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PescaSub N. 222 - Marzo 2008

 

 Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

 

L'incantata isola dei wahoo

Anno XXI – PescaSub n. 222 – Marzo 2008 – Pg.36 – 41

 

L’incantata isola dei wahoo

 

Vanuatu, Port Vila, la capitale, a fianco del Mamas Market, l’indaffarato mercato di stoffe, camicie, sculture, conchiglie e acconciature tenuto dalle matrone locali.

Un mio amico Ni Vanuatu, abitante cioè dell’arcipelago, pantaloncini corti e infradito compresse dall’uso, mi sta dicendo, seriamente: - “Pensavo proprio a te quando ero là. Prendono wahoo giganti laggiù. Wahoo mostruosi, sessanta, settanta chili e oltre! E li prendono adesso, quando l’acqua è fredda!”.

Per sconosciute ragioni improvvisamente cominciano a tremarmi le mani e ho difficoltà di deglutizione. Non ci metto molto a decidere. Credo di non averlo lasciato nemmeno finire: - “OK. Bene. Quando parto?”.

Non è certo questa la prima volta che parto a caccia di mulini, di splendidi mulini subacquei nella forma di pesci favolosi che, senza dubbio, senza tema, si prendono qui o lì. Del resto poi è la cosa più bella, qui nel Pacifico del Sud, partire alla ventura, con vaghe indicazioni di dove andrai a finire, inventando letteralmente di momento in momento il viaggio. E se poi i pesci succede che per qualche ragione non ci sono davvero, ma naturalmente ci sono stati fino a pochi giorni prima, o ci saranno fra pochi giorni, oppure sì, ci sono ma il vento o le correnti o le macchie solari non ne permettono proprio adesso la cattura, va bene lo stesso.

Resta un po’ di conoscenza in più, di zone e di pesci e di situazioni che nel futuro, chissà, potranno forse essere utili davvero. Resta soprattutto il viaggio, soprattutto resta la gente che incontri, resta il Pacifico.

Un giorno e mezzo dopo sto ballonzolando a mezz’aria in un minuscolo aeroplano ad ala alta, due motori che inondano di rumore la microscopica cabina, numero di posti sei, così vicino al pilota da poterne studiare le mosse quando imposta nel GPS, così sospettosamente simile a quelli portatili da nautica, la successione di rotte.

Sotto, un lento sviluppo di panorami Pacifici da sogno. Le onde così vicine da poterne osservare il ciclo, la cresta candida che cresce, si rovescia e cade in un frangente che presto scompare, assorbito dal blu infinito come mai fosse esistito. L’arrivo su una delle isole, la sabbia turchina, così profonda da esser appena intravista, di colpo sollevata in minuscole cadute di coralli verde-turchese fino alla superficie. La spiaggia quindi, così candida che al cambiare delle angolazioni diventa abbacinante, conclusa ai piedi delle palme, sottili e danzanti al vento che fa vibrare e scrollare l’aeroplanino in atterraggio. All’interno, solidi giganti verdi che ricoprono ininterrottamente tutta la terra emersa.

Alle fermate, in aeroporti ventosi di terra battuta, erbe e corallo frantumato, gente con sorrisi giganti che sciama sull’aereo, mi saluta e mi stringe cerimoniosamente la mano, apre il microscopico vano bagagli dove è stato strizzato con fatica il mio Tuna Gun, estrae tutto e ri-inserisce nuovi bagagli. Pochi momenti e stiamo di nuovo sobbalzando nel decollo per la prossima isola e il suo minuscolo carico di umanità.

Finalmente l’ultimo atterraggio, la mia destinazione. L’aeroporto in sé una capanna con il tetto di metallo ondulato e abbondantemente rugginoso, nessuna traccia di vetri nelle sue tre finestre. Joshua, il mio contatto, è lì che mi aspetta ma è immediatamente chiaro che alcune informazioni vitali sono andate perse. Non ha la più pallida idea di cosa sia venuto a fare, a parte un generico “pescare”.

Nessuna traccia di scarpe, piedi callosi affondati nella soffice terra bruna, la parete verde della giungla a dieci metri. Giganteschi “jungle knife”, coltelli da giungla, altrove nel mondo “machete”, pendono senza fodero dalle mani di tutti. Carichiamo il mio imponente bagaglio su un vecchio fuoristrada, ci dirigiamo a sobbalzi al villaggio in un tunnel verde, scansando frasche che frustano l’aria proprio sopra di noi.

Posto incantato. Un enorme prato, accuratamente falciato al centro. Intorno un anello di capanne in legno, i tetti di foglie di palma intrecciate. Bambini dappertutto, a correrci e giocarci sopra. Semplici giochi di villaggio, una scatola di latta usata come slitta, dentro un bambino piccolissimo con un muto sorriso stellare, a trainarlo una bimbetta di tre anni in costante chiacchiera con lui. Il visino improvvisamente deformato nel pianto, le labbra in giù quando una radice dispettosa lo scodella a pancia in giù sull’erba.

La mia casa è una capanna lunga, proprio in bordo al prato, il tetto anch’esso di foglie di palma. Alle finestre ondeggiano drappi a fioroni giganti, la stanza, meraviglia, con un vero letto, alla parete una gigantesca stoffa con blu pirotecnici di un branco di orche.

Nella notte che presto precipita, nel vento che dovrebbe ma non cala, Joshua ed io parliamo a lungo. Lui è curioso del mio pescare nel blu, dei miei racconti, del mio fucile spropositato, io son curioso di quello che pesca e di dove e quando. E, meraviglia, è proprio vero. I pescatori del villaggio prendono veramente wahoo spropositati, e li prendono proprio ora. Cioè se (il cuore salta un paio di battiti) il vento calasse un po’ di più. Mi parla con disinvoltura di pesci di settanta chili, come cosa di tutti i giorni o quasi. Soprattutto mi racconta che i branchi di quelli più belli sono sul versante battuto dal vento e che, talora, sul cambiare della marea, doppiano la punta e si spostano nel lato sottovento. I pescatori non hanno strumenti di alcun genere per cui devono andare a tentoni, buttare le loro semplici esche di plastica colorata, talora solo sacchetti sfrangiati, e cercarli così, con pazienza.

Una lampada a petrolio, con la sua luce calda e ondeggiante viene cerimoniosamente presentata per la notte. Leggo nella zanzariera che mi porto sempre dietro per forse cinque minuti, mi addormento come un bambino. Domani vado a pescare!

L’appuntamento è, sarebbe, alle sei e mezza ma è impossibile dormire così tardi. I bambini, scomparsi nelle capanne a buio appena fatto, sono in piedi a giocare alle prime luci, qui alle cinque e un quarto.

C’è una lunga camminata in mezzo alla giungla per cui siamo in cinque, chi a portare parte della mia ingombrante attrezzatura chi qualcosa per la barca. Suono di larghi piedi nudi che sprizzano acqua dal terreno umido, luce verde che filtra dall’ininterrotta coltre di foglie che ci sovrasta, il Tuna Gun pesante ad ondeggiare sulla spalla. Ogni tanto il colpo di un jungle knife che recide una fronda più ingombrante. Venti minuti di camminata, evitando qui e lì serpeggianti radici di giganti alti sopra noi, arriviamo alla luce e alla barca. È all’interno di un boschetto di mangrovie, torbida acqua marrone intorno alle spesse radici nere.

Il luogo è evidentemente anche un cantiere. Due canoe a diversi stadi di costruzione, l’erba coperta di candidi nastri e schegge del legno asportato. Una ha già il bilanciere fissato per traverso allo scafo, l’altra è un puro disegno di legno niveo dalla prua affilata, appena marezzato dai nodi e dalle imperfezioni del tronco da cui è uscita.

La barca è la caratteristica longboat del Pacifico, una robusta imbarcazione in vetroresina di quasi sette metri con un fuoribordo usato ma in buone condizioni. Si avvia senza problemi.

Presto, dopo aver scansato un complesso labirinto di reef affioranti, usciamo in Oceano. Siamo nel lato sottovento dell’isola, l’acqua è piatta, una lastra di lento cobalto ondulante. Solo, alle folate che saltano l’isola, un fremito più scuro che presto si perde allontanandosi. Finché rimaniamo sottocosta cioè. Appena mettiamo la prua al largo non c’è più riparo che tenga e il vento arriva in forze. Le creste, sparate dalle raffiche, arrivano allegramente a bordo in spruzzi decisi, talora francamente lenzuoli d’acqua che rimangono sospesi un istante prima di precipitare ed inzuppare tutti. La prua piatta, adatta alle grandi lagune ma non alla navigazione in queste creste corte e cattive, sbatte sempre più spesso piattonate spaventose precipitando di lassù.

Intanto i pescatori stanno tentando le acque per individuare il branco. Poca fortuna, sale a bordo solo un grosso barracuda dai denti prepotenti ma non lo sperato wahoo. Un grido di un pescatore: - “Whale fish!”. Una massiccia forma nera esce dall’acqua a cento metri, un gran soffio che si inerpica nell’aria, la coda della balena che si arrotola nell’onda che arriva, sventola un istante, scompare. Non sembrano contenti, qui a bordo, Joshua scuote la testa, accelera, si allontana. Mi spiega: - “Spaventano i wahoo. Quando ci sono i “Whale fish” i wahoo sprofondano, scompaiono”.

Sono perplesso: - “Ma perché? Non mangiano i wahoo, come li possono spaventare?”.

Risponde: - “Non lo sappiamo, forse i rumori che fanno?”.

A ripetizione, in quelle ore di prima esplorazione, i “Whale Fish”, le balene, faranno la loro comparsa nelle acque sottovento a quell’isola, in pochissima profondità, solo una quindicina di metri, talora meno. E giurerei, a fianco di una lontana forma massiccia, di averne vista una più snella, una miniatura: un piccolo soffiare a fianco della madre. Sempre suscitando la pronta reazione di un cambiamento di rotta e borbottii.

Poi, dopo avermi fatto tentare qui e lì, in acqua vuota e vibrante solo dai fremiti tambureggianti dei canti dei cetacei, è evidente che qui di wahoo non ce n’è. Decidiamo per le fortune del versante opposto.

Arriviamo alla punta, il vento di fronte, senza più nemmeno quel minimo di ridosso offerto dalle palme dell’isola. A sbattoni e sobbalzi, pian piano risaliamo, le esche sempre in acqua ad incidere con le loro minuscole aureole colorate la superficie dell’oceano. Di colpo una lenza si tende, a venti metri dalla poppa una forma pirotecnica esplode dall’acqua, i gialli e blu scintillanti. Si contorce a mezz’aria, ricade, spruzza violenta, vola ancora. “Mahi mahi!”.

È una bella lampuga, che viene abilmente giostrata, recuperata velocemente e portata a bordo. Mi finisce tra i piedi, a saltare impazzita, non doma. Rimbalza qua e là, la coda che risuona a staccato tamburo sulla vetroresina, tonfi pesanti quando il corpo ripiomba all’ennesimo guizzo. Cerco di fermarla, allungo un piede a tenerla giù, le mani dei pescatori che brancolano per afferrarla. Improvvisamente una botta, poi una stilettata al ginocchio sinistro, rovente. Sobbalzi e strattoni, il dolore appena scoperto a montare. Il secondo amo dell’artificiale, nei rimbalzi pazzi ha trapassato la muta, è entrato e immediatamente uscito dalla carne svariati centimetri più in là. Ne vedo la punta ricurva fuoriuscire dal neoprene bagnato. E la lampuga sta ora tentando allegramente di allargare la ferita ad ogni scatto. Tento di bloccarla, una delle mani urgenti, annaspanti, le finisce in bocca, a graffiarsi malamente. Urlo: - “Stop the fish! Stop the fish!”. Ancora istanti in cui il ginocchio sussulta nel ballo di San Vito del pesce poi riusciamo in tre finalmente a bloccarlo. Bisogna ucciderlo ma nessuno ha un coltello, a parte il grosso machete appoggiato sulla piega della falchetta, non esattamente lo strumento ideale, ora. Tolgo dalla cintura e passo a Joshua il mio coltellino, la lampuga cambia colore, si inonda d’azzurro cielo, scolora negli spenti toni della morte, si ferma.

Mentre tengo con una mano l’amo fermo nel ginocchio gli altri slamano il pesce e lo depositano a poppa. È tempo di studiare la situazione. Ora, la mia muta è con quell’utilissimo attrezzino di neoprene che impedisce il ristagno dei cattivi odori. Non è chiaro? Insomma, ha il pisciarino. La si usa perciò senza costume da bagno. Per cui la preparazione del campo operatorio consiste nel sottoscritto che si toglie i pantaloni mostrando vaste aree di pelle bianca e zone di non esattamente pubblica manifestazione. Cerco di coprire con il bordo superiore della giacca ma l’attenzione di tutti è più in giù, dove l’amo entra ed esce dalla muta. È un amo grosso, per i wahoo giganti di cui si discuteva in tempi più felici, ricurvo, pesante, abbondantemente rugginoso. Ci sono tre centimetri tra il punto di entrata e quello d’uscita. I bordi del neoprene sono slabbrati dagli strattoni ripetuti, preferisco non pensare alla pelle sotto, ancora invisibile. Credo che nella sua corsa abbia sbattuto sulla patella, sia rimbalzato indietro e sia uscito subito. Per fortuna. Ora, bisogna toglierlo.

Chiedo: - “Hai una pinza, da poter tagliare la punta?”.

Joshua scuote la testa, preoccupato: -“Non qui”.

Pausa meditativa generale. Poi: - “Una lima, per ridurre l’ardiglione?”.

“Ehhh… no. Non ce l’ho.”.

Concentrata pausa meditativa generale. Poi mi stufo, bisogna fare in fretta prima che i tessuti si accorgano dell’incidente e comincino a gonfiarsi, l’ardiglione sembra abbastanza ridotto, decido di operare.

Prendo l’amo, comincio a muoverlo dentro alla ferita, bisogna preparare la strada, allargarla per il passaggio. Sollevo piano con due dita il neoprene intorno al foro d’uscita, inclino al massimo l’amo, ignoro le stelline, tiro. La punta scompare ma si incastra da qualche parte, dentro di me. Il neoprene si deforma quando lo muovo, la pelle sotto immagino pure. Deglutisco, riproviamo. La rifaccio uscire, gioco ancora un po’, le stelline sempre lì, tiro di nuovo. Esce, scivola fuori senza interruzioni, ho l’amo in mano. Sbuffo generale di espirazione collettiva. Rendo l’amo a Joshua, un mezzo inchino nella consegna di tal artefatto, anche sa la mia prima tentazione sarebbe stato di sbatterlo fuoribordo. Mi tolgo del tutto i pantaloni, finalmente vedo davvero. Non sembra così male, mi voglio convincere. I fori di entrata ed uscita sono arrossati naturalmente, un po’ di sangue cola da quello inferiore. Più che altro sono preoccupato per gli eventuali danni alla patella, incisioni, tagli che potranno venir fuori forse poi a lunga distanza. Brutta bestia le articolazioni per un corridore.

Joshua, ansioso: - “Ti posso dare, da metterci su, un po’ di olio di motore.”

Lo ringrazio, ma ho sempre con me un pacchettino stagno con le cose di primissimo utilizzo. Lo apro, tiro fuori le salviette disinfettanti, le uso liberamente, cerco di far entrare il liquido che strizzo dentro alla ferita, stelline stelline, valuto brevemente i cerotti, ma colloidali o no certo sotto la muta sono inutili. Metto via le salviette insanguinate, richiudo il pacchetto e ricopro il tavolo operatorio, mi tiro cioè su i pantaloni. Fatto.

Mi guardo intorno, sguardi perplessi, un pizzico di delusione in giro? Joshua a portavoce generale: - “Ora dobbiamo tornare indietro, vero?”.

Spalanco gli occhi, ma che idea! “Assolutamente no, naturalmente! Sono venuto qui per pescare, non ho ancora pescato. Andiamo a pescare!”.

Sorrisi generali in circolo, una botta sulla spalla ad incoraggiamento che per un momento mi piega in due, tutti saltano ai propri posti, ripartiamo. È con incerte sensazioni che vedo scomparire sott’acqua il MIO amo, pronto ad allamare ancora ciecamente. Per dieci minuti, nulla, la barca a ballare, talora quasi ad impennarsi sulla superficie frustata dal vento. Poi, dove le onde si increspano e danzano, dove i frangenti sono confusi e sbattono uno addosso l’altro in uno scontro improvvisamente piramidale, segni certi di una risalita da qualche parte laggiù, una delle lenze si tende. Il pesce è grosso perché il braccio del pescatore, pur nerboruto, viene steso improvvisamente. Deve lasciar filare lenza a scatti, il nylon pesante che fischia tra le dita. Solo un secondo paio di braccia riesce a creare una tensione elastica alla forza del pesce.

Come pianificato scendo in acqua, il fucile pronto. Non faccio quasi in tempo a togliermi le bolle dalla maschera che la barca è spinta via dal vento, in un momento già lontana. Un’onda più grossa, non la vedo più. Ma sotto, appena in obliquo, ho il branco! Forme sottili a proiettile, grigio metallico, occhi sospettosi a studiare questa strana cosa piombata nel loro regno. Forme massicce, tutte. Una pinna in aria, scendo. Dolcemente, lentamente. Non guardo verso di loro, assolutamente. Comincio a nuotare nella direzione in cui tutte le teste sono girate. Li conosco bene questi potenti, malfidenti guerrieri dell’oceano. In Africa li ho combattuti per mesi, giorno dopo paziente giorno, studiando ogni loro mossa, ogni fremito di coda.

Così, solo quando penso di essere alla loro stessa profondità guardo sopra la spalla, una sbirciata soltanto. Eccoli, anzi, eccolo. Non ha resistito alla mia fuga, la curiosità l’ha trascinato qui. È bello, non forse uno dei più grossi, a giudicare dalle dimensioni relative nel branco, ma certamente un pesce considerevole, l’occhio grande, il corpo lento. Intorno profondità sconosciute, colonne di luce che danzano, scompaiono all’ennesima fulminea nuvola tropicale, tornano ancora a danzare. Nuoto su una rotta divergente, il fucile che piano comincia a ruotargli contro. Deglutisco per compensare, adagio, che non venga innervosito, peggio spaventato dallo strano suono improvviso. All’ultimo possibile momento lo guardo direttamente, prendo la mira, tiro il grilletto. Il wahoo sembra dissolversi, al solito così veloce da non permettermi nemmeno di vedere dov’è arrivata l’asta.

Ho sempre qualche difficoltà al giudicare con precisione le dimensioni di un pesce nel blu solamente guardandolo, mi è talora più facile indovinarle dalle loro reazioni. E costui sta certamente inscenando uno spettacolo da pesce corpulento.

Non sono riuscito a prendere subito il sagolone in mano, ora che riemergo le boe stanno già fuggendo sulla superficie, quella piccola da otto litri invisibile, quella grande da trentacinque verticale, quasi completamente sommersa, un’onda candida di schiuma tutt’intorno, il rosso visibile a stento. Sta filando ad una velocità cui non l’ho mai vista andare con un wahoo sotto. Il fucile davanti a tavoletta per rompere il peggio dei frangenti, inseguo il mio pesce. Ogni venti secondi o giù di lì, in cima ad una delle onde più grosse, pinneggio più forte, mi guardo intorno. La boa è impazzita, mai vista comportarsi così. In pochi minuti ha già cambiato rotta tre volte, seccamente. Ancora ondeggia su e giù sotto la trazione folle del pesce. Quasi scompare per un lungo momento, poi il wahoo comincia a cedere, riappare, rallenta. Guadagno lentamente metri, nuoto con energia, cercando la posizione più idrodinamica possibile. Lunghi minuti solo nell’oceano, le gambe a mulinare. Finché il ronzio di un motore segnala che la barca si sta di nuovo avvicinando. Nel momento in cui compare sono quasi alla boa. Ora è ferma, il wahoo stanco. La boa piccola è sempre immersa, quella grande quasi orizzontale. Faccio scivolare gli elastici multipli sopra la spalla destra, afferro il sagolone, comincio a salpare. Il peso è confortante, il pesce è ancora laggiù. Piano, senza quasi combattere, il wahoo sale, ancora invisibile, il sagolone una retta linea arancione che scompare nel blu. Lentamente comincio ad intravedere la sagoma, una gran fiato, scendo, vado a prendermelo. Scendo piano, il wahoo che ingrandisce e ingrandisce ancora. Arrivo subito sotto di lui, aspetto che apra le branchie respirando, inserisco all’interno la mano guantata. È quando stringo, e mi accorgo quanto larga è la presa, che realizzo quanto grosso è il pesce. La testa, a guardar bene, è facilmente il doppio della mia! Risalgo pinneggiando con calma, la grande forma a traino. Riemergo, come al solito con stupore, in un mondo di gesti violenti e di rumori, di urla dei pescatori, di onde che sbattono contro la fiancata qui di fianco. Brune mani impazienti si protendono ad afferrare il pesce, lo sollevano a bordo. Scompare nella barca.

Passo il fucile, una frustata delle pinne e son su. Il wahoo è piatto, steso sul fondo. È davvero imponente, realizzo di colpo, per un momento incredulo. Pacche sulle spalle dei pescatori a farmi  barcollare, mi risveglio. Cerco di sollevarlo per le fotografie ma è troppo pesante, riesco appena a farmi arrivare la testa al mento, e ancora un terzo del pesce è appoggiato al fondo, poi nella barca che balla non ce la faccio più, devo lasciarlo scivolare giù di nuovo.

A terra, nel pomeriggio, ad un altro attracco. Fletto il ginocchio, è gonfio ma si piega e si distende. Perfetto, quindi. La strada è lunga verso il villaggio. Due pescatori, con la semplicità di una lunga pratica, tagliano un alberello, intrecciano lestamente qualche foglia di palma a farne corde improvvisate, ci appendono a trofeo il wahoo grosso, si incamminano rapidamente col pesce penzoloni lì in mezzo. L’altro, più piccolo, finisce sommariamente in spalla ad un terzo. Scompare nella foresta. Uno dei quattro pescatori afferra una canoa tra quelle seminascoste tra le piante, vecchia a giudicar dal legno ingrigito, se la carica disinvoltamente su una spalla, si incammina pure lui. Joshua mi spiega che sta sistemando una veranda davanti casa, gli serve del legno. Contemplo ammirato l’uomo che si destreggia tra le svolte del sentiero con quattro metri di canoa addosso.

Un vecchio fiero pescatore trovato all’approdo, barba bianca e muscoli scolpiti come un maratoneta, si impossessa cerimoniosamente ma molto fermamente del mio Tuna Gun, partiamo tutti. Percorso ancora più lungo da quaggiù, in salita, un sentiero serpeggiante da percorrere uno per volta, tra grigie rocce coralline sommerse come vecchie rovine dalla vegetazione e alberi giganti che sussurrano lassù al vento che qui non arriva.

Vorrei pesare il mio bellissimo wahoo ma so che non sarà possibile. Ieri mi ero informato, l’unica bilancia in tutta l’isola è quella all’aeroporto, da qui mezz’ora di cammino su sentieri identici a questo. Poi altrettanto o quasi al villaggio. Non è una cosa così importante, solo per una mia curiosità, da chiedere ai portatori. Non è, sento, soprattutto una cosa gentile.

Al villaggio festa grande. Preceduti dall’abbaio dei cani, arriviamo al prato principale. Uomini che gridano, bambini che guardano in su al pesce ondeggiante, gli occhioni grandi, donne sullo sfondo. La gioia e la meraviglia per l’evento evidenti sul volto di tutti. I miei quattro compagni di barca cominciano a raccontare quelle che evidentemente sono le avventure di bordo. Ciascuno ha davanti la propria piccola folla ad ascoltare estasiata. Gli oratori è palese si divertono anche di più. Presto, a turno, arrivano con esclamazioni e gesticolazioni all’amo e al mio ginocchio. Non capisco una parola naturalmente ma è ovvio che sono, per questo giorno, l’attrazione principale.

Un po’ più tardi Joshua mi spiega. Al di là del resto, è la curiosità del fatto che questo essere già stravagante (intendo, tra le parole gentili), piombato da un giorno all’altro dal nulla nel loro villaggio, si sia davvero buttato in mezzo all’oceano, dove ci sono gli squali, di cui tutti i pescatori scopro hanno una paura sacrosanta, e abbia preso veramente un pesce. E che pesce! Curiosità raddoppiata dal fatto – continua – che lì conoscono sì la pesca subacquea, e mi mostra il suo fucile, un piccolo arbalete di un metro, ma la conoscono solo come pesca di barriera, ai pesciotti corallini da mangiare. Mai si immaginavano si potesse pescare così.

Un’altra ragione dell’entusiasmo credo di individuarla più tardi. Qui, come del resto in virtualmente tutta Vanuatu, i tradizionali modi di vita sono ancora profondamente radicati. La condivisione di quanto uno possiede con tutta la comunità, il villaggio in primo luogo, un fatto normale della vita.

Nel corso della serata una regolare processione di uomini, talora giovani, più frequentemente anziani arriva alla capannuccia dove su un ripiano di assi, al di sopra di dove possono arrivare i cani, sono stati sistemati i due wahoo. Ciascuno ha sotto il braccio un coltello di qualche foggia. Arrivano, comparendo a sera dal buio, cerimoniosamente si inchinano, mi stringono la mano, dicono qualcosa che è perso per la mia ignoranza, e si tagliano una grassa fetta di pesce. Un solenne cenno del capo, scompaiono nella notte.

Una sensazione di appartenenza, di essere accettato quaggiù, nel Pacifico che tanto amo, piano mi si accende dentro. Anche ora mentre sto scrivendo, tanto lontano quanto più non è possibile, a letteralmente mezzo mondo di distanza, non sono in grado di pensare al villaggio senza avvertire quel calore ancora scintillarmi dentro.

 

 

Riccardo A. Andreoli

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