Tartarughe in amore
Aperto oceano, onde sconfinate, a
rollare lente, pastose. Così ingannevolmente torpide da far dimenticare che
tra quella rotolante collina blu e la sua successiva gemella una barca può
scomparire per lunghi secondi, come avesse cessato di esistere. Le isole da
cui siamo venuti sono a poppa un lontano segnetto grigio, le montagne appena
a bucare l’orizzonte. Sul fondo della mente il sapere che davanti, oltre la
prua, altri cinquecento chilometri prima di incontrare checchessia di
solido, laggiù, la costa dell’Africa. Il corpo a seguire l’oggi facile ritmo
della barca che si arrampica sulle onde, svetta un istante sulle cime, a
rivelarsi pienamente al sole, e scende, il motore ad urlare ruzzolando giù
per il ripido bluverde. Per pochi momenti, ad ogni cima, il panorama è
aperto tutto intorno, sotto di noi. Fremiti brevi di mille pescetti in un
branco appena sotto la superficie, pesci volanti che remigano freneticamente
con la caudale, le ali bloccate a prendere il poco vento. Voli brevi o
lunghissimi se in sorte hanno una parete d’oceano in arrivo o una lunga
vallata blu sotto di loro. Facili letture della superficie. Ma lì, invece,
sconosciuti schizzi e movimenti appena velati dall’acqua, colori confusi.
Poi un becco uncinato, grandi occhi neri in una testa scagliosa. A fianco un
istante dopo un dorso bruno. Tartarughe! Ma quali? E che fanno? In acqua ad
investigare, curioso come sempre di vite intrise d’oceano. Piano, la
macchina fotografica pronta, scivolo giù dalla falchetta. Un inconscio
automatico sguardo sotto. Il blu più assoluto, il nulla dell’oceano senza
fondo, marezzato d’ombre e di luce al susseguirsi delle onde. Parto da
lontano, mi avvicino in punta di pinne, mi faccio portare dall’abbrivio,
pinneggio ancora. Arrivo in vista delle tartarughe… Sono due caretta (Caretta
caretta) di un quintale in amore, impegnate nei preliminari, il maschio
riconoscibile dalla lunga coda e dagli uncini ricurvi sulle zampe anteriori
per trattenere l’idrodinamico e scivolosissimo corpo della femmina in un
fermo abbraccio durante ehm, la consumazione. Lui è un amante appassionato.
Le sta mordicchiando energicamente col becco la zampa anteriore sinistra. La
destra gli è rimasta incastrata sotto il collo di lei. Concentrato, in
apnea, quasi non nuota, gli occhi chiusi, perso. Lei ha solo la zampa destra
libera, deve respirare, remiga vigorosamente per emergere. Il gruppo è
confuso, ben lontano dall’eleganza che simili apparentemente goffi rettili
mostrano solitamente in acqua. Ruotano su loro stessi, i corpi massicci
impacciati, le palate si sentono sott’acqua, sollevano schiuma, il mondo
dimenticato. Mi avvicino, indiscreto voyeur, cerco di non disturbare la
coppia amorosa. Mostrano alternativamente i carapaci verdi di alghe e le
teste con i tondi occhi impassibili. Scatto a ripetizione, sentendomi un
paparazzo subacqueo che spara l’obiettivo sotto il naso di riluttanti
celebrità. Ora ruotano più energicamente, cambiano posizione. Si
abbracciano, piastrone contro piastrone, le zampe anteriori come braccia a
stringere i corpi vicini, quelle posteriori del frenetico amante a serrare
ancor di più l’abbraccio, il giallo dei ventri a balenare alternativamente.
Momenti confusi, l’acqua lanciata in cielo dalle zampe potenti, dagli sbuffi
dei corpaccioni agitati, mi ricade addosso. Ruotano, persi nel loro goffo e
instabile infinito letto d’acqua. Lui ha gli occhi chiusi. Lei per un
momento la testa fuor d’acqua a respirare. Basta. Espiro piano, a lungo,
scivolo sott’acqua senza movimenti, senza disturbare. Compenso una prima
volta, i polmoni vuotissimi compressi, ruoto sotto di loro, comincio a
pinneggiare per allontanarmi. Una rollata per guardare ancora indietro e
verso l’alto. Abbracciati ruotano lentamente, una corona di schiuma che si
placa, le minuscole bollicine degli schizzi ad alonare le sagome nel
controluce. I particolari ormai persi. Li lascio soli, pinneggiando via in
punta di pinne. Chiameranno Riccardo il primo dei loro cento figli?
Caretta caretta per
la scienza
Caretta caretta si trova in tutti gli oceani ovunque le temperature siano
sufficientemente alte. Sono le tartarughe con armatura rigida più grandi
del mondo, divisa in carapace, la parte superiore, e piastrone, la metà
inferiore. Le più grandi tartarughe marine tuttavia appartengono alla
specie Dermochelys coriacea, sono le tartarughe cuoio, senza armatura
visibile. Possono avere un’apertura, tra punta e punta delle zampe
anteriori, di anche tre metri! Non c’è accordo tra gli scienziati se
esista un’unica specie a distribuzione panoceanica o se esista una
sottospecie Mediterraneo-Atlantica (Caretta caretta caretta) ed una
dell’Oceano Pacifico (Caretta caretta gigas). La prima, si deduce
facilmente, un po’ più piccola della seconda. Vivono per la maggior parte
della loro vita in Oceano ma ancora dipendono dalla terraferma per
riprodursi. Quando si avvicina il periodo di riproduzione le femmine si
avvicinano ai loro terreni di deposizione e, ancora al largo della costa,
aspettano i maschi. Il corteggiamento è rude, il maschio cerca di
afferrarsi allo scivolosissimo corpo della compagna. Per questa ragione
hanno sviluppato sugli arti anteriori due grosse unghie che possano
incastrarsi tra carapace e pelle della femmina durante l’accoppiamento
vero e proprio. La femmina ora si avvicina alla costa, e, di notte, si
avvicina ad una spiaggia che le sembri adatta. In realtà è quasi sempre,
se possibile, la stessa in cui lei stessa è nata. Uscendo con fatica
dall’acqua, scava una buca con le zampe posteriori dove depone,
lentamente, un centinaio di uova, morbide all’inizio, grandi come palline
da ping-pong. Ricopre poi la buca, la pareggia con cura e si trascina
nuovamente prima dell’alba verso l’acqua. Non esistono cure parentali nei
rettili e quindi le uova sono lasciate al loro destino. Il periodo di
incubazione delle uova dipende in larga misura dalla temperature cui sono
sottoposte, tra 40 e 80 giorni. Più alta è la temperatura maggiore è la
percentuale di femmine che si formeranno. Viceversa, più è bassa maggiore
il numero dei maschi. Si suppone possano vivere fino a cinquanta-sessanta
anni. Sono principalmente carnivore ma sono state osservate anche mentre
si nutrivano di alghe. Sono note le loro abitudini di alimentarsi con
alcune specie di meduse. Tutto ciò permette di identificarle come
onnivore. Nonostante anni di studi, anche con marcature di satelliti,
molto c’è ancora da studiare sulle loro migrazioni e capacità di
orientamento. La specie è internazionalmente sotto protezione.

Riccardo
A. Andreoli