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PescaSub N. 204 - Settembre 2006

 

 Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

 

Il Marlin mai preso

 

Anno XIX – PescaSub n. 204 – Settembre 2006 – Pg. 38 – 46

 

Three Kings Islands – Nuova Zelanda

Il Marlin mai preso

 

Nuova Zelanda, primi di aprile dell’anno scorso. Parte del mio viaggio intorno al mondo.

Sono riuscito proprio all’ultimo momento ad infilarmi in un viaggio che sognavo da tempo. Una di quelle occasioni intorno a cui ti trovi a fantasticare la mattina presto, appena sveglio, ancora con la parte sognante del cervello in piena attività. Una ridda di bestioni blu che schizzano dall’acqua, spade mulinanti e code immense a sprizzare schiuma al cielo: un viaggio di pesca al marlin in una delle attrezzatissime imbarcazioni specializzate che qui si riescono a trovare. A lunghi intervalli.

Ci si imbarca per una settimana circa e si vive, si mangia, si dorme a bordo. Soprattutto si pesca, in compagnia di pochi e selezionatissimi subacquei, altrettanto fanatici, pardon, dedicati alla pesca serissima di questo incredibile gigante. La barca si sposta in base alle esigenze di pesca, il capitano è lì appositamente per consigliare e suggerire, in base alla sua esperienza, le zone, i momenti e le specie migliori da insidiare. In questo caso il porto di partenza è un paesino del nord-est della North Island della Nuova Zelanda e la zona bersaglio sono i Three Kings Islands, un gruppetto di isolette a decine e decine di miglia dell’agitato Oceano Pacifico a nord di Cape Reinga, la punta continentale più settentrionale della Nuova Zelanda. Isolette assolutamente disabitate da anima umana, popolate invece da infiniti uccelli che nidificano con voluttà sulle scoscese pareti battute dal vento. Nell’oceano nuotano enormi branchi di ricciole, qui le chiamano Yellowtail Kingfish (Seriola lalandi), affettuosamentem “Kingies”. Molto simili a quelle mediterranee, con una dimensione massima appena minore, sono comunque bestie che possono superare i cinquanta chili. E i branchi dei Three Kings sono famosi. Ci siamo impegnati tutti, per iscritto, a catturare solo pesci trofeo, così da evitare mattanze che subacquei ingenui, non che in questo viaggio ce ne siano, possono esser tentati di compiere quando per la prima volta vedono pesci di mole.

E, naturalmente, ci sono marlin! Nelle acque intorno all’arcipelago nuotano i Marlin Blu del Pacifico (Makaira mazara), quelli striati (Tetrapturus audax) e anche i marlin neri (Makaira indica).

Le credenziali dell’imbarcazione e del capitano sono poi di assoluto rispetto.

Su questa barca, e con questo capitano, il 4 settembre 2004, poco meno di un anno fa, è stato catturato da David Mullins un record del mondo per il marlin striato di 344,9 libbre, 156.6 chili.

Nel viaggio immediatamente precedente il nostro, alla fine dell’anno precedente, è stato preso da Peter McAulay, un pescatore subacqueo neozelandese, un altro marlin striato di oltre centocinquanta chili. E non è stato l’unico catturato in quel viaggio! Statistiche da far girare la testa, da incollare la lingua al palato.

Queste sono le aspettative quando, un sabato mattina, lascio Auckland e mi dirigo alla sede del più grosso negozio di pesca subacquea della North Island, ad una ventina di chilometri di distanza dal centro città, da dove si partirà poi in macchina per il nord.

Sono il primo ad arrivare e piano, fra due chiacchiere, si cominciano a fermare macchine cariche di attrezzature subacquee all’avanguardia, scendono gli altri cinque partecipanti. Finalmente ci siamo tutti, partiamo per il lungo viaggio, quattro ore, verso Mangonui, porto di imbarco, a nord. Intorno il consueto paesaggio neozelandese, fatto di rotolanti colline verdi, chiazze bianche di pecore qui e lì, paesini tranquilli di poche case. Una natura bellissima con appena una mano di umanizzazione ad addolcire.

Mangonui è un porto di quattro case quattro. Belle, vittoriane, tutte in legno, le facciate a listelli bianchi, le verande sostenute da sottili colonne azzurre, le finestre a piccoli vetri quadrati incorniciati.

Al wharf, al molo, prima contemplazione dell’imbarcazione, la nostra nuova casa per i prossimi giorni. È il Cascade, un solido 54 piedi, quasi sedici metri e mezzo, due affidabili diesel Caterpillar di 435 cavalli ciascuno.

A poppa uno spazio gigante che presto su ridurrà, invaso dalle nostre attrezzature, un ampio salone interno, a prua la classica cabina a V con spazio per quattro persone su due piani ed una stanzetta infilata sotto la consolle di guida con altri due posti. E, soprattutto, un bellissimo e utilissimo flying bridge torreggia su tutto, sarà il nostro punto di avvistamento e di ritrovo preferito nel futuro.

Il capitano è Charles, detto familiarmente Charlie, un allampanato ragazzone biondo rosso con più di un accenno di panciotta e un piccolo marlin saltante tatuato su un polpaccio.

Stanno preparando la barca, imbarcano viveri, acqua, gasolio per la prossima settimana. Noi subacquei sotto sotto stiamo tutti fremendo, contempliamo il Cascade, cercando di penetrare il velo del futuro. Quel ponte ci vedrà con un marlin in mano a sorridere a trecentosessanta gradi? Con un tonno e un sorriso di poco minore? Senza nulla, imbronciati? Nell’oceano, nonostante le eccezionali premesse del viaggio, bisogna anche considerare queste drammaticamente realistiche possibilità.

In porto, a bandiera di buon augurio e conferma di esistenza di quanto siamo qui a cercare, o forse ad aspra irrisione, arriva il Macro, setto od otto metri, con un equipaggio di vecchietti. Il più giovane avrà sessanta-sessantacinque anni, il più anziano non è dato sapere, rughe e massicci piedi nudi appiattiti da innumeri anni di piancito. Una sedia da combattimento sul ponte di poppa e, steso con noncuranza, talmente lungo che la spada sconfina nell’abitacolo, un marlin di una quintalata!

“Striped marlin” – sentenzia pensoso Charlie guardandolo dall’alto.

Partiamo. Il Cascade molla gli ormeggi, abbiamo stivato sul ponte le nostre quintalate di attrezzature e nelle cabine quelle due o tre cose che ci serviranno per dormire, in coda ai nostri pensieri e priorità. Le sacche non sono ancora state aperte ma sono grandi, lunghe, bitorzolute di aste che spuntano qui e lì. Domani ne vedremo delle belle, ad attrezzature…

La baia tranquilla del porto viene percorsa da lunghi fremiti di vento che salta la lingua di terra. Le nuvole, le pance aranciate dal sole al tramonto, corrono veloci. Fuori, nell’oceano, ci sarà da ballare, il tempo stasera non è tranquillo.

Presto cala la notte e navighiamo guidati dal pennello verde, luminoso, del radar che disegna alla nostra sinistra la costa invisibile nel buio. Piano tuttavia il segnale si avvicina, un ritaglio più scuro che annerisce il buio della notte, la risacca che sottolinea bianca la parete rocciosa, la luce improvvisa dei fari ad illuminare il ponte e la costa vicina, lo sferragliare dell’ancora, l’ultimo brontolio dei motori a tenderla. Siamo arrivati.

Cena succulenta, con polli arrosto, patate e zucca al forno. Nessuno si tira indietro anche se i piatti devono essere passati con attenzione perché il Cascade rolla bene bene e tira alla catena. A letto, dopo poche chiacchiere. Io mi devo arrangiare nei vestiti, leggeri e pochi, che ho portato via per il viaggio “tropicale”, impilando strati su strati per evitare di aver freddo nella notte autunnale. Gli altri sfoderano sacchi a pelo e perfino grandi cuscini soffici. Io mugolo d’invidia, prendo a pugni nell’inutile tentativo di ammorbidirla la mia unica camicia a maniche lunghe con dentro arrotolata la giacca a vento, il mio “cuscino”, e mi addormento in fretta.

 

Dormo sodo, nonostante l’oceano abbia caparbiamente cercato di impedirmelo, mandando onda dopo onda, incessantemente, a percuotere la parete della barca a venti centimetri dal mio orecchio.

La mattina, fuori sul ponte di poppa ad annusare l’aria. È fresca, abbastanza pulita, nuvole alte e un bel cielo azzurro. Il vento tuttavia non si è affatto calmato e da sud-est sbatte ad intervalli, con forza, contro la poppa della barca. Abbiamo ancora un po’ di strada, dobbiamo scapolare Cape Reinga e allontanarci dalla costa per una trentina di miglia per arrivare alla prima zona di pesca. Lì ci sono i grandi banchi, dove la profondità passa di colpo, la carta nautica sul monitor del computer di guida del Cascade lo mostra chiaramente, dai centocinquanta agli oltre cinquecento metri. Qui i marlin amano nuotare, di qualunque specie essi siano, a caccia dei calamari e pesci di branco che la conformazione geologica del fondo e le correnti aiutano a concentrare.

Lentamente la barca viene preparata per la pesca. Si mettono in acqua i teaser, gli artificiali senz’amo, che hanno l’unico scopo di far schiamazzo in superficie, per richiamare i marlin dalle profondità. Uno è addirittura fatto come un piccolo uccello, le ali bianche angolate così da farlo rimbalzare sull’acqua ad ogni minima onda.

Ce ne sono otto, tre per ogni angolo di poppa, con i loro bravi outrigger a divaricarli per non farli lavorare uno sull’altro, e due centrali. Sono quasi tutti montati su imponenti canne d’altura con mulinelli grandi quanto la testa di un bambino, svelando così la principale occupazione del Cascade.

La tecnica, ben nota e utilizzata ormai da qualche anno in diverse parti del mondo, consiste nell’attendere fuori dall’acqua, prontissimi, pinne ai piedi e fucili già carichi, l’avvicinarsi del pesce. E di buttarsi in acqua al momento giusto.

Non è, si badi bene, una tecnica di pesca che mi entusiasmi. A mio modo di vedere non è sportivo, affatto, il restare all’asciutto per saltare solo all’ultimo istante praticamente sulla nuca del pesce. Non è quasi nemmeno, insomma, pesca subacquea! Le profondità dell’azione di caccia sono irrisorie, i tempi di apnea quasi altrettanto, le raffinate tecniche di avvicinamento ad un pesce sospettoso assolutamente inesistenti. L’abilità principale del subacqueo viene sostituita da quella del capitano, in modo quasi totalmente sovrapponibile a quello della pesca d’altura. È naturalmente completamente inaccettabile la richiesta di un record. Viene, giustamente, ritenuto che i vantaggi dalla parte del pescatore siano troppi.

D’altra parte è un sistema che permette, nell’infinita immensità tridimensionale dell’oceano, di avvistare gli elusivi grandi predatori che vi nuotano. Con una imbarcazione che per forza di cose si deve muovere nelle loro zone di caccia, incrociando e incrociando ancora le loro rotte. E, nella mia mente, questo è il fascino vero della spedizione. Al di là delle facilitazioni dei teaser, c’è sempre la possibilità di incontrare un pesce magnifico vagante per l’oceano. E il marlin striato che è stato omologato su questa barca lo è stato proprio perché NON è stato catturato con questa tecnica ma dal pescatore assolutamente da solo.

In ogni caso ci si comincia a preparare. Le sacche vengono aperte e ognuno estrae le proprie amate attrezzature. Fucili in legno di costruzione americana, praticamente tutti. Massicci, testate ricche di elastici multipli, potenze impressionanti, aste da otto, nove, dieci millimetri (la mia). Cavetti d’acciaio fanno penzolare punte staccabili dall’aria micidiale. Le boe giganti, rosse, collegate in serie, esibiscono collegamenti saldissimi. Qui si fa sul serio.

Unica nota dolente, dal mio punto di vista, le mute. Io sto viaggiando per il mondo con una mutina da tre millimetri appena, perfetta, anzi talora pesante, per i coralli. Ma… Charlie stamattina diceva che le condizioni per i marlin sono ora ideali, l’acqua ha raggiunto i 19 gradi. Tutti gli altri hanno spessi e caldi cappottoni da cinque millimetri completi. Io qui congelo! La Nuova Zelanda è irrorata dal Polo Sud, da cui è separata solo da una estensione ininterrotta di oceano, da una corrente fredda che fa sentire i suoi effetti su tutto il territorio. Anche qui, all’estremo nord, si avverte sensibilmente. Per fortuna c’è il sole!

James, la nostra guida, stabilisce che i turni saranno di mezz’ora a coppia. Siamo in sei, vuol dire che c’è un’ora di pausa tra un turno e l’altro. Mi va benone. Posso ritirarmi sul flying bridge e studiare dall’alto l’oceano, magari avvistare quel benedetto pesce da lontano. E forse, verso le ore centrali della giornata, dormicchiare qualcosa sulle panche imbottite.

Le ore passano lente. Charlie ara letteralmente il bordo esterno dei banchi. Pian piano il tracciato GPS si aggomitola su se stesso, ricoprendo di linee nere la carta colorata sottostante. Ogni tanto ci avviciniamo ad un waypoint che segna la cattura, con la canna, di un marlin. “Questo” – dice Charlie puntando un dito “l’abbiamo preso ieri, prima di venire a prendere voi”. Pausa di silenzio sospeso… “Centoventi chili!” – spara poi, sicuro delle reazioni di improvviso soffocamento degli astanti.

Sarà anche per questo ma ogni volta che ci si avvicenda sulla poppa, e si prende il moschettone delle boe dalla mano del pescatore che smonta, c’è una bastonata di adrenalina che rende la bocca secca, ancor prima di respirare per mezz’ora con la bocca aperta, la maschera già sul viso a tentare di perdere il meno tempo possibile se per caso, durante il turno, giungesse la bestia e ci si dovesse, davvero, tuffare in acqua.

Nessun marlin tuttavia compare a incidere con la dorsale la superficie dell’oceano inseguendo quelle forse non irresistibili imitazioni di pesci.

Nel pomeriggio le onde si placano, il vento scompare, solo la lunga, lenta onda oceanica solleva la cortina blu dell’oceano. Una grossa foca galleggia solitaria, pigra, i baffoni imponenti appena sollevati al passare della barca a venti metri da lei. Unica eccitazione vera la comparsa verso le tre del pomeriggio di un pesce luna, per gli inglesi sunfish. Mi tuffo, anche solo per rompere la monotonia. L’acqua è FREDDA, del resto come previsto, e nemmeno il nuoto accanito per inseguirlo nell’acqua, verdognola e profonda sconosciute centinaia di metri, riesce davvero a scaldarmi. Il colore è diverso da quelli visti nel Mediterraneo, un curioso nocciola a pois bianchi sempre più ampi fino a ricoprire tutto il ventre. Ma la pelle, ruvidissima, e il nuoto strambo, sono assolutamente identici.

Intanto si sono fatte le sei, il sole sta calando, lucente, dietro l’orizzonte, ci stiamo avvicinando alle isole. L’oceano è ora calmissimo, il cielo sgombro di nuvole, le sagome nerissime dei Three Kings si stagliano contro l’arancione man mano che scivoliamo lenti verso la grande baia che ci accoglierà per la nostra seconda notte.

 

Un altro giorno mi accoglie quando la mattina, per primo, esco dalla cabina piena ancora di uomini insonnoliti. Il Cascade è fradicio della rugiada notturna. Sui fucili verticali gli elastici, che appena si muovono al lieve rollio, trattengono le goccioline come incollate. Partenza presto. Di nuovo in direzione sud, Charlie giura che i terreni di caccia intorno ai banchi del giorno prima sono i migliori, i più frequentati. E che la giornata calmissima aiuterà senza dubbio l’avvistamento.

I Three Kings restano bassi bassi, appena sotto la curvatura dell’orizzonte, l’oceano intorno a loro talmente piatto che vedi giungere rollando le lunghe, liscissime onde oceaniche, le senti sollevarti la barca sotto i piedi e proseguire arrotolandosi verso l’orizzonte, senza rallentare.

I turni si susseguono regolari, scanditi dall’orologio della guida. Ma nessun marlin viene in superficie, nessuno disturba lo stolido frullare dei teaser sulla superficie ferma. Tutto sembra sospeso, le ripetizioni uguali, già si confondono nella memoria.

Il mio turno è finito, mi sono tolto la giacca e sono rimasto con i pantaloni della muta e una felpa. Lontano, sulla dritta, qualcosa compare un istante sulla sommità di un’onda, subito celata nel cavo successivo. Attendo impaziente il susseguirsi, lento, dei cicli di alto e basso. Finalmente compare di nuovo. Alghe! Sono alghe galleggianti, le grandi laminarie brune del Pacifico. Una forma lascia l’acqua in un lungo salto pulito. Sono lampughe! Non mi sembrano grandi ma a bordo scatenano il caos. Chi era già di turno salta in acqua. Chi non lo è si prepara con la velocità di un prestigiatore, i fucili vengono caricati, le boe buttate in acqua, alla rinfusa, in un groviglio che in fretta diventa inestricabile. Per fortuna pescano tutti vicini.

Dall’alto del flying bridge su cui sono rimasto, a me continuano a sembrare proprio piccoline queste lampughe, si apprezza il concentrato entusiasmo caotico della scena. Qui, un pescatore, seguito dappresso da una sagola con un groviglio arancione largo quanto lui, pinneggia con energia dietro a qualche invisibile bersaglio. Si immerge cauto. Il groviglio lo segue fino a scomparire. La boa gialla e rossa sarà a dieci metri dal punto di entrata del subacqueo. Riemerge meno di un minuto dopo. Il fucile è carico. Non ha sparato. Ricomincia il suo cauto inseguimento a sconosciute entità subacquee.

Lì, sei palloni si sono impigliati nelle alghe e tutto il mucchio viene trascinato da un pescatore caparbio e forzuto, di cui vedo lo sforzo delle pinne ma di cui non posso giurare lo spostamento. Tuttavia scende, a pochi metri perché le alghe restano in superficie, e riemerge con due lampughe di quattro, forse cinque chili, infilate nello stesso tiro, ad impazzare in superficie. Lo dicevo, io, che erano piccoline! Ma quando un altro subacqueo riemerge con un’altra lampuga ancora, di poco più grossa, e lo sento ululare dalla gioia. E soprattutto quando esce dall’acqua e tutti si precipitano su di lui a fargli le congratulazioni, comincio a sospettare che non tutto sia così facilmente evidente. Sospetto prontamente trasformato in certezza quando Charlie sfodera una gran bilancia tonda e vi appende la preda.

Scopro così che le acque in Nuova Zelanda sono così fredde che la lampuga, pesce per sua natura tropicale, vi si trova assai a disagio. Anzi non la si trova quasi affatto se non in queste nordicissime, e quindi caldissime, relativamente, acque. E che quindi quella cosuccia da poco oltre sette chili potrebbe costituire, per l’estatico pescatore, un record nazionale!

Forse. Siamo al limite del peso, però, e tutto dovrà essere rimandato al controllo definitivo della precisa bilancia elettronica nel porto, giù a Mangonui.

Pomeriggio inoltrato, stiamo tornando all’ormeggio della sera precedente, nella grande baia riparata. Siamo già in acqua bassa, nel canale tra due isole. È appena finito il mio turno, siamo gli ultimi. Mi tolgo le pinne, slaccio le boe dal fucile, scarico gli elastici multipli con uno sforzo. Di colpo un urlo dall’alto del flying bridge. “Marlin! Marlin! Blue! Blue!”. Mi volto di scatto ed ecco, sotto appena un velo d’acqua, una grande forma, assolutamente, incredibilmente blu. Passa vicino ad uno dei teaser e, non giurerei di non averlo immaginato, il grande rostro che sciabola. Un lampo bianco, il ventre che scivola fulmineo. Si immerge, quasi sotto la poppa. Scompare.

Il silenzio è tale per un momento che ce lo si potrebbe avvolgere intorno. Una coperta per dimenticare.

Poi un bailamme di urla, parole, recriminazioni, l’inglese talmente veloce che non tento nemmeno di seguirlo. Ho ancora il fucile in mano, un oggetto inutile, gli elastici penzoloni. Il marlin, e il marlin blu, il più raro, è davvero passato, qui a pochi metri, e io non ero pronto! Anni ad attenderlo e ora per pochi secondi tutto è vanificato!

Non so se sono più scoraggiato o più infuriato. Dar la colpa al fato feroce non cambia nulla. Dar la colpa a me per non essermi fermato un istante di più non cambia granché le cose ma almeno ho un bersaglio più vicino e più convincente con cui prendermela.

Durante la notte il grande marlin nuota e rinuota nei miei sogni spezzettati, la pancia a balenare ancora e ancora mentre qualcosa mi trattiene, sempre, dal tuffarmi a raggiungerlo. Nei sogni non ho mai un fucile, strano.

 

Stamani sveglia prestissimo. Si è deciso di dedicare un po’ di tempo alle famose ricciole dei Three Kings, nel comprensibile anche se forse poco onorevole tentativo di portare a casa, comunque, un po’ di pesce.

Anche se i kingies sono pesci di massimo cinquanta chili vado comunque in acqua con il Tuna Gun. A parte il fatto che l’unico marlin avvistato non era sui banchi ma proprio qui nei dintorni, e in poca acqua, il record sullo striato del settembre 2004 è stato preso praticamente qui, sotto la barca, in una situazione esattamente identica a questa. In acqua a prender ricciole. Inoltre, per me nient’affatto trascurabile, in questo modo esco dalle panie della non omologabilità del record usando i teaser.

Mi faccio lasciare su una punta, con un velo di corrente che increspa la superficie, pettina le lunghe alghe brune, attorcigliate e attorcigliate ancora dal lungo respiro dell’oceano. In acqua, finalmente.

L’acqua è fredda davvero nella muta sottile ma mi godo questi momenti, la prima immersione vera nelle acque della Nuova Zelanda. La punta digrada sott’acqua con grandi massoni appena fessurati. Il sole ancora basso è in controluce quasi perfetto di fronte a me. La luce è radente, fa scintillare i fianchi di pesciotti, assolutamente sconosciuti ma dal comportamento così noto. La danza del branco, i pesci più esterni a dardeggiare un momento fuori, ma presto a ritornare a confondersi nella sicurezza della massa. Il fondo non si vede, indugio un lungo momento a mezz’acqua a bearmi dell’immersione in sé e dei barbagli di luce riflessi dalle pagliuzze in sospensione. In pace, tempo sospeso, l’apnea dimenticata. Di colpo, da dietro, dai sassoni in acqua bassa, due forme affusolate, la coda inevitabilmente gialla. Due kingies. Non sono dei mostri, saranno una decina di chili, quella forse un pocolino più grande davanti, l’altra dietro, a seguire fedele la rotta. Si avvicinano, rallentano perplesse, si allargano poi e si perdono rapidamente, decise, in orizzontale nel verde blu del fondale.

Il fucile, senza che lo decidessi, senza pensarlo, ha tracciato lentamente il loro percorso. Bene, vuol dire che l’istinto di caccia è vivo, presente. Ora, manca solo il marlin! Rido da solo, ma il tuffo successivo è ancora teso, la concentrazione alta. Il pesce assente…

È solo quando mi sposto sulla punta vera e propria che le cose cominciano a farsi interessanti. I branchi dei sempre sconosciuti pesciotti sono agitati, raccolti stretti stretti, nervosi. Gran fiato, scendo. Raggiungo planando, piano, i dieci metri ed ecco il branco! Grandi forme, lente, le code pennellate di giallo, luminose. Scendo loro incontro, il fucile non puntato. Risalgono pigre, mi vengono vicine, ruotano l’occhio grande quando mi passano quasi accanto. Sarebbero certamente a tiro ma non sparo. Saranno quindici chili, venti chili scarsi le più grosse… Dove sono quelle giganti?

Il branco è tranquillo, mi ci immergo in mezzo più e più volte, senza scatenare nervosismi particolari se non quando ruoto a risalire. Allora comincio a tenermi un po’ di fiato, ad allontanarmi in orizzontale per qualche metro, prima di girarmi verso la superficie. Solamente, pian piano, sprofondano. Ora sono ad una ventina di metri. Ed io comincio ad avvertire i primi sintomi di quelli che diventeranno tra poco veri e proprio brividi. Il fucile ha smesso di tracciare quasi da solo i pesci.

Un’ultima immersione, oltre la punta, lì ci sono solo quelle giocherellone. La corrente, superato lo scoglio più al largo, si fa sentire e devo pedalare, con attenzione, per oltrepassarlo fino ad esser sicuro di non ritornare indietro immediatamente appena immerso. Respiro con cura, mi rilasso, non manca molto al rientro sul Cascade, facciamo le cose per bene. Scendo. Il fondale è ancora più ripido, cade a balze lunghe, senza franata e senza sassoni. Mi allargo, lascio che la roccia scompaia dietro di me, plano nel blu. Scendo lento, le pinne appena a premere sull’acqua, a stabilizzarmi. Nulla. Barbagli nitidi, qui nell’acqua più pulita, lontani dalla superficie. Guardo verso l’alto, sto per risalire quando, dall’orizzonte blu-verde di fronte a me, alla mia stessa altezza, schizza fuori un siluro puntato contro la mia faccia. Sono pochi istanti, non riesco a decidere cosa sia. Tonno? Kingfish? Vedo solo gli occhi grandi, la bocca nel muso puntuto. Non riesco nemmeno a stabilire quanto grande sia. Alzo il fucile, prendo un po’ affrettatamente la mira, sparo. Il pesce si attorciglia, ferito, scappa verso il fondo. È un kingfish, alla fin fine. Ora si vedono l’occhio attraversato dalla banda orizzontale scura e la coda gialla. Non è preso bene, ma la punta staccabile sta facendo il suo lavoro e la pesante asta non offre punti di rotazione al pesce. Risalgo, un po’ deluso, un po’ dispiaciuto. È piccino anche questo. Non sarà venti chili. E ora ci aggiungo anche il pentimento, a vederlo bene non avrei sparato. Peccato.

Proprio mentre buco la superficie, il fucile già automaticamente infilato per gli elastici sotto la spalla, il sagolone in mano a giostrare il pesce, sento il ronzio del gommoncino del marinaio che mi viene a prendere. Alcuni minuti di lotta, non oso tirare troppo, ci mancherebbe anche si strappasse e se ne andasse a morire in bocca al primo squalo. Poi ho il pesce in mano. Salgo sul gommoncino semisgonfio, deposito il kingfish sul pagliolato, dove brevemente sembra più grande, ma sempre non convincente, e ritorno alla barca. La situazione, man mano che tutti gli altri rientrano, non pare rosea. Nessuno ha un pesce, non dico più grande del mio, ma proprio nessuno pesce. Punto. Il mio poi, insulto finale, ferma l’ago a 17.3 chili, sotto a quanto mi ero impegnato per iscritto a prendere. Va bè che è il mio primo kingie ma potevo tirar fuori dall’acqua qualcosa di meglio, no?

Ripartiamo a fare sul serio. Marlin, ancora. Questa volta in direzione Nord, ancora più lontano. Destinazione i Kings Banks, venti miglia a nord-est dei Three Kings. Pareti a picco che partono da abissi di centinaia di metri tutto intorno per fermarsi a solo trenta metri dalla superficie. I waypoint di Charlie fitti fitti lì intorno in una rete complicata.

Ripartiamo con i turni, lenti, un picco di speranza ormai un po’ voluta, sforzata, quando si inizia. La visione del marlin di ieri ormai quasi strusciata, come un’immagine troppo rivista, a scatti.

L’oceano si mantiene calmo, il picco pian piano si avvicina, mancano cinque miglia. Tocca di nuovo a me.

Il rito ormai consueto, la maschera sciacquata nel bugliolo di acqua marina, il fucile caricato con attenzione puntellandomi contro la battagliola, le pinne ai piedi, il cenno di testa e il “Good Luck”, buona fortuna, del compagno che mi passa il moschettone delle boe. Tutto familiare…

Finché… Dal flying bridge urlano: “Dolphins! Dolphins! Number one. Number two. Go! Go! GO!”

Number two, sono io! In acqua senza nemmeno pensare, tanto avevo preparato, e rivisto e rivisitato, nelle lunghe mezz’ore, le sequenze dei movimenti. Il fucile è già puntato in avanti, non vedo nulla, l’acqua è ancora bianca dell’elica che un attimo fa è passata proprio qui. Un gran respiro, scendo. Basta un paio di metri ed esco dallo strato di bollicine. L’oceano si spalanca, scuro, sotto di me. Ecco i delfini. Sono stenelle, più piccole e sottili di quelle nostrane.

Le più vicine si girano appena, languidamente, su un fianco a guardarmi, con quel sorriso fisso suggerito dalla piega all’insù delle labbra. Non rallentano, la coda ondeggiante in un rilassato ritmo regolare. Ma so che è una velocità che divora le miglia, per loro velocità di crociera, che io non posso minimamente sognarmi di eguagliare.

I branchi di delfini sono oasi viaggianti di vita nel deserto dell’alto oceano, fonte di odori, rumori, sapori che non possono essere ignorati da alcun predatore che ne viene richiamato irresistibilmente. Sempre o quasi, sotto i delfini, dietro ad essi, branchi di tonni nuotano alla stessa velocità, spartendosi i bottini di pesci che questi o quelli per primi trovano. Richiamando nelle loro frenesie di caccia altri predatori ancora, per natura più solitari, ma che non disdegnano anche nella ressa qualche grasso pesciotto: marlin, pesci vela mentre dall’altro precipitano sule e fregate.

E sempre, inevitabilmente sempre, di poco più lontani, i grandi squali oceanici nuotano allo stesso passo, attendendo tenaci la loro occasione.

Questo è l’oceano vero, quello che attendevo, lontano dalle facilitazioni dei subdoli teaser, lassù al sole. Ma in fretta, per carità, istanti da afferrare prima che la mia goffaggine di terrestre, prestato per qualche momento all’acqua, mi lasci inesorabilmente indietro.

Già le stenelle si stanno assottigliando, il grosso del gruppo è ormai passato, un indistinto pigolio di comunicazione ancora a circondarmi. Una delle ultime cambia rotta, accenna a salire, mi viene quasi accanto. Ma non è interesse vero. Dopo un istante già la grande coda grigia batte, il ritmo appena più accelerato, per portarla di nuovo giù, tra le altre.

Mentre risalgo, scompaiono sotto di me, se ne vanno, sono solo. Ora, ora è il mio momento. Se qualcosa davvero c’è sulla pista dei delfini, questo è il momento in cui arriverà. Resto poco in superficie. Grandi respiri forzati, non ho tempo per le raffinatezze, scendo e scendo profondo, più giù del branco. Il fucile puntato, il grande oceano sotto le pinne, la profondità un inutile dato. E recito il delfino fermo, sperando che il battito del mio cuore non sia troppo diverso da quello dei confratelli mammiferi, planando leggero nel grigio blu infinito.

Il solito gioco della preda evidente e del predatore ammantato, giocato infinite volte, il chi è chi? da decidere una volta di più in un confronto diretto, immediato, in questo oceano così lontano da casa.

Le pinne piano, il fucile teso, attendo in impaziente rilassatezza. Che segnali elettrici sto emanando? Che suoni emetto in questo momento? Il flettersi leggero del carbonio è così diverso dallo sventolio delle code? La mia sagoma è troppo minacciosa? Chiudo con decisione il cervello, troppo umano qui ed ora. Basta un accenno di mantra e torno una finestra trasparente, sciolta nell’acqua. Il tempo non conta più. Vivo, solamente.

Il tempo passa, la superficie lontana è percorsa dalle onde. Il pigolio dei delfini ora non c’è più, il rombo dei motori del Cascade nel sottofondo. Attendo.

Invano. Mentre gli ultimi momenti dell’apnea sgocciolano via e mi accingo a risalire, forse, ma forse soltanto, una grande forma, ignota, scivola gigante, profondissima, sotto di me. Arresto le pinne, guardo in basso ma non sono certo di aver davvero visto nulla nel buio infinito. Risalgo all’aria e improvvisamente il motore del Cascade è forte, i rumori evidenti, l’aria aspra ad inspirarla ed espirarla. Mi vengono a prendere, risalgo ancora stranito tra gli umani. Poche parole, prima di terminare il mio turno, la muta ancora stillante. Sono l’unico ad aver visto davvero i delfini. Il compagno, tuffatosi un istante dopo, sul versante di dritta, non ha visto nulla.

Ore ancora, passate ad arare caparbiamente i Kings Banks. Turni cocciuti a ripetizione, i teaser indifferenti a frullare la superficie. Nulla. Nessun marlin.

A tramonto già inoltrato, mentre rassettiamo la barca prima di rientrare ai Three Kings, un visitatore solitario. A dritta di prua atterra, dopo un lungo circolare ad ali immobili, un Black-browed Abatross, l’albatro della sopracciglia nere, uno dei grandi trasvolatori dell’oceano australe. Il piumaggio minuto, candidissimo, del petto e della testa sottolineato dalla pennellata a carboncino sopra l’occhio, l’enorme becco uncinato da predatore intinto nell’inchiostro. Bellissimo.

 

Alba quasi cupa, grigia, lunghi cirri sventolano alti al vento in quota. Il tempo sta cambiando.

Ieri sera consiglio di guerra. È stato deciso dal gruppo che, visto che i Marlin per qualche ragione rimangono caparbiamente assenti, tutti vogliono una ricciola gigante. Non sono particolarmente interessato ma non voglio fare una battaglia contro. Forse inutile, magari i marlin sono poi in acqua bassa…

Per pescare ci muoviamo questa volta sul versante nord della Great Island, direttamente con il Cascade. Anche tutti gli altri, per qualche ragione, scendono in acqua con i fucili grandi…

Io mi faccio lasciare al largo di una fessura su un lato dell’isola. Qui gli scogli sono spaccati, un canale profondo, che da fuori non si vede, deve unire i due versanti. L’onda oceanica monta dall’altra parte, schiuma infuriata costretta tra due pareti strette, irrompe, precipita in frangenti agitati da questa parte. La superficie è segnata da onde circolari che si irraggiano dalla costa, segno che il canale sott’acqua è aperto e che flussi d’acqua vengono scambiati tra i due versanti.

Un luogo perfetto, secondo me, per i predatori che da qui cerchino di catturare pesciotti in difficoltà nell’acqua agitata.

In acqua, scendendo direttamente dalla barca. Sotto, al primo sguardo, non c’è il fondo, sono troppo lontano. Non riesco a decidere il verso della corrente ma mi impegno a raggiungere la parete. Una lunga pinneggiata, il braccio sinistro dietro la schiena, fuori dall’acqua a ridurre l’attrito, il fucile puntato in avanti che quasi galleggia da solo, spinto dall’avanzamento. Pian piano la parete si avvicina, troppo piano perché non ci sia corrente contraria. Ma ormai mi sono incaponito e persevero. Finalmente, ad uno dei tuffi esplorativi, individuo sotto grandi massoni lisci, con vegetazione rada, scuri nella luce plumbea. Mi impongo altre cento pinneggiate poi comincio a pescare davvero.

Primo tuffo. Sassoni fondi, lisci, giganti, le pareti più scure man mano che la profondità aumenta. Scendo fino a poco meno di venti metri, il fondo ancora lontano. Uno sguardo in orizzontale ed ecco tre forme affusolate, in risalita. L’occhio grande, nero nella livrea scura, la coda sempre giallissima. Sono certamente Kingfish, ma che pesci! Il più grande è almeno il doppio di quelli visti il giorno prima. Un bestione da oltre quaranta chili, massiccio, una cicatrice bianca appena dietro la dorsale a ricordo di chissà quale battaglia cui è scampato non indenne. Gli altri sono appena più piccoli, un po’ più in basso e più dietro al capobranco. Si avvicina lento, con una rotta circolare, sospettosa. Non arriva a tiro, sebbene cerchi di intercettarlo, sprofonda, arriva a sfiorare il fondale, si allontana. Un brancotto appena intravisto nell’acqua fonda scappa terrorizzato a sciamare a contatto con le rocce ma la bestia sfila indifferente, se ne va. Le altre poco dietro. Scompaiono. Questa è una ricciola cui avrei davvero potuto sparare senza vergogna!

Altri tuffi, in qualche modo più tesi, più concentrati. Il fondo rimane scuro, i roccioni non cambiano di conformazione anche se la profondità diminuisce man mano che mi avvicino alla parete dell’isola. Ma la fatica aumenta, la corrente è decisamente contraria, pettina i pesci che intravedo sul fondo, le teste tutte girate dalla stessa parte. E le ricciole, pur essendoci, nell’acqua bassa sono più piccole, non più grandi di quelle di ieri.

Il sole intanto è uscito dalle nuvole o forse solo dal grigiore dell’alba. La luce sott’acqua aumenta. Qualche raggio sciabola nell’acqua verde che comincio a sentire come sempre più fredda. Sto arrivando quasi a tremare, la muta tropicale non basta.

Ritorno indietro. Ho deciso che quelle grosse sono, devono essere, nell’acqua fonda. Smetto di nuotare e, finalmente, mi faccio trasportare dalla corrente. La risacca vicino alla parete si allontana, sono meno sballottato, la superficie si placa. Altri tuffi, altri avvistamenti, ma senza risultato. Il rombo dei motori del Cascade mi scuote dalla concentrazione, il tempo è passato, sott’acqua al solito in frettissima, mi stanno venendo a prendere.

Peccato, niente ricciole giganti per me. E gli altri? Nemmeno a loro è andata meglio. Uno solo sbatte a bordo, malamente, un kingie neonato, poco più della metà del mio precedente. Spazientito assicura ogni e qualunque astante che è il pesce più grosso gli sia passato a tiro.

Basta. Finito. Stiamo lasciando i Three Kings e ritornando a Mangonui. Con quella punta di tristezza del viaggiatore accanito mi capita di pensare: ci rimetterò pinna? Tornerò ancora nei miei vagabondaggi a rimirare queste pareti ocra e nere, segnate di bianco, l’arco inclinato cui ora stiamo passando a fianco, la sensazione di isole lontanissime?

Quasi sera. A poche miglia da Mangonui, siamo alle ultime battute. Mi sto preparando. Il mio turno comincerà fra cinque minuti e sarà l’ultimo. Nessun marlin per tutta la giornata, nessun avvistamento nell’oceano sempre più mosso, grigio, francamente tempestoso. L’attenzione è bassa, qualcuno prepara in silenzio la sacca, ripone i fucili e le attrezzature che sono rimaste al vento per tutti questi giorni. La sensazione di fine spedizione è stabile nell’aria.

E il marlin attacca.

Una pinna fulminea a incidere la superficie. Urla selvagge dal flying bridge. “Marlin!!! Marlin!!! GO! GO! GO!!!”

Chi è di turno più che tuffarsi si scaraventa in acqua, il subacqueo di fronte a me il più vicino alla sagoma in movimento. Con un salto sono sulla poppa e srotolo in furia il sagolone che collega il fucile alle boe, che non si incastrino ora! Le getto in acqua, sulla scia ancora sbiancata dalle eliche. Nuota deciso, subito le pinne al cielo, si immerge. L’ha visto! Il silenzio a bordo è di colpo perfetto, solo il vento stride ancora coprendo il borbottio dei motori al minimo, l’attimo sospeso.

Improvvisamente riemerge, il fucile ha gli elastici penzoloni, l’asta non c’è più. Bailamme istantaneo, tutti ci urliamo l’un l’altro. “Ha sparato! Ha sparato!”. La boa, ora! Se la boa parte vuol dire che il marlin è stato almeno toccato, che c’è un combattimento in atto, che davvero un marlin potrebbe essere preso.

Ma il subacqueo alza la maschera verso di noi, scuote piano la testa. La boa rimane indifferente a galleggiare, ferma, appena inclinata ad indicare, sotto, un’asta penzoloni, vuota.

 

 

Riccardo A. Andreoli

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