Ritorno a Ouvéa
Ouvéa, Iles de la Loyauté,
Nouvelle Calédonie, Pacifico del Sud.
Le Isole della Lealtà, a nord-est della Nuova
Caledonia, quaranta minuti di volo dalla capitale Nouméa con un tranquillo e
coloratissimo turboelica della compagnia aerea locale, sono principalmente
tre, Ouvéa, Lifou e Maré.
La più settentrionale, Ouvéa, non è altro che
un atollo circolare semisommerso nelle tepide acque del Pacifico. Il
versante est galleggia ancora, e costituisce l’isola vera e propria, il
resto è affondato a tratti, lasciando a nord e a sud una collana di
minuscole isolette, una volta coltivate a copra ora abbandonate, con un
poetico nome di stelle, le Pléiades.
A Ouvéa sostanzialmente, non puoi andare a
pescare. Secondo le strettissime convenzioni di proprietà del Pacifico è
un’isola chiusa, ciascuna Pléiade, ciascuna porzione di oceano lì accanto,
con le sue secche, le sue risalite, le sue “patates”, le teste di corallo
affioranti, di gelosa proprietà di questa o quest’altra tribù. E le tribù
sull’isola fanno esattamente ciò che vogliono. Non è pensabile affittare una
barca, e dire vado a pescare, vediamo un po’, lì. Bisogna preventivamente
prendere appuntamento con i “chef” delle tribù e presentare i congrui doni
con l’appropriata cerimonia “de la coutûme”, il codice di comportamento
seguito e riverito da tutti i Kanaki, il nome con cui gli abitanti della
Nuova Caledonia riconoscono sé stessi.
Altrimenti si va a pescare con Pierre.
Appartiene alla tribù che per prima è giunta, tanti secoli fa, sull’isola, e
in quanto tale si potrebbe dire ne detiene i diritti di pesca su tutto il
territorio.
Muta usata tutti i santi giorni o quasi,
baffetti, alto e allampanato, ben noto ai più famosi apneisti francesi, che
sono passati per la sua capanna e hanno lasciato autografi e fotografie, ha
un fiato “serio”, l’ho visto scendere con tranquillità oltre i quaranta
metri.
Quattordici luglio, giornata perfetta dopo
giorni di pioggia e incongruo vento da Ovest, a prevalere sui costanti venti
da Est. Tutto effetto della Niña mi spiega Pierre.
Partiamo tardi. Qui non esistono porti, e la
barca normalmente ormeggiata alla boa in spiaggia era stata riparata dai
frangenti cattivi degli ultimi giorni spostandola in una laguna lontana.
Deve quindi oggi essere riportata qui, dove aspetto con tutta
l’attrezzatura. Un processo lungo.
Non basta. Appena partiti, appena la spiaggia
è ridotta ad una striscia bianca con una corona verde, ci fermiamo e Pierre
si butta in acqua con una paglietta d’acciaio. Deve pulire lo scafo, mi
spiega, incrostato di alghe che rallenterebbero la corsa e farebbero
spendere più benzina. Aspetto pazientemente, al sole. Ricontrollo
l’attrezzatura, la macchina fotografica.
Finalmente ripartiamo. Rotta ovest,
destinazione il bordo sud della Pass de Anémata. Le aspettative sono alte.
Mi dice Pierre che dove ci stiamo dirigendo è stato visto da poco anche un
pesce spada. Oltre ad essere un posto da tonni. E da qualunque cosa possa
passare per una pass tropicale con i trecento metri ad un passo.
Qui per tonni intendono comunemente i tonni a
denti di cane (Gymnosarda unicolor) bestie massicce, con una
incredibile mandibola di grossi, acuminati denti conici, che ha dato loro il
nome, e con una disposizione di spirito perfettamente accompagnata a quei
denti. Possono raggiungere il quintale di peso anche se nessuno ne ha mai
presi di così grandi. Pesci accuratamente sospettosi, per il subacqueo hanno
il vantaggio rispetto ai tonni nostrani che nuotano sovente a velocità
“cauta diffidenza". Di contro, ed è un contro grosso, oltre ad essere pesci
in generale profondi, la prima cosa che fanno è cercare di incastrarsi tra i
coralli del fondo, facendo chiasso, richiamando squali da ovunque. Insomma,
un pasticcio, il che ne fa naturalmente, nella un po’ contorta scala dei
valori subacquea, una preda assolutamente valida.
Viaggio lungo, ventidue miglia di laguna, di
acqua calme, solo un’onda più alta ogni tanto a sollevare la prua
dell’imbarcazione in un’altalena presto assorbita. Intorno acqua
celeste-verde, liscia, appena toccata da refoli di vento. Presto la
spiaggia, bassa e bianca, scompare a poppa assorbita dalla laguna. Le palme
si tuffano in acqua e spariscono poco dopo. Infine solo batuffoli candidi di
nuvole basse segnano che laggiù, lontano, c’è, c’era terraferma. Da ogni
parte ora un mondo composto solo di oceano e cielo, acqua piatta, il sole
caldo sulla schiena, il ronzio del motore e l’aspettativa dell’immersione.
Il termine della laguna e del viaggio è
rivelato da baffi bianchi che davanti a prua schizzano al cielo, irregolari,
forti. I frangenti esterni che rompono sull’orlo di corallo a protezione
della laguna. Usciamo a tutta velocità con una serie di virate brusche
attraverso una complicata pass. Siamo fuori. È ora di immergersi. L’ancora
in tondino di metallo morbido viene posata su un corallo vicino ad un
tombant, una caduta, mi vesto in fretta. Scivolo in acqua, Pierre resta
a bordo a mettere in ordine la barca e a fumare la sua sigaretta
pre-immersione.
Carico il fucile rapidamente. Sotto, una
parete ridotta di corallo, oltre, massoni confusi che scendono in fretta
verso i venti, trenta e passa metri. Molte acropore piatte, colonie di
polipi a forma di ventaglio orizzontale, piccole. I soliti chirurgo, i pesci
pappagallo, le cerniotte, insomma tutte le migliaia di cittadini del mondo
del corallo dentro a fuori da ogni anfratto, un’orgia di colori appena
virata al verde-blu qui nell’acqua bassa.
Sotto, profondi, subito individuati dal
movimento sinuoso delle code e dei corpi, così diverso da quello dei pesci
ossei, tre o quattro squali grigi (Carcharhinus amblyrhynchos),
facilmente identificabili dall’orlo nero sulla coda. Vagano chi sul fondo
chi a mezz’acqua. Non sono ancora per loro una fonte di interesse. Le cose
cambieranno fra poco.
Tuffi brevi all’inizio, è un po’ che manco
dall’oceano. Poi la lunga consuetudine diluisce il pensiero cosciente e mi
sciolgo inconsapevole nell’acqua.
I ritmi dell’apnea e dei riposi in
superficie, del controllo costante di tutto quanto c’è intorno, ritornano
senza me ne renda conto. Presto non c’è discontinuità cosciente rispetto
all’ultima volta in cui ho avuto l’oceano sulla pelle.
Tuffi profondi, mi sposto sempre più al
largo. Una bella cernia di barriera, una Loche saumonée come la
chiamano qui (Plectropomus leopardus), di sette-otto chili mi guarda
in cagnesco da un anfratto. Nonostante la ignori, non è certo lei la preda
che mi interessa, chiude la dorsale e scivola via a scomparire in qualche
meandro.
Sono passati una decina di minuti quando
finalmente un lampo bianco nell’acqua, non lontano dalla mia verticale. Sono
le carene di coda del tonno a denti di cane. Mi immergo immediatamente,
mentre ancora si sta avvicinando. Arriva, sospettoso, lento. Guarda verso
l’alto, vedo gli occhi che ruotano mentre immobile gli scendo addosso.
Istintivamente la mano sinistra va al calcio del fucile, ad ammortizzare la
botta degli elastici multipli, miro. Sparo. Preso.
Bene, non benissimo. Quindi male.
Immediatamente parte a tutta velocità verso la parete più vicina. Cerco di
contrastarlo tenendo fermo il sagolone ma mi strapazza, mi tira via, si va
ad incastrare nel corallo. Mollo il fucile, pericoloso, ma la superficie è
piatta e non c’è corrente, lo ritrovo di sicuro, ragiono speranzoso, e tiro
a due mani. Lo strappo via, pedalo a tutta forza verso la superficie, supero
il fucile che lentamente sta risalendo, ma dura poco. Sono un’altra volta
bloccato con uno strattone. Guardo verso il basso e il tonno, in un
polverone da cui esce solo il sagolone arancione, è riuscito ad incastrarsi
ancora in un altro corallo. Adesso nel polverone si tuffa a tutta velocità
uno squalo, poi un altro, e un altro ancora. Tiro ancora, non succede nulla,
solo il polverone diventa più agitato. Code di squalo escono roteando. Qui
mi stanno mangiando il pesce! Tiro ancora, a strattoni, sperando di rompere
il corallo, di disincastrare il pesce, fidando ciecamente negli otto
millimetri di diametro e nei trecento e passa chili del sagolone. Il fucile,
nella sua via verso la superficie, mi ha di nuovo superato. Ma qui non posso
stare in eterno. Devo anche respirare, io! Un ultimo tirone e, fantastico,
il pesce cede. O quel che ne resta, cioè. Lo sento salire. Pedalo verso
l’alto, il fiato ormai poco. Supero di nuovo il fucile, arrivo in superficie
e guardo in giù. Il polverone non c’è più ma il tonno, e anche gli squali,
ci sono ancora, eccome. Ed è per fortuna sempre intero. Ora respirando posso
lavorare più tranquillamente. Salpo a bracciate, riesco a tirar fuori il
tonno prima dalla bocca di uno squalo, poi da quella di un altro. Il fucile,
plop, raggiunge la superficie poco lontano da me, si mette orizzontale e
comincia a derivar lontano. Comincio a diventare nervoso.
A furia di tirare sono arrivato al cavetto
d’acciaio, otto metri più due di asta mi separano dal tonno, ma è liscio,
scivola, si tira peggio. Gli squali sono sempre lì, in accanito roteante
inseguimento. Il pesce, ormai in acqua libera, tenta la via della
forsennatezza e mi trascina di qui e di lì. Il fucile intanto non lo vedo
più. Oh mamma. So però fare anch’io il forsennato e tiro arrotolandomi,
pericoloso, il cavetto intorno alle dita per aver più presa. Finalmente
riesco a metter le mani sul tonno che ancora sbatte i denti massicci e si
dimena. Gli squali hanno ceduto, non si sono allontanati di tanto ma non lo
inseguono più. Sotto le mie pinne vagano, ancora ad alta velocità, eccitati,
ma non più diretti al mio pesce.
Ora, le cose importanti. Il mio fucile DOV’È?
Un momento di panico, poi, guardando da sotto verso la superficie,
finalmente lo vedo. Con il tonno che ancora mi strattona il braccio lo
raggiungo e, finalmente, finalmente, me ne riapproprio.
Con gli elastici sicuramente avvolti intorno
alla spalla nuoto piano verso la barca, ho finalmente il tempo di guardare
il mio tonno. Non è certo un gigante ma è un buon pesce di un quindicina di
chili, la pelle liscia, gli occhi grandi nella testa massiccia. La punta
della dorsale e della anale sono candide, sembrano intinte nel latte,
insieme alle carene caudali che tanto ne facilitano l’avvistamento. I denti
nella mandibola sono impressionanti, grossi, un po’ storti, irregolari.
Aggressivi.
Arrivo alla barca, il pesce tenuto basso,
Pierre mi guarda e mi dice: - “hai sparato”. Spalanca gli occhi e si mette a
ridere quando, senza parlare, alzo il braccio dall’acqua e gli passo il
tonno.
In acqua ricarico il fucile, ora c’è anche
Pierre. Insieme, immersione dopo immersione, ritorniamo al largo, fino a che
i coralli sul fondo sono un’ombra scura, le lingue di sabbia un alone blu
appena più chiaro. Gli squali ci hanno all’inizio seguito, poi uno ad uno
abbiamo perso il corteo ed ora solo due persistenti speranzosi ci nuotano
sotto le pinne. Lenti di nuovo nel nuoto di ogni giorno.
Un’immersione come le altre, una discesa fino
a che i coralli non sono quasi nitidi, cercando i canaloni, le spaccature
fonde che possono invogliare i tonni ai loro agguati. Non c’è molta
corrente, non è perfetto. Al limite della visibilità, un branco di pescetti
bianchi che nuotano all’unisono. Tonno! I “pescetti” sono le carene della
coda e la dorsale. Poi ecco che si compone la forma, scura, con la stessa
sagoma ma ben più grossa di quella di poc’anzi. Il testone, i tondi grandi
occhi. Un bel pesce. Ormai non ho più fiato, piuttosto che rischiare
un’azione affrettata decido di risalire. Mentre la superficie si avvicina lo
seguo con gli occhi ma lo perdo quasi subito. Non sono preoccupato, non ho
nemmeno cominciato ad incuriosirlo. È ancora qui sotto. Mentre respiro,
Pierre si avvicina e con la punta del fucile segue il movimento di qualcosa
che si muove, profondo. Certamente è il tonno ma per un momento non lo vedo.
Poi eccolo, un’ombra scura appena accennata sul fondo quasi della stessa
gradazione. È salito, sta allontanandosi. No, torna indietro. Lento. Nuoto
in superficie fino a che non riesco ad arrivargli quasi sulla verticale.
Scendo. Per quanto lui nuoti piano, ora che arrivo alla sua quota mi ha
lasciato indietro. Vedo le carene bianche che se ne vanno, circolano. Torna
indietro, il testone punta nella mia direzione. Un paio di pinneggiate verso
l’alto, talora serve a convincere i predatori che stai scappando, che hai
paura. Talora serve a chiudere le distanze. Funziona. Accelera, poco, ma
accelera. Io noncurante, disinteressato, resto più alto di dove lui vorrebbe
passare, il fucile in orizzontale. La sua rotta non cambia. È ora sotto le
mie pinne, a cinque-sei metri. Ruoto, punto il fucile, una pinneggiata in
giù, a pinne verso l’alto, dove non dovrebbe essere avvertita, miro sul
largo testone. Un attimo di concentrazione sulla sferica completezza del
momento. Sparo. L’asta appare un palmo avanti, appena a sinistra della
dorsale… e il tonno si arresta, lentamente comincia a ruotare a pancia in
su. Fulminato!
Mentre risalgo comincio velocemente a
recuperare l’imbando degli otto e passa metri di cavo, arrivo a tenderlo
fino al pesce che aveva cominciato lentamente ad affondare… e nella
pinneggiata vengo bloccato con uno strattone che mi distende le braccia dal
peso del tonno. Davvero un bel pesce.
In superficie nuoto fino alla barca, do di
volta alla sagola su una bitta, mi ci arrampico dentro. Via le pinne, via la
maschera, mi sporgo sul carabottino, afferro il tonno per le branchie e lo
salpo a bordo. Uh! Ma quanto pesa? Dev’essere fatto di materiale compatto
perché un pesce che certamente non conosco bene ma che avrei stimato non più
di una ventina di chili mi sta facendo sforzare ben di più per sollevarlo a
bordo. Pierre, più tardi, si metterà a ridere alle mie stime. Dà un’occhiata
esperta alla testa e sentenzia sicuro: - “Non meno di trenta chili.” Mi
inchino volentieri alla superiore esperienza.
Ora compio probabilmente un errore. Ho la
sensazione che la giornata sia buona, che però la zona sia stata sfruttata,
due tonni quasi praticamente nella stessa scogliera. Chiedo se non sia
meglio cambiar posto. Pessima idea, forse, perché di tonni non ne vedrò più,
per tutta la giornata.
Restiamo al di fuori della pass, l’oceano
oggi ha quasi solo la “houle”, l’onda oceanica di fondo a muovere la
superficie. Mentre salpo l’ancora, vedo una congregazione di uccelli,
lontano. Il sonoro ancora non c’è, ma sono sicuro di conoscerlo. Strida,
strilli, rumore di corpi che dall’alto si tuffano a piombo in acqua,
sciacquio di fondo di pesci che, predati dall’alto dai pennuti e dal basso
da altri pesci, non sanno più che fare se non agitarsi pazzamente.
In mezzo, immediatamente. È un sogno che non
sono riuscito a realizzare, ancora, di trovare una mangianza seria, con
sotto tutto quello che potenzialmente può esserci, dai delfini, agli squali
ai tonni ai marlin. Una volta, in un filmato, ho visto perfino una balena
tuffarsi in mezzo ad un branco di sardine!
Pierre guida la barca fino a farla circolare
intorno all’ancora sconosciuto branco. Guardo ansiosamente l’acqua, cercando
di svelarne i segreti, di capire prima di tutto chi sono i predati, prima
ancora di intuire chi siano i predatori, quelli che a me interessano. Non
sembra la massa d’acqua sollevata dai corpi impazziti sia tanta. Ad occhio,
non si tratta di pesci di più di tre-quattro chili. Ma non li vedo davvero,
non saltano fuor d’acqua, non si mostrano. Scivolo in acqua a cinquanta
metri dal caos. Il fucile pronto, le boe a traino, il cuore accelerato
dall’aspettativa. Sotto, ignote centinaia di metri, siamo ben lontani dalla
barriera. Difficile valutare la limpidezza dell’acqua quando non esistono
punti di riferimento. Guardo in basso, pulviscolo cristallino in
sospensione, plancton minuscolo. Colonne di luce che precipitano, si
intrecciano, scompaiono. Nulla in movimento. Niente ombre profonde, niente
crepitii di piccoli corpi in fuga. Nulla. Guardo fuor d’acqua. Lo stormo non
è più dov’era. Si sta velocemente spostando, la concentrazione di uccelli
già ridotta, alcuni in veloce volo orizzontale. Inseguo, nuotando forte,
sbattendo scompostamente, appositamente, le pinne sulla superficie. Ho
imparato che così è possibile incuriosire predatori in circolazione, che
potrebbero risalire ad indagare.
Nulla, gli uccelli mi lasciano indietro, da
sotto non sbuca niente. Inutile. Faccio segno a Pierre, che per un momento
non vedo, di venirmi a prendere. Peccato. Altre due volte quel pomeriggio,
caparbiamente, inutilmente, tenterò di inserirmi nella catena alimentare
dell’oceano così rumorosamente segnalata ma i risultati saranno
assolutamente identici alla prima volta: uccelli in allontanamento,
pulviscolo, plancton. Null’altro.
Ritorniamo alla barriera. Ad una
concentrazione di vite di certa individuazione. Percorso lungo, Pierre,
vuole andare ad una pass che conosce bene, dove forse non ci saranno pesci
spada ma che certamente ha sempre dato pesce interessante.
La giornata è se possibile ancora più
limpida, Ouvéa ad est resta invisibile ma ad ovest, tra sparsi batuffoli di
nuvole, candide, poco sopra l’orizzonte, spunta lontana una forma di
montagna, nera, puntuta. Poco più in là un’altra, poi un’altra ancora. È la
Grande Terre, la Nuova Caledonia vera e propria, a oltre settanta chilometri
di distanza! La pioggia insistente degli ultimi giorni ha certamente pulito
l’atmosfera ma la limpidezza di questi luoghi in cui è sconosciuta ogni
forma di inquinamento al di sopra del fumo di legna è incredibile.
Intanto si son fatte quasi le tre e mezza,
fra due ore, a queste latitudini e d’inverno, è tramonto fatto. In acqua in
quest’ultimo posto. Di nuovo da solo, voglio pescare sulla punta e la
corrente è talmente forte che Pierre resta a bordo. Mi seguirà di lassù.
Scendo al largo del corallo che biforca la corrente in due flussi separati.
Acqua sporca, senza fondo non ho modo di valutare ancora quanto. Certo è che
qui sotto le pinne è ben buio. Un branco di Arc-en-ciel (Elagatis
bipinnulata, i rainbow runner dei pescatori inglesi) mi sciama contro,
curioso. Sembrano mostrarsi per magia a dieci metri da me, formarsi dal
nulla, dall’oscurità nebbiosa lì in basso, comparire a tre, quattro per
volta, venirmi ad incrociare a mezz’acqua mentre scendo immobile, girarmi
intorno, gli occhi curiosi, i colori spenti dall’oscurità e scomparire di
nuovo nella caligine. L’acqua è davvero davvero sporca. Non sembrano esserci
più di dieci metri di visibilità… Intanto la corrente mi ha fatto ruotare,
mi ha spostato e in superficie l’isolotto, grigio di corallo morto, lì sopra
la linea dell’acqua e verde di palme ancora più in alto, mi sta passando a
fianco. La luce ora entra obliqua sott’acqua, raggi dorati che all’inizio
rimescolano la nebbia, poi si perdono, passano rapidamente dal verde al
grigio sempre più scuro man mano che sposto lo sguardo verso il basso. Uno
squalo sale rapido, a pinne ferme. Poi comincia a nuotare con energia,
direttamente contro di me.
Con questa visibilità, ora che lo vedo
distintamente ce l’ho quasi addosso, una volta di più contemplando il
perfetto triangolo della dorsale e delle pettorali dello squalo puntato
senza esitazioni nella mia direzione.
Non è un attacco. So cosa sta succedendo. Con
questa luce e con questa visibilità gli squali non sembrano vederci bene e
costui è venuto ad investigare da vicino su cosa sia questa cosa strana,
quasi immobile per cui forse da mangiare, che gli ha invaso la scogliera.
Basta che agiti il fucile nella sua direzione e scatta in un dietro front
spaventato. Si perde velocemente nella nebbia verde. Scompare.
Intanto, immerso nella corrente sono arrivato
alla parete corallina. I metri di visibilità sono davvero dieci o poco più,
i pesci corallini tristemente monocromatici, bianchi e grigi laggiù ai pedi
del corallo, i nasi di tutti puntati contro la corrente, le code
indaffarate. Trasvolo catturato dal flusso pareti e canaloni, una punta mi
fa brevemente roteare. Nulla, non un pesce interessante, niente tonni
soprattutto.
Man mano che il tempo passa l’oscurità sembra
salire, lievitare da laggiù, montare come un gran mantello oscuro gonfiato
anch’esso dalla corrente. E, come create dal pensiero, un gruppo di quattro
aquile di mare punteggiate (Myliobatidae sp.) in formazione passa
sotto di me. Le grandi ali nere picchiettate di giallo lente, i tozzi musi
immobili. Scendo fino al loro livello, mi immobilizzo. La prima, la più
piccola, ha uno scarto e sembra volar via ma torna immediatamente, curiosa,
mi volteggia intorno, nell’oscurità il bianco della parte inferiore delle
ali a scintillare sinuoso all’improvviso. Le altre a rotearmi intorno a
corteo, a sciame, io a pinne unite a scendere con loro, riuscendo davvero a
dimenticare per lunghi istanti l’aria e la superficie che mi aspettano, come
una maledizione, come una promessa, lassù.
Riccardo
A. Andreoli