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PescaSub N. 225 - Giugno 2008

 

 Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

 

Scott Rock, la secca delle meraviglie

Anno XXI – PescaSub n. 225 – Giugno 2008 – Pg.32 – 38

 

Scott Rock

 

Una delle cose più pazzamente imprudenti, o  forse più coraggiose abbia mai fatto sott’acqua nella mia pluridecennale caccia a quei, sempre più rari e preziosi, paradisi subacquei incontaminati. Dove, nella mia mente, nuotano incredibili creature d’altri tempi e quasi d’altri mondi. Dove l’acqua è cristallo caldo e c’è sempre il sole. 

La realtà,  riusciamo quasi ad imparare da adulti, “è un’altra cosa”, però, insomma…!

 

Vanuatu, le ex Nuove Ebridi, Pacifico del Sud naturalmente. Diciassette gradi al di sotto dell’equatore, un paio di migliaia di chilometri a nord della Nuova Zelanda.

“Richard, Richard…” Sono le cinque e mezzo del mattino, ho la testa impastata, ho dormito male, anche per i galli che si sono scatenati ad ore impossibili, e sbagliate, in cori spaccatimpani. Uno proprio sotto la finestra. È stato con soddisfazione sentire il pesante piovasco che ha fatto frusciare le foglie della jungla, qui appena dall’altra parte della strada in terra battuta, inzuppare ben bene gli inopportuni entusiasti. Ci si sveglia comunque, certo per il volume ma anche perché c’è la possibilità stiano segnalando un terremoto. L’ultimo due giorni fa, quello precedente una settimana prima, di notte il letto a tremare e sussultare, la mosquito-net appesa al soffitto a dondolare.

Sono arrivato qui, nell’Emua Village, ieri sera, dopo quasi un’ora di fuoristrada scassato, nella notte sbattuto senza pietà nel cassone insieme agli altri viaggiatori sulle salite cementate dagli americani nella seconda guerra mondiale e mai più toccate. Nella cabina una matrona nel consueto vestito a fioroni, un bimbo in grembo, che si è voltata a salutarmi a Port Vila, alla partenza, nel gran sorrisone tipico dei Ni-Vanuatu, gli abitanti dell’arcipelago. Nel cassone insieme a me umanità varia che si fermerà nei bui villaggi sulla strada e un bidone da duecento litri con la benzina per me, me ne dovesse servire tanta. Un’ora a chiacchierare con Dennis, mio amico già dalla prima volta che sono passato di qui un paio di anni fa e di cui userò domani la barca in questa folle spedizione nell’ignoto. A tossire nella polvere sollevata dall’occasionale traffico contrario sulle strade bianche. Ad ignorare, che altro non si può fare, dieci minuti di pioggia in una cortina presto lasciata indietro. È agosto, siamo nella stagione secca ed è vero, ma la pioggia è comunque compagna quasi quotidiana.

Sbadiglio, mi stiro, scivolo fuori dalla mosquito-net del materasso di gommapiuma appoggiato sul pavimento, esco nella notte che sta diventando mattina.

Robert, chief del villaggio, mi sta aspettando. Il saccone gigante con il Tuna Gun, la muta e tutte le mie carabattole da Blue Water sono già nella casa di Joseph, “capitano” della barca. Camminiamo senza rumore nella scura terra battuta, intorno l’odore pulito di un giorno nuovo, verde di foresta a due passi, umido di pioggia.

Sulla riva di corallo sminuzzato, sotto l’incredibile Tamanu Tree, un millenario gigante contorto che quattro uomini non riuscirebbero ad abbracciare, un dramma si sta consumando. La marea sta calando, rapida, rivoletti d’acqua che si scavano minuscoli canali nella sabbia grossolana, e la barca è totalmente in terra. Due uomini stanno sbuffando con tavole, tondi bambù a rulli, nel tentativo di farle raggiungere quei fuggenti centimetri necessari a farla galleggiare. È la consueta, qui nel Pacifico, long boat, sette metri di carena piatta e di prua appena accennata, in vetroresina, con un venticinque cavalli che ha forse visto giorni migliori ma ancora efficiente.

Aggiungiamo i nostri sforzi e finalmente, con stridii di raccapriccio della vetroresina sui pezzi di corallo più grossi, raggiungiamo l’acqua sfuggente.

L’acqua è calda sotto i piedi nudi, le dita che si allargano nel fango e nella sabbia mescolati mentre torno a riva dove c’è il materiale. Due giri e a bordo è stivato tutto, il Tuna Gun, la muta, la macchina fotografica subacquea, una bottiglia d’acqua di sali minerali e zuccheri diversi, mia colazione e pranzo ogni volta che vado a pescare, il prezioso GPS. Ancor più prezioso questa volta perché quello che mi è stato presentato la sera prima come un “very experienced captain” ha già borbottato che non è sicuro di ritrovare Scott Rock. Che sono anni che non ci va. Che nei dintorni ci dobbiamo arrivare con il mio GPS.

Si sono intanto fatte quasi le sette, con qualche difficoltà il motore parte e, mentre nella riparata Undine Bay la prua fruscia tranquilla, davanti si apre il panorama delle isole, scure nella luce bassa di un’alba nuvolosa ancora vicina.

Lasciamo a nord Pélé, ci dirigiamo verso la massa verticale di Èmao, tre chilometri per 450 metri di altezza. Lassù, nel prato lasciato libero dalla foresta, lontani puntini di bestiame a pascolare. Un tranquillo vento da nord-est sta intanto rinforzando, creste bianche aumentano a vista d’occhio, la prua, pur nei pacati sette-otto nodi permessi dal motore, comincia a sbattere. Scapoliamo la punta e ci addentriamo nello sconosciuto oceano verso le Fiji, come sottolinea Robert di sotto il cappellone di paglia con sottogola stretto stretto vagamente da cow-boy.

Dalla costa sono dodici miglia, sono passate le otto e mezza quando arriviamo sul punto segnato dal GPS. Nulla. Prevedibile del resto, il processo di georeferenziazione dalla carta nautica al computer e di lì al GPS dà certamente  errori. Il capitano non ha idea, non lo dice ma il posto non deve averlo mai vista prima. Bel momento per scoprirlo. Naturalmente a bordo nessuna traccia di un ecoscandaglio. Dobbiamo cercarlo a vista, a naso, a pelle. La luce non aiuta, il sole è ora scomparso del tutto dietro nuvole grigie e basse. Monto di vedetta ma comincio a innervosirmi. Non sarà facile, stiamo cercando una secca, nulla che esca oltre la superficie dell’Oceano, il tetto a sette metri, subito lì i cento, intorno abissi che già a un miglio e mezzo toccano i cinquecento metri.

Conto che sulla superficie possano cambiare i fronti d’onda. Magari la corrente può creare mulinelli visibili. Bisogna esserci vicini, però! Vaghiamo per dieci minuti, quindici, perduti. Comincio a temere un ignominioso ritorno, terribili pive nel sacco. Esserci quasi e non trovarla! Ricordo ancora le parole di un amico francese, ricercatore al SPC, Secretariat of the Pacific Community, nella vicina Nuova Caledonia, che credo sia l’unico subacqueo a parte me, se riesco a trovarla cioè, ad esservisi immerso. Stava girando un film e si era portato dietro un compagno non molto abile, a quanto ne parlava. Costui aveva completamente perso la testa. A parte gli squali che giravano dappertutto, era passato un pesce vela pacifico (Istiophorus platypterus) da infarto, che il compagno aveva cominciato ad inseguire, totalmente dimentico delle pianificate azioni per il film. Sotto i piedi gli erano poi passati due tonni a denti di cane (Gymnosarda unicolor) “grossi come tronchi”, certamente oltre un quintale. Alla fin fine vi aveva girato una scena di un branco di squali in frenesia da cardiopalma, per lo spettatore certamente ma anche per lui perché uno degli squali grigi gli era letteralmente sbattuto contro il petto, nel filmato si vede perfettamente il fuori fuoco della bestia troppo vicina e l’urtone contro l’operatore a scuotere la scena.

Lontano una barca è comparsa. Sta trainando, i baffi di schiuma evidenti sotto la prua. Chiedo: - “Andiamo a domandare informazioni?”. Conciliabolo, poi i miei nestori acconsentono. Il dialogo non è nemmeno in Bislama, la lingua nazionale, ma in uno degli oltre cento linguaggi indigeni di Vanuatu. Incomprensibili suoni vanno avanti ed indietro. Il risultato è però deludente, le indicazioni sono un vago, largo gesto della mano: - “Per di là.”. Una porzione d’oceano decisamente vasta.

Altri quindici minuti, guidati dal GPS per evitare zone già battute, a scrutare la superficie. Niente. Finalmente, mossi a pietà, o forse incuriositi da questo marziano in muta qui in mezzo al nulla del profondo oceano, i pescatori locali tornano e questa volta il braccio è più promettente: - “Seguiteci.”

Trecento metri a sbattoni quasi controvento, finalmente, davanti a prua, le onde confuse e appiattite dell’oceano che incontra un ostacolo. Poco più avanti una chiazza lucida irregolare, una forte corrente che rimbalza irata verso l’alto incontrando una barriera. Non serve il braccio nero, lucido d’acqua spruzzata che nell’altra barca punta verso il basso: - “Qui.”

Un vago lucore azzurrino, sott’acqua. Ecco Scott Rock. L’ho sotto i piedi.

Finalmente ci sono. Due anni a sognare-temere. È il momento della verità. Come davanti al toro, nell’arena, contempli, devi contemplare con immancabile turbamento l’immensità della bestia nera e sbuffante davanti a te a guardarti, e tiri un gran respiro, così io contemplo l’incerta presenza della roccia, qui in mezzo all’oceano, totalmente da solo, le onde a sbatterci contro, il cielo basso di nubi filanti nel vento sempre più forte, nell’improvviso lungo silenzio degli umani, e mi sento come se fossi guardato, come se le oscure profondità e le sconosciute bestie e le correnti, e l’improvvisa acuta estraneità dell’oceano immenso mi scrutassero, da lì, appena sotto la barca, appena sotto la superficie.

Ma non c’è davvero una bestia nera sott’acqua. Carico il fucile, i gesti consueti di mille volte, le pinne, la maschera, i palloni in acqua. Un gran respiro, uno sguardo in basso, gli umani dimenticati. Scivolo in oceano.

Bollicine che ancora mi legano al sopra, presto dileguate. Nuoto un momento, mi allontano da quella goffa cosa galleggiante e rumorosa. Subito un’immersione per fondermi, per sentire il silenzio, l’acqua scivolarmi contro. Per forse ancora sciacquar via la bestia. La parete è lì, confusa. L’acqua non è pulita, plancton di tutte le dimensioni certo ma anche una nebbiosità inattesa qui così lontano da ogni costa. Cerco di nuotare verso il reef ma a velocità subacquea non ci arrivo. La corrente è fortissima. Mi lascio risalire in superficie e presto sotto non ho nulla se non il buio di ignoti metri, impossibili da indovinare, inutili da indovinare. Galleggio, il corpo che automaticamente segue la superficie, il profilo delle onde che mi passano attraverso. Inconsciamente mi sono indirizzato con i sagoloni tesi dal vento dietro di me, a non ingombrare. In basso l’unico punto di luce è il richiamo metallico che penzola dalla boetta qui a fianco della testa, anch’esso offuscato dalla scarsa luce di questa giornata. E così vado vagando per l’oceano, anch’io plancton spazzato dalla corrente, agitando doverosamente il mio richiamo ma non credendoci forse davvero, la mente sospesa.

Un movimento improvviso ad uno sguardo circolare verso la superficie. Wahoo! Bello, solitario, appena sotto il pelo d’acqua. Non sembra interessato, arriva fino ad una decina di metri da me, la sagoma bicolore, metallico zebrato sopra, bianco brillante sotto. Si perde tra le onde, la coda nervosa. Per altri lunghi minuti nulla.

Chiamo la barca, proviamo un altro drift ma questa volta, ora che conosco la direzione della corrente, attraversando la secca, di cui non ho visto nulla.

Mi lasciano nel nulla buio ma va bene, siamo prima della secca, no? No. Il capitano non so dove mi abbia mollato ma la secca non compare affatto. Tempo senza tempo a galleggiare, il richiamo a vibrare sotto di me, a speranzosamente scintillare. Ogni tanto a scendere, ad essere io il richiamo di me stesso, il battito del mio cuore, i miei rumori di mammifero vivente a speranzosamente richiamare predatori dai dintorni. Nulla. Oceano, nel raggio dei miei sensi, vuoto.

Devo ancora vedere la secca. Chiamo di nuovo la barca, questa volta voglio partire con il drift direttamente dal tetto. In superficie però Robert mi dice serio che non posso continuare a vagare così, che attraverso la rotta dell’altra barca, che non devo infastidire gli altri pescatori. So bene come nel Pacifico anche località remote come Scott Rock abbiano gelosi proprietari, che probabilmente i pescatori dell’altra barca sono del villaggio che “possiede” la secca. Mentre noi siamo al massimo sopportati ospiti. Così non protesto, cambio i piani, rinuncio per il momento al blue water e decido, la curiosità gioca una parte non indifferente, di esplorare direttamente la secca. Nel fondo della mente il “grossi come tronchi” ad aleggiare.

Sulla secca quindi. Con qualche difficoltà la ritroviamo. Le onde sono aumentate ma una chiazza liscia di corrente è evidente davanti a prua. Aspetto questa volta di avere bene in vista la roccia, scivolo in acqua.

Ora sotto c’è qualcosa da vedere, oltre al buio blu. Una guglia di roccia corallina, verde nell’acqua non pulita, che precipita, nebbiosa prima, oscura poi verso abissi sconosciuti. Non c’è reef intorno come speravo, non c’è plateau, è un singolo ago di corallo che dal profondo dell’oceano non riesce a raggiungere la luce per pochi metri. Intorno una ricca vita di pesci corallini. Sopra, chirurgo nocciola, più in là altri di una delicata marezzatura azzurrina. Un branco di diodontidi grigi si muove con il loro strano nuoto senza coda. Un tappeto di minuscoli, sconosciuti pesciolini azzurro elettrico con la coda gialla appena oltre lo spigolo che precipita giù. Un volo improvviso di carangidi arcobaleno (Elagatis bipinnulata) intravisto ancora più in là. A contatto con la roccia un paio di pesci farfalla, incongruamente, luminosamente gialli. Più in giù, persi ancora più nel buio generale, un sospetto di movimento scuro, un branco di qualcosa nell’ombra della guglia. Tutti, tutti, indaffarati nella corrente micidiale che spazza la punta. Io ho pinne potenti e gambe allenate, faccio fatica a restare sul punto, a non venire sbattuto via.

E allora lì resto, in quello strana tecnica di pesca inventata tanti anni fa in un posto lontanissimo da qui, in Sardegna, per le ricciole, con una corrente quasi altrettanto forte, che ho battezzato aspetto in superficie. Nuoto, alla massima velocità compatibile con la possibilità di immergermi, senza preavviso, dovesse arrivare un pesce che voglio. Il fucile imbracciato a ridurre il freno in questo fiume irragionevole, pazientemente. Passano dieci minuti, venti, trenta, non ne sono conscio. Bado solo a respirare, ad essere il più liscio possibile in acqua, a guardarmi sotto, a nuotare. Pianissimo riesco a rimontare la punta, scopro che oltre c’è una lingua di roccia che scende fin quasi a scomparire nel blu fumoso. Di colpo, attraversandola perpendicolarmente, un tonno. È una bella bestia, senz’altro oltre i trenta-quaranta chili, le macchie candide sulla dorsale e sulle carene di coda così luminose che sembrano trascinarsi dietro scie di luce. Senza rendermene conto sono sott’acqua, un gran respiro inconscio già nei polmoni. Scendo verso di lui, piano compenso. È lento, mi guarda da sotto in su, inclina il testone, si prepara a scendere. Miro con attenzione, il dito sul grilletto si contrae... Sobbalzo improvvisamente, una macchia colorata, vagamente colta con la coda dell’occhio, a sinistra, gialla, vicina, appena ad un palmo dalla testa! Il colpo parte a casaccio, il tonno dimenticato. Cosa… mi volto di scatto, già l’adrenalina che mi fa rabbrividire. A venti centimetri dal naso tre grandi pesci pipistrello (Platax orbicularis), quaranta centimetri dal naso alla coda ma sessanta e passa tra pinne dorsali e anali unite, l’occhio zebrato, zafferano argentato. Pesci stupidi, assolutamente innocui, ma cosa cavolo ci fanno qui, praticamente addosso a me? E come mai non li ho visti arrivare?

Domande presto ignorate perché sotto sta succedendo il finimondo. Al solo frustare degli elastici, la scena ha perso quella precedente, falsa aria di tranquillità e si è arressata. Squali dappertutto, veloci, eccitati, le rotte che si intersecano, quelli grandi che fulminei fanno puntate aggressive contro quelli più piccoli per allontanarli, per tenere per sé la preda. Che peraltro non c’è, il tonno si è prontamente dileguato. Ma non importa. Squali grigi di barriera, risaliti dal blu delle profondità qui sotto, un paio davvero massicci, forse nemmeno squali grigi. E c’è sempre un genio nella compagnia che decide di seguire il cavo che penzola e venire su a vedere se all’altra estremità di quella facile guida ci sia qualcosa da mangiare. L’ho quasi addosso, il naso puntato verso l’alto, la coda ormai ferma. Agito il fucile, una pinneggiata cattiva proprio per dargli contro. Inverte la rotta, scappa, scende a perdersi nell’agitazione di code sventolanti e corpi serpentini. Di colpo, dal largo, un ben altro personaggio. Uno squalo a punte bianche (Carcharhinus albimarginatus), che contemplo arrivare a far rimpicciolire tutti gli altri, lento, massiccio. Due giri intorno al richiamo, un accenno di risalita mentre in superficie recupero l’asta. Non sono abbastanza interessante, scende. Scompare in una immobile planata, gradualmente, le punte bianche delle pettorali ultime a svanire.

E tutto questo, ragiono, solo per un colpo andato a vuoto? Cosa succederebbe a un prossimo speranzoso tiro se non fulminassi il pesce? La risposta è ahimè elementare.

Intanto sono scaduto nella corrente di nuovo fin quasi alla punta. Ricarico il fucile, perdo ancora metri che ho impiegato così tanto tempo a risalire.

Ricomincio a nuotare ma ora forzo i tempi, la zona buona pare la sella, non questa punta. Accelero le gambe, il fucile puntato avanti come una tavoletta, la sagola con le boe a strattonare alle onde sotto il braccio destro. Ritorno lentamente alla sella, lungi minuti nella corrente, accettando di non pescare. Recupero fiato, ricomincio l’aspetto in superficie. Il tempo passa senza che me ne renda conto. Solo ogni tanto alzo il braccio nel segnale di “sono vivo” per gli occupanti della barca. Oltre la sella lentamente intravedo un’altra punta e, gradualmente, riesco a raggiungerla.

Qui la secca finisce. Più in là, il blu ombroso degli abissi regna ininterrotto. Qui, sulla punta spazzata dalla corrente, non disturbato da altri pescatori, non dalla barca, il motore acceso solo a tratti, intorno profondità conosciute solo dalla carta, c’è deve esserci il mostro che son venuto fin qui a cercare. Il marlin nero o quello blu, il pesce vela a svelare la dorsale gigante, il tonno che risale curioso dagli abissi. La mente sospesa nel tempo fermo dell’oceano, continuo a nuotare, rilassato, il fucile un oggetto quasi incongruo.

Ma nulla compare, l’acqua mi scivola sempre addosso, le pinne regolari battono l’acqua. I pesci pipistrello mi hanno seguito, ormai sono abituato a vederli a mezz’acqua, a spuntare all’improvviso vicini, arrivando da dietro. Sul fondo i pesci chirurgo sono più grandi, il branco più fitto. Preparo bene l’immersione, un gran respiro, scendo. Arrivo a setto-otto metri in una lenta planata-pinneggiata, mi sciamano contro, mi avvolgono. Mi perdo a contemplarli, i fianchi lisci, le lame caudali così evidentemente sottolineate da macchie aggressive di colore. Non penso certo di sparare ma è una forma di consolazione che allenta il desiderio del mostro che mi ha portato fin qui. Mi rilasso a guardare vite marine così vicine, senza tensioni di cacciatore. Di colpo mi rendo conto che sono profondo, molto di più di quanto avessi pianificato, che sto scendendo ancora. E improvvisamente realizzo anche perché. La corrente che spazza la punta inciampa nella lama di roccia più alta, si scaraventa verso il basso, crea una forte corrente discendente. E io ci sono dentro. Due energiche pinneggiate fermano la discesa ma mi lasciano più o meno allo stessa quota. Quasi preoccupante. Invece di lottare direttamente, tentando di risalirci contro, mi giro e mi allontano. I flussi si attenuano, le pinneggiate ricominciano ad avere l’effetto di alzarmi verso la superficie, risalgo. Da sopra ora mi accorgo che i musetti dei pesci più vicini alla roccia sono ruotati tutti in quel senso, ad angolo rispetto alla corrente principale.

I predatori, tuttavia, tendono ad essere, lo so, sopracorrente. Ruoto leggermente, nuoto nella nuova direzione, ad angolo rispetto a quella in superficie. Il fucile sempre aderente, le pinne le più regolari possibile. Eccoli! Avevo ragione.

Dall’alto ne conto prima tre, poi altri due, poi più profondo, un altro ancora. Tonni! E belli.

I battiti aumentano. Nonostante tutti questi anni i battiti aumentano ancora. Preparo l’immersione, scendo lungo la parete. Scendo nella calma della corrente, cessata in questo versante appena passo la lama di roccia, il fucile in avanti. I tonni si fanno più distinti, uno si allarga, gli scendo sopra, cerco di intercettarlo. La piega sulla schiena che raccoglie la dorsale sempre più evidente, miro, sta piegando il testone per scendere, non importa, sparo. Preso, preso bene. Intravedo l’asta infilarsi sul dorso, un poco più indietro di dove avevo mirato. Poi, previsto ma non meno sorprendente, il finimondo.

Il tonno scappa, non l’avevo fulminato allora, tenta di incastrarsi negli scogli scendendo ma l’attrezzatura studiata proprio per questa evenienza non glielo permette. Il sagolone corto lo ferma, la prima boa in superficie è già sott’acqua a fare il suo lavoro, ad ammortizzare, ma la seconda, trentacinque litri, è subito lì, ad un metro di distanza e ferma il pesce. Afferro mentre pedalo veloce verso l’alto il sagolone arancione, nuoto verso il largo, lo allontano dagli appigli. Sotto la mano lo sento vibrare, sussultare, la boa che ora è qui vicino alla mia testa sobbalza sotto la tensione, verticale sulla superficie. Tiro, tiro fortissimo. Se ho una speranza di portar su il pesce è quella di battere in velocità gli squali. Che non ho visto ma che so esserci con assoluta sicurezza. Il sagolone sussulta ma cede. Salpo, un barlume di speranza che mi monta dentro. Forse, anche se il pesce non è fulminato, forse… Cerco di forare l’oscurità, di vedere qualcosa di più della linea retta della sagola che scompare verticale giù. Salpo sempre, il peso c’è. Forse…

La speranza finisce presto. Annunciato da uno strattone che mi tira sott’acqua, seguito da strappi ben diversi da quelli di un momento prima, ben più potenti, quello che sto facendo risalire dalle profondità non è un tonno ma un gruppo forsennato di squali. Il tonno c’è per carità ma è al centro della sfera di fauci che lo stanno divorando, invisibile da qui in superficie. Le code frustano l’acqua, i ventri bianchi si mostrano a tratti nelle rotazioni con cui sbranano e strappano, un gruppo confuso di movimenti convulsi, repentini, selvaggi.

Ma ecco che nel caos si getta un altro personaggio. L’albimarginatus di prima si butta in mezzo, spintona via il gruppo di grigi che gli si aprono spaventati davanti, azzanna quello che resta del tonno, vedo perfettamente la sagoma, di colpo distinta, scomparire per intero nella bocca, accelera per liberarsi degli incomodi presenti. Non faccio in tempo a reagire, il sagolone mi viene strappata brutalmente di mano, la boa grossa scompare per intero sott’acqua, riemerge a fatica, se ne va semisommersa in un alone di schiuma che la copre quasi interamente.

Inseguo, anche se so che è inutile. Che è troppo tardi. Che non ho ormai speranza alcuna di recuperare il mio tonno. Il cuore batte svelto nella velocità del nuoto, nell’eccitazione della caccia. Raggiungo la boa fuggente, afferro l’anello finale, tiro forte, riesco ad afferrare il sagolone nella schiuma. Vengo trascinato per l’oceano, sotto di nuovo solo la linea retta, tesissima del sagolone in bocca allo squalo. Poi di colpo mi arresto, la boa riemerge, sono sballottolato solamente dalle onde di superficie, la tensione sulla sagola improvvisamente inesistente. Salpo ora lentamente, alla fine so non esserci ormai più nulla.

La barca compare improvvisa fuori da un’onda, salgo a bordo. Alle domande concitate come silenziosa risposta alzo, perché possa essere ben vista, la punta dell’asta con ancora impigliato un nastro di carne bianca che si agita flaccido alle raffiche di vento, quanto rimane di un tonno di una quarantina di chili. E il cavetto, due e passa millimetri d’acciaio, malamente contorto, ripiegato su se stesso ad angoli acuti, appena uscito dalle mandibole dell’albimarginatus.

 

 

Riccardo A. Andreoli

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