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PescaSub N. 209 - Febbraio 2007

 

 Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

 

Quei mostri all'isola del Toro

 

Anno XX – PescaSub n. 209 – Febbraio 2007 – Pg. 22 – 27

 

Le ricciole di quegli anni

 

Arrivo in Sardegna in macchina dopo un gran giro passando attraverso la Corsica, prendendo il traghetto da Bonifacio fino a Santa Teresa di Gallura, percorrendo tutta la strada tortuosa, il carrello a traino a rallentare la macchina non potentissima, fino ad Oristano prima, Iglesias, Carbonia poi. Il ponte stradale di Sant’Antioco infine, girando subito a sud della cittadina e arrivando finalmente a Cala Sapone, affacciata sul versante Ovest dell’isola. Il campeggio Tonnara è uguale all’anno scorso. Pochi alberelli stenti nell’estate sarda, l’ombra prodotta da gran teli verdi tesi sopra i pali a delimitare le piazzole. Sbattono al vento caldo della sera, il sole tramonta dietro un nastro di nuvole infuocate, i raggi a scappare qui e lì. Sono stanco, monto in fretta la tendina, gonfio il materassino che sarà il mio letto per i prossimi venti giorni, se tutto va bene. Il gommone resterà sul carrello fino a domani.

È l’inizio degli anni ottanta. L’anno prima avevo scoperto che al Toro c’erano le ricciole, e grandi! Ora sono qui per vedere se sono state risparmiate, quest’anno ancora almeno, dalla massiccia pesca professionale con i ciancioli. L’anno precedente un pescatore mi aveva parlato del peschereccio in cui era imbarcato. L’unità di misura che usava erano i cantari di pesce, cinquanta chili. Nelle notti buone la sua barca faceva venti, anche trenta cantari di ricciole. Una barca sola, una notte sola.

Ma – avevo chiesto – di ricciole grosse, quelle belle, da cinquanta, sessanta chili, ne prendevate?

No – mi aveva risposto –  non più. Mi ricordo – continuava – con mio papà, quando ero ragazzino e andavamo a pescare insieme, una volta lui ne aveva prese due per ben più di un quintale, e una era molto più grande dell’altra.

Sorride al ricordo lontano…

 

Il giorno dopo, all’alba, il gommone è in acqua nella baia riparata. La muta è pronta, la giacca da cinque e i pantaloni da tre schiacciati dall’uso e dalla profondità ma ancora morbidi, le attrezzature stivate nel borsone, i serbatoi già riempiti all’ultimo pieno dell’automobile in Sardegna. I fucili, il fascio dei fedeli oleopneumatici Sten 130, accuratamente preparati, oliati, pompatissimi. La Nikonos nel gavone di poppa rudemente autocostruito. Due pomodori, un pezzetto di pecorino, una bottiglia d’acqua nella ghiacciaia rossa. Il materassino. Sono pronto, tornerò questa sera.

Il motore nuovo parte al primo tirone, tolgo subito l’aria, lo strillo scende ad un borbottio liscio, ronfa tranquillo.

Parto, il cielo è grigio di nuvole basse più che di alba ancora presente. La prua si alza appena quando do gas, i tubolari frusciano nell’acqua ferma della cala ma anche fuori in mare non si colgono onde fino all’orizzonte.

Viro a sud appena uscito, accelero. La giacca di lana blu, ormai cotta da anni di mare e di sole, è indossata come misura prudenziale, il berrettino di lana rossa calcato sulla fronte.

Sono da solo, amici e mio fratello mi raggiungeranno solo fra una decina di giorni, posso godermi il mare con i miei tempi e i miei personali desideri.

La rotta verso il Toro, per le navigazioni dell’epoca, è lunga, dieci miglia. Lascia sulla sinistra Capo Sperone e una dozzina di miglia più in là, in un grigio controluce sfumato, la massa di Capo Teulada.

Il Toro pian piano si ingrandisce, la massa rocciosa vista da nord imponente, nera, all’epoca un piccolo faro bianco lassù in cima, ad oltre cento metri.

Ormeggio sul lato ovest, la roccia lavica, aspra, tormentata, orlata a pelo d’acqua di alghe brune.

La corrente è al solito forte, oggi picchia da sud. Vestizione rapida, ora ho fretta. La maschera sciacquata, il pallone gonfiato rapidamente, il fucile caricato appena in acqua, uno sforzo congiunto dei muscoli delle gambe e della schiena. Comincio a nuotare.

Il punto buono individuato l’anno scorso è una serie di gradoni che precipitano nel blu dei trenta – quaranta metri poco al largo della parete ovest. È in piena corrente, non è facili arrivarvi.

Primi tuffi a contatto con la parete, in una conca lontana dai flussi di corrente che arricciano più in là sinuosi la superficie, minacciano di farmi retrocedere. Un branco enorme di salpe mi si affolla intorno, brucano sul fondo a testa in giù, mi guardano timorose, sciamano prudentemente a destra e a sinistra della mia forma immobile. Mi rilasso completamente, chiudo gli occhi, tanto qui non c’è null’altro, la mano si rilassa e lascia sfuggire, quasi, il fucile. Mi lascio cullare dalle onde in superficie, una quindicina di metri sopra la testa. Sbattono piano contro la parte, rimbalzano indietro ad urtare quella successiva, mi fanno danzare lentamente quaggiù.

Anche la fine dell’apnea è dolce così, le prime contrazioni un fatto naturale del trattenere il fiato, armoniose.

Ora sono pronto, anche la mente si è sciacquata nel Mare. Posso affrontare la corrente. E le ricciole, se ci sono.

Mi allargo, sotto compaiono i gradoni. Sono orlati di roccia bianca, la parete più in basso digrada in roccioni profondi, qui e lì una guglia si proietta verso l’alto, le castagnole sottocorrente una nuvola scura in movimento perenne.

Un primo tuffo, lungo, rilassato, il fucile puntato verso il largo. Intorno alla maschera le donzelle pavonine, i maschi nella livrea estiva di corteggiamento, la puntuta dorsale alzata nell’allarme. Indolentemente, rilassato, lo sguardo si perde su un movimento lontano, fondo. La pettorale di una gran cernia, scura, che da lontano mi scruta, a fianco ad un sasso. Il cuore non accenna nemmeno ad un sussulto, batte regolare. Non sono interessato.

Risalgo alla fine del fiato. Nulla. Ma è solo il primo tuffo, i gradoni continuano più avanti.

Altre immersioni, tranquille, la vita marina che si apre guardinga al mio apparire, mi scruta. Si placa presto, non faccio nulla, non sono aggressivo, non produco rumore. Scendo solo, là in basso, e non so davvero ora se mi trascini giù più la pesca o l’apnea profonda nel mare.

 

L’orlo scende, i tuffi sono man mano più profondi, il diaframma che sale e sale mentre le compensazioni si susseguono. La sensazione dell’uscire dal solito ambiente, del calare in un regno un po’ più scuro, più freddo, più lento, frammentato dai lunghi tempi delle pinneggiate per raggiungerlo e per risalire poi all’aria. Da godere più in fretta.

Scendo pinneggiando abbandonato all’acqua, il fucile esteso nel braccio rilassato, solo le gambe ad usar ossigeno. Per un po’ solamente, fino a scivolare abbandonato, lunghi lenti secondi immobile nell’abbraccio del Mare.

Mi adagio sulla roccia con appena una deviazione delle pinne ad alettone, lo Sten indirizzato di fronte senza sforzo, un alettone anch’esso. Abbasso la testa, rilasso totalmente tutti i muscoli, un appello cosciente, un richiamo all’abbandono, piedi, gambe, schiena, collo, braccia. Poi alzo la testa e sono qui, sott’acqua, libero, il blu intorno.

E dal blu escono meraviglie. Un branco di barracuda comincia a filtrar fuori dal mare, gli occhi corrucciati, le mandibole lunghe semiaperte. In pochi momenti li ho intorno. Picchiettate forme affusolate, guardinghe, cominciano a ruotarmi intorno, mi aggirano, mi circondano. Alzo lo sguardo, sopra ho un cilindro di barracuda, quelli più in alto diluiti nella luce, più distinti man mano che sono più vicini. Di fronte una parete di pesci, forme in lento movimento circolare. In basso fin dove c’è acqua libera, i barracuda nuotano tigrati una spanna al di sopra delle rocce. E gli occhi! Tutti mi guardano, tutti mi scrutano, mi studiano. Centinaia di occhi che all’unisono roteano nei musi immobili, puntati su di me nel mozzo della ruota.  Sono al centro di un palcoscenico tridimensionale. Un accerchiamento silenzioso, non gli schiocchi della coda di una cernia, non il rotolar di macigni di un branco di ricciole frettolose. Silenzio. Solo lontano un tambureggiare di corvine, da qualche parte, nascoste tra i massi.

Se potessi restar qui più a lungo potrei arrivare a toccarli, le pareti della ruota si stanno stringendo piano. Ma sono ahimè un animale terrestre, devo tornare all’aria, non posso restar qui più a lungo. Adagio sollevo il busto, stacco il fucile dal fondo. Non c’è paura, non fremiti d’allarme. Solo il cerchio si allarga, un poco. E io risalgo lì in mezzo, pinneggiando lentamente, nel centro del vortice di barracuda, facendo pressione più su una pinna, ruotando in una spirale inversa. E mi immagino di vedermi dal basso, come ancora fossi lì sul fondo a guardare in su, il subacqueo nero nel controluce crescente, le pinne lente, le forme dei pesci a centinaia ad alone intorno, a corteo.

Arrivo quasi in superficie, trascinato dalla muta e dalla poca zavorra prima che il branco sterminato, lentamente, rompa la formazione, sgoccioli via, riscompaia nel blu.

 

Un altro tuffo ancora, uguale a tutti gli altri, i tempi in superficie lenti, scanditi dalla respirazione, gli occhi chiusi negli ultimi atti prima di scendere.

Giù non faccio in tempo a compormi nell’aspetto però che da sinistra, la coda che appena si muove contro la corrente che a me imbarda le pinne, un ricciola compare. Bella, massiccia, la testa enorme, la pupilla nera sul fondo dorato dell’occhio grande che mi scruta ruotando man mano che si avvicina. Ora sì che il cuore salta un battito! Una meraviglia di colori in un corpo raffinatamente idrodinamico, la coda imponente orlata di nero. La dorsale si alza e si abbassa segnalando nervosismo contenuto. Risale dal fondo, arriva alla mia altezza, rallenta. È perfetta, passa di fronte alla punta del fucile che non ho mosso minimamente. Tiro vergognosamente facile, devo solo scegliere al momento del passaggio quale scaglia colpire. Il fucile carichissimo sobbalza nella mano, lancia l’asta pesante attraverso i quattro metri di mare, la fa impattare contro il fianco della ricciola.

Pinneggio immediatamente verso l’alto. Blocco al solito con la mano lo srotolamento del mulinello ma questa volta dall’altra parte c’è solo il peso morto del pesce rimasto immobile alla stessa quota, non la fuga folle di un pinnuto ferito.

In superficie respiro pesantemente per un momento, recupero subito filo, aspettandomi battaglia ad ogni istante. Ma questa volta, straordinariamente, non c’è. La forma affusolata risale inerte, i colori vivi come un istante prima, quando il pesce era ancora vitale.

 

Oggi decido di spostarmi. Di esplorare. Ricciole, e belle, sui costoni ce ne sono eccome ma l’esplorazione, la scoperta sono passioni altrettanto forti. La punta sud-ovest dell’isola mi pare possa prolungarsi verso il largo. L’acqua sembra limpida, una ventina di metri, tentiamo.

La corrente è forte. Non appena mi allargo dalla costa l’ho contro da sud al solito, decisa. Pinneggio paziente, il fucile in avanti, aiutato dal galleggiante affusolato che ho montato anche per questo scopo. Ho esperienza di ricciole in superficie, arrivate ad investigare questa strana traccia sonora, la dorsale fuor d’acqua. Voglio esser pronto.

La punta scende in roccioni poco interessanti, sprofonda al limite della visibilità in una lingua di roccia affilata, una sella in realtà, ciuffi di rada posidonia e pietra liscia che scompaiono giù da entrambi i versanti.

Sparisce, dall’alto non la vedo più. Caparbio comincio a seguirla in lunghi tuffi, scendendo finché non è bene in vista,  pinneggiando lentamente, sforzando lo sguardo in avanti, a cercare segni di uno scuro sprofondare definitivo o del chiarore di una risalita. Minuti testardi a nuotare.

Poi, davvero, risale. Prima confusamente poi man mano sempre più luminosa, una roccia bianca si alza, sale verticale fino ad una quindicina di metri. Accelero emozionato, un posto nuovo! È una specie di guglia che cade a picco, ripidissima, su tutti i lati tranne quello collegato a terra da cui sto arrivando. Bellissimo!

Appena arrivo a qualche metro dalla verticale, un colpo al cuore, un branco di dentici sta pascolando lento sul plateau. Mi arresto istintivamente, la corrente comincia subito a ricacciarmi indietro. Riprendo a nuotare, la pinneggiata ora da caccia, i talloni accuratamente sotto la superficie. Respiro profondamente, mi preparo. Lontano dalla piattaforma mi immergo in verticale, avvitandomi mentre scendo, trecentosessanta gradi per controllare i pesci, per incuriosirli, per guardare anche al largo. Arrivo sotto il livello della roccia, la corrente mi ha spostato indietro ma approfitto del minuscolo ridosso per rovesciarmi, avvicinarmi alla parete, risalire cauto. Lentissimo, il fucile pronto, aspettandomi di istante in istante, dall’alto, i dentici curiosi venuti ad investigare. Niente. Quando raggiungo il plateau sbuco cauto. Niente. Ma dove…?

Perplesso mi alzo. Intravedo un movimento dall’altra parte, striscio tra le fessure, mi affaccio verso il largo. I dentici sono lì, stanno pigramente scendendo lungo la parete verticale, un gruppetto di tre qui, quattro o cinque poco più avanti. Li vedo bene. Son grossi! Li contemplo un momento, ammirato. Poi l’immersione è stata lunga, in superficie poca preparazione e nuotando, il percorso complicato, risalgo in fretta. Solo, prima di avviarmi verso l’alto, mi ritraggo di qualche metro, così da non investire direttamente i pesci con il fronte sonoro delle pinne in azione.

In superficie respiro lento, rilassandomi, riposandomi. Ho deciso per un tuffo fondo, per un inseguimento nell’abisso. Nuoto piano oltre l’orlo del plateau, sento la corrente diminuire non più risucchiata e accelerata dal bassofondo. Posso rallentare la pinneggiata. Respiro profondo, espiro lentissimo, gli occhi chiusi. Mi perdo nell’ipnosi del mormorio della respirazione nel boccaglio all’orecchio e delle pinneggiate regolari finché, senza decisione cosciente, sono pronto. Una lunga inspirazione, il fiato tenuto qualche secondo, respiro tre o quattro volte in fretta, espiro forte. Ora! Riempio i polmoni a partire dal diaframma, sento la cintura nonostante sia bassissima, sulle ossa del bacino, tendersi, poi i polmoni, poi la loro parte superiore, aiutato dall’allargamento del torace, una pinna in aria, scendo.

Le prime pinneggiate sono vigorose, poca zavorra per i tuffi profondi, la muta, mi tengono a galla. In un momento però sono immerso. Mi avvito, di volta in volta la parete verticale mi scorre a fianco, il blu mi si apre davanti, la parete di nuovo… La zona è certamente battuta dalle correnti, rami di gorgonie prima piccole poi sempre più ramificate, larghe si aprono nei canaloni cui passo a fianco ormai immobile, in caduta. Il diaframma è piccolo piccolo, mi sembra di averlo in gola, sono oltre i trenta metri. La luce del sole è lontana, attraverso un nebbioso termoclino d’acqua più fredda, i colori sono svaniti inghiotti dal filtro della profondità. A paracadute per rallentare ma ormai sono così profondo che accelero comunque. Guardo giù e sotto c’è uno spettacolo da far mancare il fiato. Un branco di dentici che definire giganteschi è eufemistico pascola altri quindici metri più in basso, alti sulla sabbia, sul filo dei cinquanta metri. Mi fermo aggrappandomi ad una gorgonia e per un lungo istante, penzoloni, l’ossigeno a sgusciare via veloce, contemplo lo spettacolo di prede imprendibili ma meravigliose. Le schiene anche da quassù sono larghe come le mie due mani aperte, le scaglie pur offuscate dalla profondità brillano azzurrine, le code imponenti proiettano corpi massicci in traiettorie lente, apparentemente casuali. Laggiù io non arriverò mai…

 

Di nuovo la guglia. I dentici sono sempre lì. Ogni giorno sono riuscito ad avvicinarmi solo nei tuffi profondi ma in parete non ho posti sia pur minimi per tentare un aspetto. Oggi, all’ennesimo tuffo, ci ho rinunciato.

In superficie, in corrente a pinneggiare, cercando di restare sopra al plateau. Ed ora…?

Mentre sono lì, il fucile ancora in orizzontale per sole ragioni di idrodinamicità e fatica in corrente, un movimento dall’orlo destro del plateau, multiplo. Ricciole! Un branco intero! Sciamano dal basso, le vedo venir su dal blu grigio dell’abisso, i testoni chiari puntati tutti verso di me, le più piccole davanti. Forse dovrei dire le meno massicce perché l’esemplare più piccino, lì in mezzo, è ben più di venti chili! Salgono fino alla sella, si affollano per un momento. Volteggiano, quelle in testa mescolandosi con quelle che seguono, un turbine di corpi massicci senza ordine apparente. Proiettano ombre fuggevoli ma enormi sulla roccia bianca. I dorsi cangianti venti metri esattamente sotto le mie pinne! Come resistere?

Smetto di nuotare, comincio a respirare profondamente, ma in fretta, per carità, che la corrente che sembra prendersela solo con me già mi sposta! Una grande inspirazione, l’aria succhiata fino all’ultimo, scendo. Nessuna rilassatezza e fusione col mare adesso. Il cuore ha saltato più di un battito all’avvistamento, all’insperata risalita, all’attesa dell’azione di caccia dei pesci qui, proprio qui sotto! E non ha assolutamente ripreso il ritmo normale. Lo sento battere e rimbombare contro la cassa toracica, veloce, una balorda sensazione di calore al viso. Scendo, nervoso, il fucile serrato contro il corpo, storto, la testa troppo rovesciata ma voglio vedere dove vanno. Si spostano? Scappano irrequiete o restano qui sotto? Soprattutto, realizzo, voglio vederle e basta. Voglio dipingermi nella mente i corpi fluidi nelle scodate lente, l’intrecciarsi delle forme sul filo della sella bianca, un metro dalle alghe appiattite, pettinate dalla corrente. Soprattutto quante sono! La massa, di tante forme e tanto vicine…

Scendo a picco sul branco che mi mulina sotto la testa. Le ricciole sull’orlo cominciano ad allontanarsi, scendono per il versante ovest da cui sono venute, scuriscono, scompaion via. Sotto ne ho ancora cinque o sei, allungo piano il fucile, irrigidisco il braccio. Esito… a quale sparo? Come un allocco, questa, guarda che bella! No, questa è più grossa. Guarda quella, mamma che bestione! Con la coda dell’occhio, intorno, altre forme lente si dirigono oltre di me, quasi di fianco a me, verso il buio della caduta. Esito, continuo a scendere, devo decidere, ora! Forse la più grossa, nella mente turbata, accelera per unirsi alle altre, sono proprio sopra, non vedo quasi gli occhi tanto sono perfettamente verticale. Improvvisamente decido. Una pinneggiata più in giù, miro al testone imponente, un poco più avanti di dove intravedo in alto le branchie terminare. Non sembra accorgersi di me, chiudo l’occhio per mirare, un’ultima pinneggiata, è vicina, che grossa!, ancora una… di colpo ho paura di essermi avvicinato troppo, che si spaventi, che scodi improvvisamente. Blocco ormai istintivamente polso-gomito-spalla, sparo. Alla botta secca un rimbombo mi fa sobbalzare, quasi mi spaventa, vicino. Un rotolamento di macigni sott’acqua, un tuono lungo rimbalza nel mare, mi risuona nei polmoni. Il branco intero scappa, trenta gigantesche code che scaraventano corpi spaventati lontano dalla paura, ogni scodata a far cavitare l’acqua,  a torturarla in un boato.

In un momento sono solo, la scena è deserta, silenziosa. Restano sopra la roccia bianca le alghe lisciate dalla corrente indifferente. E la ricciola. L’asta da nove non è entrata che per trenta centimetri, appena inclinata, la sagola comincia a tendersi al peso del pesce che lentamente affonda. Risalgo piano guardando in basso, filando il mulinello. La recupererò dalla superficie, la vedrò salire ed acquistare iridescenza sbucando al sole, nel mio mondo d’aria per lunghi momenti prima di sbiadire, scurirsi poi sul gommone.

 

La guglia e le ricciole oggi ancora. Un saluto ai dentici che al solito sculettano via indifferenti. Non mi sono mai deciso a tentare un tramonto, mezz’ora poi di navigazione notturna, senza altri strumenti all’epoca che una bussola, non mi attirano. E poi, ci sono le ricciole!

Non sempre naturalmente. Ho inventato allora quanto ho battezzato aspetto di superficie. Arrivo sulla sella prima della guglia che ormai anche con acqua non limpidissima trovo a colpo sicuro, mi sono costruito in costa tutta una serie di segnali, quella roccetta bianca proprio in riva su quello sperone contorto che sembra un dito artritico, il bordo nord dell’isola contro… E lì rimango a nuotare, cauto, calibrando esattamente il mio avanzare contro la corrente, così da restare a picco di uno stesso punto. Una sorta di threadmill acquatico, mutuato da quando mi preparavo per le gare di nuoto pinnato giù per i fiumi e mi allenavo, la corrente in faccia, un sasso fisso sotto il naso, l’acqua dolce di terra smossa nel naso.

Il fucile imbracciato e non penzoloni, contando cento atti respiratori, lenti. Poi, se non succede nulla, una lunga scivolata subacquea a mezz’acqua, sopra alla sella, a richiamare dal buio eventuali abitatori. Poi cento altri atti respiratori e cento ancora. Lento sì, ma mai noioso, la presenza del branco possibile sempre a premere nella mente.

Ogni tanto il branco ritorna! Ricciole massicce che salgono, scapolano la sella, mi vengono incontro. Il cuore sempre a perdere battiti. Ora sono più compassato, forse. Già dall’alto scelgo quella più bella, tento il tuffo in caduta. Se non funziona, una lenta discesa, lasciandomi arrotolare dalle correnti più forti vicino alla roccia. Plano tra le alghe sottili, la corrente in faccia, la caduta ovest davanti. E aspetto. Che il nervosismo si plachi, che i pesci mi studino, si rassicurino a vicenda, che mi passino davanti, spesso a favore di corrente, rapidi. Allora il tiro non è facile, la sagoma in veloce allontanamento ma basta decollare con un colpo di pinne, il rumore diluito dal flusso d’acqua dietro di me, e scender sopra alla ricciola a pinne ferme. Bestie grosse, corpi imponenti da trenta e passa chili, i testoni dorati, i dorsi scuri per la profondità, le bianche code maestose orlate a carboncino.

 

Un giorno sembra che il branco abbia disertato la guglia.. Cento respiri e cento ancora, nulla. Da capo. E da capo ancora, tenendo gli occhi aperti per dieci respiri e chiudendoli per altri dieci. Apro gli occhi e le ricciole sono sotto di me. Grosse. Devono essere arrivate da dietro, dal versante est, vedo silenziose forme massicce scendere nel buio. Allora le inseguo. Inspirazione lunga, sono più che riposato, l’ultima immersione è forse di mezz’ora fa.

Una pinna in aria, il fucile esteso, pinneggio deciso. Hanno certamente percepito il rumore sopra la testa, fermano la discesa, si voltano in orizzontale, mi scrutano, accennano a risalire. Sto già scegliendo la ricciola di oggi quando, con la coda dell’occhio, da sotto, dal nero, un gigante sale. Non oso pesarla, non oso nemmeno guardarla direttamente, ancora oggi ho solo questi ricordi confusi dall’eccitazione e dal non averla voluta fissare per non farla sentire minacciata. È certamente molto ma molto più maestosa di quante ne abbia prese finora, sembra lunga il doppio di quante le si stanno aprendo ora davanti. Che so, cinquanta, sessanta? Di più? Non azzardo oltre. Il testone è rivolto verso di me, mi sale contro! Le punto lentamente il fucile addosso, il corpo in tutt’altra direzione, a scendere ormai sempre più velocemente.

Vira, il nuoto diventa orizzontale, un solo colpo di coda e si allontana, punta al largo. Mi avvito piano, così fondo compenso ormai deglutendo, mi inclino di più per scenderle dietro più veloce. Il diaframma è piccino qui in gola, la sella un taglio luminoso, lontana nel crepuscolo dietro le pinne, lì in alto. Lei mi mostra la coda, quasi senza nuotare si allontana. Io posso ormai solo scendere, precipitare. Un rivolo d’acqua si insinua freddo sul ventre contratto arrivando da chissà dove. Ormai sono più basso di lei, la forma enorme comincia a stagliarsi in controluce. Tento di nuotarle dietro, muovo le pinne. Non succede nulla. Devo pinneggiare due o tre volte con crescente intensità solo per avvertire che non sto soltanto precipitando. Lei è sempre più lontana. Senza voltarsi se ne va. Mentre quasi preoccupato pinneggio deciso verso l’alto la vedo scomparire, imponente, scura contro il fondale, buio di ignote profondità.

Arriverò in superficie con quell’appannamento in cui l’aria è soffice, il respirare poi pieno di indistinti oziosi pensieri diluiti nel blu.

 

È una settimana che pesco tutti i giorni, quasi tutto il giorno. Mi fermo soltanto per scendere sul Toro, gonfiare il materassino rosso e blu, trovare una zona d’ombra al sole feroce rimbalzato dalle rocce nere, mangiare formaggio e pomodori comprati il giorno prima e dormire, il berrettino rosso calato sugli occhi. Saporitamente, i falchi a fischiare in aria, lucertole prepotenti a litigare per le briciole, il mare a ciangottare contro il gommone ancorato a ridosso. Solo e in pace.

Ho recuperato ormai tutto il fiato per i tuffi profondi, ho sciacquato via le acque basse primaverili. Voglio tentare oggi una carta pazza. Dalla sella, ci sono una ventina di metri di visibilità, si vede relativamente bene, nuoto allontanandomi verso est finché il fondo mi scompare di sotto. Comincio lunghi tuffi, planate a mezz’acqua, cercando qualcosa. Orlate, cadute, pesce bello che dall’alto non si vede. Una scatola di sorprese ogni volta nuova nuova da scartare. Ad ogni immersione mi allontano sempre più dalla costa, ricostruisco piano, risalendo, una probabile morfologia del fondale, un puzzle montato da pezzi insufficienti. Trovo ad un tuffo oscuro un orlo bello, sassoni piatti, chiari, fessurati profondamente. Ci volteggio piano sopra, guardo in orizzontale. Un movimento di qualcosa, lontano. Un cernione, ma grosso! Nitido quaggiù nell’acqua più limpida, la livrea chiara nelle ombre della profondità. In candela, mi scruta, sventola piano le pettorali. È troppo lontano perché possa vedere la dorsale…

Non fantastico, ma null’altro c’è in giro. Proviamo. È lontano, non posso arrivarci sott’acqua. Risalgo. Lo perdo di vista in fretta, perfino lo spacco, ampio, scuro in cui ha probabilmente tana svapora nel buio. In superficie tento di ricostruire distanze e direzioni. Mi riposo, il prossimo tuffo sarà direttamente sul pesce. Non voglio, mi fa arrabbiare, ma il battito, al pensiero della preda qui sotto, accelera, non riesco a riprendere il lento ritmare dell’immersione stemperata in mare.

Dalla superficie non vedo nulla. Sotto c’è solo il blu grigio, i raggi del sole che volteggiano alle onde, sprofondando. Non sapessi che c’è perché di lì sono appena risalito non indovinerei che laggiù c’è un fondale che posso raggiungere.

Sono pronto. Gran respiro, volontariamente mi abbandono, scendo. Le spalle sono contratte, le devo rilassare. Il fucile esteso, scruto verso il basso. Lunghi momenti a pinneggiare perso nel blu, sopra di me la cortina ondeggiante, luminosa,  della superficie, sotto nulla, ombre sfumate d’onde che l’occhio cerca di ricostruire in forme note: uno scoglio, una caduta, una zona chiara di sabbia. Ma son solo chimere, fantasmi della profondità, miraggi della deprivazione visuale nella sfera informe del mare intorno. Finalmente un’ombra scura che non è fasulla. Ecco il fondo. La fessura con il cernione? Non la trovo. Mentre ancora scendo, piatto per rallentare, il fucile nella mano rilassata, cerco di ricostruire dalla memoria un profilo, una sagoma che mi indirizzino. Niente. Per quanto sia appena arrivato sto per risalire quando mi gelo. Ricciole! Il cernione annullato, oltre l’orlo profondo, su un’altra caduta che precipita in basso, i massi neri, ripidi, due ricciole enormi sono ferme nella corrente che spinge verso la costa, la testa verso il largo.

Scure, quasi buie, la coda che solo a tratti spinge per una breve scodata il corpo in avanti, ferme. A fare i tronchi invisibili, ad ingannare i pesciolini.

Scendo senza osare pinneggiare, scendo con le pinne a premere sull’acqua solo ad indirizzarmi. Scendo loro addosso. Quando sono a cinque metri, all’unisono, indirizzano i testoni verso il basso, una scodata e cominciano a scendere. Io dietro, immobile. Mamma, quanto sono grandi! Mi avvicino, sono a tiro. Quasi. Un colpo di pinne per accelerare, i timpani dimenticati dolgono, devo deglutire per compensare. Scendono quasi ferme. Le inseguo immobile, il fucile puntato in avanti, il braccio tesissimo, a voler chiudere quella distanza che piano, piano, troppo lentamente, scema!

Ora sì, sono a tiro, le scaglie oscure sono nitide, la pupilla è definita, nera su uno sfondo che ormai quaggiù non è più dorato… sono a tiro, che grandi! Sto per sparare. Chiudo un occhio. Esito…

Rinuncio. Sono troppo grandi, troppo profonde. Mettersi a litigare con un pesce di quaranta e passa chili quaggiù, ben oltre trenta metri è un’idea pazza, mulinello o non mulinello, asta da nove o non asta da nove.

Risalgo. Risalgo, mamma mia! Le lascio là? Un attimo di pentimento, quasi ridiscendo. Mi fermo, lentamente risalgo. A quindici metri, di nuovo nella sfera di nulla, di colpo sento che mi manca il fiato. Accelero, recupero al solito aria dalla maschera, per guadagnar tempo espiro un istante prima di uscire, buco con uno sbuffo la superficie, respiro profondamente. Mi rimetto il boccaglio, la testa leggera, il fucile strettissimo nella mano destra. Respiro. Respiro piatto in superficie, il sole addosso, alla luce, i fantasmi delle scure, lucenti ricciole d’ombra a rimbalzare da allora nella mente. Decisione saggia? Piedi freddi nel momento della verità? Senno o…

 

 

Riccardo A. Andreoli

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