficie, devo usare le punte delle pinne, muovendo solo le caviglie, per spingermi in avanti. Arrivo alla loro altezza e mi fermo, i tonni sono tre, il bersaglio è multiplo, per di più non si muovono, non mi danno indicazioni per intercettarne il movimento. Forse, penso fugacemente, fermandomi ricreo le condizioni di curiosità che li hanno fatti avvicinare all’inizio.

Non funziona. Piano, sempre guardandomi, scivolano verso il fondo, si riuniscono, accelerano alla loro normale velocità di crociera e scompaiono. Per quanto deluso non risalgo, pian piano, sono ormai negativo, comincio a scendere. Mi dirigo, in una lenta planata piatta, nella zona di mare in cui sono scomparsi, guardandomi attorno. Passano lunghi momenti a scenario vuoto, la fame d’aria comincia a farsi sentire. Rieccoli! 

Sono sempre loro, il tonno più grande guida il gruppetto. Sono più cauti, ora, non si fermano più, ma rallentano, rimanendo uniti. Li ho di fianco, a sinistra, un po’ dietro. Quasi in fila. Rimango nella direzione in cui ero, cercando di farmi superare, per tentare un tiro laterale improvviso, tipo sportello della diligenza. Sono quasi a tiro... non funziona nemmeno questo, scendono subito e scompaiono di nuovo. Risalgo.

La buona notizia è che sono già tornati una volta, sono incuriositi, la cattiva è che portarli a tiro sarà lunga e dura.

Nel corso della mattinata, per due ore buone, con una pazienza che non dedicherei ad altre prede, mi immergo nel blu vuoto dell’orlo. Ogni tanto arriva il gruppetto di tonni, e studio con attenzione i loro movimenti e le loro reazioni a quello che faccio, accumulando nuove informazioni preziose sul come reagiscono e sul come avvicinarli. Riesco a portarli a tiro tre volte, ma non sparo in nessuna delle tre occasioni. Non era soddisfacente l’angolo di tiro o la distanza o la velocità con cui si muoveva la preda. Rimando.

Alla fine sembra che se ne siano andati, lasciandomi solo un bagaglio di ricordi e di piani di battaglia per i prossimi, futuri, avvistamenti. Invece, dopo venti minuti dall’ultimo contatto, eccoli ancora. Mentre nuoto piano per rimanere orizzontale, perpendicolarmente all’orlo, verso l’esterno, salgono dal blu sotto i miei piedi.

Tendono a precedermi, superandomi dal basso, a sinistra. Questa volta li ho visti in anticipo, li posso precedere senza allarmarli con un movimento improvviso. Senza guardarli direttamente, sposto a sinistra la mia rotta, cercando di rimanere alla stessa quota per non aumentare ancora la velocità con cui avverrà l’incontro. Arrivano da dietro, tendono a superarmi. Lascio passare il primo, il più grande. Io continuo a muovermi in una direzione convergente. Il secondo, attratto dallo spirito di coesione del gruppo, segue ciecamente la rotta del primo, ma io ora sono più vicino. Mi tendo tutto, scatto, miro con largo anticipo, alla bocca del pesce, sparo. Preso!

Preso bene. Per un attimo vedo bene l’asta, piantata all’altezza della linea laterale un po’ dietro ma inclinata, inevitabile, da dietro a davanti, poi il tonno scoda e scompare in un nugolo di bollicine. Una mano sul mulinello e risalgo quanto più velocemente possibile. Riesco ad arrivare in superficie un attimo prima dello strattone che mi avverte del fine sagola. Faccio in tempo a lanciare l’urlo di preda sull’asta al compagno sul gommone, poi vengo trascinato in una valanga di schiuma che mi ottunde la vista. È incredibile, sembra di essere trainati dalla barca, se inclino la testa un po’ di lato la forza dell’acqua minaccia di strapparmi la maschera dal viso, devo tenerla fissa direttamente in avanti, le pinne ondeggiano tutte fuori dall’acqua. Il filo è stretto tra le mani, non è bene fidarsi del nodo di fine sagola sul mulinello. Respiro a singulti, quando posso. Con uno sforzo riesco a rimettermi in bocca il boccaglio e la cose vanno meglio.

Il filo è tesissimo e ormai, dopo la prima fuga in orizzontale, quasi perpendicolare nel blu. Non vengo più trascinato in avanti, ma sott’acqua. So che questo è il momento più pericoloso, devo resistere ai primi strattoni del tonno ancora pieno di energie, dopo, con l’asta piantata nel corpo le perderà abbastanza in fretta. Sento di fianco i motori del gommone, controllato con consumata abilità dal compagno di pesca, se dovesse dimostrarsi troppo forte devo decidere se rinunciare alla preda o alla sportività. Tagliare cioè tutto o ricorrere ad un aiuto esterno per un galleggiante da collegare al fucile o un secondo colpo.

È passato qualche minuto. Tutte le mie energie sono ormai concentrate solo nel nuotare fortissimo verso l’alto per tenere il boccaglio fuori dall’acqua e rimanere aggrappato tenacemente al sagolino che nonostante i guanti ormai taglia le mani. Per di più le pinne lunghe non si possono usare bene con questo nuoto quasi sul posto, non rendono come potrebbero.

Sto cominciando a cedere, comincio ad accettare di venir tirato sotto per riposare un attimo le gambe, fiato ne ho ancora però. La lotta continua. Piano mi rendo conto che il tonno mi trascina di nuovo in orizzontale. Il primo momento è superato. Comincio a sperare, sottovoce.

Il tempo passa. A intervalli il tonno tenta sempre di scendere in profondità, ma mentre mi trascina riesco a riprendere fiato e riesco a contrastare le sue testate, sempre più brevi. Tento a intervalli di salpare il filo, e talvolta mi sembra di riuscirci, solo per rendermi conto che non era il tonno che veniva tirato verso l’alto ma ero io a tirarmi verso il basso.

Ancora qualche minuto convulso, poi è evidente, il tonno sta cedendo, riesco a recuperare. I primi metri sono abbastanza facili, forse si sta riposando anche lui, poi di colpo la sagola è tesissima di nuovo, mi riprende quanto avevo recuperato, anzi devo aggrapparmi al fucile per non perderlo ora. La battaglia è cominciata in questo momento. Prima ero solo una zavorra che lo rallentava. Adesso posso giostrarmelo, come al filo.

Chiudo gli occhi per aumentare la concentrazione sulla sensibilità delle mani indolenzite, recupero di nuovo, poi perdo un po’ di quello che avevo preso prima, ma sto vincendo: il tonno sale.

Passano ancora alcuni minuti, finalmente vedo la sagoma del tonno al temine della sagola. È piatto nell’acqua, girato dall’asta che lo trapassa, la bocca aperta a segnalare l’affanno, nuota a intervalli con la coda potente, stirandomi ogni volta la braccia stanche.

Per fortuna è affannato anche lui, la lotta si sta concludendo. Le testate verso il basso non ci sono più, ora compie larghe rotazioni sotto di me e io devo seguirle, rischiando di venire avvolto e legato dalla sagola che rimane in superficie. È quasi fermo ma ancora fortissimo, devo faticare a tenere il boccaglio sopra il pelo dell’acqua quando ogni tanto improvvisamente accelera e cerca di allargare i giri.

Anche se non è ormai necessario, potrei riuscire a tirarlo a galla da solo, improvvisamente decido che lo voglio a tutti i costi, rinuncio alla sportività, e prego il compagno di scendere a dare il secondo colpo. Il tonno è ormai a meno di dieci metri di profondità, ma tenta di scendere quando vede un’ombra che cala su di lui, sempre più vicina. In superficie lo reggo solidamente e vedo che il compagno indugia un attimo, prende con calma perfettamente la mira e gli spara all’altezza della pettorale. Tiro perfetto: il tonno improvvisamente si ferma, apre convulsamente la bocca due o tre volte, si stende, rabbrividisce, poi improvvisamente viene circondato da una nuvola sempre più grande di sangue, rosso sul blu del mare profondo.

La nuvola viene ritorta in vortici più chiari dal movimento delle pinne del compagno che risale filando il mulinello. Arriva in superficie e mi dà il secondo fucile, sorridendo dietro la maschera.

Il tonno è preso.

Riccardo A. Andreoli

 

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