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PescaSub N. 232 - Gennaio 2009

 

 Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

 

Dove soffiano gli Alisei

Anno XXII – PescaSub n. 232 – Gennaio 2009 – Pg. 48 – 52

 

Ilhéus Secos ou do Rombo

 

È buio di luna. Le finestre spalancate al rombo costante dell'oceano appaiono appena come riquadri nella notte ancora fitta. Sono le cinque e mezza di mattina. Fuori, le fronde delle palme, silhouette contro il lucore notturno della superficie, sono scosse dal vento che non ha mai mollato, ha sibilato e fischiato dentro tutti i miei sogni. Nella casa senza elettricità devo accendere la pila per trovare le ultime cose, il pacchetto con i due biscotti da sgranocchiare, dovranno bastare fino a pomeriggio inoltrato, l'ultimo sorso d'acqua. La sacca con la muta e le attrezzature pesante in mano, fuori i pescatori già mi aspettano. L'automobile, perché costoro hanno un'automobile, è un inno al “purché funzioni”. La frizione è pressoché completamente andata, per passare dalla retromarcia alla prima il motore deve essere spento, la marcia ingranata, poi riacceso. Nella ripida salita che porta al paese, sulla rena traditrice persa dai camion che in sequenza continua vengon a cavar sabbia dalla spiaggia per farne cemento, il pedale della frizione deve essere pompato a ripetizione come un vecchio freno inefficiente perché, tra stridii e gracchi, le marce entrino. Rotoliamo fino al paese, rapidi cenni di saluto del gigante al volante a chi incontriamo, poi ruzzoliamo per la ripida strada del porto. Sul ponte dell'ultima ribeira, i canyon che quando piove sono riempiti dall'acqua che precipita giù dai pendii del vulcano, dopo aver rallentato all'ennesimo gregge di capre, si spalanca la vista del canale che tra poco dovremo navigare. Così presto la mattina è già bianco di schiuma, i frangenti che si arrotolano furiosi, il vento a pettinare di strisce quel che resta della superficie.

 

In muta immediatamente, appena lasciata la banchina. Il vecchio pescatore addetto al motore si infila una cerata completa. Gabì, il pescatore-subacqueo che mi accompagnerà sott'acqua, invece ha un elegante completo italiano. Dopo essersi infilato la parte superiore di un paio di pantaloni con bretelle, senza i pantaloni, strappati all'altezza della vita a mo’ di corpetto, indossa una muta stagna Coltri, in neoprene ormai così datato da esser sottile quasi come una muta da apnea. Quasi stagna cioè perché il cernierone si è rotto da tempo e spalanca colossali fauci d'entrata d'acqua. A tentar di stagnare il tutto, sulle spalle possenti una maglietta da surf che arriva a malapena alla vita.

Al piede destro una vecchia calza, indispensabile perché la pinna è da bombole, pesante, aperta dietro, perfettamente in linea con la muta. A quello sinistro il calzare non serve. La pinna è un esemplare davvero da museo, una SuperPerry italiana del lontano passato, morbidissima, cucita su un lato della scarpetta e di due misure troppo piccola. I ditoni sporgono fuori dalla fessura, scuri sull'azzurrino della plastica.

Le pinne però saranno per dopo. Ora l'otto cavalli parte al primo strappone, comincia a ronzare. Doppiamo la punta della gettata del porto e partiamo. Da subito non sembra tanto mosso, poi realizzo che per un po' ancora siamo protetti dalla massa della montagna dall'aliseo di nord-est. Che è ancora tutto sommato presto e che non ha ancora quindi raggiunto la piena forza. Soprattutto prendiamo le onde al giardinetto di dritta, non una brutta posizione.

Lontano a prua, offuscati, gli ottanta metri del roccione della Ponta do Morro Grosso dell'isolotto più a destra, l'Ilhéu de Cima. Ne avremo per raggiungerlo. Con questo mare non facciamo più di quattro-cinque nodi, ci arriveremo tra un'ora e mezzo se va tutto bene.

Presto, nella buriana montante del canale, cadiamo tutti in silenzio, il corpo che ondeggia ai sussulti e agli sbattoni, la mente rilassata. Le occasionali intrusioni di una secchiata volante ignorate con un semplice volgere della testa, la muta per qualche momento più stillante, le gocce a scivolare giù dal cappuccio sul naso. Uno scuotere del capo ad una che solletica di più.

Io guardo l'oceano a sinistra e a dritta. Cercando tracce di vita. Anche se con questa superficie bisognerebbe letteralmente inciamparci su qualcosa per riuscire a vederla. La speranza però, soprattutto in questi oceani così poco battuti, è costantemente viva. Ma c'è, o si vede, veramente poco. Un sobbalzo quando lontano un branco di uccelli, curiosamente rari nelle acque di Capo Verde, si addensa. Sembrano volare torno torno, da lontano scomparire tra una rotolante montagna bianca e blu, rispuntare più in là, magari solo una scura ala alzata in verticale a prendere il vento per bordeggiarci contro. Sono nella maggior parte procellarie (Calonectris edwarddsii) ma vedo anche i lunghi becchi di qualche sula (Sula leucogaster).

È però, o sembra essere, un raggruppamento senza scopo. Nulla buca la superficie, non fremiti di pesci inseguiti, men che meno nulla di massiccio sotto ad inseguirli. Quando ci capitiamo in mezzo, semplicemente lo stormo si apre, il volo silenzioso si alza un poco, le virate più alte sopra le onde. Dietro alla nostra scia che svanisce il carosello sconosciuto continua. Non c'è mai tempo, ma... e spegnere il motore e aspettare? Fermarsi lì in mezzo in attesa che qualunque presenza abbia il tempo di manifestarsi? Non ora, con i pescatori impazienti.

Intanto le miglia avanzano, il vulcano, dietro, esce dalle nuvole, il cratere a quasi tremila metri si staglia in controluce.

Di colpo davanti, tra un'onda ed un'altra la sensazione di un movimento. Subito nascosto dal frangente successivo. Sembra l'ala verticale di una procellaria, scura, sottile. Oziosamente aspetto il riapparire dell'uccello. Strano però, sembrava molto bassa... l'onda scivola via ed ecco ancora il movimento.

Schizzo in piedi. Marlin!

Indubitabile, la coda falcata, sottile, così gigantesca che quando è in superficie buca l'acqua. Un accenno di vortici dietro ad indicarne la dimensione. È grosso! Punto il dito: “Belfish”, grido.

Comincio a guardarmi intorno, fremente. Il fucile è però scarico, la zavorra nascosta da qualche parte in fondo alla barca, soprattutto le boe devono ancora essere montate, la catena per grandi pesci creata, i nodi rifatti.

Tempo. Ci vuole tempo, che non ho.

Gabì, guarda anche lui. Poco convinto. Per lui probabilmente un Belfish non è preda pensabile per un fucile subacqueo. Prima assentisce: “Belfish!”. Poi nega e asserisce: “No. Tubarão.”.

Col cavolo è uno squalo. Le pinne sono completamente differenti. La dorsale dello squalo poi non ondeggia qui e lì nel nuoto! In ogni caso, con questo mare la traccia del movimento ha vita brevissima. La pinna sta già immergendosi.

Niente da fare. L'ennesima onda frange esattamente dove sarebbe dovuta ricomparire. Non v'è più traccia visiva da seguire.

Andato. Io so che a dieci metri da me un marlin sta nuotando via, indifferente, il rostro puntato nel blu, ma non ho modo alcuno di seguirlo, di preparare l'attrezzatura. Di fare qualcosa. Un momento di quasi rovente arrabbiatura. Averlo lì... Poi passa, si spegne nell'abitudine al controllo. Mi risiedo.

Mentre proseguiamo mi chiedo, se avessi avuto tutto pronto, solo il fucile da caricare, sarebbe cambiato qualcosa?

Mi rispondo da solo. Non con questo equipaggio, con cui non ho quasi mezzi di comunicazione. Come al solito, come molti altri, pronti a “proteggere” il subacqueo del blu dalle sue stesse follie.

 

Piano intanto la costa indifferente si avvicina. Esce dalla bruma dell'aria ventosa, si chiarisce. Una lunga linea di bassa costa rocciosa, qui e lì interrotta da calette dove la sabbia è, meraviglia, dorata, non consuetamente nera come in tutta l'isola principale. Oziosamente mi domando se qui finalmente le tartarughe possano deporre in pace nelle notti tranquille le loro uova, senza rischiare di essere rovesciate, catturate, macellate direttamente sulla spiaggia.

L'alta parete del Morro, a ovest, a picco sull'oceano, riparata dal vento dalla lunga isola. Spero che le zone di pesca siano, magari, per una volta, in acqua piatta. Vengo prontamente disilluso. Il pescatore alla barra, la cerata lustra dell'acqua che gli è arrivata addosso fino ad un momento fa, rallenta, inizia un gran giro, la prua controvento, per risalire fino agli scogli esterni. Raccoglie in gugliate ordinate, negli sbattoni aumentati, la speranzosa lenza da wahoo di sinistra, il terminale in acciaio ritorto, un grosso amo rugginoso col filetto di un intero pesce volante. Gabì fa lo stesso con quella di dritta. Non hanno portato a nulla. Che sia normale, o segno che il brutto tempo disturba come spesso capita la tranquillità e la voglia di mangiare dei pesci?

Dieci minuti dopo abbiamo lasciato indietro, a sinistra, gli scogli dei due Baixos, i due bassofondi, a nordest. Sono strapazzati dalle onde, frangenti esplosivi a travolgerli, spuma bianchissima tra le rocce nere e lucide di tonnellate d'acqua. Noi arriviamo a mezzo miglio al largo di lì. Poi, in acqua.

Quelle tal pinne vengono indossate da Gabì, le mie boe pronte, scivolo in acqua. Mentre carico il fucile subito uno sguardo sotto. Il blu... non c'è. C'è invece una bella scogliera tropicale, nell'acqua limpida e sorprendentemente calma dopo il trambusto del mondo di fuori. Una ventina di metri sotto, la sabbia è visibilissima, appena increspata da infinitesime ondulazioni regolari. Un branco di piccoli enforcados (Caranx hippos) si affretta a salutarci. Salgono da un roccione, ci arrivano tra le pinne, spanciano tutti insieme in un lampo di luce collettivo, scendono di nuovo a badare ai loro affari quasi sul fondo.

Gabì si volta a vedere se lo seguo, borbotta nel boccaglio qualcosa sull'andare al largo, per di là. Parte sparato, le pinnine che sbattono regolari nella falcata potente, una persistente nuvola di schiuma ad ogni pedalata.

Io inseguo, le boe che tirano nell'acqua agitata. Presto il fondale scompare, ecco sotto il blu consueto, rilassante, in cui cercare minuti indizi di movimento, fremiti di speranza ad ogni aleggiare dei veli dell'oceano. Ma oggi offuscato, appannato, il richiamo nebbioso, penzolante dieci – dodici metri sotto le pinne.

E cominciamo a vagare, guidati da Gabì che segue una qualche sua misteriosa traccia o forse direzione. Piano, con estenuante stillicidio, lunghi, lunghissimi momenti senza nulla da contemplare se non vuote molecole d'oceano, ecco comparire gli abitanti del blu.

Una frustata di adrenalina, un martello, lungo, la testa piatta nervosa in caccia di qualcosa, che sale dall'ignoto fondale, si scrolla di dosso le nebbie dell'acqua sporca, rivela nitide le fessura branchiali, scende di nuovo sotto i nostri piedi, da qualche parte a perdersi. Poi un wahoo, che improvvisamente appare, invisibile fino ad un istante prima, il corpo nella tigratura d'attacco. Questo aspettavo!

Un gran fiato, scendo. Arrivo alla sua quota, il lungo fucile ritratto, lo intravvedo appena andar via. Scompare quasi alla vista. Ormai, immobile, sto già cominciando a scendere. Poi accenna una virata, un lungo giro al limite della visibilità. Una pinneggiata appena per evitare di sprofondare. Chiudo gli occhi, mi rilasso completamente, sarà lunga. Arriva da quasi dietro, vedo l'occhio che mi studia, ruota per tenermi in vista mentre si avvicina. Accenno ad un colpo di pinna, per andar via, per allontanarmi. Questo lo decide. Ora mi punta contro. Muovo appena il fucile, glielo punto contro, distendo il braccio ora che non cambia la mia sagoma. Arriva a tre metri, più vicino di così non viene, prendo bene la mira lungo l'asta, premo dolcemente il grilletto. L'asta compare in centro corpo del wahoo. Per un istante, prima che la solita fuga folle me lo strappi dalla visuale, l'immagine del pesce più in alto di me, in quasi controluce, la sagoma così aggressiva, la testa sollevata verso la luce. E, fuori dalle pulsioni di caccia, ecco il miracolo della pesca nel blu, dove puoi avvicinare, davvero, creature così meravigliose e così parte del vero oceano.

Il pesce in barca, una pacca sulla spalla di Gabì a superare le barriere della lingua.

Quello stesso oceano torna poi però ad esser vuoto, nebbiosità indefinita, in superficie le onde che montano sempre più, che sbatacchiano, urtano, inondano di schiuma, i frangenti che investono le boe e strattonano malamente il braccio.

Allora il rifugio è nell'apnea. Lunghe discese a giocare all'essere giù in equilibrio perfetto. Ogni volta un po' più a lungo, ogni volta con meno movimenti, le innumeri componenti del plancton che non devono né scorrere a fianco verso l'alto, si scende, né verso il basso, si sta cominciando a galleggiare. Gli occhi semichiusi in superficie, in attesa di poter scendere, di nuovo, la mente persa. Talmente rilassato che una volta, sott'acqua a contemplar sferiche inconsistenze, come quando ci si sta per addormentare e la mente ti sorprende con immagini che non t'aspetti, mi trovo a ridere come uno scemo, il diaframma che sussulta, la punta del fucile che ondeggia, ad una scena improvvisamente ricordata di un film visto tempo fa.

Poi l'oceano si fa vivo di nuovo. Improvvisamente passa un tonno. Dieci metri dietro, un altro. Una quarantina di chili entrambi, alla loro solita velocità che non lascia tempo di reagire, in una rotta che solo casualmente giureresti ha incrociato la tua. Subito sott'acqua, pedalate potenti, ce ne sarà qualcun altro? Sguardi rapidi, destra, sinistra, sopra la spalla, sotto in mezzo alle pinne. Nulla. Ma possibile... guardi ancora. Nulla. Terminato il fiato, trascinato a galla dalla muta, immobile, sotto ancora nulla. Primo respiro, l'aria dolce, il boccaglio in bocca. Sotto passa uno squalo, probabilmente un toro come lo chiaman qui (Carcharhinus leucas), nervoso, nuota in una direzione, poi in quell'altra, accenna a risalire, poi fa per scendere. Di colpo, tre metri dietro, un wahoo, grosso. Ignoro lo squalo, gran fiato che in superficie non ho avuto modo di riposarmi, scendo. Due pinneggiate, la prima compensazione, lo squalo circola, è qua, ma io sono concentrato sul wahoo. È nervoso, accenna a scatti delle mandibole pesanti, come masticasse qualcosa, ma ormai sono vicino, non c'è nulla tra quei denti conici. Ripete ancora il gesto, un segnale di intimidazione? Nervosismo? Non certo rivolto a me!

Mi ignora, passa a sei – sette metri. Come sui binari non accenna ad una variazione di rotta, non ruota lo sguardo a scrutarmi, nulla. Potrei essere invisibile, non esser lì. Se ne va.

Lo squalo invece c'è ancora, e mi guarda. Ma è lungo poco più di due metri, io con le pinne son più grande di lui, sono una bestia strana. Circola circospetto, vedo benissimo la pennellata ombrosa, un scuro tratto deciso sul fianco fino a dopo la dorsale. Risalgo. Lui, senza più fonti di interesse vicine scende, scompare nella caligine buia dell'ombra di un ennesimo nuvolone.

Per lungo tempo nulla di nuovo. Il sogno delle pareti di wahoo ormai null'altro che un ricordo e non più una speranza. Acqua vuota, il richiamo scosso con energia da Gabì l'unico accenno di movimento. Oh, prendo un altro paio di pesci, ma l'oceano resta vuoto vuoto vuoto. Lunghe ore in cui non si vede nulla. Nemmeno i chirurgo di velluto a protezione di una secca (Acanthurus monroviae), nemmeno i balestra (Balistes vetula) onnipresenti. E ti chiedi dove diavolo Gabì stia nuotando. Se sappia davvero dove stiamo andando oppure resti in pacifica e altrettanto speranzosamente paziente attesa che il richiamo agisca, che richiami i pesci dal blu, forse li costruisca.

Allora diventano importanti anche le piccole vite che l'oceano ha in serbo a iosa per stupire e riempire di meraviglia un affascinato terrestre.

Ecco che a giocare a fare il relitto, a galleggiare così tante ore in superficie, si finisce col convincere anche i pesci. Prima, quasi invisibili, un branchetto di creature gialle e nere, che ti ritrovi addosso all'improvviso. Così minuscole che a stento si apprezzano le pinne, sospetti appena di trasparenza. Sono una scheggia di un'unghia, si muovono in frotta appena dall'altra parte della maschera, si riparano alla sua ombra, nuotano frenetici quando ti stai muovendo per immergerti. Ti aspettano da qualche parte, ti ritrovano prontamente quando riemergi e torni a comportarti come un relitto dabbene, fermo a galleggiare ed a procurare ombra e riparo.

Poi arriva un personaggio più importante, un carangide dorato lungo un mignolo. Nuota attivamente, te lo trovi sotto la pancia, bisogna immergere la maschera e torcere il collo per vederlo bene quando si rifugia laggiù. A tratti si diverte ad osare, arriva davanti, la coda minuscola frenetica, a tratti poi ferma. Gli scatti improvvisi quando resta indietro nel pur lento andare nelle onde. E si forma nella mente l'immagine di te come un lento gigantesco squalo balena, a far da scogliera a tutte le creature che vogliano ripararsi sotto la tua lenta massa.

Sotto la tua lenta massa INNOCUA. Qui, maledizione, anche a tentare con tutta la buona voglia di far il predatore, l'oceano è così vuoto che si morirebbe di fame!

Di colpo, a confondere le idee, così che non sai più davvero se sei un relitto o un pesce, compare un pesce pilota (Naucrates ductor). È già un protagonista, son venti centimetri di tigratura! Carangide anch'esso, scaccia prontamente tutte le altre vite accumulate nell'andar lentamente a zonzo per l'oceano. Una meraviglia di zebrature, il fascione centrale scuro con la dorsale che esce appena a farsi pennellare di bianco. La coda, non esattamente da grande nuotatore, ricorda nella profonda divisione quella della nostrana castagnola, ha le punte pure candidissime. L'occhio, a guardarlo bene così da vicino, ha una banda improvvisamente obliqua, a fasciarlo proprio come nelle ricciole mediterranee.

Nuota, fedele al nome, davanti a me. Orgogliosissimo si piazza a venti centimetri dal mio naso... e ci resta. Solo il fucile lo distrae. Nell'altalenare delle onde la punta si alza e s'abbassa e lui ci nuota alternativamente sopra e sotto, ci danza intorno, a freneticissimi piccoli scatti ad evitare questa gran cosa dal movimento erratico.

Poi si fa prendere dalla passione e, il musetto impassibile, si struscia contro l'asta luccicante, la carezza. Lo rivedo ancora adesso, si mette per obliquo, di colpo il fianco più luminoso, il ventre bianchissimo. Il colpo di coda a metterlo piatto. Ora accelera, sfrega il fianco contro il metallo, una, due, tre volte. Poi si rimette dritto, nuota ancora, evita il fucile che scivola nel cavo di un'onda, ci scappa sotto al frangente che lo investe di bollicine. Spavaldo torna vicino alla punta, ripete ancora ed ancora la danza di ignorate blandizie.

Al risalire in barca rimane perplesso. Segue fino all'ultimo la punta del fucile. Quando esce anch'essa dall'acqua, per ultima, rimane per un poco all'ombra del fasciame. E giureresti di averlo visto guardarsi intorno smarrito, alla improvvisa e sconosciuta scomparsa di quell'essere strano.

Intanto noi umani abbiamo ancora il ritorno. Il vento non ha mollato un istante, anzi è rinforzato, ora dopo ora. Adesso il canale è bianco di schiuma, i cavalloni a rincorrersi, la superficie grigia di nuvole basse e stracciate. Noi subacquei restiamo in muta, il vecchio pescatore alla barra, che si era tolto il giaccone della cerata al nostro lento progredire in acqua, se la reinfila, si stringe ben bene il cappuccio, riavvia il motore.

La rotta è questa volta ben peggiore. Abbiamo le onde, e son onde cattive, secche, ripide, al mascone di sinistra. Ogni spruzzo entra di prepotenza, una secchiata violenta, con una frequenza tale che impedisce quasi di veder davanti. Sopportiamo, la testa ciondoloni, il viso girato ad evitare almeno la botta dell'acqua lanciata a scartavetrare la pelle ammorbidita da tante ore d'acqua.

Man mano che guadagniamo il centro canale le condizioni peggiorano. Fino a che ad una bastonata più violenta qualcosa, con uno schianto secco, cede. Un'ordinata si spezza, il fasciame non più sostenuto comincia a disginungersi, si apre una via d'acqua. Poca per fortuna, appena un rivolo che entra, ma continua, che costringe a sgottare con regolarità. Da un bottiglione da cinque litri cui è stato in qualche modo ritagliato il collo rientrano in oceano getti d'acqua limpidissima, con una frequenza tale da non aver nemmeno il tempo di raccogliere lo sporco di sentina.

Pian piano zoppichiamo in avaria fin dove il ridosso del gigante si fa in qualche modo sentire, appiattendo un poco i cavalloni. Il vento non ha tuttavia intenzione alcuna di cedere, urla anzi con ancor più vigore, accelerato dai fianchi subito ripidi, la superficie strigliata, solcata dalle folate cattive.

È quasi con stordimento che tutto cessa quando arriviamo nel porto protetto da un braccio benevolo del vulcano.

 

Oggi andiamo a pescare sugli isolotti “Secos ou do Rombo”, come recitano le carte. Sono a otto miglia, quasi a nordovest spaccato dal porto. È parte dell'esperimento di quest'anno, per vedere se, in altra isola e al giorno d'oggi, è possibile ritrovare quelle condizioni di pesca che avevano resa nota Sal nel passato tra i pescatori del blu. Sulle secche al largo, nel canale tra l'isola e Boa Vista, anni fa si potevano trovare concentrazioni di wahoo da sogno. Ricordo, i primi tuffi all'alba di qualche giorno ventoso, che a Sal altro quasi non esiste, letteralmente pareti di wahoo nell'acqua grigia. Dalla superficie fino a scomparire, a perdersi lì in basso, forme appuntite dagli occhi guardinghi, colori che parevano rubati all'oceano stesso. Ora sono a Sal un ricordo, diverse barche di pescatori subacquei locali, con attrezzature approssimative ma efficienti, battono ogni santo giorno le secche, sempre quelle quattro secche. Non è stupore che il numero di catture sia drasticamente ridotto.

Qui invece le speranze sono altissime. Fogo per cominciare non conosce praticamente il turismo, come tutta Capo Verde non ha un'industria di pesca. I prelievi dall'oceano sono fatti da pescatori che, con barchette in legno da pochi metri pescano con lenze a mano, talora a remi, come ho scoperto qui, quando il gigantesco cono, quasi tremila metri, interrompe per un tratto di costa la sferza costante degli Alisei. E pescano tonni anche grossi, wahoo, vela.

Per di più, proprio poco al largo degli Ilhéus, pochi anni fa è stato pescato da un'imbarcazione d'altura un marlin da quasi 600 kg, non omologato come record IGFA per un qualche cavillo sulla raffiatura. Ho visto le foto, da incollare la lingua al palato e da avere difficoltà di respirazione.

Un ottimo aggancio locale, Tortuga Bed & Breakfast (www.tortuga-fogo.eu) di quel Roberto che già mi aveva aiutato per il record a Sal, ora trasferitosi qui. Un mese e passa di tempo, le condizioni per un serio esperimento sul campo ci sono tutte.

Riccardo A. Andreoli

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