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PescaSub N. 220 - Gennaio 2008

 

 Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

 

A un soffio dal record del mondo

Anno XXI – PescaSub n. 220 – Gennaio2008 – Pg.30 – 33

 

Nemmeno tre chili dal record del mondo

Green Jobfish (Aprion virescens)

 

Ouvéa, Iles de la Loyauté, Nouvelle Calédonie, Pacifico del Sud.

In italiano Nuova Caledonia, territorio francese in mezzo al Pacifico, un paio di migliaia di chilometri a nord-nord ovest della Nuova Zelanda.

Ouvéa è l’isola più a nord, la più refrattaria ad ogni forma di turismo. Non esistono ristoranti, solo “snack”, specie di chioschi che a orari irregolari e a giorni misteriosi danno da mangiare a metà della giornata piatti caldi pacifici: riso bollito senza condimento, pesce arrostito in qualche salsa, il cocco impera. Talora, se la corrente elettrica è costante, perfino patate fritte. Si dorme alla ventura, come dormono i Kanaki, gli abitanti locali, materassi di gommapiuma su gran stuoie colorate, sovrapposte, sopra pavimenti di conchiglie tritate direttamente provenienti dalla spiaggia. Talora cemento nudo. Ci si addormenta cullati, durante la notte, dall’onda oceanica che rompe e fruscia sulla spiaggia a pochi metri e da geco che cinguettano l’un l’altro arrampicati tra le fronde di palma a conico soffitto.

Ma l’ambiente intorno vale, e quanto!, piccole scomodità. La spiaggia, a ovest, è una ininterrotta striscia a mezzaluna di sabbia corallina, accecante sotto il sole, bordata di palme e sconosciuti alberi con le foglie da leguminosa e cespugli dai giganteschi fiori gialli. Venticinque chilometri di “spiaggia”, è definizione quasi insultante, dove le uniche presenze sono, la mattina, locali abitanti delle tribù che camminano circospetti con “l’éparvier” sulla spalla, il giacchio, la rete circolare da lancio, che gettano con arte consumata sopra alle frotte di pesciolini che si ammassano sul piccolo gradino sotto la schiuma del frangente.

Ouvéa è in realtà il resto di un gigantesco atollo circolare. A nord e a sud dell’isola rimangono due catene di isolette coralline, le Pléiades du nord e le Pléiades du sud, che una volta costituivano il resto dell’anello. Ad Ovest la favoleggiata e raramente raggiunta perfino dai locali Passe d’Anémata e oltre ancora un incredibile atollo, l’Atoll de Beautemps-Beaupré, dove ho pescato una volta sola.

Quindici luglio, oceano assolutamente piatto, alle otto di mattina il vento non si è levato e probabilmente non lo farà per il resto della giornata. Destinazione le Pléiades du nord dove, giura Pierre, c’è più abbondanza di tonni.

I tonni di cui parlano qui sono i tonni a denti di cane (Gymnosarda unicolor), bestie massicce che devono il nome comune ad una chiostra formidabile di grossi denti conici in una mandibola pesante che negli esemplari piccoli fa perfino sembrare sbilanciato il pesce. Il peso massimo teorico può essere più di un quintale. Prede di cui qualunque subacqueo può andar fiero, diffidenti, forti, con la passione di precipitarsi appena feriti in mezzo ai coralli creando disastri in qualunque attrezzatura.

Il potente duecento cavalli fa il suo dovere, dopo una quarantina di minuti di navigazione assolutamente piatta all’interno della laguna ecco davanti il frangere bianco dell’onda oceanica sul reef esterno. La profondità diminuisce, il colore sotto lo scafo passa dal blu al verde prima, all’arcobaleno virato sullo smeraldo poi, mentre la barca rallenta fin quasi a fermarsi. Sono le teste di corallo, dappertutto intorno a noi, separate dal blu nebbioso dei canali dove l’acqua è più profonda. Il passaggio è difficile tra i coralli che quasi emergono. Virate secche, Pascal, l’amico conosciuto due anni fa e per caso qui anche lui, in piedi sulla prua che segnala dove dirigersi. Poco tempo ed ecco di nuovo il blu scuro del tombant, della secca caduta esterna ad alte profondità. Siamo fuori dell’atollo, non lontano da qui la batimetrica dei duecento metri, poco più in là quella dei trecento.

Acceleriamo di nuovo, stiamo cercando un punto preciso che Pierre conosce, il “cailloux dolmen”, il ciottolo dolmen, una testa di corallo che esce di poco dall’acqua e solo a bassa marea e che precipita fonda quasi senza balze.

Una virata decisa, eccolo, un roccione piatto tutto traforato, con le onde oggi quasi inesistenti a lambirgli appena i piedi. Intorno, quel particolare smeraldo striato e increspato ad indicare poche decine di centimetri d’acqua sopra corallo vivente. L’ancora in tondino cedevole viene posata con attenzione su una punta esterna. Motore spento, un lungo momento di silenzio mentre il poco vento piano dirige la poppa al largo.

Lisce bollate d’acqua, qui e lì striature, la corrente è forte sulle punte di corallo più esterne. Bisognerà fare attenzione.

Intorno un velluto d’acqua liscia, solo ogni tanto refoli di vento che vedi arrivare da lontano, allargarsi a ventaglio, scurire il colore all’oceano quando ne graffiano la pelle. Sopra l’orizzonte, verso la lontana Ouvéa, troppo piatta per essere visibile da quaggiù, leggeri cumuli bianchi, vaporosi, indicano terraferma.

Sotto la barca, a dritta, attraverso l’acqua calmissima si vede perfettamente il primo squalo della giornata salire a darci il benvenuto. Arriva sotto lo scafo, evita l’ombra, scodinzola un momento, scende lentamente a perdersi oltre l’orlo di corallo più vicino.

In acqua con il fedele fucile da tonni. L’acqua, nonostante da sopra sembrasse limpidissima, da dentro non lo è poi così tanto. Sta arrivando la bassa marea e la laguna scarica verso il largo la sua acqua sabbiosa.

Immersioni tranquille, intorno di nuovo i pesci corallini persi nelle loro faccende, stranamente noti dopo tante immersioni nel blu puro. I consueti quattro o cinque squali grigi (Carcharhinus amblyrhynchos) a pattugliare a mezz’acqua, incerti su come comportarsi di fronte a queste cose curiose sì ma grosse. Un paio di squalotti pinne bianche di barriera (Triaenodon obesus), la testa piatta, che sculettano via, raso raso il corallo.

Immersioni dopo immersioni. Io resto al largo, al solito cercando le prede più restie ad avvicinarsi alla barriera, Pierre e Pascal restano vicini alla barriera. Niente tonni, oggi.

In un golfo di sabbia cosparso di sassoni, nell’oscurità dei venti e passa metri, una forma piano si materializza, non enorme, ma compatta, massiccia. Un grosso green jobfish (Aprion virescens), un Lutjanidae, una famiglia con esemplari che assomigliano ai nostri dentici. È davvero un bel pesce, ha gli aggressivi denti sporgenti e il cipiglio prepotente di un dentice, la forma generale e le grosse scaglie di una spigola e la coda da ricciola. Il comportamento invece è totalmente da dentice. E da dentice diffidente. La massima dimensione nota alla scienze è di poco oltre i quindici chili e costui non ne è molto lontano.

Appena avvistato cerco di scendere lentamente verso il fondo ma l’immersione è stata lunga precedentemente e devo risalire. Mi allontano da lui, nuoto piano all’indietro. Interrompe il lento allontanamento di sicurezza in discesa e mi insegue per un poco, quasi intuisse che sono senza fiato e che altro non posso fare che guardarlo male.

In quanto a guardar male il campione è però lui. La successiva discesa scendo fino ad arrivargli fino a sei-sette metri. Mi punta, avanza due metri, abbassa il testone, si ferma e mi perfora con uno sguardo mannaro. Tento di girare il fucile ma appena accenno a muovermi scivola via. Allentata la concentrazione noto però che non è solo. Dietro ne sono arrivati altri, tre o quattro ombre scure in avvicinamento dal largo, altrettanto massicce, i testoni altrettanto aggressivi.

Di solito il jobfish è un pesce singolo, raro un branco, e di bestie di queste dimensioni poi. Chissà che il gruppo non sia meno sospettoso dell’individuo singolo. Dalla superficie sono ridotti a forme ombrose che scompaiono quando passano sopra ad uno scoglio e risaltano nebbiosi nell’acqua ormai torbida solo sopra ad un letto di sabbia. Prendo fiato, mi rilasso, queste immersioni che si giocano sull’astuzia richiedono tempo.

Mi immergo di nuovo, scendo, quasi sul fondo. Arrivano. Lenti, sguardi corrucciati. Il primo scivola quasi immobile verso di me, giuro che gli ho visto mostrare i denti in un sorriso di immensa superiorità, si immobilizza a sei-sette metri, mi guarda in cagnesco da sotto in su. Gli altri dietro sono ancora più lenti. Non ho tempo per osservarli. Più vicino di così è certo non viene, né lui né i confratelli. Punto il fucile, so che può arrivare fin lì e anche oltre. Al movimento comincia a girare il testone, un colpo di coda. È già un metro più lontano. Miro con cura, cinquanta centimetri davanti alla sua testa, il fucile per potente è potente ma non è una saetta a mandare un’asta di due metri da un chilo fin lì. Sparo.

Scompare. Non c’è più. Ma l’asta non penzola nell’acqua, gli squali tutto intorno sembra siano stati di colpo fustigati, schizzano tutti puntando in una ben precisa direzione, il sagolone arancione sferza l’acqua. L’ho preso davvero!

Ora cominciano i guai. Già mentre risalgo afferro la sagola e tiro guardando in basso. La montatura è studiata apposta per queste situazioni, cavo d’acciaio per coralli e squali in fondo, con ogni possibilità di incastrare tutto sott’acqua. Poi sagolone corto, libertà al pesce pochissima, e se si strappa mentre con una cima più lunga avrei avuto, stancandolo, più possibilità di portarlo su, va bene lo stesso. In queste zone il perdere o danneggiare l’attrezzatura è enormemente più grave che il perdere un pesce. Vuol dire rischiare di smettere del tutto di pescare.

Sotto un putiferio. Il pesce sta sbattendo sui coralli, una muta di squali di taglie diverse arrivati da ogni angolo dell’orizzonte subacqueo sono lì, vicini, fulminei nel nuoto d’attacco. Ha avvolto il cavetto su uno degli spuntoni di cui nei coralli non c’è mai mancanza e sta scuotendosi, legato, in una pozza di sabbia turbinante. Angolo leggermente la mia risalita, con l’ultima aria a disposizione do un tirone. L’impeto combinato del pesce furioso laggiù e del mio debole tirare spezza lo spigolo, il greenjob è libero. Gli squali, così insistenti a pesce bloccato, schizzano via ora da davanti a quella furia scatenata nuovamente libera. Non ho più fiato, devo risalire. Cerco di tirarmi dietro la sagola per tentare di sollevare il pesce, per evitargli altri appigli ma so che sarà difficile. Tunf! In un momento infatti la sagola si blocca di nuovo, per poter risalire devo farla scivolare fra le dita accontentandomi di tenerla tesa. In tutto questo non so come sia preso il pesce, il tirar troppo potrebbe voler dire forse perderlo. Ma certamente il lasciarlo fermo vuol dire perderlo per gli squali. Dilemma tropicale consueto.

In superficie finalmente, ora respiro, ora posso ragionare.

Quei momenti sono bastati a farmi quasi perdere il pesce. Lungo la parete cui è riuscito ad avvicinarsi il greenjob si è legato di nuovo. Squali intorno in una gran ruota confusa che talora nascondono il pesce. Tiro alla cieca, non succede niente. Mi allontano verso il largo, tiro ancora, viene. Gli squali si allargano di nuovo. Vedo il pesce venir su, ancora intero, ancora frenetico, il sagolone mi sobbalza cattivo in mano. Lo squalo più grosso fa una arrotolata, fulminea veronica quando gli passa vicino, lo azzanna sulla coda, il primo morso che lo avrebbe fermato, avrebbe scatenato gli altri del branco nella consueta frenesia che avrebbe lasciato solo sangue e scaglie in pochi momenti. Con un tirone, o forse è il greenjob che si salva da solo con una scodata furiosa, lo squalo è beffato. Ora è in acqua libera, riesco a tirarlo su in fretta. Man mano che si avvicina a me la mia protezione, la mia “minacciosa” presenza, allontana gli squali. Presto si limitano a girar in tondo, tre o quattro metri sotto le mie pinne. Ho il pesce in mano.

Per un momento la sensazione è di avere in mano un branzino MOSTRUOSO, il branzino di una vita. Poi i denti cattivi, la coda, disperdono l’impressione. Il colpo è stato assolutamente perfetto. L’asta è entrata in alto sulla schiena, vicino alla dorsale e la slip-tip fa appena capolino sotto la mandibola. Sto per congratularmi con me stesso quando di colpo mi gelo. Rispetto all’angolo di tiro l’entrata avrebbe dovuto essere sull’opposto versante del pesce! Vuol dire che il greenjob ha fatto in tempo a girarsi, a dare almeno una scodata mentre l’asta percorreva quei lunghi metri. Mamma…

È comunque un pesce fantastico per la sua taglia. Comincio a pensare ai record. Non ricordo esattamente quanto sia per questa specie, qualcosa come dodici o tredici chili e costui certo non è molto lontano.

Intanto, il fucile con gli elastici avvolti intorno al braccio, torno alla barca. Lo scoprirò solo al ritorno, devo aspettare il responso della bilancia prima di tutto e poi del peso effettivo del record esistente.

 

Pomeriggio, lo stesso giorno. A poche miglia di distanza, non lontano dalla Pass du Taureau. Pierre posa l’ancora su una punta esterna. Vento totalmente assente, la barca si gira poppa al largo sotto l’effetto solo della corrente che esce dalla laguna di Ouvéa. In acqua tutti e tre.

Sotto, una parete verticale che scompare nell’acqua che ormai è più che nebbiosa, è francamente sporca. Quello che la mattina era un alone sabbioso si è tramutato ormai in una riduzione della visibilità che offusca tutto oltre i dieci-dodici metri. Sono ormai quasi le quattro del pomeriggio. A queste latitudini il sole cala, come ora d’inverno, alle cinque e mezzo. In acqua un alone dorato, obliquo, pervade l’oceano. In superficie, sabbia e tramonto congiurano a creare un’atmosfera luminosa, fatata, i corpuscoli scintillanti della sabbia ad intercettare la luce e a diffonderla, danzando alle minuscole onde di superficie.

Presto sono solo, gli altri, non appesantiti da sagoloni e boe varie, sono avanti. L’indispensabile cassa per togliere immediatamente il pesce dall’acqua che si tirano dietro a turno, galleggia, bianca, lontana. Il richiamo metallico che ho alzato a dieci metri per poterlo almeno vedere penzola immobile. Scintilla e freme solo quando faccio sobbalzare la boetta di galleggiamento in superficie, qui di fianco alla testa.

Presto però ogni sensazione sognante scompare. La parete diventa ancora più verticale. Una balza ininterrotta che parte da sette-otto metri e scompare nel grigio-nero dell’acqua sporca, le profondità qui sotto insondabili. Una serie di immersioni non rivela, sotto le mie pinne, che abissi sconosciuti. Per quanto io scenda, la parete resta parete, sotto l’ombra sempre più tenebrosa. È con una strana sensazione di sollievo che, dalla immersione più profonda, levo la testa e vedo il richiamo scintillare lassù, in un alone chiaro e, dieci metri soltanto più in alto, l’immobile lastra orizzontale della superficie, dorata come una promessa.

Questa strana sensazione, come di inquietudine, non è per nulla sollevata dal comparire, ad intervalli, degli squali.

Rapidi, dal basso, nello loro velocità scrollandosi in fretta di dosso l’alone della lontananza, prima uno squalo grigio di due metri e passa, tozzo, sale al richiamo. Un istante dopo e già, i musi puntati verso l’alto, ne arrivano altri quattro, poi altri due. Presto mi circolano dieci metri sotto la pancia, curiosi toccano col naso il metallo, scattano via, nervosi ritornano. Salgono infine quasi insieme fin quasi alla superficie, arrivano a tre metri. Il più grosso, il primo a comparire, stringe le distanze. Per abitudine lo seguo con la punta del fucile, quasi lo potrei toccare con l’arpione. Accenna una virata verso di me, gli nuoto contro, in direzione della linea laterale. Basta una pinneggiata e gli arrivo quasi a contatto. Non sobbalza come altri avrebbero fatto, semplicemente scende, circola ancora tre volte, scompare, si perde nell’ombra in basso. Gli altri poco dopo lo seguono. Spariscono alla vista.

Ma io so che son lì sotto. So che venti, trenta metri sotto di me, perfettamente visibile, stagliato in controluce contro la superficie, sono osservato da quelli che sono saliti a mostrarsi e da altri che pattugliano le profondità sconosciute di questa parete.

Questo si ripete due, tre volte, ad intervalli irregolari lungo la scogliera. Come se uscissi dal territorio di un branco e finissi in quello di un altro. Che dovesse, per forza, venire ad investigare questa strana rumorosa cosa capitata lassù.

E così l’inquietudine, piano, mi scivola sotto pelle. Oh, le immersioni, le faccio lo stesso, scendo sempre fino al richiamo, aspetto guardandomi in giro, sotto. Aspetto che arrivi un pesce bello, che valga l’inquietudine. Ma niente compare, e gli sguardi dietro, sotto la pancia quando si è in orizzontale, tendono ad essere curiosamente più numerosi del solito.

Intanto arrivano gli altri. Non hanno preso nulla, non hanno visto nulla pur essendo andati ben più in là di me. Peccato, parete vuota. Quasi.

In barca tutto si scioglie, l’imminente tramonto è bellissimo. Da fuori, immerso nell’aria, resta solo l’ombra di una sensazione, un ricordo scuro. E poi devo pensare al record!

Che non ci sarà perché la bilancia di Pierre, per carità probabilmente lungi dall’esser corretta, certamente non sarebbe stata accettata come pesata valida, dà un pocolino meno di undici chili. E, scoprirò pochi giorni dopo, il record era 13,6 kg. Record mancato quindi per 2,6 chili, un’inezia, forse. Intanto rimane il ricordo, caldo, di un bellissimo pesce preso con un’azione di caccia che mi piacerà ricordare.

 

 

Riccardo A. Andreoli

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