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PescaSub N. 214 - Luglio 2007

 

 Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

 

Tartarughe in amore

 

Anno XX – PescaSub n. 214 – Luglio 2007 – Pg. 48 – 50

 

Tartarughe in amore

 

Aperto oceano, onde sconfinate, a rollare lente, pastose. Così ingannevolmente torpide da far dimenticare che tra quella rotolante collina blu e la sua successiva gemella una barca può scomparire per lunghi secondi, come avesse cessato di esistere. Le isole da cui siamo venuti sono a poppa un lontano segnetto grigio, le montagne appena a bucare l’orizzonte. Sul fondo della mente il sapere che davanti, oltre la prua, altri cinquecento chilometri prima di incontrare checchessia di solido, laggiù, la costa dell’Africa. Il corpo a seguire l’oggi facile ritmo della barca che si arrampica sulle onde, svetta un istante sulle cime, a rivelarsi pienamente al sole, e scende, il motore ad urlare ruzzolando giù per il ripido bluverde. Per pochi momenti, ad ogni cima, il panorama è aperto tutto intorno, sotto di noi. Fremiti brevi di mille pescetti in un branco appena sotto la superficie, pesci volanti che remigano freneticamente con la caudale, le ali bloccate a prendere il poco vento. Voli brevi o lunghissimi se in sorte hanno una parete d’oceano in arrivo o una lunga vallata blu sotto di loro. Facili letture della superficie. Ma lì, invece, sconosciuti schizzi e movimenti appena velati dall’acqua, colori confusi. Poi un becco uncinato, grandi occhi neri in una testa scagliosa. A fianco un istante dopo un dorso bruno. Tartarughe! Ma quali? E che fanno? In acqua ad investigare, curioso come sempre di vite intrise d’oceano. Piano, la macchina fotografica pronta, scivolo giù dalla falchetta. Un inconscio automatico sguardo sotto. Il blu più assoluto, il nulla dell’oceano senza fondo, marezzato d’ombre e di luce al susseguirsi delle onde. Parto da lontano, mi avvicino in punta di pinne, mi faccio portare dall’abbrivio, pinneggio ancora. Arrivo in vista delle tartarughe… Sono due caretta (Caretta caretta) di un quintale in amore, impegnate nei preliminari, il maschio riconoscibile dalla lunga coda e dagli uncini ricurvi sulle zampe anteriori per trattenere l’idrodinamico e scivolosissimo corpo della femmina in un fermo abbraccio durante ehm, la consumazione. Lui è un amante appassionato. Le sta mordicchiando energicamente col becco la zampa anteriore sinistra. La destra gli è rimasta incastrata sotto il collo di lei. Concentrato, in apnea, quasi non nuota, gli occhi chiusi, perso. Lei ha solo la zampa destra libera, deve respirare, remiga vigorosamente per emergere. Il gruppo è confuso, ben lontano dall’eleganza che simili apparentemente goffi rettili mostrano solitamente in acqua. Ruotano su loro stessi, i corpi massicci impacciati, le palate si sentono sott’acqua, sollevano schiuma, il mondo dimenticato. Mi avvicino, indiscreto voyeur, cerco di non disturbare la coppia amorosa. Mostrano alternativamente i carapaci verdi di alghe e le teste con i tondi occhi impassibili. Scatto a ripetizione, sentendomi un paparazzo subacqueo che spara l’obiettivo sotto il naso di riluttanti celebrità. Ora ruotano più energicamente, cambiano posizione. Si abbracciano, piastrone contro piastrone, le zampe anteriori come braccia a stringere i corpi vicini, quelle posteriori del frenetico amante a serrare ancor di più l’abbraccio, il giallo dei ventri a balenare alternativamente. Momenti confusi, l’acqua lanciata in cielo dalle zampe potenti, dagli sbuffi dei corpaccioni agitati, mi ricade addosso. Ruotano, persi nel loro goffo e instabile infinito letto d’acqua. Lui ha gli occhi chiusi. Lei per un momento la testa fuor d’acqua a respirare. Basta. Espiro piano, a lungo, scivolo sott’acqua senza movimenti, senza disturbare. Compenso una prima volta, i polmoni vuotissimi compressi, ruoto sotto di loro, comincio a pinneggiare per allontanarmi. Una rollata per guardare ancora indietro e verso l’alto. Abbracciati ruotano lentamente, una corona di schiuma che si placa, le minuscole bollicine degli schizzi ad alonare le sagome nel controluce. I particolari ormai persi. Li lascio soli, pinneggiando via in punta di pinne. Chiameranno Riccardo il primo dei loro cento figli?

 

 

Caretta caretta per la scienza

Caretta caretta si trova in tutti gli oceani ovunque le temperature siano sufficientemente alte. Sono le tartarughe con armatura rigida più grandi del mondo, divisa in carapace, la parte superiore, e piastrone, la metà inferiore. Le più grandi tartarughe marine tuttavia appartengono alla specie Dermochelys coriacea, sono le tartarughe cuoio, senza armatura visibile. Possono avere un’apertura, tra punta e punta delle zampe anteriori, di anche tre metri! Non c’è accordo tra gli scienziati se esista un’unica specie a distribuzione panoceanica o se esista una sottospecie Mediterraneo-Atlantica (Caretta caretta caretta) ed una dell’Oceano Pacifico (Caretta caretta gigas). La prima, si deduce facilmente, un po’ più piccola della seconda. Vivono per la maggior parte della loro vita in Oceano ma ancora dipendono dalla terraferma per riprodursi. Quando si avvicina il periodo di riproduzione le femmine si avvicinano ai loro terreni di deposizione e, ancora al largo della costa, aspettano i maschi. Il corteggiamento è rude, il maschio cerca di afferrarsi allo scivolosissimo corpo della compagna. Per questa ragione hanno sviluppato sugli arti anteriori due grosse unghie che possano incastrarsi tra carapace e pelle della femmina durante l’accoppiamento vero e proprio. La femmina ora si avvicina alla costa, e, di notte, si avvicina ad una spiaggia che le sembri adatta. In realtà è quasi sempre, se possibile, la stessa in cui lei stessa è nata. Uscendo con fatica dall’acqua, scava una buca con le zampe posteriori dove depone, lentamente, un centinaio di uova, morbide all’inizio, grandi come palline da ping-pong. Ricopre poi la buca, la pareggia con cura e si trascina nuovamente prima dell’alba verso l’acqua. Non esistono cure parentali nei rettili e quindi le uova sono lasciate al loro destino. Il periodo di incubazione delle uova dipende in larga misura dalla temperature cui sono sottoposte, tra 40 e 80 giorni. Più alta è la temperatura maggiore è la percentuale di femmine che si formeranno. Viceversa, più è bassa maggiore il numero dei maschi. Si suppone possano vivere fino a cinquanta-sessanta anni. Sono principalmente carnivore ma sono state osservate anche mentre si nutrivano di alghe. Sono note le loro abitudini di alimentarsi con alcune specie di meduse. Tutto ciò permette di identificarle come onnivore. Nonostante anni di studi, anche con marcature di satelliti, molto c’è ancora da studiare sulle loro migrazioni e capacità di orientamento. La specie è internazionalmente sotto protezione.

Riccardo A. Andreoli

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