Ilhéus Secos ou do Rombo
È buio di luna. Le
finestre spalancate al rombo costante dell'oceano appaiono appena come
riquadri nella notte ancora fitta. Sono le cinque e mezza di mattina. Fuori,
le fronde delle palme, silhouette contro il lucore notturno della
superficie, sono scosse dal vento che non ha mai mollato, ha sibilato e
fischiato dentro tutti i miei sogni. Nella casa senza elettricità devo
accendere la pila per trovare le ultime cose, il pacchetto con i due
biscotti da sgranocchiare, dovranno bastare fino a pomeriggio inoltrato,
l'ultimo sorso d'acqua. La sacca con la muta e le attrezzature pesante in
mano, fuori i pescatori già mi aspettano. L'automobile, perché costoro hanno
un'automobile, è un inno al “purché funzioni”. La frizione è pressoché
completamente andata, per passare dalla retromarcia alla prima il motore
deve essere spento, la marcia ingranata, poi riacceso. Nella ripida salita
che porta al paese, sulla rena traditrice persa dai camion che in sequenza
continua vengon a cavar sabbia dalla spiaggia per farne cemento, il pedale
della frizione deve essere pompato a ripetizione come un vecchio freno
inefficiente perché, tra stridii e gracchi, le marce entrino. Rotoliamo fino
al paese, rapidi cenni di saluto del gigante al volante a chi incontriamo,
poi ruzzoliamo per la ripida strada del porto. Sul ponte dell'ultima ribeira,
i canyon che quando piove sono riempiti dall'acqua che precipita giù dai
pendii del vulcano, dopo aver rallentato all'ennesimo gregge di capre, si
spalanca la vista del canale che tra poco dovremo navigare. Così presto la
mattina è già bianco di schiuma, i frangenti che si arrotolano furiosi, il
vento a pettinare di strisce quel che resta della superficie.
In muta immediatamente, appena lasciata la banchina. Il vecchio pescatore
addetto al motore si infila una cerata completa. Gabì, il
pescatore-subacqueo che mi accompagnerà sott'acqua, invece ha un elegante
completo italiano. Dopo essersi infilato la parte superiore di un paio di
pantaloni con bretelle, senza i pantaloni, strappati all'altezza della vita
a mo’ di corpetto, indossa una muta stagna Coltri, in neoprene ormai così
datato da esser sottile quasi come una muta da apnea. Quasi stagna cioè
perché il cernierone si è rotto da tempo e spalanca colossali fauci
d'entrata d'acqua. A tentar di stagnare il tutto, sulle spalle possenti una
maglietta da surf che arriva a malapena alla vita.
Al piede destro una vecchia calza, indispensabile perché la pinna è da
bombole, pesante, aperta dietro, perfettamente in linea con la muta. A
quello sinistro il calzare non serve. La pinna è un esemplare davvero da
museo, una SuperPerry italiana del lontano passato, morbidissima, cucita su
un lato della scarpetta e di due misure troppo piccola. I ditoni sporgono
fuori dalla fessura, scuri sull'azzurrino della plastica.
Le pinne però saranno per dopo. Ora l'otto cavalli parte al primo strappone,
comincia a ronzare. Doppiamo la punta della gettata del porto e partiamo. Da
subito non sembra tanto mosso, poi realizzo che per un po' ancora siamo
protetti dalla massa della montagna dall'aliseo di nord-est. Che è ancora
tutto sommato presto e che non ha ancora quindi raggiunto la piena forza.
Soprattutto prendiamo le onde al giardinetto di dritta, non una brutta
posizione.
Lontano a prua, offuscati, gli ottanta metri del roccione della Ponta do
Morro Grosso dell'isolotto più a destra, l'Ilhéu de Cima. Ne avremo per
raggiungerlo. Con questo mare non facciamo più di quattro-cinque nodi, ci
arriveremo tra un'ora e mezzo se va tutto bene.
Presto, nella buriana montante del canale, cadiamo tutti in silenzio, il
corpo che ondeggia ai sussulti e agli sbattoni, la mente rilassata. Le
occasionali intrusioni di una secchiata volante ignorate con un semplice
volgere della testa, la muta per qualche momento più stillante, le gocce a
scivolare giù dal cappuccio sul naso. Uno scuotere del capo ad una che
solletica di più.
Io guardo l'oceano a sinistra e a dritta. Cercando tracce di vita. Anche se
con questa superficie bisognerebbe letteralmente inciamparci su qualcosa per
riuscire a vederla. La speranza però, soprattutto in questi oceani così poco
battuti, è costantemente viva. Ma c'è, o si vede, veramente poco. Un
sobbalzo quando lontano un branco di uccelli, curiosamente rari nelle acque
di Capo Verde, si addensa. Sembrano volare torno torno, da lontano
scomparire tra una rotolante montagna bianca e blu, rispuntare più in là,
magari solo una scura ala alzata in verticale a prendere il vento per
bordeggiarci contro. Sono nella maggior parte procellarie (Calonectris
edwarddsii) ma vedo anche i lunghi becchi di qualche sula (Sula
leucogaster).
È però, o sembra essere, un raggruppamento senza scopo. Nulla buca la
superficie, non fremiti di pesci inseguiti, men che meno nulla di massiccio
sotto ad inseguirli. Quando ci capitiamo in mezzo, semplicemente lo stormo
si apre, il volo silenzioso si alza un poco, le virate più alte sopra le
onde. Dietro alla nostra scia che svanisce il carosello sconosciuto
continua. Non c'è mai tempo, ma... e spegnere il motore e aspettare?
Fermarsi lì in mezzo in attesa che qualunque presenza abbia il tempo di
manifestarsi? Non ora, con i pescatori impazienti.
Intanto le miglia avanzano, il vulcano, dietro, esce dalle nuvole, il
cratere a quasi tremila metri si staglia in controluce.
Di colpo davanti, tra un'onda ed un'altra la sensazione di un movimento.
Subito nascosto dal frangente successivo. Sembra l'ala verticale di una
procellaria, scura, sottile. Oziosamente aspetto il riapparire dell'uccello.
Strano però, sembrava molto bassa... l'onda scivola via ed ecco ancora il
movimento.
Schizzo in piedi. Marlin!
Indubitabile, la coda falcata, sottile, così gigantesca che quando è in
superficie buca l'acqua. Un accenno di vortici dietro ad indicarne la
dimensione. È grosso! Punto il dito: “Belfish”, grido.
Comincio a guardarmi intorno, fremente. Il fucile è però scarico, la zavorra
nascosta da qualche parte in fondo alla barca, soprattutto le boe devono
ancora essere montate, la catena per grandi pesci creata, i nodi rifatti.
Tempo. Ci vuole tempo, che non ho.
Gabì, guarda anche lui. Poco convinto. Per lui probabilmente un Belfish non
è preda pensabile per un fucile subacqueo. Prima assentisce: “Belfish!”. Poi
nega e asserisce: “No. Tubarão.”.
Col cavolo è uno squalo. Le pinne sono completamente differenti. La dorsale
dello squalo poi non ondeggia qui e lì nel nuoto! In ogni caso, con questo
mare la traccia del movimento ha vita brevissima. La pinna sta già
immergendosi.
Niente da fare. L'ennesima onda frange esattamente dove sarebbe dovuta
ricomparire. Non v'è più traccia visiva da seguire.
Andato. Io so che a dieci metri da me un marlin sta nuotando via,
indifferente, il rostro puntato nel blu, ma non ho modo alcuno di seguirlo,
di preparare l'attrezzatura. Di fare qualcosa. Un momento di quasi rovente
arrabbiatura. Averlo lì... Poi passa, si spegne nell'abitudine al controllo.
Mi risiedo.
Mentre proseguiamo mi chiedo, se avessi avuto tutto pronto, solo il fucile
da caricare, sarebbe cambiato qualcosa?
Mi rispondo da solo. Non con questo equipaggio, con cui non ho quasi mezzi
di comunicazione. Come al solito, come molti altri, pronti a “proteggere” il
subacqueo del blu dalle sue stesse follie.
Piano intanto la costa indifferente si avvicina. Esce dalla bruma dell'aria
ventosa, si chiarisce. Una lunga linea di bassa costa rocciosa, qui e lì
interrotta da calette dove la sabbia è, meraviglia, dorata, non
consuetamente nera come in tutta l'isola principale. Oziosamente mi domando
se qui finalmente le tartarughe possano deporre in pace nelle notti
tranquille le loro uova, senza rischiare di essere rovesciate, catturate,
macellate direttamente sulla spiaggia.
L'alta parete del Morro, a ovest, a picco sull'oceano, riparata dal vento
dalla lunga isola. Spero che le zone di pesca siano, magari, per una volta,
in acqua piatta. Vengo prontamente disilluso. Il pescatore alla barra, la
cerata lustra dell'acqua che gli è arrivata addosso fino ad un momento fa,
rallenta, inizia un gran giro, la prua controvento, per risalire fino agli
scogli esterni. Raccoglie in gugliate ordinate, negli sbattoni aumentati, la
speranzosa lenza da wahoo di sinistra, il terminale in acciaio ritorto, un
grosso amo rugginoso col filetto di un intero pesce volante. Gabì fa lo
stesso con quella di dritta. Non hanno portato a nulla. Che sia normale, o
segno che il brutto tempo disturba come spesso capita la tranquillità e la
voglia di mangiare dei pesci?
Dieci minuti dopo abbiamo lasciato indietro, a sinistra, gli scogli dei due
Baixos, i due bassofondi, a nordest. Sono strapazzati dalle onde,
frangenti esplosivi a travolgerli, spuma bianchissima tra le rocce nere e
lucide di tonnellate d'acqua. Noi arriviamo a mezzo miglio al largo di lì.
Poi, in acqua.
Quelle tal pinne vengono indossate da Gabì, le mie boe pronte, scivolo in
acqua. Mentre carico il fucile subito uno sguardo sotto. Il blu... non c'è.
C'è invece una bella scogliera tropicale, nell'acqua limpida e
sorprendentemente calma dopo il trambusto del mondo di fuori. Una ventina di
metri sotto, la sabbia è visibilissima, appena increspata da infinitesime
ondulazioni regolari. Un branco di piccoli enforcados (Caranx
hippos) si affretta a salutarci. Salgono da un roccione, ci arrivano tra
le pinne, spanciano tutti insieme in un lampo di luce collettivo, scendono
di nuovo a badare ai loro affari quasi sul fondo.
Gabì si volta a vedere se lo seguo, borbotta nel boccaglio qualcosa
sull'andare al largo, per di là. Parte sparato, le pinnine che sbattono
regolari nella falcata potente, una persistente nuvola di schiuma ad ogni
pedalata.
Io inseguo, le boe che tirano nell'acqua agitata. Presto il fondale
scompare, ecco sotto il blu consueto, rilassante, in cui cercare minuti
indizi di movimento, fremiti di speranza ad ogni aleggiare dei veli
dell'oceano. Ma oggi offuscato, appannato, il richiamo nebbioso, penzolante
dieci – dodici metri sotto le pinne.
E cominciamo a vagare, guidati da Gabì che segue una qualche sua misteriosa
traccia o forse direzione. Piano, con estenuante stillicidio, lunghi,
lunghissimi momenti senza nulla da contemplare se non vuote molecole
d'oceano, ecco comparire gli abitanti del blu.
Una frustata di adrenalina, un martello, lungo, la testa piatta nervosa in
caccia di qualcosa, che sale dall'ignoto fondale, si scrolla di dosso le
nebbie dell'acqua sporca, rivela nitide le fessura branchiali, scende di
nuovo sotto i nostri piedi, da qualche parte a perdersi. Poi un wahoo, che
improvvisamente appare, invisibile fino ad un istante prima, il corpo nella
tigratura d'attacco. Questo aspettavo!
Un gran fiato, scendo. Arrivo alla sua quota, il lungo fucile ritratto, lo
intravvedo appena andar via. Scompare quasi alla vista. Ormai, immobile, sto
già cominciando a scendere. Poi accenna una virata, un lungo giro al limite
della visibilità. Una pinneggiata appena per evitare di sprofondare. Chiudo
gli occhi, mi rilasso completamente, sarà lunga. Arriva da quasi dietro,
vedo l'occhio che mi studia, ruota per tenermi in vista mentre si avvicina.
Accenno ad un colpo di pinna, per andar via, per allontanarmi. Questo lo
decide. Ora mi punta contro. Muovo appena il fucile, glielo punto contro,
distendo il braccio ora che non cambia la mia sagoma. Arriva a tre metri,
più vicino di così non viene, prendo bene la mira lungo l'asta, premo
dolcemente il grilletto. L'asta compare in centro corpo del wahoo. Per un
istante, prima che la solita fuga folle me lo strappi dalla visuale,
l'immagine del pesce più in alto di me, in quasi controluce, la sagoma così
aggressiva, la testa sollevata verso la luce. E, fuori dalle pulsioni di
caccia, ecco il miracolo della pesca nel blu, dove puoi avvicinare, davvero,
creature così meravigliose e così parte del vero oceano.
Il pesce in barca, una pacca sulla spalla di Gabì a superare le barriere
della lingua.
Quello stesso oceano torna poi però ad esser vuoto, nebbiosità indefinita,
in superficie le onde che montano sempre più, che sbatacchiano, urtano,
inondano di schiuma, i frangenti che investono le boe e strattonano
malamente il braccio.
Allora il rifugio è nell'apnea. Lunghe discese a giocare all'essere giù in
equilibrio perfetto. Ogni volta un po' più a lungo, ogni volta con meno
movimenti, le innumeri componenti del plancton che non devono né scorrere a
fianco verso l'alto, si scende, né verso il basso, si sta cominciando a
galleggiare. Gli occhi semichiusi in superficie, in attesa di poter
scendere, di nuovo, la mente persa. Talmente rilassato che una volta,
sott'acqua a contemplar sferiche inconsistenze, come quando ci si sta per
addormentare e la mente ti sorprende con immagini che non t'aspetti, mi
trovo a ridere come uno scemo, il diaframma che sussulta, la punta del
fucile che ondeggia, ad una scena improvvisamente ricordata di un film visto
tempo fa.
Poi l'oceano si fa vivo di nuovo. Improvvisamente passa un tonno. Dieci
metri dietro, un altro. Una quarantina di chili entrambi, alla loro solita
velocità che non lascia tempo di reagire, in una rotta che solo casualmente
giureresti ha incrociato la tua. Subito sott'acqua, pedalate potenti, ce ne
sarà qualcun altro? Sguardi rapidi, destra, sinistra, sopra la spalla, sotto
in mezzo alle pinne. Nulla. Ma possibile... guardi ancora. Nulla. Terminato
il fiato, trascinato a galla dalla muta, immobile, sotto ancora nulla. Primo
respiro, l'aria dolce, il boccaglio in bocca. Sotto passa uno squalo,
probabilmente un toro come lo chiaman qui (Carcharhinus leucas),
nervoso, nuota in una direzione, poi in quell'altra, accenna a risalire, poi
fa per scendere. Di colpo, tre metri dietro, un wahoo, grosso. Ignoro lo
squalo, gran fiato che in superficie non ho avuto modo di riposarmi, scendo.
Due pinneggiate, la prima compensazione, lo squalo circola, è qua, ma io
sono concentrato sul wahoo. È nervoso, accenna a scatti delle mandibole
pesanti, come masticasse qualcosa, ma ormai sono vicino, non c'è nulla tra
quei denti conici. Ripete ancora il gesto, un segnale di intimidazione?
Nervosismo? Non certo rivolto a me!
Mi ignora, passa a sei – sette metri. Come sui binari non accenna ad una
variazione di rotta, non ruota lo sguardo a scrutarmi, nulla. Potrei essere
invisibile, non esser lì. Se ne va.
Lo squalo invece c'è ancora, e mi guarda. Ma è lungo poco più di due metri,
io con le pinne son più grande di lui, sono una bestia strana. Circola
circospetto, vedo benissimo la pennellata ombrosa, un scuro tratto deciso
sul fianco fino a dopo la dorsale. Risalgo. Lui, senza più fonti di
interesse vicine scende, scompare nella caligine buia dell'ombra di un
ennesimo nuvolone.
Per lungo tempo nulla di nuovo. Il sogno delle pareti di wahoo ormai
null'altro che un ricordo e non più una speranza. Acqua vuota, il richiamo
scosso con energia da Gabì l'unico accenno di movimento. Oh, prendo un altro
paio di pesci, ma l'oceano resta vuoto vuoto vuoto. Lunghe ore in cui non si
vede nulla. Nemmeno i chirurgo di velluto a protezione di una secca (Acanthurus
monroviae), nemmeno i balestra (Balistes vetula) onnipresenti. E
ti chiedi dove diavolo Gabì stia nuotando. Se sappia davvero dove stiamo
andando oppure resti in pacifica e altrettanto speranzosamente paziente
attesa che il richiamo agisca, che richiami i pesci dal blu, forse li
costruisca.
Allora diventano importanti anche le piccole vite che l'oceano ha in serbo a
iosa per stupire e riempire di meraviglia un affascinato terrestre.
Ecco che a giocare a fare il relitto, a galleggiare così tante ore in
superficie, si finisce col convincere anche i pesci. Prima, quasi
invisibili, un branchetto di creature gialle e nere, che ti ritrovi addosso
all'improvviso. Così minuscole che a stento si apprezzano le pinne, sospetti
appena di trasparenza. Sono una scheggia di un'unghia, si muovono in frotta
appena dall'altra parte della maschera, si riparano alla sua ombra, nuotano
frenetici quando ti stai muovendo per immergerti. Ti aspettano da qualche
parte, ti ritrovano prontamente quando riemergi e torni a comportarti come
un relitto dabbene, fermo a galleggiare ed a procurare ombra e riparo.
Poi arriva un personaggio più importante, un carangide dorato lungo un
mignolo. Nuota attivamente, te lo trovi sotto la pancia, bisogna immergere
la maschera e torcere il collo per vederlo bene quando si rifugia laggiù. A
tratti si diverte ad osare, arriva davanti, la coda minuscola frenetica, a
tratti poi ferma. Gli scatti improvvisi quando resta indietro nel pur lento
andare nelle onde. E si forma nella mente l'immagine di te come un lento
gigantesco squalo balena, a far da scogliera a tutte le creature che
vogliano ripararsi sotto la tua lenta massa.
Sotto la tua lenta massa INNOCUA. Qui, maledizione, anche a tentare con
tutta la buona voglia di far il predatore, l'oceano è così vuoto che si
morirebbe di fame!
Di colpo, a confondere le idee, così che non sai più davvero se sei un
relitto o un pesce, compare un pesce pilota (Naucrates ductor). È già
un protagonista, son venti centimetri di tigratura! Carangide anch'esso,
scaccia prontamente tutte le altre vite accumulate nell'andar lentamente a
zonzo per l'oceano. Una meraviglia di zebrature, il fascione centrale scuro
con la dorsale che esce appena a farsi pennellare di bianco. La coda, non
esattamente da grande nuotatore, ricorda nella profonda divisione quella
della nostrana castagnola, ha le punte pure candidissime. L'occhio, a
guardarlo bene così da vicino, ha una banda improvvisamente obliqua, a
fasciarlo proprio come nelle ricciole mediterranee.
Nuota, fedele al nome, davanti a me. Orgogliosissimo si piazza a venti
centimetri dal mio naso... e ci resta. Solo il fucile lo distrae.
Nell'altalenare delle onde la punta si alza e s'abbassa e lui ci nuota
alternativamente sopra e sotto, ci danza intorno, a freneticissimi piccoli
scatti ad evitare questa gran cosa dal movimento erratico.
Poi si fa prendere dalla passione e, il musetto impassibile, si struscia
contro l'asta luccicante, la carezza. Lo rivedo ancora adesso, si mette per
obliquo, di colpo il fianco più luminoso, il ventre bianchissimo. Il colpo
di coda a metterlo piatto. Ora accelera, sfrega il fianco contro il metallo,
una, due, tre volte. Poi si rimette dritto, nuota ancora, evita il fucile
che scivola nel cavo di un'onda, ci scappa sotto al frangente che lo investe
di bollicine. Spavaldo torna vicino alla punta, ripete ancora ed ancora la
danza di ignorate blandizie.
Al risalire in barca rimane perplesso. Segue fino all'ultimo la punta del
fucile. Quando esce anch'essa dall'acqua, per ultima, rimane per un poco
all'ombra del fasciame. E giureresti di averlo visto guardarsi intorno
smarrito, alla improvvisa e sconosciuta scomparsa di quell'essere strano.
Intanto noi umani abbiamo ancora il ritorno. Il vento non ha mollato un
istante, anzi è rinforzato, ora dopo ora. Adesso il canale è bianco di
schiuma, i cavalloni a rincorrersi, la superficie grigia di nuvole basse e
stracciate. Noi subacquei restiamo in muta, il vecchio pescatore alla barra,
che si era tolto il giaccone della cerata al nostro lento progredire in
acqua, se la reinfila, si stringe ben bene il cappuccio, riavvia il motore.
La rotta è questa volta ben peggiore. Abbiamo le onde, e son onde cattive,
secche, ripide, al mascone di sinistra. Ogni spruzzo entra di prepotenza,
una secchiata violenta, con una frequenza tale che impedisce quasi di veder
davanti. Sopportiamo, la testa ciondoloni, il viso girato ad evitare almeno
la botta dell'acqua lanciata a scartavetrare la pelle ammorbidita da tante
ore d'acqua.
Man mano che guadagniamo il centro canale le condizioni peggiorano. Fino a
che ad una bastonata più violenta qualcosa, con uno schianto secco, cede.
Un'ordinata si spezza, il fasciame non più sostenuto comincia a
disginungersi, si apre una via d'acqua. Poca per fortuna, appena un rivolo
che entra, ma continua, che costringe a sgottare con regolarità. Da un
bottiglione da cinque litri cui è stato in qualche modo ritagliato il collo
rientrano in oceano getti d'acqua limpidissima, con una frequenza tale da
non aver nemmeno il tempo di raccogliere lo sporco di sentina.
Pian piano zoppichiamo in avaria fin dove il ridosso del gigante si fa in
qualche modo sentire, appiattendo un poco i cavalloni. Il vento non ha
tuttavia intenzione alcuna di cedere, urla anzi con ancor più vigore,
accelerato dai fianchi subito ripidi, la superficie strigliata, solcata
dalle folate cattive.
È quasi con
stordimento che tutto cessa quando arriviamo nel porto protetto da un
braccio benevolo del vulcano.

Oggi andiamo a pescare sugli isolotti “Secos ou do Rombo”, come recitano
le carte. Sono a otto miglia, quasi a nordovest spaccato dal porto. È
parte dell'esperimento di quest'anno, per vedere se, in altra isola e al
giorno d'oggi, è possibile ritrovare quelle condizioni di pesca che
avevano resa nota Sal nel passato tra i pescatori del blu. Sulle secche al
largo, nel canale tra l'isola e Boa Vista, anni fa si potevano trovare
concentrazioni di wahoo da sogno. Ricordo, i primi tuffi all'alba di
qualche giorno ventoso, che a Sal altro quasi non esiste, letteralmente
pareti di wahoo nell'acqua grigia. Dalla superficie fino a scomparire, a
perdersi lì in basso, forme appuntite dagli occhi guardinghi, colori che
parevano rubati all'oceano stesso. Ora sono a Sal un ricordo, diverse
barche di pescatori subacquei locali, con attrezzature approssimative ma
efficienti, battono ogni santo giorno le secche, sempre quelle quattro
secche. Non è stupore che il numero di catture sia drasticamente ridotto.
Qui invece le speranze sono altissime. Fogo per cominciare non conosce
praticamente il turismo, come tutta Capo Verde non ha un'industria di pesca.
I prelievi dall'oceano sono fatti da pescatori che, con barchette in legno
da pochi metri pescano con lenze a mano, talora a remi, come ho scoperto
qui, quando il gigantesco cono, quasi tremila metri, interrompe per un
tratto di costa la sferza costante degli Alisei. E pescano tonni anche
grossi, wahoo, vela.
Per di più, proprio poco al largo degli Ilhéus, pochi anni fa è stato
pescato da un'imbarcazione d'altura un marlin da quasi 600 kg, non omologato
come record IGFA per un qualche cavillo sulla raffiatura. Ho visto le foto,
da incollare la lingua al palato e da avere difficoltà di respirazione.
Un ottimo aggancio locale, Tortuga Bed & Breakfast (www.tortuga-fogo.eu) di
quel Roberto che già mi aveva aiutato per il record a Sal, ora trasferitosi
qui. Un mese e passa di tempo, le condizioni per un serio esperimento sul
campo ci sono tutte.

Riccardo
A. Andreoli