Le ricciole di quegli anni
Arrivo in Sardegna in macchina dopo un gran
giro passando attraverso la Corsica, prendendo il traghetto da Bonifacio
fino a Santa Teresa di Gallura, percorrendo tutta la strada tortuosa, il
carrello a traino a rallentare la macchina non potentissima, fino ad
Oristano prima, Iglesias, Carbonia poi. Il ponte stradale di Sant’Antioco
infine, girando subito a sud della cittadina e arrivando finalmente a Cala
Sapone, affacciata sul versante Ovest dell’isola. Il campeggio Tonnara è
uguale all’anno scorso. Pochi alberelli stenti nell’estate sarda, l’ombra
prodotta da gran teli verdi tesi sopra i pali a delimitare le piazzole.
Sbattono al vento caldo della sera, il sole tramonta dietro un nastro di
nuvole infuocate, i raggi a scappare qui e lì. Sono stanco, monto in fretta
la tendina, gonfio il materassino che sarà il mio letto per i prossimi venti
giorni, se tutto va bene. Il gommone resterà sul carrello fino a domani.
È l’inizio degli anni ottanta. L’anno prima
avevo scoperto che al Toro c’erano le ricciole, e grandi! Ora sono qui per
vedere se sono state risparmiate, quest’anno ancora almeno, dalla massiccia
pesca professionale con i ciancioli. L’anno precedente un pescatore mi aveva
parlato del peschereccio in cui era imbarcato. L’unità di misura che usava
erano i cantari di pesce, cinquanta chili. Nelle notti buone la sua barca
faceva venti, anche trenta cantari di ricciole. Una barca sola, una notte
sola.
Ma – avevo chiesto – di ricciole grosse,
quelle belle, da cinquanta, sessanta chili, ne prendevate?
No – mi aveva risposto – non più. Mi ricordo
– continuava – con mio papà, quando ero ragazzino e andavamo a pescare
insieme, una volta lui ne aveva prese due per ben più di un quintale, e una
era molto più grande dell’altra.
Sorride al ricordo lontano…
Il giorno dopo, all’alba, il gommone è in
acqua nella baia riparata. La muta è pronta, la giacca da cinque e i
pantaloni da tre schiacciati dall’uso e dalla profondità ma ancora morbidi,
le attrezzature stivate nel borsone, i serbatoi già riempiti all’ultimo
pieno dell’automobile in Sardegna. I fucili, il fascio dei fedeli
oleopneumatici Sten 130, accuratamente preparati, oliati, pompatissimi. La
Nikonos nel gavone di poppa rudemente autocostruito. Due pomodori, un
pezzetto di pecorino, una bottiglia d’acqua nella ghiacciaia rossa. Il
materassino. Sono pronto, tornerò questa sera.
Il motore nuovo parte al primo tirone, tolgo
subito l’aria, lo strillo scende ad un borbottio liscio, ronfa tranquillo.
Parto, il cielo è grigio di nuvole basse più
che di alba ancora presente. La prua si alza appena quando do gas, i
tubolari frusciano nell’acqua ferma della cala ma anche fuori in mare non si
colgono onde fino all’orizzonte.
Viro a sud appena uscito, accelero. La giacca
di lana blu, ormai cotta da anni di mare e di sole, è indossata come misura
prudenziale, il berrettino di lana rossa calcato sulla fronte.
Sono da solo, amici e mio fratello mi
raggiungeranno solo fra una decina di giorni, posso godermi il mare con i
miei tempi e i miei personali desideri.
La rotta verso il Toro, per le navigazioni
dell’epoca, è lunga, dieci miglia. Lascia sulla sinistra Capo Sperone e una
dozzina di miglia più in là, in un grigio controluce sfumato, la massa di
Capo Teulada.
Il Toro pian piano si ingrandisce, la massa
rocciosa vista da nord imponente, nera, all’epoca un piccolo faro bianco
lassù in cima, ad oltre cento metri.
Ormeggio sul lato ovest, la roccia lavica,
aspra, tormentata, orlata a pelo d’acqua di alghe brune.
La corrente è al solito forte, oggi picchia
da sud. Vestizione rapida, ora ho fretta. La maschera sciacquata, il pallone
gonfiato rapidamente, il fucile caricato appena in acqua, uno sforzo
congiunto dei muscoli delle gambe e della schiena. Comincio a nuotare.
Il punto buono individuato l’anno scorso è
una serie di gradoni che precipitano nel blu dei trenta – quaranta metri
poco al largo della parete ovest. È in piena corrente, non è facili
arrivarvi.
Primi tuffi a contatto con la parete, in una
conca lontana dai flussi di corrente che arricciano più in là sinuosi la
superficie, minacciano di farmi retrocedere. Un branco enorme di salpe mi si
affolla intorno, brucano sul fondo a testa in giù, mi guardano timorose,
sciamano prudentemente a destra e a sinistra della mia forma immobile. Mi
rilasso completamente, chiudo gli occhi, tanto qui non c’è null’altro, la
mano si rilassa e lascia sfuggire, quasi, il fucile. Mi lascio cullare dalle
onde in superficie, una quindicina di metri sopra la testa. Sbattono piano
contro la parte, rimbalzano indietro ad urtare quella successiva, mi fanno
danzare lentamente quaggiù.
Anche la fine dell’apnea è dolce così, le
prime contrazioni un fatto naturale del trattenere il fiato, armoniose.
Ora sono pronto, anche la mente si è
sciacquata nel Mare. Posso affrontare la corrente. E le ricciole, se ci
sono.
Mi allargo, sotto compaiono i gradoni. Sono
orlati di roccia bianca, la parete più in basso digrada in roccioni
profondi, qui e lì una guglia si proietta verso l’alto, le castagnole
sottocorrente una nuvola scura in movimento perenne.
Un primo tuffo, lungo, rilassato, il fucile
puntato verso il largo. Intorno alla maschera le donzelle pavonine, i maschi
nella livrea estiva di corteggiamento, la puntuta dorsale alzata
nell’allarme. Indolentemente, rilassato, lo sguardo si perde su un movimento
lontano, fondo. La pettorale di una gran cernia, scura, che da lontano mi
scruta, a fianco ad un sasso. Il cuore non accenna nemmeno ad un sussulto,
batte regolare. Non sono interessato.
Risalgo alla fine del fiato. Nulla. Ma è solo
il primo tuffo, i gradoni continuano più avanti.
Altre immersioni, tranquille, la vita marina
che si apre guardinga al mio apparire, mi scruta. Si placa presto, non
faccio nulla, non sono aggressivo, non produco rumore. Scendo solo, là in
basso, e non so davvero ora se mi trascini giù più la pesca o l’apnea
profonda nel mare.
L’orlo scende, i tuffi sono man mano più
profondi, il diaframma che sale e sale mentre le compensazioni si
susseguono. La sensazione dell’uscire dal solito ambiente, del calare in un
regno un po’ più scuro, più freddo, più lento, frammentato dai lunghi tempi
delle pinneggiate per raggiungerlo e per risalire poi all’aria. Da godere
più in fretta.
Scendo pinneggiando abbandonato all’acqua, il
fucile esteso nel braccio rilassato, solo le gambe ad usar ossigeno. Per un
po’ solamente, fino a scivolare abbandonato, lunghi lenti secondi immobile
nell’abbraccio del Mare.
Mi adagio sulla roccia con appena una
deviazione delle pinne ad alettone, lo Sten indirizzato di fronte senza
sforzo, un alettone anch’esso. Abbasso la testa, rilasso totalmente tutti i
muscoli, un appello cosciente, un richiamo all’abbandono, piedi, gambe,
schiena, collo, braccia. Poi alzo la testa e sono qui, sott’acqua, libero,
il blu intorno.
E dal blu escono meraviglie. Un branco di
barracuda comincia a filtrar fuori dal mare, gli occhi corrucciati, le
mandibole lunghe semiaperte. In pochi momenti li ho intorno. Picchiettate
forme affusolate, guardinghe, cominciano a ruotarmi intorno, mi aggirano, mi
circondano. Alzo lo sguardo, sopra ho un cilindro di barracuda, quelli più
in alto diluiti nella luce, più distinti man mano che sono più vicini. Di
fronte una parete di pesci, forme in lento movimento circolare. In basso fin
dove c’è acqua libera, i barracuda nuotano tigrati una spanna al di sopra
delle rocce. E gli occhi! Tutti mi guardano, tutti mi scrutano, mi studiano.
Centinaia di occhi che all’unisono roteano nei musi immobili, puntati su di
me nel mozzo della ruota. Sono al centro di un palcoscenico
tridimensionale. Un accerchiamento silenzioso, non gli schiocchi della coda
di una cernia, non il rotolar di macigni di un branco di ricciole
frettolose. Silenzio. Solo lontano un tambureggiare di corvine, da qualche
parte, nascoste tra i massi.
Se potessi restar qui più a lungo potrei
arrivare a toccarli, le pareti della ruota si stanno stringendo piano. Ma
sono ahimè un animale terrestre, devo tornare all’aria, non posso restar qui
più a lungo. Adagio sollevo il busto, stacco il fucile dal fondo. Non c’è
paura, non fremiti d’allarme. Solo il cerchio si allarga, un poco. E io
risalgo lì in mezzo, pinneggiando lentamente, nel centro del vortice di
barracuda, facendo pressione più su una pinna, ruotando in una spirale
inversa. E mi immagino di vedermi dal basso, come ancora fossi lì sul fondo
a guardare in su, il subacqueo nero nel controluce crescente, le pinne
lente, le forme dei pesci a centinaia ad alone intorno, a corteo.
Arrivo quasi in superficie, trascinato dalla
muta e dalla poca zavorra prima che il branco sterminato, lentamente, rompa
la formazione, sgoccioli via, riscompaia nel blu.
Un altro tuffo ancora, uguale a tutti gli
altri, i tempi in superficie lenti, scanditi dalla respirazione, gli occhi
chiusi negli ultimi atti prima di scendere.
Giù non faccio in tempo a compormi
nell’aspetto però che da sinistra, la coda che appena si muove contro la
corrente che a me imbarda le pinne, un ricciola compare. Bella, massiccia,
la testa enorme, la pupilla nera sul fondo dorato dell’occhio grande che mi
scruta ruotando man mano che si avvicina. Ora sì che il cuore salta un
battito! Una meraviglia di colori in un corpo raffinatamente idrodinamico,
la coda imponente orlata di nero. La dorsale si alza e si abbassa segnalando
nervosismo contenuto. Risale dal fondo, arriva alla mia altezza, rallenta. È
perfetta, passa di fronte alla punta del fucile che non ho mosso
minimamente. Tiro vergognosamente facile, devo solo scegliere al momento del
passaggio quale scaglia colpire. Il fucile carichissimo sobbalza nella mano,
lancia l’asta pesante attraverso i quattro metri di mare, la fa impattare
contro il fianco della ricciola.
Pinneggio immediatamente verso l’alto. Blocco
al solito con la mano lo srotolamento del mulinello ma questa volta
dall’altra parte c’è solo il peso morto del pesce rimasto immobile alla
stessa quota, non la fuga folle di un pinnuto ferito.
In superficie respiro pesantemente per un
momento, recupero subito filo, aspettandomi battaglia ad ogni istante. Ma
questa volta, straordinariamente, non c’è. La forma affusolata risale
inerte, i colori vivi come un istante prima, quando il pesce era ancora
vitale.
Oggi decido di spostarmi. Di esplorare.
Ricciole, e belle, sui costoni ce ne sono eccome ma l’esplorazione, la
scoperta sono passioni altrettanto forti. La punta sud-ovest dell’isola mi
pare possa prolungarsi verso il largo. L’acqua sembra limpida, una ventina
di metri, tentiamo.
La corrente è forte. Non appena mi allargo
dalla costa l’ho contro da sud al solito, decisa. Pinneggio paziente, il
fucile in avanti, aiutato dal galleggiante affusolato che ho montato anche
per questo scopo. Ho esperienza di ricciole in superficie, arrivate ad
investigare questa strana traccia sonora, la dorsale fuor d’acqua. Voglio
esser pronto.
La punta scende in roccioni poco
interessanti, sprofonda al limite della visibilità in una lingua di roccia
affilata, una sella in realtà, ciuffi di rada posidonia e pietra liscia che
scompaiono giù da entrambi i versanti.
Sparisce, dall’alto non la vedo più. Caparbio
comincio a seguirla in lunghi tuffi, scendendo finché non è bene in vista,
pinneggiando lentamente, sforzando lo sguardo in avanti, a cercare segni di
uno scuro sprofondare definitivo o del chiarore di una risalita. Minuti
testardi a nuotare.
Poi, davvero, risale. Prima confusamente poi
man mano sempre più luminosa, una roccia bianca si alza, sale verticale fino
ad una quindicina di metri. Accelero emozionato, un posto nuovo! È una
specie di guglia che cade a picco, ripidissima, su tutti i lati tranne
quello collegato a terra da cui sto arrivando. Bellissimo!
Appena arrivo a qualche metro dalla
verticale, un colpo al cuore, un branco di dentici sta pascolando lento sul
plateau. Mi arresto istintivamente, la corrente comincia subito a
ricacciarmi indietro. Riprendo a nuotare, la pinneggiata ora da caccia, i
talloni accuratamente sotto la superficie. Respiro profondamente, mi
preparo. Lontano dalla piattaforma mi immergo in verticale, avvitandomi
mentre scendo, trecentosessanta gradi per controllare i pesci, per
incuriosirli, per guardare anche al largo. Arrivo sotto il livello della
roccia, la corrente mi ha spostato indietro ma approfitto del minuscolo
ridosso per rovesciarmi, avvicinarmi alla parete, risalire cauto.
Lentissimo, il fucile pronto, aspettandomi di istante in istante, dall’alto,
i dentici curiosi venuti ad investigare. Niente. Quando raggiungo il plateau
sbuco cauto. Niente. Ma dove…?
Perplesso mi alzo. Intravedo un movimento
dall’altra parte, striscio tra le fessure, mi affaccio verso il largo. I
dentici sono lì, stanno pigramente scendendo lungo la parete verticale, un
gruppetto di tre qui, quattro o cinque poco più avanti. Li vedo bene. Son
grossi! Li contemplo un momento, ammirato. Poi l’immersione è stata lunga,
in superficie poca preparazione e nuotando, il percorso complicato, risalgo
in fretta. Solo, prima di avviarmi verso l’alto, mi ritraggo di qualche
metro, così da non investire direttamente i pesci con il fronte sonoro delle
pinne in azione.
In superficie respiro lento, rilassandomi,
riposandomi. Ho deciso per un tuffo fondo, per un inseguimento nell’abisso.
Nuoto piano oltre l’orlo del plateau, sento la corrente diminuire non più
risucchiata e accelerata dal bassofondo. Posso rallentare la pinneggiata.
Respiro profondo, espiro lentissimo, gli occhi chiusi. Mi perdo nell’ipnosi
del mormorio della respirazione nel boccaglio all’orecchio e delle
pinneggiate regolari finché, senza decisione cosciente, sono pronto. Una
lunga inspirazione, il fiato tenuto qualche secondo, respiro tre o quattro
volte in fretta, espiro forte. Ora! Riempio i polmoni a partire dal
diaframma, sento la cintura nonostante sia bassissima, sulle ossa del
bacino, tendersi, poi i polmoni, poi la loro parte superiore, aiutato
dall’allargamento del torace, una pinna in aria, scendo.
Le prime pinneggiate sono vigorose, poca
zavorra per i tuffi profondi, la muta, mi tengono a galla. In un momento
però sono immerso. Mi avvito, di volta in volta la parete verticale mi
scorre a fianco, il blu mi si apre davanti, la parete di nuovo… La zona è
certamente battuta dalle correnti, rami di gorgonie prima piccole poi sempre
più ramificate, larghe si aprono nei canaloni cui passo a fianco ormai
immobile, in caduta. Il diaframma è piccolo piccolo, mi sembra di averlo in
gola, sono oltre i trenta metri. La luce del sole è lontana, attraverso un
nebbioso termoclino d’acqua più fredda, i colori sono svaniti inghiotti dal
filtro della profondità. A paracadute per rallentare ma ormai sono così
profondo che accelero comunque. Guardo giù e sotto c’è uno spettacolo da far
mancare il fiato. Un branco di dentici che definire giganteschi è
eufemistico pascola altri quindici metri più in basso, alti sulla sabbia,
sul filo dei cinquanta metri. Mi fermo aggrappandomi ad una gorgonia e per
un lungo istante, penzoloni, l’ossigeno a sgusciare via veloce, contemplo lo
spettacolo di prede imprendibili ma meravigliose. Le schiene anche da quassù
sono larghe come le mie due mani aperte, le scaglie pur offuscate dalla
profondità brillano azzurrine, le code imponenti proiettano corpi massicci
in traiettorie lente, apparentemente casuali. Laggiù io non arriverò mai…
Di nuovo la guglia. I dentici sono sempre lì.
Ogni giorno sono riuscito ad avvicinarmi solo nei tuffi profondi ma in
parete non ho posti sia pur minimi per tentare un aspetto. Oggi,
all’ennesimo tuffo, ci ho rinunciato.
In superficie, in corrente a pinneggiare,
cercando di restare sopra al plateau. Ed ora…?
Mentre sono lì, il fucile ancora in
orizzontale per sole ragioni di idrodinamicità e fatica in corrente, un
movimento dall’orlo destro del plateau, multiplo. Ricciole! Un branco
intero! Sciamano dal basso, le vedo venir su dal blu grigio dell’abisso, i
testoni chiari puntati tutti verso di me, le più piccole davanti. Forse
dovrei dire le meno massicce perché l’esemplare più piccino, lì in mezzo, è
ben più di venti chili! Salgono fino alla sella, si affollano per un
momento. Volteggiano, quelle in testa mescolandosi con quelle che seguono,
un turbine di corpi massicci senza ordine apparente. Proiettano ombre
fuggevoli ma enormi sulla roccia bianca. I dorsi cangianti venti metri
esattamente sotto le mie pinne! Come resistere?
Smetto di nuotare, comincio a respirare
profondamente, ma in fretta, per carità, che la corrente che sembra
prendersela solo con me già mi sposta! Una grande inspirazione, l’aria
succhiata fino all’ultimo, scendo. Nessuna rilassatezza e fusione col mare
adesso. Il cuore ha saltato più di un battito all’avvistamento,
all’insperata risalita, all’attesa dell’azione di caccia dei pesci qui,
proprio qui sotto! E non ha assolutamente ripreso il ritmo normale. Lo sento
battere e rimbombare contro la cassa toracica, veloce, una balorda
sensazione di calore al viso. Scendo, nervoso, il fucile serrato contro il
corpo, storto, la testa troppo rovesciata ma voglio vedere dove vanno. Si
spostano? Scappano irrequiete o restano qui sotto? Soprattutto, realizzo,
voglio vederle e basta. Voglio dipingermi nella mente i corpi fluidi nelle
scodate lente, l’intrecciarsi delle forme sul filo della sella bianca, un
metro dalle alghe appiattite, pettinate dalla corrente. Soprattutto quante
sono! La massa, di tante forme e tanto vicine…
Scendo a picco sul branco che mi mulina sotto
la testa. Le ricciole sull’orlo cominciano ad allontanarsi, scendono per il
versante ovest da cui sono venute, scuriscono, scompaion via. Sotto ne ho
ancora cinque o sei, allungo piano il fucile, irrigidisco il braccio. Esito…
a quale sparo? Come un allocco, questa, guarda che bella! No, questa è più
grossa. Guarda quella, mamma che bestione! Con la coda dell’occhio, intorno,
altre forme lente si dirigono oltre di me, quasi di fianco a me, verso il
buio della caduta. Esito, continuo a scendere, devo decidere, ora! Forse la
più grossa, nella mente turbata, accelera per unirsi alle altre, sono
proprio sopra, non vedo quasi gli occhi tanto sono perfettamente verticale.
Improvvisamente decido. Una pinneggiata più in giù, miro al testone
imponente, un poco più avanti di dove intravedo in alto le branchie
terminare. Non sembra accorgersi di me, chiudo l’occhio per mirare,
un’ultima pinneggiata, è vicina, che grossa!, ancora una… di colpo ho paura
di essermi avvicinato troppo, che si spaventi, che scodi improvvisamente.
Blocco ormai istintivamente polso-gomito-spalla, sparo. Alla botta secca un
rimbombo mi fa sobbalzare, quasi mi spaventa, vicino. Un rotolamento di
macigni sott’acqua, un tuono lungo rimbalza nel mare, mi risuona nei
polmoni. Il branco intero scappa, trenta gigantesche code che scaraventano
corpi spaventati lontano dalla paura, ogni scodata a far cavitare l’acqua,
a torturarla in un boato.
In un momento sono solo, la scena è deserta,
silenziosa. Restano sopra la roccia bianca le alghe lisciate dalla corrente
indifferente. E la ricciola. L’asta da nove non è entrata che per trenta
centimetri, appena inclinata, la sagola comincia a tendersi al peso del
pesce che lentamente affonda. Risalgo piano guardando in basso, filando il
mulinello. La recupererò dalla superficie, la vedrò salire ed acquistare
iridescenza sbucando al sole, nel mio mondo d’aria per lunghi momenti prima
di sbiadire, scurirsi poi sul gommone.
La guglia e le ricciole oggi ancora. Un
saluto ai dentici che al solito sculettano via indifferenti. Non mi sono mai
deciso a tentare un tramonto, mezz’ora poi di navigazione notturna, senza
altri strumenti all’epoca che una bussola, non mi attirano. E poi, ci sono
le ricciole!
Non sempre naturalmente. Ho inventato allora
quanto ho battezzato aspetto di superficie. Arrivo sulla sella prima della
guglia che ormai anche con acqua non limpidissima trovo a colpo sicuro, mi
sono costruito in costa tutta una serie di segnali, quella roccetta bianca
proprio in riva su quello sperone contorto che sembra un dito artritico, il
bordo nord dell’isola contro… E lì rimango a nuotare, cauto, calibrando
esattamente il mio avanzare contro la corrente, così da restare a picco di
uno stesso punto. Una sorta di threadmill acquatico, mutuato da quando mi
preparavo per le gare di nuoto pinnato giù per i fiumi e mi allenavo, la
corrente in faccia, un sasso fisso sotto il naso, l’acqua dolce di terra
smossa nel naso.
Il fucile imbracciato e non penzoloni,
contando cento atti respiratori, lenti. Poi, se non succede nulla, una lunga
scivolata subacquea a mezz’acqua, sopra alla sella, a richiamare dal buio
eventuali abitatori. Poi cento altri atti respiratori e cento ancora. Lento
sì, ma mai noioso, la presenza del branco possibile sempre a premere nella
mente.
Ogni tanto il branco ritorna! Ricciole
massicce che salgono, scapolano la sella, mi vengono incontro. Il cuore
sempre a perdere battiti. Ora sono più compassato, forse. Già dall’alto
scelgo quella più bella, tento il tuffo in caduta. Se non funziona, una
lenta discesa, lasciandomi arrotolare dalle correnti più forti vicino alla
roccia. Plano tra le alghe sottili, la corrente in faccia, la caduta ovest
davanti. E aspetto. Che il nervosismo si plachi, che i pesci mi studino, si
rassicurino a vicenda, che mi passino davanti, spesso a favore di corrente,
rapidi. Allora il tiro non è facile, la sagoma in veloce allontanamento ma
basta decollare con un colpo di pinne, il rumore diluito dal flusso d’acqua
dietro di me, e scender sopra alla ricciola a pinne ferme. Bestie grosse,
corpi imponenti da trenta e passa chili, i testoni dorati, i dorsi scuri per
la profondità, le bianche code maestose orlate a carboncino.
Un giorno sembra che il branco abbia
disertato la guglia.. Cento respiri e cento ancora, nulla. Da capo. E da
capo ancora, tenendo gli occhi aperti per dieci respiri e chiudendoli per
altri dieci. Apro gli occhi e le ricciole sono sotto di me. Grosse. Devono
essere arrivate da dietro, dal versante est, vedo silenziose forme massicce
scendere nel buio. Allora le inseguo. Inspirazione lunga, sono più che
riposato, l’ultima immersione è forse di mezz’ora fa.
Una pinna in aria, il fucile esteso,
pinneggio deciso. Hanno certamente percepito il rumore sopra la testa,
fermano la discesa, si voltano in orizzontale, mi scrutano, accennano a
risalire. Sto già scegliendo la ricciola di oggi quando, con la coda
dell’occhio, da sotto, dal nero, un gigante sale. Non oso pesarla, non oso
nemmeno guardarla direttamente, ancora oggi ho solo questi ricordi confusi
dall’eccitazione e dal non averla voluta fissare per non farla sentire
minacciata. È certamente molto ma molto più maestosa di quante ne abbia
prese finora, sembra lunga il doppio di quante le si stanno aprendo ora
davanti. Che so, cinquanta, sessanta? Di più? Non azzardo oltre. Il testone
è rivolto verso di me, mi sale contro! Le punto lentamente il fucile
addosso, il corpo in tutt’altra direzione, a scendere ormai sempre più
velocemente.
Vira, il nuoto diventa orizzontale, un solo
colpo di coda e si allontana, punta al largo. Mi avvito piano, così fondo
compenso ormai deglutendo, mi inclino di più per scenderle dietro più
veloce. Il diaframma è piccino qui in gola, la sella un taglio luminoso,
lontana nel crepuscolo dietro le pinne, lì in alto. Lei mi mostra la coda,
quasi senza nuotare si allontana. Io posso ormai solo scendere, precipitare.
Un rivolo d’acqua si insinua freddo sul ventre contratto arrivando da chissà
dove. Ormai sono più basso di lei, la forma enorme comincia a stagliarsi in
controluce. Tento di nuotarle dietro, muovo le pinne. Non succede nulla.
Devo pinneggiare due o tre volte con crescente intensità solo per avvertire
che non sto soltanto precipitando. Lei è sempre più lontana. Senza voltarsi
se ne va. Mentre quasi preoccupato pinneggio deciso verso l’alto la vedo
scomparire, imponente, scura contro il fondale, buio di ignote profondità.
Arriverò in superficie con quell’appannamento
in cui l’aria è soffice, il respirare poi pieno di indistinti oziosi
pensieri diluiti nel blu.
È una settimana che pesco tutti i giorni,
quasi tutto il giorno. Mi fermo soltanto per scendere sul Toro, gonfiare il
materassino rosso e blu, trovare una zona d’ombra al sole feroce rimbalzato
dalle rocce nere, mangiare formaggio e pomodori comprati il giorno prima e
dormire, il berrettino rosso calato sugli occhi. Saporitamente, i falchi a
fischiare in aria, lucertole prepotenti a litigare per le briciole, il mare
a ciangottare contro il gommone ancorato a ridosso. Solo e in pace.
Ho recuperato ormai tutto il fiato per i
tuffi profondi, ho sciacquato via le acque basse primaverili. Voglio tentare
oggi una carta pazza. Dalla sella, ci sono una ventina di metri di
visibilità, si vede relativamente bene, nuoto allontanandomi verso est
finché il fondo mi scompare di sotto. Comincio lunghi tuffi, planate a
mezz’acqua, cercando qualcosa. Orlate, cadute, pesce bello che dall’alto non
si vede. Una scatola di sorprese ogni volta nuova nuova da scartare. Ad ogni
immersione mi allontano sempre più dalla costa, ricostruisco piano,
risalendo, una probabile morfologia del fondale, un puzzle montato da pezzi
insufficienti. Trovo ad un tuffo oscuro un orlo bello, sassoni piatti,
chiari, fessurati profondamente. Ci volteggio piano sopra, guardo in
orizzontale. Un movimento di qualcosa, lontano. Un cernione, ma grosso!
Nitido quaggiù nell’acqua più limpida, la livrea chiara nelle ombre della
profondità. In candela, mi scruta, sventola piano le pettorali. È troppo
lontano perché possa vedere la dorsale…
Non fantastico, ma null’altro c’è in giro.
Proviamo. È lontano, non posso arrivarci sott’acqua. Risalgo. Lo perdo di
vista in fretta, perfino lo spacco, ampio, scuro in cui ha probabilmente
tana svapora nel buio. In superficie tento di ricostruire distanze e
direzioni. Mi riposo, il prossimo tuffo sarà direttamente sul pesce. Non
voglio, mi fa arrabbiare, ma il battito, al pensiero della preda qui sotto,
accelera, non riesco a riprendere il lento ritmare dell’immersione
stemperata in mare.
Dalla superficie non vedo nulla. Sotto c’è
solo il blu grigio, i raggi del sole che volteggiano alle onde,
sprofondando. Non sapessi che c’è perché di lì sono appena risalito non
indovinerei che laggiù c’è un fondale che posso raggiungere.
Sono pronto. Gran respiro, volontariamente mi
abbandono, scendo. Le spalle sono contratte, le devo rilassare. Il fucile
esteso, scruto verso il basso. Lunghi momenti a pinneggiare perso nel blu,
sopra di me la cortina ondeggiante, luminosa, della superficie, sotto
nulla, ombre sfumate d’onde che l’occhio cerca di ricostruire in forme note:
uno scoglio, una caduta, una zona chiara di sabbia. Ma son solo chimere,
fantasmi della profondità, miraggi della deprivazione visuale nella sfera
informe del mare intorno. Finalmente un’ombra scura che non è fasulla. Ecco
il fondo. La fessura con il cernione? Non la trovo. Mentre ancora scendo,
piatto per rallentare, il fucile nella mano rilassata, cerco di ricostruire
dalla memoria un profilo, una sagoma che mi indirizzino. Niente. Per quanto
sia appena arrivato sto per risalire quando mi gelo. Ricciole! Il cernione
annullato, oltre l’orlo profondo, su un’altra caduta che precipita in basso,
i massi neri, ripidi, due ricciole enormi sono ferme nella corrente che
spinge verso la costa, la testa verso il largo.
Scure, quasi buie, la coda che solo a tratti
spinge per una breve scodata il corpo in avanti, ferme. A fare i tronchi
invisibili, ad ingannare i pesciolini.
Scendo senza osare pinneggiare, scendo con le
pinne a premere sull’acqua solo ad indirizzarmi. Scendo loro addosso. Quando
sono a cinque metri, all’unisono, indirizzano i testoni verso il basso, una
scodata e cominciano a scendere. Io dietro, immobile. Mamma, quanto sono
grandi! Mi avvicino, sono a tiro. Quasi. Un colpo di pinne per accelerare, i
timpani dimenticati dolgono, devo deglutire per compensare. Scendono quasi
ferme. Le inseguo immobile, il fucile puntato in avanti, il braccio
tesissimo, a voler chiudere quella distanza che piano, piano, troppo
lentamente, scema!
Ora sì, sono a tiro, le scaglie oscure sono
nitide, la pupilla è definita, nera su uno sfondo che ormai quaggiù non è
più dorato… sono a tiro, che grandi! Sto per sparare. Chiudo un occhio.
Esito…
Rinuncio. Sono troppo grandi, troppo
profonde. Mettersi a litigare con un pesce di quaranta e passa chili
quaggiù, ben oltre trenta metri è un’idea pazza, mulinello o non mulinello,
asta da nove o non asta da nove.
Risalgo.
Risalgo, mamma mia! Le lascio là? Un attimo di pentimento, quasi ridiscendo.
Mi fermo, lentamente risalgo. A quindici metri, di nuovo nella sfera di
nulla, di colpo sento che mi manca il fiato. Accelero, recupero al solito
aria dalla maschera, per guadagnar tempo espiro un istante prima di uscire,
buco con uno sbuffo la superficie, respiro profondamente. Mi rimetto il
boccaglio, la testa leggera, il fucile strettissimo nella mano destra.
Respiro. Respiro piatto in superficie, il sole addosso, alla luce, i
fantasmi delle scure, lucenti ricciole d’ombra a rimbalzare da allora nella
mente. Decisione saggia? Piedi freddi nel momento della verità? Senno o…
Riccardo
A. Andreoli