Squalo Martello
Già la mattina c’era stato un incontro con un
martello. Solitario. Grosso. Io non l’avevo visto. Mi ero immerso, fondo, su
un possibile branco di ricciole atlantiche (Seriola rivoliana) di cui
avevo intravisto in superficie gli accenni. Una vaga ombra scura del branco
profondo, sinuoso, appena percettibile. Un offuscato scintillio a conferma
quando un componente del branco laggiù ruotava a riflettere la luce. Mentre
scendevo, ad uno sguardo in su lungo il corpo, oltre le pinne già immobili,
avevo notato il compagno di pesca scrutare qualcosa che io non vedevo, in
orizzontale, il fucile puntato.
Risalendo, l’avevo trovato sulla verticale,
ad attendermi. Si era tolto il boccaglio, aveva mormorato “Tubarão, tubarão
martelo. Grande!”, guardandosi dietro le spalle, sbracciandosi per tentare
di comunicarne la mole. Poi si era girato, aveva chiamato la barca e avevamo
abbandonato la secca. Curioso. Lui, pescatore africano, da qualche anno
anche subacqueo, per lunga frequentazione estremamente compassato nei
confronti degli squali. Deve aver avuto – avevo pensato – qualche scontro
con un martello che ha lasciato segni sgradevoli nella memoria.
È passata qualche ora. Sono in acqua, sto
rientrando, non lontano dalla barca. Poco pesce, oceano tranquillo, nuvole
grigie. Il sole tuttavia è pronto ad uscire, ogni tanto i raggi sfuggono,
penetrano in acqua a sorpresa, i colori che improvvisamente si ravvivano, la
danza delle colonne di luce che prende di colpo avvio. Un istante dopo è di
nuovo tutto bigio, scuro, le profondità cupe a sconosciuti, profondissimi
metri sotto la pancia.
Passa rollando un’onda lunghissima, accenno
appena con il piede sinistro un colpetto di pinne a raddrizzarmi. E bene
probabilmente ho fatto perché una frazione di secondo dopo, con una
subitaneità elettrica, uno squalo martello passa a non più di venti
centimetri dal piede. Veloce, la coda ferma, nell’abbrivio di chi ha già
dato potenti scodate per l’accelerata finale. Un sobbalzo, il fiato che
raspa in gola, il fucile a schiumare nell’acqua per puntarlo immediatamente
nell’unica difesa pensabile. Continua per un paio di metri, forse perplesso
da tutto questo movimento. Poi si gira, mi punta deciso, mi attacca. Vedo la
coda che accelera, schiaffeggia l’acqua dall’altra parte della testa piatta.
Mi si precipita addosso. Non ho scelta. Anch’io sono capace di accelerare.
Gli punto contro, il fucile davanti a me, le pinne a far il più rumore
possibile, i gomiti allargati, a far massa, a farmi parere più grosso.
Arriva a non più di settanta - ottanta centimetri dalla punta dell’arpione,
vira, scende. Lo inseguo, mi immergo, sbandiero il fucilone in direzione
della linea laterale. Accelera. Non sculetta via spaventato. Se ne va? Un
accidenti. Vira verso l’alto, riemerge. In superficie, ora tutti e due.
Ruota, le pettorali che si inclinano nella bruschezza della svolta, mi
guarda un istante, la dorsale appena fuor d’acqua. Attacca di nuovo. Io
pure. La sensazione è quella un po’ assurda di esser nell’arena davanti un
toro che abbassa la testa e carica. Con la reazione dell’abbassare a mia
volta la testa e caricare. Una sensazione di furia improvvisa mi travolge.
Ma come osa questo… accelero, ben più di prima. Mi trovo ad urlare nel
boccaglio, a forzarmi di tenergli il fucile puntato esattamente contro il
muso nelle imbardate delle pinneggiate violente. Arriva anche più vicino di
prima, tanto che allungo di colpo il fucilone imbracciato per pungerlo, per
fargli male, per fargli vedere quanto ha sbagliato vittima questa volta! Ho
la memoria nettissima del fianco dello squalo davanti a me, la pelle
zigrinata verde-marrone, i muscoli a zig zag appena sotto pelle che si
contraggono nella virata d’emergenza. Lo inseguo, furente, arrivo quasi a
toccargli la coda. Ora scoda, accelera, un cane a cui si è tentato di
arronzare un sacrosanto calcione.
Risalgo. Per me l’incontro è concluso. Come
spesso capita a questi prepotenti con virtualmente nessun predatore,
abituati ad esser loro i predatori di qualunque cosa capiti a tiro, ha
tentato un attacco, ha trovato uno più cattivo anche se certamente non più
grosso di lui, gli è andata male, si è trovato impensatamente sotto attacco,
si è preso un inaspettato spavento, ora te ne puoi andare.
Nulla di tutto ciò. Risale ancora, ruota,
questa volta a destra. Mi punta ancora contro, senza un attimo di pausa
accelera. Ricordo perfettamente la testa piatta, l’occhio nero, tondo che
ruota e punta contro di me in fin di virata, la coda che accelera come
prima. Una punta di preoccupazione. Questo ce l’ha proprio con me, davvero
con me. Poi la furia travolge tutto. Anche io accelero, il respiro ormai
corto, un pensiero fuggevole, cattivo: “Adesso ti sparo!”. Ma la pressione
psicologica sta giocando a mio favore. È e resta sempre un attacco ma ormai
non sono una preda facile, non è più così sicuro. Ad un metro dalla punta
del fucile, più lontano di prima, già il braccio sinistro che si appoggia
sul calcio nella preparazione al tiro, nella nebbia a ragionare che a
sparargli in testa non ce la faccio, che quindi gli sparo nella bocca
semiaperta, cede, vira brusco. Si allontana.
Finita? Nemmeno per sogno. Vira ancora in
superficie, fa un giro, la barca lo nasconde per un momento, devo immergere
la testa per seguirne il movimento. La barca? Non mi ero nemmeno accorto si
fosse avvicinata. Una mano bruna si allunga, passo il fucile, rapidamente
devo confessare, salgo a bordo. È un brutto momento quando le gambe sole
penzolano in acqua. La preda è improvvisamente più piccola, più facile, è il
momento dell’attacco e dell’azzannata facile.
Resto un lungo momento a rimuginare e a
respirare, ancora l’adrenalina e la furia che mi fanno fremere.
Tuttora confuso, forse, allungo la mano verso
la macchina fotografica. È finalmente uno squalo che non scappa – ragiono –
qui escono delle belle foto – mi dico. Annebbiato? Probabilmente. Perché
mentre già ne srotolo la protezione di neoprene mi vien da pensare che se
con un fucile mi aveva dato addosso in quel modo, se torno in acqua con una
macchina fotografica invece, che faccio? Mi tocca sbattergliela sul muso. La
mano tentenna, il gesto si arresta. Il compagno di pesca scuote la testa.
Deciso dice: “No. Andiamo. Tubarão de merda!”. Accende immediatamente il
motore, partiamo.
Dello squalo (Sphyrna
lewini), mentre ancora respiro pesantemente, in superficie non c’è più
traccia. Non la pinna dorsale, non una striscia di acqua mossa da un
movimento rapido appena sotto la pelle dell’oceano. Nulla.
Riccardo
A. Andreoli