Nemmeno tre chili dal record del mondo
Green Jobfish (Aprion virescens)
Ouvéa, Iles de la Loyauté,
Nouvelle Calédonie, Pacifico del Sud.
In italiano Nuova Caledonia, territorio
francese in mezzo al Pacifico, un paio di migliaia di chilometri a nord-nord
ovest della Nuova Zelanda.
Ouvéa è l’isola più a nord, la più
refrattaria ad ogni forma di turismo. Non esistono ristoranti, solo “snack”,
specie di chioschi che a orari irregolari e a giorni misteriosi danno da
mangiare a metà della giornata piatti caldi pacifici: riso bollito senza
condimento, pesce arrostito in qualche salsa, il cocco impera. Talora, se la
corrente elettrica è costante, perfino patate fritte. Si dorme alla ventura,
come dormono i Kanaki, gli abitanti locali, materassi di gommapiuma su gran
stuoie colorate, sovrapposte, sopra pavimenti di conchiglie tritate
direttamente provenienti dalla spiaggia. Talora cemento nudo. Ci si
addormenta cullati, durante la notte, dall’onda oceanica che rompe e fruscia
sulla spiaggia a pochi metri e da geco che cinguettano l’un l’altro
arrampicati tra le fronde di palma a conico soffitto.
Ma l’ambiente intorno vale, e quanto!,
piccole scomodità. La spiaggia, a ovest, è una ininterrotta striscia a
mezzaluna di sabbia corallina, accecante sotto il sole, bordata di palme e
sconosciuti alberi con le foglie da leguminosa e cespugli dai giganteschi
fiori gialli. Venticinque chilometri di “spiaggia”, è definizione quasi
insultante, dove le uniche presenze sono, la mattina, locali abitanti delle
tribù che camminano circospetti con “l’éparvier” sulla spalla, il
giacchio, la rete circolare da lancio, che gettano con arte consumata sopra
alle frotte di pesciolini che si ammassano sul piccolo gradino sotto la
schiuma del frangente.
Ouvéa è in realtà il resto di un gigantesco
atollo circolare. A nord e a sud dell’isola rimangono due catene di isolette
coralline, le Pléiades du nord e le Pléiades du sud, che una
volta costituivano il resto dell’anello. Ad Ovest la favoleggiata e
raramente raggiunta perfino dai locali Passe d’Anémata e oltre ancora
un incredibile atollo, l’Atoll de Beautemps-Beaupré, dove ho pescato
una volta sola.
Quindici luglio, oceano assolutamente piatto,
alle otto di mattina il vento non si è levato e probabilmente non lo farà
per il resto della giornata. Destinazione le Pléiades du nord dove,
giura Pierre, c’è più abbondanza di tonni.
I tonni di cui parlano qui sono i tonni a
denti di cane (Gymnosarda unicolor), bestie massicce che devono il
nome comune ad una chiostra formidabile di grossi denti conici in una
mandibola pesante che negli esemplari piccoli fa perfino sembrare
sbilanciato il pesce. Il peso massimo teorico può essere più di un quintale.
Prede di cui qualunque subacqueo può andar fiero, diffidenti, forti, con la
passione di precipitarsi appena feriti in mezzo ai coralli creando disastri
in qualunque attrezzatura.
Il potente duecento cavalli fa il suo dovere,
dopo una quarantina di minuti di navigazione assolutamente piatta
all’interno della laguna ecco davanti il frangere bianco dell’onda oceanica
sul reef esterno. La profondità diminuisce, il colore sotto lo scafo passa
dal blu al verde prima, all’arcobaleno virato sullo smeraldo poi, mentre la
barca rallenta fin quasi a fermarsi. Sono le teste di corallo, dappertutto
intorno a noi, separate dal blu nebbioso dei canali dove l’acqua è più
profonda. Il passaggio è difficile tra i coralli che quasi emergono. Virate
secche, Pascal, l’amico conosciuto due anni fa e per caso qui anche lui, in
piedi sulla prua che segnala dove dirigersi. Poco tempo ed ecco di nuovo il
blu scuro del tombant, della secca caduta esterna ad alte profondità.
Siamo fuori dell’atollo, non lontano da qui la batimetrica dei duecento
metri, poco più in là quella dei trecento.
Acceleriamo di nuovo, stiamo cercando un
punto preciso che Pierre conosce, il “cailloux dolmen”, il ciottolo
dolmen, una testa di corallo che esce di poco dall’acqua e solo a bassa
marea e che precipita fonda quasi senza balze.
Una virata decisa, eccolo, un roccione piatto
tutto traforato, con le onde oggi quasi inesistenti a lambirgli appena i
piedi. Intorno, quel particolare smeraldo striato e increspato ad indicare
poche decine di centimetri d’acqua sopra corallo vivente. L’ancora in
tondino cedevole viene posata con attenzione su una punta esterna. Motore
spento, un lungo momento di silenzio mentre il poco vento piano dirige la
poppa al largo.
Lisce bollate d’acqua, qui e lì striature, la
corrente è forte sulle punte di corallo più esterne. Bisognerà fare
attenzione.
Intorno un velluto d’acqua liscia, solo ogni
tanto refoli di vento che vedi arrivare da lontano, allargarsi a ventaglio,
scurire il colore all’oceano quando ne graffiano la pelle. Sopra
l’orizzonte, verso la lontana Ouvéa, troppo piatta per essere visibile da
quaggiù, leggeri cumuli bianchi, vaporosi, indicano terraferma.
Sotto la barca, a dritta, attraverso l’acqua
calmissima si vede perfettamente il primo squalo della giornata salire a
darci il benvenuto. Arriva sotto lo scafo, evita l’ombra, scodinzola un
momento, scende lentamente a perdersi oltre l’orlo di corallo più vicino.
In acqua con il fedele fucile da tonni.
L’acqua, nonostante da sopra sembrasse limpidissima, da dentro non lo è poi
così tanto. Sta arrivando la bassa marea e la laguna scarica verso il largo
la sua acqua sabbiosa.
Immersioni tranquille, intorno di nuovo i
pesci corallini persi nelle loro faccende, stranamente noti dopo tante
immersioni nel blu puro. I consueti quattro o cinque squali grigi (Carcharhinus
amblyrhynchos) a pattugliare a mezz’acqua, incerti su come comportarsi
di fronte a queste cose curiose sì ma grosse. Un paio di squalotti pinne
bianche di barriera (Triaenodon obesus), la testa piatta, che
sculettano via, raso raso il corallo.
Immersioni dopo immersioni. Io resto al
largo, al solito cercando le prede più restie ad avvicinarsi alla barriera,
Pierre e Pascal restano vicini alla barriera. Niente tonni, oggi.
In un golfo di sabbia cosparso di sassoni,
nell’oscurità dei venti e passa metri, una forma piano si materializza, non
enorme, ma compatta, massiccia. Un grosso green jobfish (Aprion virescens),
un Lutjanidae, una famiglia con esemplari che assomigliano ai nostri
dentici. È davvero un bel pesce, ha gli aggressivi denti sporgenti e il
cipiglio prepotente di un dentice, la forma generale e le grosse scaglie di
una spigola e la coda da ricciola. Il comportamento invece è totalmente da
dentice. E da dentice diffidente. La massima dimensione nota alla scienze è
di poco oltre i quindici chili e costui non ne è molto lontano.
Appena avvistato cerco di scendere lentamente
verso il fondo ma l’immersione è stata lunga precedentemente e devo
risalire. Mi allontano da lui, nuoto piano all’indietro. Interrompe il lento
allontanamento di sicurezza in discesa e mi insegue per un poco, quasi
intuisse che sono senza fiato e che altro non posso fare che guardarlo male.
In quanto a guardar male il campione è però
lui. La successiva discesa scendo fino ad arrivargli fino a sei-sette metri.
Mi punta, avanza due metri, abbassa il testone, si ferma e mi perfora con
uno sguardo mannaro. Tento di girare il fucile ma appena accenno a muovermi
scivola via. Allentata la concentrazione noto però che non è solo. Dietro ne
sono arrivati altri, tre o quattro ombre scure in avvicinamento dal largo,
altrettanto massicce, i testoni altrettanto aggressivi.
Di solito il jobfish è un pesce singolo, raro
un branco, e di bestie di queste dimensioni poi. Chissà che il gruppo non
sia meno sospettoso dell’individuo singolo. Dalla superficie sono ridotti a
forme ombrose che scompaiono quando passano sopra ad uno scoglio e risaltano
nebbiosi nell’acqua ormai torbida solo sopra ad un letto di sabbia. Prendo
fiato, mi rilasso, queste immersioni che si giocano sull’astuzia richiedono
tempo.
Mi immergo di nuovo, scendo, quasi sul fondo.
Arrivano. Lenti, sguardi corrucciati. Il primo scivola quasi immobile verso
di me, giuro che gli ho visto mostrare i denti in un sorriso di immensa
superiorità, si immobilizza a sei-sette metri, mi guarda in cagnesco da
sotto in su. Gli altri dietro sono ancora più lenti. Non ho tempo per
osservarli. Più vicino di così è certo non viene, né lui né i confratelli.
Punto il fucile, so che può arrivare fin lì e anche oltre. Al movimento
comincia a girare il testone, un colpo di coda. È già un metro più lontano.
Miro con cura, cinquanta centimetri davanti alla sua testa, il fucile per
potente è potente ma non è una saetta a mandare un’asta di due metri da un
chilo fin lì. Sparo.
Scompare. Non c’è più. Ma l’asta non penzola
nell’acqua, gli squali tutto intorno sembra siano stati di colpo fustigati,
schizzano tutti puntando in una ben precisa direzione, il sagolone arancione
sferza l’acqua. L’ho preso davvero!
Ora cominciano i guai. Già mentre risalgo
afferro la sagola e tiro guardando in basso. La montatura è studiata apposta
per queste situazioni, cavo d’acciaio per coralli e squali in fondo, con
ogni possibilità di incastrare tutto sott’acqua. Poi sagolone corto, libertà
al pesce pochissima, e se si strappa mentre con una cima più lunga avrei
avuto, stancandolo, più possibilità di portarlo su, va bene lo stesso. In
queste zone il perdere o danneggiare l’attrezzatura è enormemente più grave
che il perdere un pesce. Vuol dire rischiare di smettere del tutto di
pescare.
Sotto un putiferio. Il pesce sta sbattendo
sui coralli, una muta di squali di taglie diverse arrivati da ogni angolo
dell’orizzonte subacqueo sono lì, vicini, fulminei nel nuoto d’attacco. Ha
avvolto il cavetto su uno degli spuntoni di cui nei coralli non c’è mai
mancanza e sta scuotendosi, legato, in una pozza di sabbia turbinante.
Angolo leggermente la mia risalita, con l’ultima aria a disposizione do un
tirone. L’impeto combinato del pesce furioso laggiù e del mio debole tirare
spezza lo spigolo, il greenjob è libero. Gli squali, così insistenti a pesce
bloccato, schizzano via ora da davanti a quella furia scatenata nuovamente
libera. Non ho più fiato, devo risalire. Cerco di tirarmi dietro la sagola
per tentare di sollevare il pesce, per evitargli altri appigli ma so che
sarà difficile. Tunf! In un momento infatti la sagola si blocca di nuovo,
per poter risalire devo farla scivolare fra le dita accontentandomi di
tenerla tesa. In tutto questo non so come sia preso il pesce, il tirar
troppo potrebbe voler dire forse perderlo. Ma certamente il lasciarlo fermo
vuol dire perderlo per gli squali. Dilemma tropicale consueto.
In superficie finalmente, ora respiro, ora
posso ragionare.
Quei momenti sono bastati a farmi quasi
perdere il pesce. Lungo la parete cui è riuscito ad avvicinarsi il greenjob
si è legato di nuovo. Squali intorno in una gran ruota confusa che talora
nascondono il pesce. Tiro alla cieca, non succede niente. Mi allontano verso
il largo, tiro ancora, viene. Gli squali si allargano di nuovo. Vedo il
pesce venir su, ancora intero, ancora frenetico, il sagolone mi sobbalza
cattivo in mano. Lo squalo più grosso fa una arrotolata, fulminea veronica
quando gli passa vicino, lo azzanna sulla coda, il primo morso che lo
avrebbe fermato, avrebbe scatenato gli altri del branco nella consueta
frenesia che avrebbe lasciato solo sangue e scaglie in pochi momenti. Con un
tirone, o forse è il greenjob che si salva da solo con una scodata furiosa,
lo squalo è beffato. Ora è in acqua libera, riesco a tirarlo su in fretta.
Man mano che si avvicina a me la mia protezione, la mia “minacciosa”
presenza, allontana gli squali. Presto si limitano a girar in tondo, tre o
quattro metri sotto le mie pinne. Ho il pesce in mano.
Per un momento la sensazione è di avere in
mano un branzino MOSTRUOSO, il branzino di una vita. Poi i denti cattivi, la
coda, disperdono l’impressione. Il colpo è stato assolutamente perfetto.
L’asta è entrata in alto sulla schiena, vicino alla dorsale e la slip-tip fa
appena capolino sotto la mandibola. Sto per congratularmi con me stesso
quando di colpo mi gelo. Rispetto all’angolo di tiro l’entrata avrebbe
dovuto essere sull’opposto versante del pesce! Vuol dire che il greenjob ha
fatto in tempo a girarsi, a dare almeno una scodata mentre l’asta percorreva
quei lunghi metri. Mamma…
È comunque un pesce fantastico per la sua
taglia. Comincio a pensare ai record. Non ricordo esattamente quanto sia per
questa specie, qualcosa come dodici o tredici chili e costui certo non è
molto lontano.
Intanto, il fucile con gli elastici avvolti
intorno al braccio, torno alla barca. Lo scoprirò solo al ritorno, devo
aspettare il responso della bilancia prima di tutto e poi del peso effettivo
del record esistente.
Pomeriggio, lo stesso giorno. A poche miglia
di distanza, non lontano dalla Pass du Taureau. Pierre posa l’ancora su una
punta esterna. Vento totalmente assente, la barca si gira poppa al largo
sotto l’effetto solo della corrente che esce dalla laguna di Ouvéa. In acqua
tutti e tre.
Sotto, una parete verticale che scompare
nell’acqua che ormai è più che nebbiosa, è francamente sporca. Quello che la
mattina era un alone sabbioso si è tramutato ormai in una riduzione della
visibilità che offusca tutto oltre i dieci-dodici metri. Sono ormai quasi le
quattro del pomeriggio. A queste latitudini il sole cala, come ora
d’inverno, alle cinque e mezzo. In acqua un alone dorato, obliquo, pervade
l’oceano. In superficie, sabbia e tramonto congiurano a creare un’atmosfera
luminosa, fatata, i corpuscoli scintillanti della sabbia ad intercettare la
luce e a diffonderla, danzando alle minuscole onde di superficie.
Presto sono solo, gli altri, non appesantiti
da sagoloni e boe varie, sono avanti. L’indispensabile cassa per togliere
immediatamente il pesce dall’acqua che si tirano dietro a turno, galleggia,
bianca, lontana. Il richiamo metallico che ho alzato a dieci metri per
poterlo almeno vedere penzola immobile. Scintilla e freme solo quando faccio
sobbalzare la boetta di galleggiamento in superficie, qui di fianco alla
testa.
Presto però ogni sensazione sognante
scompare. La parete diventa ancora più verticale. Una balza ininterrotta che
parte da sette-otto metri e scompare nel grigio-nero dell’acqua sporca, le
profondità qui sotto insondabili. Una serie di immersioni non rivela, sotto
le mie pinne, che abissi sconosciuti. Per quanto io scenda, la parete resta
parete, sotto l’ombra sempre più tenebrosa. È con una strana sensazione di
sollievo che, dalla immersione più profonda, levo la testa e vedo il
richiamo scintillare lassù, in un alone chiaro e, dieci metri soltanto più
in alto, l’immobile lastra orizzontale della superficie, dorata come una
promessa.
Questa strana sensazione, come di
inquietudine, non è per nulla sollevata dal comparire, ad intervalli, degli
squali.
Rapidi, dal basso, nello loro velocità
scrollandosi in fretta di dosso l’alone della lontananza, prima uno squalo
grigio di due metri e passa, tozzo, sale al richiamo. Un istante dopo e già,
i musi puntati verso l’alto, ne arrivano altri quattro, poi altri due.
Presto mi circolano dieci metri sotto la pancia, curiosi toccano col naso il
metallo, scattano via, nervosi ritornano. Salgono infine quasi insieme fin
quasi alla superficie, arrivano a tre metri. Il più grosso, il primo a
comparire, stringe le distanze. Per abitudine lo seguo con la punta del
fucile, quasi lo potrei toccare con l’arpione. Accenna una virata verso di
me, gli nuoto contro, in direzione della linea laterale. Basta una
pinneggiata e gli arrivo quasi a contatto. Non sobbalza come altri avrebbero
fatto, semplicemente scende, circola ancora tre volte, scompare, si perde
nell’ombra in basso. Gli altri poco dopo lo seguono. Spariscono alla vista.
Ma io so che son lì sotto. So che venti,
trenta metri sotto di me, perfettamente visibile, stagliato in controluce
contro la superficie, sono osservato da quelli che sono saliti a mostrarsi e
da altri che pattugliano le profondità sconosciute di questa parete.
Questo si ripete due, tre volte, ad
intervalli irregolari lungo la scogliera. Come se uscissi dal territorio di
un branco e finissi in quello di un altro. Che dovesse, per forza, venire ad
investigare questa strana rumorosa cosa capitata lassù.
E così l’inquietudine, piano, mi scivola
sotto pelle. Oh, le immersioni, le faccio lo stesso, scendo sempre fino al
richiamo, aspetto guardandomi in giro, sotto. Aspetto che arrivi un pesce
bello, che valga l’inquietudine. Ma niente compare, e gli sguardi dietro,
sotto la pancia quando si è in orizzontale, tendono ad essere curiosamente
più numerosi del solito.
Intanto arrivano gli altri. Non hanno preso
nulla, non hanno visto nulla pur essendo andati ben più in là di me.
Peccato, parete vuota. Quasi.
In barca tutto si scioglie, l’imminente
tramonto è bellissimo. Da fuori, immerso nell’aria, resta solo l’ombra di
una sensazione, un ricordo scuro. E poi devo pensare al record!
Che non ci sarà perché la bilancia di Pierre,
per carità probabilmente lungi dall’esser corretta, certamente non sarebbe
stata accettata come pesata valida, dà un pocolino meno di undici chili. E,
scoprirò pochi giorni dopo, il record era 13,6 kg. Record mancato quindi per
2,6 chili, un’inezia, forse. Intanto rimane il ricordo, caldo, di un
bellissimo pesce preso con un’azione di caccia che mi piacerà ricordare.
Riccardo
A. Andreoli