Dreaming Australia
Lunghi mesi invernali, il mare lontano,
l’oceano di più. Sono i tempi in cui una specie di perversa, incontrollata
urgenza, come una deprivazione di sensazioni vitali, nei momenti talora più
inopportuni pesca a caso nel cestone delle memorie e mi sbatte davanti
immagini, sensazioni, ricordi, talora perfino odori di luoghi lontani nello
spazio e nel tempo, ma presenti lì, immediati, davanti a me. Così precisi e
nitidi, vivi, che giureresti che se solo sapessi come, potresti sforzarti in
qualche sconosciuta maniera, passare quella inutile barriera della realtà e
riemergervi dentro, senza stupore.
Swell
Lo swell è la lunga, gigante onda oceanica.
Sulle coste australiane arriva senza aver mai assaggiato nulla, nella sua
rincorsa, che possa non dico frenarla ma nemmeno infastidirla. Sotto
l’effetto dei gradienti barici e dei venti derivanti, laggiù dalle parti
dell’Africa del Sud, nasce e comincia a correre verso est. Davanti ha
migliaia di chilometri di oceano senza nulla di più importante di qualche
detrito in superficie a rallentarla. Dopo giorni indifferenti di corsa
scatenata, improvvisamente ecco il fondo, risale fino a settanta-ottanta
metri. La base dell’onda comincia a rallentare. La cima imperterrita
prosegue, lascia indietro quella parte di sé, comincia ad incurvarsi. Di
colpo il drop-off, la caduta. Il fondo ora è venti metri, anche meno. L’onda
prosegue, sempre più incurvata, sempre più sbilanciata. La massa d’acqua ora
cade, ancora liscissima la sommità si orla di schiuma, un ingannevole
lezioso merletto che ne nasconde la mostruosa potenza. Quando cade il suono
è un ruggito, un tuono che fa vibrare i coralli contro cui si schianta.
Sott’acqua la potenza è devastante. Risalendo dal drop off, fino alla
barriera che emerge, il fondo è lisciato, levigato dall’acqua che corre
avanti ed indietro. I pochi coralli sono massicci blocchi irregolari, senza
fronzoli e punte che si spezzerebbero alla corrente. Immersi, a mezz’acqua,
lo spostamento orizzontale è di tre, quattro metri in una direzione, un
momento di pausa, poi tre o quattro metri nella direzione opposta. I pesci
intorno si muovono nella massa d’acqua indifferenti alle relazioni col
fondale. Un branco di grossi carangidi a striscioni gialli mi nuota addosso,
mi circonda. Qualche chirurgo diffidente vagola più in là. Sembra tutto
normale, rallentato come in ogni immersione subacquea. Poi l’occhio cade sul
fondo e tutto cambia. Ci stiamo muovendo, tutti, nel ventre delle onde che
passano e passano ancora sopra allo stesso punto, e per un momento
pazzamente sconcertante, è la roccia a muoversi, ad altalenare avanti ed
indietro. Fino a che, con un sobbalzo di riaggiustamento, aiutato
dall’orecchio interno che protesta all’esser frullato così in una giostra
costante, non ritorna fisso il fondo e noi tutti a scorrere qua e là.
Una volta, una delle prime volte, distratto
dall’inseguimento di un lesto carangide gigante, sono stato, quasi per
fortuna, preso dal frangente. Ho fatto appena in tempo ad avvertire il
risucchio, l’abbassarsi di livello dell’oceano, unico avviso prima dell’onda
gigante che arrivava in silenzio alle mie spalle, ad immergermi
frettolosamente. Le pinne sono state prese dal frangente, sono stato
spostato ancora verticale verso la barriera, quasi inutili i movimenti delle
gambe nell’acqua mista ad aria. Il tuono intanto intorno a me, dentro di me,
il mondo di colpo impazzito, senza quasi riferimenti se non la memoria di
una direzione, la superficie che allargava lenzuola di bollicine di acqua
torturata ad avvolgermi. Finché, già il fondo che mi raschiava sulla pancia,
all’inizio dell’arrotolata che mi avrebbe consegnato alla superficie e ai
coralli emergenti, le pinne ancora fortunatamente ai piedi hanno cominciato
a prender acqua, a funzionare. Mi sono appiattito disperatamente sotto la
montagna che passava, pinneggiando fortissimo, cedendo comunque alla
violenza dell’onda, il boccaglio a frenare avvertibilmente, secondi che non
saprei contare, lunghi. E di colpo era tutto finito, ero dentro al
risucchio, altrettanto violento, volavo sopra ai coralli nella direzione
opposta, sempre più profondo, sempre più lontano dalla superficie
traditrice. Il carangide? Dal basso l’avevo visto eseguire una
raffinatissima veronica nella schiuma, infilandosi di misura, a velocità da
record, tra due punte, impossibilmente in trenta centimetri d’acqua. Per
quanto ne sapevo era ormai dall’altra parte della barriera, nella laguna
interna, a ridere.
Tigre
Primo tuffo in Australia. All’epoca, tanti
anni fa, primo tuffo fuori dal Mediterraneo. Nel mare di casa qualche squalo
certamente, ma presenze, come dire, accessorie. Più che saltuarie, rare.
Primissimo tuffo, il fucile appena caricato, la muta nuova ancora piena di
bollicine, quella solita sacca d’aria che si raccoglie sulla schiena,
scivola verso il basso man mano che si ruota nella capovolta, fino a trovare
sfogo su per le gambe. A dieci metri mi appoggio sui coralli, mi guardo
intorno. Sconosciuta all’epoca vita corallina. Pesciotti da documentario qua
e là. Sotto, la balza scende profonda, buia. Una forma scura lentamente,
lentamente si muove, sale. Squalo. Gli alettoni delle pettorali, nella
virata con cui punta contro di me, per un momento in linea con la dorsale,
gli angoli perfettamente uguali, una freccia vista dalla cuspide.
Risale, è grosso. La coda indolente, mi punta
sempre contro. Allungo il fucile, mamma che ridicolo in confronto al
bestione che arriva. Non avevo ancora l’esperienza, allora, per riconoscere
un tigre dalla forma della testa e dai peduncoli alle narici. Ho dovuto
aspettare che a tre metri si girasse e, lento, l’occhio che ruotava a
studiarmi nel testone piatto, mi facesse sfilare davanti il fianco tigrato.
Cernie giganti
Che sono di due tipi. Quelle giganti davvero,
bestie immense da tre metri e svariati quintali che si limitano quasi sempre
a galleggiarti davanti, circondate da miriade di pescetti tropicali che
forse pensano essa stessa un pezzo di barriera che abbia improvvisamente
deciso di galleggiare in giro. Sensazione di indolente massiccità, che sai
essere finta, ti studiano con gli occhi a palla sistemati lì davanti, quasi
assurdamente vicini alla bocca spropositata dai labbroni spessi.
Poi ci sono quelle giganti nane. Cioè, per
gli standard mediterranei sono sempre giganti, bestie di cinquanta,
settanta, novanta chili, ma ben lontane dalle dimensioni delle altre. Quello
però che manca loro in corporatura è più che abbondantemente compensato in
cattiveria. Più volte mi è capitato di pensare che se gli squali fossero
aggressivi come le cernie, in acqua, in Australia, non ci si entrerebbe
affatto. Una volta avevo preso un carangide di una dignitosa decina di
chili. Me lo sto litigando tranquillamente, è quasi in braccio quando da una
piega dei coralli schizza fuori un cernione di una sessantina di chili. Si
ferma un momento, come a studiare la situazione, poi scatta velocissimo e
sale ad inalare, non c’è altro verbo, il mio pesce! Rimane un istante con la
testa e un pezzo di coda per traverso nella bocca, poi fa per scendere.
Ruota, comincia a nuotare e mezzo mi tira sott’acqua, distendendomi di colpo
le braccia che ancora stringevano imbambolate la cima. Mi sveglio dalla
stupefazione. E no. Io non ci sto. Il pesce è MIO, tu vatti a prendere i
tuoi. Do un tirone che deve esserle giunto inatteso, riesco a strappare il
carangide dall’antro, lo tiro di violenza verso di me, ce l’ho in mano tutto
graffiato. Non posso con il boccaglio ma la tentazione è di una pernacchia.
Toh!
Scende incerta verso il fondo, guarda verso
l’alto. Io guardo lei. Un momento di impasse. Poi il carangide mi si scuote
in mano, tiro fuori il coltellino, lo liquido, comincio a sfilarlo
dall’asta. Tentazioni troppo forti. Il cernione schizza a tutta velocità
verso l’alto. Viene a prendersi il pesce, realizzo con sbalordimento! Mi
arriva addosso, mi sbatte contro, un urtone che mezzo mi fa uscire
dall’acqua. Mi arrotolo a palla intorno al carangide, per difenderlo, per
toglierglielo dalla bocca. Le do una ginocchiata sul mento, a me resterà
viola per giorni, a lei spero sia venuto mal di testa. Sento il corpaccione
addosso, il fianco duro di muscoli sotto la pelle scagliosa. Vengo
scrollato, sbatacchiato, rovesciato sott’acqua dal bestione che insiste, per
fortuna solo sul pesce, assordato dagli scoppi delle scodate cattive ad un
palmo dalle orecchie. Una litigata con un rugbista duro, senza compunzioni
alcuna ad usare le maniere forti, con in più i denti. Dentelli da cernia,
per fortuna non come quelli degli squali, però grandi, vista la bestia, e al
solito acuminatissimi. Momenti in semiapnea, a respirare solo quando sono
fuori con la testa, poi la colluttazione finisce. Io ho ancora il pesce, una
mano malamente graffiata, il sangue esce pigramente verde dai tagli
paralleli. La muta liscia è uscita malconcia dallo scontro. Lei è di nuovo
sei metri sotto di me, battuta per il momento ma indomita. Gli occhi
guardano in su, vedo che mi studia ancora. Tornerò alla barca inseguito da
lei che ancora tenterà un attacco, abortito ad un metro, avvolto quasi
intorno al pesce a difenderlo, a non lasciarle spazi per placcaggio e fuga.
Tartarughe e squali
Lo sapevo, in Australia di squali ce ne sono
tanti. E sapevo anche che gli squali tigre mangiano le tartarughe.
Conoscenza però alquanto distaccata, teorica. NON ero preparato al fatto di
vedere questa tartarugona massiccia con una zampa posteriore in meno, la
ferita cicatrizzata a mostrare nettissimo il morso a mezzaluna. O quest’altra
tartaruga con i segni terribili di una dentatura formidabile profondamente
incisi sul carapace, le scaglie del guscio sfagliate, sbiancate.
O ancora di trovare questa povera carcassa
divorata da poco, piastrone e carapace ancora uniti, brandelli di carne
sfilacciata a penzolare. Scendo piano, curioso. Uno squalo che nuota pigro
sul fondo inciampa nella traccia odorosa della tartaruga, accelera appena il
nuoto, allarga il raggio di rotazione della testa, in caccia della
direzione. La trova, comincia a mordicchiare quei pochi pezzi. Poco
soddisfacente, deve aver pensato. Ecco allora che si ficca tutto dentro al
guscio, scompare fino alla pinna dorsale. Forza con la coda e anche quella
passa. Deve aver trovato qualcosa di più sostanzioso perché vedo il corpo
che si scuote tutto, la coda a spingere ancora di più, i fianchi a contrarsi
nei movimenti della testa e della gola a deglutire. Non resisto, non
resisto. Scendo ancora, arrivo sul carapace, il fondo sabbioso sollevato
appena dai movimenti del guscio, la zigrinatura della pelle del selaceo
evidentissima ad un palmo dal naso. Toc toc, c’è nessuno in casa?! Le nocche
che risuonano sul carapace suonano distinte a me, fuori, a orecchie da
terrestre. Dentro devono essere risuonate fortissime. Una campana del
destino da come reagisce lo squalo. Accelera di colpo, sbatte perfettamente
contro un corallo, si ficca ancora più profondo dentro alla sua prigione, si
spaventa ancora di più. Già gli squali non brillano per capacità risolutive,
questo, spaventato, costretto in una direzione obbligata dal “solo marcia
avanti” che hanno nel cervello tutti gli squali, dev’essere un campione di
cui la categoria farebbe volentieri a meno. Rimessosi barcollante dalla
botta riprende a nuotare ancora più in fretta. Il peso del guscio lo tira
verso il fondo, sbatte contro la sabbia, solleva un polverone, si blocca di
nuovo. Solo per un istante però, ricomincia a nuotare come un forsennato,
urtando qua in una roccia, là contro un corallo che va in frantumi. Una
cieca, pazza carambola alla velocità massima che riesce a sviluppare
trascinandosi intorno al collo quanto resta della tartaruga massiccia. Lo
so, lo so, non è carino né caritatevole in senso generalmente etologico ma
risalgo soffocandomi dal ridere, la maschera riempita d’acqua in fretta alle
pieghe ai lati delle labbra, la bocca invasa dall’acqua fredda quando, in
superficie, sputo il boccaglio per non soffocare mentre rido a crepapelle.
Sbircio ogni tanto sotto, appena riprendo un po’ di fiato, e lì i guai
dell’ingordo non sono finiti, sbatte ancora a precipizio qua e là, con uno
sforzo erculeo si solleva dal fondo, riesce per un metro ad alzare il guscio
poi non ce la fa più e riprecipita in una nuvola di sabbia sul fondo. Io
rido ancora, rido da farmi dolere gli addominali. La manovra però,
inaspettatamente, fortunosamente, si rivela vincente. Precipitando sul fondo
l’urto è talmente forte che il guscio ruota, si capovolge, lo squalo viene
sputato fuori a pancia in su. Libero finalmente schizza via, il segno della
sua prigione evidente, un circolo marchiato in chiaro sui fianchi. Mentre
svanisce e io riprendo singultando fiato, me lo immagino sculettar via ad
occhi sbarrati a ripetersi “mai più tartarughe, mai più, giuro.”
Seppie
Gli australiani, quando si muovono, sono
organizzatissimi. Due settimane di wilderness, in pieno deserto, e non farsi
mancare nulla o quasi. Dietro ai potenti fuoristrada, anche in assenza
totale di strade, sulla sabbia delle dune oceaniche, barche pesanti in
vetroresina stracariche di attrezzature. Primo tra tutti, per ciascuno, il
generatore per i freezer, candidi blocchi squadrati assurdamente fuori posto
tra erba porcospino e canguri.
Poi tende, di ogni dimensione possibile,
tavolini naturalmente e sedie e tutto il resto ma soprattutto attrezzatura
da cucina, spezie, teglie, una meraviglia di “camp oven”, il forno da campo
in ghisa spessa in cui cucinare di tutto. Pane, naturalmente, e dolci,
stufati di capretti selvatici catturati correndogli dietro. Eccetera
eccetera. La sera, intorno ai fuochi accesi per ciascuna famiglia, la cena
era luculliana.
Gli italiani, noi, eravamo molto meno
organizzati. Arrivando in aereo non avevamo altro che un fornelletto
camping-gas e una pentola a pressione prestata da un amico, e poche scorte
comprate frettolosamente al nostro arrivo.
Scorte che naturalmente comprendevano
spaghetti australianissimi dall’improbabile nome italiano di Nonna Lucia o
qualunque cosa fosse. Sorvoliamo sui consigli di cottura stampigliati in
inchiostro pasticciato sulla confezione.
Quando fuori i falò divampavano e il profumo
di pesce alla griglia, di costate alla brace e di salsicce sfrigolava
nell’aria, noi, io soprattutto, nominato per l’occasione cuoco ufficiale,
ero rannicchiato nella tendina ad igloo, al chiuso per evitare correnti
d’aria sull’incerta fiamma del fornelletto minuscolo, a bollire l’acqua per
la pastasciutta. E a preparare il sugo per quella tal pastasciutta. Pomodori
naturalmente, le lattine vincenti in quelle situazioni.
Pastasciutta per cinque, anche se eravamo
due, perché naturalmente tutti volevano assaggiare.
Una volta, però abbiamo trovato una seppia
sotto un corallo. Gigante, come tutto quello che sembrava nuotasse da quelle
parti. Una creatura preistorica, il corpo lungo due palmi, la testa
marezzata dalle pupille rettangolari grossa un pugno e un becco cattivo,
nero, raccolto tra i tentacoli. Checco prontissimo l’aveva catturata e se
l’era portata a casa pregustando già la prelibatezza. La notte,
pazientemente e con arte consumata, in riva all’oceano scurissimo, alla luce
di una lampadina, aveva pulito il mostro, tenendo da parte le sacche del
nero e l’aveva tagliata a striscioline. Io avevo delicatamente soffritto la
cipolla, stando attento non bruciasse sul fornello che troppo basso si
spegneva, passato la seppia dentro le cipolle, innaffiato con birra che
altro non avevamo, ci avevo versato dentro ben al dente gli spaghetti, avevo
saltato il tutto ben bene e ci avevo versato mezza sacca del nero. Poi ero
uscito con la padella, fierissimo.
Sconcerto generale. Facce da “e questo
cos’è”. Una battuta fiacca sugli italiani che mangiano di tutto. Devo dire a
loro difesa, possono permetterselo, che sono assai viziati sul pesce. Avevo
chiesto ad uno di loro, davanti ad un barracuda di dimensioni tronco, se lo
mangiassero. La risposta: “Only
if you’re desperate”, solo se sei disperato, credo sia illuminante sulla loro scala di
valori. Alle nostre offerte, sorrisi imbarazzati e forchettate minuscole.
All’inizio, cioè. Poi abbiamo dovuto litigare perché restasse qualcosa per
noi. Da quella volta una squadra di battitori era prontissima a guardare
sotto qualunque corallo capitasse a tiro e a segnalarci le seppie nascoste.
L’anno successivo poi, uno della ressa serale con le forchette pronte ci
aveva raccontato essere andato in un famoso ristorante dove aveva mangiato
quasi esattamente la nostra spaghettata ma meno buona, meno abbondante e
“positively more expensive”, decisamente più costosa.
Aspetto
L’aspetto è una tecnica che in Australia non
si sognano nemmeno. Per una ragione assai semplice. Non è possibile fare
l’aspetto quando l’onda oceanica ogni pochi secondi ti sbatacchia avanti per
quattro metri e poi indietro di altrettanti. Non è possibile soprattutto
fare l’aspetto quando impugni un fucile con impugnatura posteriore lungo due
metri con dentro un’asta da un centimetro di spessore per un chilo di peso.
Poi però erano arrivati gli italiani. Noi eravamo in Australia con fucili
alla europea, all’inizio fonte di perplessa superiorità: “beh, ti devi
avvicinare molto ai pesci per usare quelli…”. All’epoca ancora
oleopneumatici, compattissimi anche se davvero non con una grande gittata.
L’aspetto per noi era una tecnica di tutti i giorni, non potevamo non
usarla. O tentare di usarla. Lo swell era sempre lì ma, in certi posti un
po’ più riparati, o individuando tra i treni d’onda la serie, breve, di
quelle meno massicce, potevamo almeno tentare.
E abbiamo scoperto con delizia che i pesci
australiani erano sensibili all’aspetto, più ancora di quelli nostrani.
Arrivavano, arrivavano eccome. Uno dei più interessanti presi così è quello
che chiamano Green jobfish (Aprion virescens), un solido lutianide a
metà tra un dentice ed una spigola cattiva. Del primo ha la dentatura
aggressiva e l’occhio accigliato, del secondo la colorazione e le larghe
scaglie.
È considerato un pesce difficile, diffidente.
Bersaglio non semplice, superano di poco i dieci-dodici chili al massimo,
gli australiani lo prendono in caduta.
Un brancotto di bestie tra i quattro e i sei
chili si intravede sul fondo, una quindicina di metri. Sono appena dietro ad
una articolazione della complessa pass di Ningaloo Reef. Lo swell tuona
contro uno scoglio dietro di me, sono fuori dalla sua piena furia, mi
arrivano solo refoli di schiuma alle onde più gonfie. Posso provare
l’aspetto.
Scendo come sui dentici, cerco un costone,
una piega nel solido pavimento di corallo morto dove nascondermi, nulla.
L’ombra scura che intravedevo dall’alto non è che un indistinto avvallamento
sul fondo ininterrotto. Non ho altro, dovremo accontentarci tutti. Mi
acquatto, basso basso, punto il fucile. Un momento solo, poi, per quanto
indebolito, preceduto dai mulinelli di sabbia sollevati al suo passare,
arriva lo swell. La punta del fucile comincia a ruotare, sforzo il polso,
non c’è nulla da fare, gira. Poi comincio a muovermi io. La mano che aveva
afferrato una minuscola protuberanza sul fondo viene strappata come se
qualcuno ci avesse infilato sotto una leva. Comincio a galleggiare, le pinne
raspano sul fondo mentre il torace, più leggero, ruota nella stessa
direzione del fucile. Per fortuna sono zavorrato correttamente per questa
profondità e non comincio a fluttuare verso la superficie. I green jobfish,
che avevano così deliziosamente cominciato ad avvicinarsi, ruotano secchi e
si allontanano di nuovo. Non scappano però. E ora? Ora continuo. Sono sul
fondo, i pesci ci sono, ho ancora fiato, resto. Un colpetto di pinne a
novanta gradi rispetto alla loro direzione di fuga, mi avvicino ma non
minaccioso. Cioè, spero che quanto si dipana nella mia testa coincida con
quanto capita nella loro. Si fermano, uno del branco si gira, accenna ad una
inversione. Punto di nuovo il fucile. Arriva lo swell di ritorno.
Tutto da capo, le pinne fanno perno, la punta
dell’arpione si allontana inesorabilmente dal bersaglio, io tutto ruoto
verso sinistra. I pesci si arrestano perplessi. Questa volta però sono già
galleggiante, non devo essere strappato come una patella dal fondo. Cedo
senza protestare al flusso, la mano sinistra che struscia appena sulla
roccia liscia a tenermi, almeno questo, ad una quota costante da esso. A
mostrare ai pesci almeno un profilo fisso. Appena la sabbia decanta, il
peggio dello swell appena passato, e prima che arrivi inevitabilmente il
prossimo, ruoto lentamente, punto di nuovo il fucile, mi tiro sul fondo, la
mano che gratta sulla sabbia grossolana. I pesci ora arrivano, arrivano
davvero. Non ho tempo per scegliere. Uno di quelli più avanti si avvicina, è
a tiro. Quasi a tiro. Ancora un momento. Dietro stanno venendo anche gli
altri. Adesso…
Silenziosa come un elefante sulla sabbia e
mille volte più possente arriva alla carica la nuova ondata. Sento il
risucchio spostarmi verso il largo, un’occhiata preoccupata sopra la spalla,
sul fondo la tormenta di sabbia che da lontano annuncia che sta per
piombarmi addosso è più violenta. Questa è grossa. Accelero, di colpo uso le
pinne. Punto il fucile contro il pesce, nell’attimo in cui lo swell colpisce
tiro il grilletto. Preso. Poi l’onda mi travolge. Di colpo fa buio. La
superficie scompare sotto una coltre torturata di bollicine d’aria che
precipita su sé stessa in flussi confusi. Anche a quindici metri lo
spostamento d’acqua è brutale, una spallata, che mi imbarda, mi fa perdere
l’equilibrio, quasi mi rovescia a pancia in su, mi sposta di cinque metri.
Per fortuna tutto quanto è immerso si muove all’unisono, anche il pesce che
si dibatte alla fine della sagola si sposta altrettanto. È preso bene, a
centro corpo, comincio a recuperarlo da sotto, di salire su per il momento
non se ne parla. Viene, lotta, sbatte contro il fondo, perde sangue. Ci
mancherebbe anche l’arrivo del solito squalo ingordo contro cui litigare. In
questo momento non ne ho proprio bisogno. Finalmente l’ho in mano. Torna un
po’ di luce, le swell mi è passato sopra, è andato a schiantarsi contro la
barriera. Ora di respirare.
Torno in superficie nel pieno dell’onda di
ritorno, più confusa, per fortuna di gran lunga meno potente.
Gli ultimi due metri attraverso uno strato di
bollicine d’aria, nuoto alla cieca dirigendomi verso la luce, buco la
superficie respirando affannosamente, la testa tenuta alta nella confusione
di onde e contro onde che si incrociano nella scia dello swell che si
ritrae. Faccio appena in tempo a stringer bene il Green Jobfish per le
branchie che arriva dal largo lo swell successivo. Pinneggiando forte, il
fucile a galleggiare da qualche parte alla fine del guinzaglio di sagola,
vengo sollevato violentemente, di colpo il panorama si apre sotto di me,
dalla cima dell’onda vedo a ottanta metri la barriera nera fra i risucchi di
candida acqua torturata. Passato il gigante, queste sono però onde meno
violente. Questa non ha frangente, vengo ridepositato sulla superficie,
posso finalmente ammirare il mio pesce, il mio primo della specie.
Spazi e colori
Spazi enormi, vastissimi, incontaminati quasi
da mano umana, soprattutto qui nel nordovest dell’Australia che come gli
Stati Uniti sono stati colonizzati da est verso ovest. Per ultimi quindi, i
più selvaggi, i più inviolati. In particolare proprio qui a Ningaloo Reef,
oltre sessanta chilometri di “strada” sterrata dal più vicino centro umano,
più cinque o sei di nemmeno sentiero tra le dune di sabbia. Quando la
mattina esco dalla tenda, pur nel grigiore dell’alba e nel freddo di quello
che qui, a luglio, è inverno, la sensazione è di immensità, di solitudine
magnifica. Di una meravigliosa insignificanza umana di fronte ad un panorama
identico a quello di due secoli fa, prima dell’arrivo degli inglesi a Botany
Bay, quattromilacinquecento chilometri lontano. Insomma, poco meno che
identico. Un faro ha fatto in tempo ad essere eretto e a cadere quasi in
rovina in cima ad una collina sabbiosa. Da lì in alto il panorama è un
succedersi di costolature parallele, rilievi bassi, il verde di sparsi
cespugli stirati dal vento a marezzare l’ocra variegato del terreno.
L’oceano davanti, la netta linea bianca dei frangenti che infuriano sulla
barriera corallina a poche centinaia di metri dalla spiaggia. Dalla costa,
prima di sollevare lo sguardo fin lì, i turchesi, i celesti e gli smeraldo
dell’acqua tranquilla sulla sabbia, interrotti dai blocchi corallini e dalla
distesa qui e lì di scura vegetazione subacquea.
Oltre la barriera la distesa infinita
dell’Oceano Australe. In fondo alla mente il peso del sapere che laggiù, ben
oltre la curvatura terrestre, la costa dell’Africa aspetta. Il blu, nelle
giornate ventose, è striato dalle folate che increspano la superficie,
screziato dal bianco dei frangenti, assolutamente senza traffico alcuno di
imbarcazioni. Solo a volte, raramente, una vela passa al largo dei pericoli
della barriera, una chiazza bianca lontana.
Le notti quelle sensazioni sono ancora più
potenti. Ad uscire dalla fluttuante luce dei falò, intorno notte scurissima,
primieva. Nessuna illuminazione, nemmeno un vago luccichio sotto l’orizzonte
di una città lontana, nulla. Guardi verso est e sai che il deserto è lì, per
migliaia di chilometri lì, la luce, stramba invenzione umana, forse ad
uscire dalle finestre di qualche farm. Altrimenti, ovunque, la notte
australiana.
In cielo le stelle, infinite, così limpide,
così luminose da distinguerne i colori. Talmente pressate nel cielo da
riconoscere trame e addensamenti. A guardarle per un tempo sufficiente,
sdraiato sulla spiaggia, la notte intorno, la schiena appoggiata sulla
sabbia fredda di una duna, nelle orecchie il costante tuono lontano dei
frangenti sulla barriera, riesci a vederle tremolare e tramontare piano,
sgocciolare sotto la linea dell’orizzonte.
Balene
Le megattere (Megaptera novaeangliae),
a luglio, passano per la costa ovest dell’Australia. Sott’acqua, pescando, è
un pezzo che le sentivamo cantare. Fischi prolungati, ululati, muggiti
lontani. Suoni distanti che sembravano quelli dell’oceano stesso. Le
vedevamo saltare, lontane, girarsi a mezz’aria, talora con una lunghissima
pettorale di traverso al petto e piombare in acqua con uno spruzzo visibile
così da lontano che prima avvistavi questo e poi la balena lì in mezzo al
salto successivo.
Da vicino sembrava fosse difficile scorgerle.
Gli inseguimenti a rotta di collo, la macchina fotografica pronta, pinne ai
piedi e maschera indossata, la barca che si sconquassava nell’oceano sempre
mosso, non produceva altro che l’immersione del cetaceo. In superficie non
restava che un sentiero di tonde chiazze liscissime, la piatta coda enorme
che nella spinta verso l’alto sparava quintali d’acqua.
Avevamo tentato qualche tuffo anticipando la
rotta della balena. In acqua non avevamo visto mai nulla, solo i muggiti
erano più vicini, più angoscianti, talora così sonori da far dolere le
orecchie. La balena era certo vicina nell’acqua buia, ma dove? Lunghi
momenti passati immersi in un mondo altalenante vivo solo di suoni.
Finché una volta non era successo un
incidente. Eravamo in due barche, una aveva ancorato più vicino alla
barriera, in una quindicina di metri d’acqua, noi più al largo, vicino al
drop-off, studiando il calumo in modo da far fluttuare la poppa a picco
oltre la caduta. Tutti pronti ad entrare in acqua, chi si infila le pinne,
chi sputa nella maschera. Dalla barca vicina improvvisamente grida, confuse.
Sono già tutti in acqua, testoline nere di subacquei a punteggiare la
superficie quasi calma lì vicino. Ma la barca non era girata con la poppa al
largo? Sta ruotando! Cosa succede? Cosa la sposta?
I suoni non sono però di allarme, non c’è,
pare, un’emergenza.
Troppo lungo disancorare. Ci affrettiamo
tutti in acqua, andiamo a vedere. Pochi momenti, Checco si tuffa per
guardare qualcosa sul fondo. Io resto in superficie, al solito per
controllarci. Sotto una quindicina scarsa di metri, il fondo piatto, qua e
là sabbioso.
Ed ecco che arrivano le balene. Dal
bassofondo, due forme nere assurdamente giganti, totalmente spropositate
rispetto a qualunque altra cosa avessi mai visto sott’acqua, nuotano in
fretta. Mi passano praticamente sotto le pinne, a non più di sette-otto
metri di distanza. Il profilo affusolato, riempito al centro dai polmoni
colossali. La testa enorme con la nettissima piega della mandibola che si
incurva sopra l’occhio, le lunghissime pettorali bitorzolute, infine la coda
piatta altalenante. Ricordi nettissimi, anche ora che scrivo ad anni di
distanza. Sensazioni di meraviglia sospesa, di incredulità alle pure
dimensioni, al credere che lì dentro ci sia un mammifero, come me.
Improvvisamente, inaspettata nella sua violenza, bruciante, un’invidia
terribile! QUESTO è un vero essere subacqueo. Che ricordi restano in quei
due cervelli? Di quali esseri oceanici hanno viva, diretta conoscenza?
Quanto profondi sono stati quei corpaccioni, ben isolati dal freddo, nelle
loro apnee che so possono arrivare a tre quarti d’ora? Poi tutto si diluisce
in una sorta di semplice, pulita meraviglia. Passano.
E Checco? Checco si è gelato, se le vede
sfilare a tre metri, così vicine da guardare bene gli occhi che lo scrutano
nella corsa. Risale, senza fiato, gli trema quasi la voce mentre mi racconta
di come erano vicine. Di come lo avevano sfiorato, “a tre metri, mi sono
passate a TRE metri!”. Memorie incredibili, da tenere nello scrigno blu dei
ricordi più cari.
Ma cosa era successo? Perché quelle grida? La
storia era che una balena si era avvicinata, curiosa come talora capita,
vicinissima all’altra imbarcazione, due-tre metri, poi con una pettorale si
era impicciata nella sagola dell’ancora, si era spaventata, aveva cominciato
a tirare e la barca aveva cominciato a muoversi. A ruotare, ancora di più,
fino a che la pettorale non si era finalmente sfilata dall’ostacolo
liberando la balena che, ancora spaventata, con la compagna appena
sopraggiunta, era schizzata verso il largo a tutta velocità. Incontrando me
e Checco sulla strada, regalandoci quei tali gioielli di memorie blu.
Fisheries – Guardapesca
Sei in mezzo al deserto e, da bravo italiano,
pensi di essere isolato, di poter fare assolutamente quello che vuoi.
Sbagliato! Un giorno, tornati da poco dalla
pesca, un aeroplanino ci sorvola, uno di quei Cessna ad ala alta che in
Australia sembrano spuntare qui e lì con regolarità insieme a strisce più o
meno sabbiose con una singola manica a vento che rappresentano la versione
locale di un aeroporto. Mormorii intorno: “Fisheries”. I guardapesca. Che in
Australia sono assolutamente presenti, controllano davvero, e a fondo,
dappertutto, come avremmo scoperto da lì a poco. Del resto hanno
perfettamente ragione. Il loro motto è “Fishing for the Future” – Pescare
per il futuro. Il loro bersaglio è quello, dichiarato e stampato
dappertutto, di permettere alla generazione successiva di trovare in acqua
ESATTAMENTE lo stesso pesce che troviamo adesso. E controllano TUTTI,
professionisti e dilettanti, cannisti e subacquei. Ho visto un omone in
divisa andare a ispezionare le borse di un gruppo di ragazzini che erano
andati a prendere due aragoste negli scogli sottoriva e misurarle per esser
certo non fossero sottomisura. Applicano, e pubblicano estensivamente,
regole variabili a seconda delle stagioni. “Quest’anno sembra ci siano meno
aragoste. La stagione di cattura è quindi stata accorciata.” Ma anche, noi
non ci siamo abituati: “Le misure di protezione del tal pesce hanno dato i
loro frutti, sono di nuovo abbondanti. Ora è permesso prenderne cinque al
giorno invece di tre come per gli anni passati.”
A Ningaloo Reef siamo in una zona parco, è
proibito prendere pesci di fondo. Sono liberi invece, nei limiti del
prelievo permesso, tutte le specie d’acqua libera. Limiti spettacolosamente
ampi, per gli standard italiani. Sette pesci al giorno, indipendentemente
dal peso di ciascuno. Tutti noi pescatori ci atteniamo strettamente alle,
ragionevolissime, regole.
Sera quasi fatta, oggi stiamo tornando tardi.
Siamo stanchi, infreddoliti, l’abbandono degli sbattoni dell’oceano, quando
viriamo nel complesso canale corallino che ci porta nella tranquillità della
barriera, benvenuto.
Improvvisamente il walkie-talkie sotto la
consolle gracchia. Confuse parole portate via dal vento poi Barry ci dice: “Fisheries”.
Nel campo sono arrivati i guardapesca. Un momento di preoccupazione, a bordo
siamo troppi, che fare? Bisogna arrivare a riva in otto, siamo in nove.
Conciliabolo rapido poi Checco si offre di fare l’incursore. Accostando a
riva, coperto dal fianco alto dell’imbarcazione, in un momento di
rallentamento, mentre gli altri, sull’altra falchetta, lo coprono inscenando
un attento esame di un inesistente relitto galleggiante, scivola in acqua.
Potremmo infatti essere, e poi scopriremo che davvero lo eravamo, sotto
controllo via binocolo dagli uomini delle Fisheries.
Via a tutta planata, in pochi momenti siamo
in spiaggia. Due uomini in divisa impeccabile di fianco ad un gippone
gigante, i tubi di scappamento riportati sopra al tetto per i guadi con
acqua oltre le portiere. Carichiamo rapidamente la barca sul consueto
carrello, comincia il controllo. Aprono tutti, e dico tutti, i freezer.
Controllano puntigliosamente che i filetti siano etichettati come dicono le
regole del parco: “Fish or fillets […] must be clearly labelled with the
full name of the owner” – Pesci o filetti devono essere chiaramente
etichettati col nome del proprietario –.
Processo lungo. Poi passano ad esaminare se
ci sono bombole o compressori, è proibito pescare con esse nel parco.
Tutto è a posto. Chiacchiere in stretto australiano, ammirano il campo,
poi montano sul gippone e se ne vanno, rombano sulla spiaggia in direzione
nord. La notte vedremo, lontano, il fuoco del loro accampamento riflettersi
verso il cielo.
Ed ecco che spunta Checco. Sceso in acqua, da
buon lagunare anche se non proprio incursore, aveva nuotato il più
sott’acqua possibile fino in spiaggia, era uscito dall’acqua a diverse
centinaia di metri dall’accampamento, era strisciato da duna a duna, guidato
dalle luci dei fuochi, e aveva osservato, nascosto tra le erbe in cima ad
esse, il controllo degli uomini delle Fisheries. Una volta che il gippone
bianco se ne era andato, era comparso a cucù, sabbioso come un varano, le
pinne sottobraccio, la maschera ordinatamente avvolta intorno ad esse, il
boccaglio infilato dentro, tra l’applauso del pubblico internazionale.
Sorridendo a trecentosessanta gradi.
Una nota malinconica per chiudere. Ningaloo
Reef, da un paio d’anni, è stato, perfino in Australia, fatto preda degli
ecologisti più spietati. Ora è totalmente chiuso a tutti i pescatori
subacquei. Una volta di più ricordi che sono diventati unici, ormai
irripetibili.
Riccardo
A. Andreoli