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PescaSub N. 198 - Marzo 2006

 

 Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

 

Un pinna gialla in mezzo all’oceano

 

Anno XIX – PescaSub n. 198 – Marzo 2006 – Pg. 28 – 34

 

Il tonno oceanico

 

Il solito blu sotto le pinne. La solita concentrazione ai particolari minuti che possano segnalare l’avvicinarsi quasi invisibile di un pesce. Le onde, come qui è normale, sono ben presenti ma oggi non sono massicce e galleggio tranquillo, appoggiato sulla superficie dell’Oceano, sollevato e abbassato dal suo regolare, lento respiro. Solo, l’occasionale frangente mi sciacqua e mi acceca con miriadi di bollicine.

Respiro più profondamente di quanto sarebbe davvero necessario per stare a galla solamente. È tuttavia una preparazione alla necessità di reagire in fretta alla comparsa, sempre inaspettata, sempre subitanea, dei pesci.

Lo sguardo scandisce il blu. Noto, e automaticamente ignoro, tutti i segni e i movimenti non importanti. Le colonne dei raggi del sole che penetrano nel blu, in costante movimento, cangianti, lattescenti nell’acqua non pulitissima. Gli organismi del plancton, in molle pulsazione qua e là, a profondità varie: le beroe, minuscole botticelle di ciglia vibranti, orlate di arcobaleno, troppo lente per costituire distrazione; i cinti di Venere, indolentemente drappeggiati nell’acqua, in serpeggiante movimento solo quando sfiorati. Dalla forma tuttavia così simile a quella di un pesce affusolato che spesso l’occhio, pure avvezzo, si arresta su di loro nella costante scansione dell’oceano, interrogandosi se fosse una cosa piccola e vicina, indizio non importante, oppure un pesce profondo, degno di totale attenzione.

Ogni tanto qualche carangide viene sedotto dalla mia presenza e compare in nuoto veloce fino a trenta-quaranta centimetri da me, per sostare un attimo e poi nuotar via disinteressato allo scoprire che non sono poi, come sembrava da lontano, da mangiare. Unica presenza costante, e ora ce ne sono tanti, i balestra. Il loro nuoto è tuttavia così particolare, senza coda ma utilizzando solo, a ventaglio, la dorsale e la anale, e la loro forma così bizzarra, quasi un quadrato, che non costituiscono davvero una distrazione.

Improvvisamente, all’ennesimo sfavillio, un movimento che non è nulla di tutto ciò. Veloce, massiccio. Tonno! Anzi, tonni! Il primo ad arrivare è un mostro che a spanne, e solo più tardi, tenterò di pesare ben oltre il quintale. Nuotando alla identica velocità, appena più dietro, altri due, un po’ più piccoli, tarchiati culturisti da oltre novanta chili. Arrivano ad una tale velocità che appena un secondo dopo aver registrato il movimento, sono già sotto di me, dieci metri giù, il primo ha già compiuto un circolo completo, ha già esaurita la sua superficiale curiosità e si allontana, lo scintillio delle lunghissime pinne gialle che danno il nome alla specie già che si offusca nella lontananza.

Un velocissimo respiro, so già non profondo abbastanza per una lunga immersione ma qui si gioca sugli istanti, e scendo. Capovolta leggera leggera, scendo pinneggiando con forza solo quando sento le pinne sotto la superficie. Il fucile è puntato verso il basso ma non esteso, non posso arrivare loro vicino brandendo e sbandierando una lunga cosa che non può essere interpretata che come minacciosa. Gli altri due tonni, ora che ho reagito, sono già lontani, sulla rotta del primo gigante, quasi invisibili, quasi disciolti nel blu.

Ma c’è un ritardatario. Un tonno sicuramente più piccolo, a paragone degli altri, arriva anch’esso sulla stessa rotta, altrettanto fulmineo. Solo che ora io sono vicino, il fucile, adesso, teso. Accenna appena un cambiamento di direzione verso di me, subito frenato dalla mia massa minacciosa in avvicinamento. Accelera, scende, ma ormai sono a tiro, anche se solo per il potentissimo fucile che uso. Miro in maniera sommaria, e gli sparo sul groppone. Preso! Vedo per un istante lo sventagliare della punta staccabile che si libera e che quindi lavorerà. Poi il tonno sprofonda. Libero con uno strattone il collegamento tra sagola e fucile e risalgo.

Ho appena volto la testa verso l’alto e non ho fatto che un paio di pinneggiate quando la potenza del tonno si fa sentire. La boetta gialla da otto litri schizza verso il basso come fosse non più di un turacciolo, il collegamento a quella successiva, più grande, in un istante è tesissimo. Perfino la grossa boa rossa, da trentacinque litri, è completamente sommersa e sta scendendo ad alta velocità verso il fondo sulle orme della prima. Comincio a rivedere le mie stime sulle dimensioni del tonno… Forse, forse, non è poi quei quaranta-cinquanta chili come immaginavo.

Raggiungo la superficie e, per fortuna, la boa rossa riemerge: tiene! Un primo urlo di liberazione e di sollievo mescolati riassume entrambe le sensazioni. Poi mi devo dedicare alle cose serie. Il cavo di collegamento all’asta è assolutamente verticale. È talmente teso che, attraverso la successione di cavi, quello d’acciaio e quello galleggiante, sento il tonno nuotare potente, nascosto dalla lontananza nel blu sotto di me. A galla c’è solo la boa rossa e la situazione resterà tale e quale per i successivi venti minuti. Ogni mio tentativo di salpare il pesce finisce sempre nello stesso modo, non tiro su il tonno ma tiro verso il fondo me stesso. Il mio compagno di pesca, memore del suo tonno, perso pochi giorni prima per colpa di una boa troppo piccola, rapidamente scomparsa verso il fondo per mai più riemergere, mi offre, ripetutamente, di legare la sua sagola, con altre due boe, alla mia. Ringrazio, ma rifiuto. La boa grossa non solo misura trentacinque litri ma è anche pompata ad una atmosfera. Il che si risolve in una galleggiabilità costante almeno fino a dieci metri e in uno schiacciamento, con conseguente riduzione della capacità di sollevamento, solo a partire da quella quota. E anche se il pesce fosse COSÌ potente, la boetta gialla è rigida, è progettata per resistere a pressioni fino a ben oltre cento metri, e, al primo momento di stanca del pesce, tirerebbe su anche l’altra. Il pesce dovrebbe quindi ricominciare da capo, con oltre quaranta chili da portarsi a spasso verso il fondo. Ma questo tonno, dopo la prima folle strappata, non ha fatto affondare che per metà la boa grossa, facendola galleggiare verticale, come un grosso punto esclamativo sulla superficie bianca e blu dell’oceano. L’altra boetta è tutt’altra storia, è sempre dieci metri sotto, soltanto a volte schizza tanto violentemente quanto brevemente verso l’alto, quando il tonno cede un istante, per rapidamente ritornare alla stessa profondità. Resterà immersa fino alla fine a testimonianza della forza del tonno.

Ho in ogni modo costantemente la mano sul collegamento tra le due boe, se il pesce partisse dovrebbe tirare giù anche un nuotatore che con pinne potenti nuota nell’opposta direzione. Sono conscio della presenza del compagno di pesca subito dietro le mie spalle, rassicurante ma, per il momento, superflua. Certo che, dovesse comparire uno degli onnipresenti squali che tanti wahoo ci hanno mangiato, divorato e sgranocchiato, proprio in una situazione come questa, con il pesce profondo sotto di noi, la superfluità evaporerebbe assai in fretta. Si tratterebbe allora di difendere il pesce, già smozzicato probabilmente, quindi ancora più appetitoso e di conseguenza più desiderabile da parte del dentuto prepotente di turno.

Per il momento tuttavia di squali non c’è traccia. Spero che gli strattoni che sento trasmessi alla mia mano siano il pesce che nuota e non lo squalo intento al suo banchetto. Ogni tanto cerco di sollevare il tonno ma ogni volta sono tirato sotto dalla cima tesissima. Devo attendere, sempre più preoccupato, ancora.

Finalmente riesco a salpare un metro, anche se lo devo cedere subito. Poco dopo i metri sono due. Poi riesco a mettere la mano sul sagolone galleggiante, dopo le boe, e le cose diventano più facili. La cima è grossa, e si impugna saldamente. Al contrario dei wahoo che, fin quasi alla fine, sono sempre in movimento orizzontale, il tonno combatte solo in verticale. Pian piano sono circondato da volute arancioni e devo cominciare a nuotare con prudenza per liberarmi dalle spire. Con pesci così potenti, potenzialmente più pesanti del pescatore (sto sempre più riconsiderando le stime del peso), se in un soprassalto di energia dovessero ripartire, sarebbe assai pericoloso restare prigioniero lì in mezzo.

Salpo lentamente, con fatica ma costantemente. Al solito non oso avvolgere nulla intorno alla mano. Arrivo alla fine della sagola, ai metri in acciaio. E qui la precauzione raddoppia. Se, come ultima sicurezza, fino a questo momento potevo, restassi legato, usare il coltello per tagliare, ora non me lo posso più permettere. Il cavo d’acciaio certo non si taglia con il coltellino che ho in cintura. Ho anche, naturalmente, un piccolo tronchesino, apposta per l’acciaio, ma non mi sono mai deciso a montarlo. Ora i gesti con cui mi libero della sagola già salpata sono ancora più ampi, e nuoto sempre per non rimanere sul posto già pieno di cima. Per fortuna l’acciaio affonda, quindi le spire sono ora sotto le mie pinne. Tutte queste precauzioni, fondamentali con pesci grossi, sono ormai semiautomatiche e non mi hanno distratto dal tonno. Che è ormai in vista! Prima un baluginio, appena colto. Che si trasforma, lentamente, in una forma a metà lucida, a metà blu scurissimo. Non lo vedo più nuotare. Che, davvero, lo squalo ingordo… ma il tonno sembra intero, non vedo quella nebbia, verdastra nel blu, che indica sangue che esce dalla ferita di un azzannamento. La sagoma è come racchiusa tra le parentesi arcuate delle grosse pinne gialle nella metà posteriore del corpo. Viene su inerte. Probabilmente, come mi è già successo, il tonno ha lottato fino alla fine, fino allo stremo delle forze e oltre, fino a morire, letteralmente, combattendo.

Una volta di più, come retropensiero fuggevole, mi arrabbio all’ipocrisia di tanti cannisti che così enfaticamente si vantano del loro catch&release quando, per la maggior “sportività”, combattono il tonno con attrezzature leggere, così da tenere il pesce in canna a lungo e divertirsi per più tempo. Pesce che quando, esausto, giunge alla barca, è rilasciato e affonda, tutti lassù decidono sia stato “liberato”. Ma non c’è mai in quelle occasioni un subacqueo che ne osservi il comportamento. Nella mia esperienza, affondare, per i tonni dopo una lotta, non vuol dire affatto nuotar via, davvero liberi.

Questi tuttavia sono solo fugaci pensieri, che offuscano appena la presenza del tonno, ora evidente, sotto i miei piedi. Il pesce, anche se non lotta più, è talmente pesante che, ad ogni onda un po’ più alta delle altre che mi passa sopra la testa, mi distende, deciso, il braccio che stringe la sagola: il tonno tende a rimanere alla stessa quota e sono io, più leggero, che mi muovo in relazione a lui. Anzi, ad un’onda massiccia e orlata di schiuma, sono francamente tirato sotto.

Poco importa, ora. Una breve inspirazione, scendo e mi fido ad infilare, lentamente, osservando le sue reazioni, la mano in branchia. E lì, subito, sotto acqua, lo uccido, il coltellino dietro l’occhio.

Le fotografie saranno una faccenda difficile. Il tonno è così pesante, anche in acqua, che in superficie mi devo aggrappare alla boa per riprendere fiato, smettendo così per qualche momento di nuotare vigorosamente verso l’alto. Quando scendo sott’acqua, le apnee sono ridicole perché, pur nella presunta rilassatezza delle fotografie, devo costantemente nuotare per evitare di essere trascinato verso l’invisibile fondo dal peso del pesce.

Dopo uno sforzo in due che ci lascia senza fiato, il tonno issato scivola, con un tonfo risonante, sul pagliolato. Ora, finalmente, rallento. Ora me lo posso, finalmente, guardare. È una fantastica, perfetta, macchina da nuoto e da caccia. Le lunghe pettorali si ritraggono in un alloggiamento scavato lungo il fianco fino alla scomparsa totale. Il dorso è liscissimo, interrotto soltanto dalla svettante pinna dorsale giallo vivo, doppiata nella parte inferiore dalla identica pinna anale, entrambe già nella parte posteriore del corpo. La carena sul peduncolo caudale è espansa, larga quasi un palmo, anch’essa orlata di giallo. Il profilo così idrodinamico che quando passo una mano lungo la testa non avverto nemmeno, sotto i polpastrelli, alcun rilievo o incavo in corrispondenza degli occhi. Unica stonatura, a me sembra, la coda, che pare sproporzionatamente piccola per una massa similare. E che mette in movimento il tonno solo perché spinta dalla sua muscolatura straordinaria.

Arriviamo a terra più di cinque ore dopo. Purtroppo, secondo le pessime abitudini di conservazione del pesce da queste parti, il tonno è rimasto per tutto questo tempo al sole, con solo uno straccio, piccolo e inumidito a lunghi intervalli, a protezione del sole feroce. Si vedono già le grinze della disidratazione sulla pelle secca e le foto non saranno certo impeccabili.

Il peso per di più è tale per cui mi è difficile muovere la massa del tonno. Non se ne parla di tenerlo in braccio, e anche il solo alzarlo in verticale mi fa bofonchiare per lo sforzo. Il pesarlo poi è un’avventura. Non è possibile metterlo sul gancio della bilancia e alzarlo, è troppo grande, è alto poco meno di me, e soprattutto troppo pesante. La soluzione trovata è quella di farlo scivolare oltre l’orlo del pontile e tenerlo, forte, mentre la bilancia ruota pazzamente. Il peso non è affatto preciso ma solo presunto perché la bilancia arriva SOLO fino a cinquanta chili. L’ago schizza oltre il peso massimo, ruota ancora e si ferma su qualcosa che posso leggere come tra i 65 e i 67 chili.

Sapete, è una strana, curiosa, calda sensazione, vedere la bilancia arrivare a fondo corsa senza rallentare e continuare ben oltre…

 

Riccardo A. Andreoli

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