Scott Rock
Una delle cose più pazzamente imprudenti, o
forse più coraggiose abbia mai fatto sott’acqua nella mia pluridecennale
caccia a quei, sempre più rari e preziosi, paradisi subacquei incontaminati.
Dove, nella mia mente, nuotano incredibili creature d’altri tempi e quasi
d’altri mondi. Dove l’acqua è cristallo caldo e c’è sempre il sole.
La realtà, riusciamo quasi ad imparare da
adulti, “è un’altra cosa”, però, insomma…!
Vanuatu, le ex Nuove Ebridi, Pacifico del
Sud naturalmente. Diciassette gradi al di sotto dell’equatore, un paio di
migliaia di chilometri a nord della Nuova Zelanda.
“Richard, Richard…” Sono le cinque e mezzo
del mattino, ho la testa impastata, ho dormito male, anche per i galli che
si sono scatenati ad ore impossibili, e sbagliate, in cori spaccatimpani.
Uno proprio sotto la finestra. È stato con soddisfazione sentire il pesante
piovasco che ha fatto frusciare le foglie della jungla, qui appena
dall’altra parte della strada in terra battuta, inzuppare ben bene gli
inopportuni entusiasti. Ci si sveglia comunque, certo per il volume ma anche
perché c’è la possibilità stiano segnalando un terremoto. L’ultimo due
giorni fa, quello precedente una settimana prima, di notte il letto a
tremare e sussultare, la mosquito-net appesa al soffitto a dondolare.
Sono arrivato qui, nell’Emua Village, ieri
sera, dopo quasi un’ora di fuoristrada scassato, nella notte sbattuto senza
pietà nel cassone insieme agli altri viaggiatori sulle salite cementate
dagli americani nella seconda guerra mondiale e mai più toccate. Nella
cabina una matrona nel consueto vestito a fioroni, un bimbo in grembo, che
si è voltata a salutarmi a Port Vila, alla partenza, nel gran sorrisone
tipico dei Ni-Vanuatu, gli abitanti dell’arcipelago. Nel cassone insieme a
me umanità varia che si fermerà nei bui villaggi sulla strada e un bidone da
duecento litri con la benzina per me, me ne dovesse servire tanta. Un’ora a
chiacchierare con Dennis, mio amico già dalla prima volta che sono passato
di qui un paio di anni fa e di cui userò domani la barca in questa folle
spedizione nell’ignoto. A tossire nella polvere sollevata dall’occasionale
traffico contrario sulle strade bianche. Ad ignorare, che altro non si può
fare, dieci minuti di pioggia in una cortina presto lasciata indietro. È
agosto, siamo nella stagione secca ed è vero, ma la pioggia è comunque
compagna quasi quotidiana.
Sbadiglio, mi stiro, scivolo fuori dalla
mosquito-net del materasso di gommapiuma appoggiato sul pavimento, esco
nella notte che sta diventando mattina.
Robert, chief del villaggio, mi sta
aspettando. Il saccone gigante con il Tuna Gun, la muta e tutte le mie
carabattole da Blue Water sono già nella casa di Joseph, “capitano” della
barca. Camminiamo senza rumore nella scura terra battuta, intorno l’odore
pulito di un giorno nuovo, verde di foresta a due passi, umido di pioggia.
Sulla riva di corallo sminuzzato, sotto
l’incredibile Tamanu Tree, un millenario gigante contorto che quattro uomini
non riuscirebbero ad abbracciare, un dramma si sta consumando. La marea sta
calando, rapida, rivoletti d’acqua che si scavano minuscoli canali nella
sabbia grossolana, e la barca è totalmente in terra. Due uomini stanno
sbuffando con tavole, tondi bambù a rulli, nel tentativo di farle
raggiungere quei fuggenti centimetri necessari a farla galleggiare. È la
consueta, qui nel Pacifico, long boat, sette metri di carena piatta e
di prua appena accennata, in vetroresina, con un venticinque cavalli che ha
forse visto giorni migliori ma ancora efficiente.
Aggiungiamo i nostri sforzi e finalmente,
con stridii di raccapriccio della vetroresina sui pezzi di corallo più
grossi, raggiungiamo l’acqua sfuggente.
L’acqua è calda sotto i piedi nudi, le dita
che si allargano nel fango e nella sabbia mescolati mentre torno a riva dove
c’è il materiale. Due giri e a bordo è stivato tutto, il Tuna Gun, la muta,
la macchina fotografica subacquea, una bottiglia d’acqua di sali minerali e
zuccheri diversi, mia colazione e pranzo ogni volta che vado a pescare, il
prezioso GPS. Ancor più prezioso questa volta perché quello che mi è stato
presentato la sera prima come un “very experienced captain” ha già
borbottato che non è sicuro di ritrovare Scott Rock. Che sono anni che non
ci va. Che nei dintorni ci dobbiamo arrivare con il mio GPS.
Si sono intanto fatte quasi le sette, con
qualche difficoltà il motore parte e, mentre nella riparata Undine Bay la
prua fruscia tranquilla, davanti si apre il panorama delle isole, scure
nella luce bassa di un’alba nuvolosa ancora vicina.
Lasciamo a nord Pélé, ci dirigiamo verso la
massa verticale di Èmao, tre chilometri per 450 metri di altezza. Lassù, nel
prato lasciato libero dalla foresta, lontani puntini di bestiame a
pascolare. Un tranquillo vento da nord-est sta intanto rinforzando, creste
bianche aumentano a vista d’occhio, la prua, pur nei pacati sette-otto nodi
permessi dal motore, comincia a sbattere. Scapoliamo la punta e ci
addentriamo nello sconosciuto oceano verso le Fiji, come sottolinea Robert
di sotto il cappellone di paglia con sottogola stretto stretto vagamente da
cow-boy.
Dalla costa sono dodici miglia, sono passate
le otto e mezza quando arriviamo sul punto segnato dal GPS. Nulla.
Prevedibile del resto, il processo di georeferenziazione dalla carta nautica
al computer e di lì al GPS dà certamente errori. Il capitano non ha idea,
non lo dice ma il posto non deve averlo mai vista prima. Bel momento per
scoprirlo. Naturalmente a bordo nessuna traccia di un ecoscandaglio.
Dobbiamo cercarlo a vista, a naso, a pelle. La luce non aiuta, il sole è ora
scomparso del tutto dietro nuvole grigie e basse. Monto di vedetta ma
comincio a innervosirmi. Non sarà facile, stiamo cercando una secca, nulla
che esca oltre la superficie dell’Oceano, il tetto a sette metri, subito lì
i cento, intorno abissi che già a un miglio e mezzo toccano i cinquecento
metri.
Conto che sulla superficie possano cambiare
i fronti d’onda. Magari la corrente può creare mulinelli visibili. Bisogna
esserci vicini, però! Vaghiamo per dieci minuti, quindici, perduti. Comincio
a temere un ignominioso ritorno, terribili pive nel sacco. Esserci quasi e
non trovarla! Ricordo ancora le parole di un amico francese, ricercatore al
SPC, Secretariat of the Pacific
Community, nella vicina Nuova
Caledonia, che credo sia l’unico subacqueo a parte me, se riesco a trovarla
cioè, ad esservisi immerso. Stava girando un film e si era portato dietro un
compagno non molto abile, a quanto ne parlava. Costui aveva completamente
perso la testa. A parte gli squali che giravano dappertutto, era passato un
pesce vela pacifico (Istiophorus platypterus) da infarto, che il
compagno aveva cominciato ad inseguire, totalmente dimentico delle
pianificate azioni per il film. Sotto i piedi gli erano poi passati due
tonni a denti di cane (Gymnosarda unicolor) “grossi come tronchi”,
certamente oltre un quintale. Alla fin fine vi aveva girato una scena di un
branco di squali in frenesia da cardiopalma, per lo spettatore certamente ma
anche per lui perché uno degli squali grigi gli era letteralmente sbattuto
contro il petto, nel filmato si vede perfettamente il fuori fuoco della
bestia troppo vicina e l’urtone contro l’operatore a scuotere la scena.
Lontano una barca è comparsa. Sta trainando,
i baffi di schiuma evidenti sotto la prua. Chiedo: - “Andiamo a domandare
informazioni?”. Conciliabolo, poi i miei nestori acconsentono. Il dialogo
non è nemmeno in Bislama, la lingua nazionale, ma in uno degli oltre cento
linguaggi indigeni di Vanuatu. Incomprensibili suoni vanno avanti ed
indietro. Il risultato è però deludente, le indicazioni sono un vago, largo
gesto della mano: - “Per di là.”. Una porzione d’oceano decisamente vasta.
Altri quindici minuti, guidati dal GPS per
evitare zone già battute, a scrutare la superficie. Niente. Finalmente,
mossi a pietà, o forse incuriositi da questo marziano in muta qui in mezzo
al nulla del profondo oceano, i pescatori locali tornano e questa volta il
braccio è più promettente: - “Seguiteci.”
Trecento metri a sbattoni quasi controvento,
finalmente, davanti a prua, le onde confuse e appiattite dell’oceano che
incontra un ostacolo. Poco più avanti una chiazza lucida irregolare, una
forte corrente che rimbalza irata verso l’alto incontrando una barriera. Non
serve il braccio nero, lucido d’acqua spruzzata che nell’altra barca punta
verso il basso: - “Qui.”
Un vago lucore azzurrino, sott’acqua. Ecco
Scott Rock. L’ho sotto i piedi.
Finalmente ci sono. Due anni a
sognare-temere. È il momento della verità. Come davanti al toro, nell’arena,
contempli, devi contemplare con immancabile turbamento l’immensità della
bestia nera e sbuffante davanti a te a guardarti, e tiri un gran respiro,
così io contemplo l’incerta presenza della roccia, qui in mezzo all’oceano,
totalmente da solo, le onde a sbatterci contro, il cielo basso di nubi
filanti nel vento sempre più forte, nell’improvviso lungo silenzio degli
umani, e mi sento come se fossi guardato, come se le oscure profondità e le
sconosciute bestie e le correnti, e l’improvvisa acuta estraneità
dell’oceano immenso mi scrutassero, da lì, appena sotto la barca, appena
sotto la superficie.
Ma non c’è davvero una bestia nera
sott’acqua. Carico il fucile, i gesti consueti di mille volte, le pinne, la
maschera, i palloni in acqua. Un gran respiro, uno sguardo in basso, gli
umani dimenticati. Scivolo in oceano.
Bollicine che ancora mi legano al sopra,
presto dileguate. Nuoto un momento, mi allontano da quella goffa cosa
galleggiante e rumorosa. Subito un’immersione per fondermi, per sentire il
silenzio, l’acqua scivolarmi contro. Per forse ancora sciacquar via la
bestia. La parete è lì, confusa. L’acqua non è pulita, plancton di tutte le
dimensioni certo ma anche una nebbiosità inattesa qui così lontano da ogni
costa. Cerco di nuotare verso il reef ma a velocità subacquea non ci arrivo.
La corrente è fortissima. Mi lascio risalire in superficie e presto sotto
non ho nulla se non il buio di ignoti metri, impossibili da indovinare,
inutili da indovinare. Galleggio, il corpo che automaticamente segue la
superficie, il profilo delle onde che mi passano attraverso. Inconsciamente
mi sono indirizzato con i sagoloni tesi dal vento dietro di me, a non
ingombrare. In basso l’unico punto di luce è il richiamo metallico che
penzola dalla boetta qui a fianco della testa, anch’esso offuscato dalla
scarsa luce di questa giornata. E così vado vagando per l’oceano, anch’io
plancton spazzato dalla corrente, agitando doverosamente il mio richiamo ma
non credendoci forse davvero, la mente sospesa.
Un movimento improvviso ad uno sguardo
circolare verso la superficie. Wahoo! Bello, solitario, appena sotto il pelo
d’acqua. Non sembra interessato, arriva fino ad una decina di metri da me,
la sagoma bicolore, metallico zebrato sopra, bianco brillante sotto. Si
perde tra le onde, la coda nervosa. Per altri lunghi minuti nulla.
Chiamo la barca, proviamo un altro drift ma
questa volta, ora che conosco la direzione della corrente, attraversando la
secca, di cui non ho visto nulla.
Mi lasciano nel nulla buio ma va bene, siamo
prima della secca, no? No. Il capitano non so dove mi abbia mollato ma la
secca non compare affatto. Tempo senza tempo a galleggiare, il richiamo a
vibrare sotto di me, a speranzosamente scintillare. Ogni tanto a scendere,
ad essere io il richiamo di me stesso, il battito del mio cuore, i miei
rumori di mammifero vivente a speranzosamente richiamare predatori dai
dintorni. Nulla. Oceano, nel raggio dei miei sensi, vuoto.
Devo ancora vedere la secca. Chiamo di nuovo
la barca, questa volta voglio partire con il drift direttamente dal tetto.
In superficie però Robert mi dice serio che non posso continuare a vagare
così, che attraverso la rotta dell’altra barca, che non devo infastidire gli
altri pescatori. So bene come nel Pacifico anche località remote come Scott
Rock abbiano gelosi proprietari, che probabilmente i pescatori dell’altra
barca sono del villaggio che “possiede” la secca. Mentre noi siamo al
massimo sopportati ospiti. Così non protesto, cambio i piani, rinuncio per
il momento al blue water e decido, la curiosità gioca una parte non
indifferente, di esplorare direttamente la secca. Nel fondo della mente il
“grossi come tronchi” ad aleggiare.
Sulla secca quindi. Con qualche difficoltà
la ritroviamo. Le onde sono aumentate ma una chiazza liscia di corrente è
evidente davanti a prua. Aspetto questa volta di avere bene in vista la
roccia, scivolo in acqua.
Ora sotto c’è qualcosa da vedere, oltre al
buio blu. Una guglia di roccia corallina, verde nell’acqua non pulita, che
precipita, nebbiosa prima, oscura poi verso abissi sconosciuti. Non c’è reef
intorno come speravo, non c’è plateau, è un singolo ago di corallo che dal
profondo dell’oceano non riesce a raggiungere la luce per pochi metri.
Intorno una ricca vita di pesci corallini. Sopra, chirurgo nocciola, più in
là altri di una delicata marezzatura azzurrina. Un branco di diodontidi
grigi si muove con il loro strano nuoto senza coda. Un tappeto di minuscoli,
sconosciuti pesciolini azzurro elettrico con la coda gialla appena oltre lo
spigolo che precipita giù. Un volo improvviso di carangidi arcobaleno (Elagatis
bipinnulata) intravisto ancora più in là. A contatto con la roccia un
paio di pesci farfalla, incongruamente, luminosamente gialli. Più in giù,
persi ancora più nel buio generale, un sospetto di movimento scuro, un
branco di qualcosa nell’ombra della guglia. Tutti, tutti, indaffarati nella
corrente micidiale che spazza la punta. Io ho pinne potenti e gambe
allenate, faccio fatica a restare sul punto, a non venire sbattuto via.
E allora lì resto, in quello strana tecnica
di pesca inventata tanti anni fa in un posto lontanissimo da qui, in
Sardegna, per le ricciole, con una corrente quasi altrettanto forte, che ho
battezzato aspetto in superficie. Nuoto, alla massima velocità compatibile
con la possibilità di immergermi, senza preavviso, dovesse arrivare un pesce
che voglio. Il fucile imbracciato a ridurre il freno in questo fiume
irragionevole, pazientemente. Passano dieci minuti, venti, trenta, non ne
sono conscio. Bado solo a respirare, ad essere il più liscio possibile in
acqua, a guardarmi sotto, a nuotare. Pianissimo riesco a rimontare la punta,
scopro che oltre c’è una lingua di roccia che scende fin quasi a scomparire
nel blu fumoso. Di colpo, attraversandola perpendicolarmente, un tonno. È
una bella bestia, senz’altro oltre i trenta-quaranta chili, le macchie
candide sulla dorsale e sulle carene di coda così luminose che sembrano
trascinarsi dietro scie di luce. Senza rendermene conto sono sott’acqua, un
gran respiro inconscio già nei polmoni. Scendo verso di lui, piano compenso.
È lento, mi guarda da sotto in su, inclina il testone, si prepara a
scendere. Miro con attenzione, il dito sul grilletto si contrae... Sobbalzo
improvvisamente, una macchia colorata, vagamente colta con la coda
dell’occhio, a sinistra, gialla, vicina, appena ad un palmo dalla testa! Il
colpo parte a casaccio, il tonno dimenticato. Cosa… mi volto di scatto, già
l’adrenalina che mi fa rabbrividire. A venti centimetri dal naso tre grandi
pesci pipistrello (Platax orbicularis), quaranta centimetri dal naso
alla coda ma sessanta e passa tra pinne dorsali e anali unite, l’occhio
zebrato, zafferano argentato. Pesci stupidi, assolutamente innocui, ma cosa
cavolo ci fanno qui, praticamente addosso a me? E come mai non li ho visti
arrivare?
Domande presto ignorate perché sotto sta
succedendo il finimondo. Al solo frustare degli elastici, la scena ha perso
quella precedente, falsa aria di tranquillità e si è arressata. Squali
dappertutto, veloci, eccitati, le rotte che si intersecano, quelli grandi
che fulminei fanno puntate aggressive contro quelli più piccoli per
allontanarli, per tenere per sé la preda. Che peraltro non c’è, il tonno si
è prontamente dileguato. Ma non importa. Squali grigi di barriera, risaliti
dal blu delle profondità qui sotto, un paio davvero massicci, forse nemmeno
squali grigi. E c’è sempre un genio nella compagnia che decide di seguire il
cavo che penzola e venire su a vedere se all’altra estremità di quella
facile guida ci sia qualcosa da mangiare. L’ho quasi addosso, il naso
puntato verso l’alto, la coda ormai ferma. Agito il fucile, una pinneggiata
cattiva proprio per dargli contro. Inverte la rotta, scappa, scende a
perdersi nell’agitazione di code sventolanti e corpi serpentini. Di colpo,
dal largo, un ben altro personaggio. Uno squalo a punte bianche (Carcharhinus
albimarginatus), che contemplo arrivare a far rimpicciolire tutti gli
altri, lento, massiccio. Due giri intorno al richiamo, un accenno di
risalita mentre in superficie recupero l’asta. Non sono abbastanza
interessante, scende. Scompare in una immobile planata, gradualmente, le
punte bianche delle pettorali ultime a svanire.
E tutto questo, ragiono, solo per un colpo
andato a vuoto? Cosa succederebbe a un prossimo speranzoso tiro se non
fulminassi il pesce? La risposta è ahimè elementare.
Intanto sono scaduto nella corrente di nuovo
fin quasi alla punta. Ricarico il fucile, perdo ancora metri che ho
impiegato così tanto tempo a risalire.
Ricomincio a nuotare ma ora forzo i tempi,
la zona buona pare la sella, non questa punta. Accelero le gambe, il fucile
puntato avanti come una tavoletta, la sagola con le boe a strattonare alle
onde sotto il braccio destro. Ritorno lentamente alla sella, lungi minuti
nella corrente, accettando di non pescare. Recupero fiato, ricomincio
l’aspetto in superficie. Il tempo passa senza che me ne renda conto. Solo
ogni tanto alzo il braccio nel segnale di “sono vivo” per gli occupanti
della barca. Oltre la sella lentamente intravedo un’altra punta e,
gradualmente, riesco a raggiungerla.
Qui la secca finisce. Più in là, il blu
ombroso degli abissi regna ininterrotto. Qui, sulla punta spazzata dalla
corrente, non disturbato da altri pescatori, non dalla barca, il motore
acceso solo a tratti, intorno profondità conosciute solo dalla carta, c’è
deve esserci il mostro che son venuto fin qui a cercare. Il marlin nero o
quello blu, il pesce vela a svelare la dorsale gigante, il tonno che risale
curioso dagli abissi. La mente sospesa nel tempo fermo dell’oceano, continuo
a nuotare, rilassato, il fucile un oggetto quasi incongruo.
Ma nulla compare, l’acqua mi scivola sempre
addosso, le pinne regolari battono l’acqua. I pesci pipistrello mi hanno
seguito, ormai sono abituato a vederli a mezz’acqua, a spuntare
all’improvviso vicini, arrivando da dietro. Sul fondo i pesci chirurgo sono
più grandi, il branco più fitto. Preparo bene l’immersione, un gran respiro,
scendo. Arrivo a setto-otto metri in una lenta planata-pinneggiata, mi
sciamano contro, mi avvolgono. Mi perdo a contemplarli, i fianchi lisci, le
lame caudali così evidentemente sottolineate da macchie aggressive di
colore. Non penso certo di sparare ma è una forma di consolazione che
allenta il desiderio del mostro che mi ha portato fin qui. Mi rilasso a
guardare vite marine così vicine, senza tensioni di cacciatore. Di colpo mi
rendo conto che sono profondo, molto di più di quanto avessi pianificato,
che sto scendendo ancora. E improvvisamente realizzo anche perché. La
corrente che spazza la punta inciampa nella lama di roccia più alta, si
scaraventa verso il basso, crea una forte corrente discendente. E io ci sono
dentro. Due energiche pinneggiate fermano la discesa ma mi lasciano più o
meno allo stessa quota. Quasi preoccupante. Invece di lottare direttamente,
tentando di risalirci contro, mi giro e mi allontano. I flussi si attenuano,
le pinneggiate ricominciano ad avere l’effetto di alzarmi verso la
superficie, risalgo. Da sopra ora mi accorgo che i musetti dei pesci più
vicini alla roccia sono ruotati tutti in quel senso, ad angolo rispetto alla
corrente principale.
I predatori, tuttavia, tendono ad essere, lo
so, sopracorrente. Ruoto leggermente, nuoto nella nuova direzione, ad angolo
rispetto a quella in superficie. Il fucile sempre aderente, le pinne le più
regolari possibile. Eccoli! Avevo ragione.
Dall’alto ne conto prima tre, poi altri due,
poi più profondo, un altro ancora. Tonni! E belli.
I battiti aumentano. Nonostante tutti questi
anni i battiti aumentano ancora. Preparo l’immersione, scendo lungo la
parete. Scendo nella calma della corrente, cessata in questo versante appena
passo la lama di roccia, il fucile in avanti. I tonni si fanno più distinti,
uno si allarga, gli scendo sopra, cerco di intercettarlo. La piega sulla
schiena che raccoglie la dorsale sempre più evidente, miro, sta piegando il
testone per scendere, non importa, sparo. Preso, preso bene. Intravedo
l’asta infilarsi sul dorso, un poco più indietro di dove avevo mirato. Poi,
previsto ma non meno sorprendente, il finimondo.
Il tonno scappa, non l’avevo fulminato
allora, tenta di incastrarsi negli scogli scendendo ma l’attrezzatura
studiata proprio per questa evenienza non glielo permette. Il sagolone corto
lo ferma, la prima boa in superficie è già sott’acqua a fare il suo lavoro,
ad ammortizzare, ma la seconda, trentacinque litri, è subito lì, ad un metro
di distanza e ferma il pesce. Afferro mentre pedalo veloce verso l’alto il
sagolone arancione, nuoto verso il largo, lo allontano dagli appigli. Sotto
la mano lo sento vibrare, sussultare, la boa che ora è qui vicino alla mia
testa sobbalza sotto la tensione, verticale sulla superficie. Tiro, tiro
fortissimo. Se ho una speranza di portar su il pesce è quella di battere in
velocità gli squali. Che non ho visto ma che so esserci con assoluta
sicurezza. Il sagolone sussulta ma cede. Salpo, un barlume di speranza che
mi monta dentro. Forse, anche se il pesce non è fulminato, forse… Cerco di
forare l’oscurità, di vedere qualcosa di più della linea retta della sagola
che scompare verticale giù. Salpo sempre, il peso c’è. Forse…
La speranza finisce presto. Annunciato da
uno strattone che mi tira sott’acqua, seguito da strappi ben diversi da
quelli di un momento prima, ben più potenti, quello che sto facendo risalire
dalle profondità non è un tonno ma un gruppo forsennato di squali. Il tonno
c’è per carità ma è al centro della sfera di fauci che lo stanno divorando,
invisibile da qui in superficie. Le code frustano l’acqua, i ventri bianchi
si mostrano a tratti nelle rotazioni con cui sbranano e strappano, un gruppo
confuso di movimenti convulsi, repentini, selvaggi.
Ma ecco che nel caos si getta un altro
personaggio. L’albimarginatus di prima si butta in mezzo, spintona
via il gruppo di grigi che gli si aprono spaventati davanti, azzanna quello
che resta del tonno, vedo perfettamente la sagoma, di colpo distinta,
scomparire per intero nella bocca, accelera per liberarsi degli incomodi
presenti. Non faccio in tempo a reagire, il sagolone mi viene strappata
brutalmente di mano, la boa grossa scompare per intero sott’acqua, riemerge
a fatica, se ne va semisommersa in un alone di schiuma che la copre quasi
interamente.
Inseguo, anche se so che è inutile. Che è
troppo tardi. Che non ho ormai speranza alcuna di recuperare il mio tonno.
Il cuore batte svelto nella velocità del nuoto, nell’eccitazione della
caccia. Raggiungo la boa fuggente, afferro l’anello finale, tiro forte,
riesco ad afferrare il sagolone nella schiuma. Vengo trascinato per
l’oceano, sotto di nuovo solo la linea retta, tesissima del sagolone in
bocca allo squalo. Poi di colpo mi arresto, la boa riemerge, sono
sballottolato solamente dalle onde di superficie, la tensione sulla sagola
improvvisamente inesistente. Salpo ora lentamente, alla fine so non esserci
ormai più nulla.
La barca compare improvvisa fuori da
un’onda, salgo a bordo. Alle domande concitate come silenziosa risposta
alzo, perché possa essere ben vista, la punta dell’asta con ancora
impigliato un nastro di carne bianca che si agita flaccido alle raffiche di
vento, quanto rimane di un tonno di una quarantina di chili. E il cavetto,
due e passa millimetri d’acciaio, malamente contorto, ripiegato su se stesso
ad angoli acuti, appena uscito dalle mandibole dell’albimarginatus.
Riccardo
A. Andreoli