Previous Up Next

PescaSub N. 197 - Febbraio 2006

 

 Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

 

I dentici giganti di Villasimius

 

Anno XIX – PescaSub n. 197 –Febbraio 2006 – Pg. 56 – 63

 

Dentici

(dal libro delle mire)

 

Villasimius, estrema punta sud orientale della Sardegna, inizio anni 80. Prima della costruzione del porto nuovo, prima, assai prima, dell’istituzione del Parco, poco dopo il Campionato Italiano di Pesca Subacquea del 1979 vinto da Antonio Toschi.

La raggiungo con un gran giro complicato, cominciando dal nord, arrivando a Palermo e di lì partendo insieme al mio compagno di appassionate pescate Sergio, con il suo carrello e gommone, alla volta di Cagliari.

Il porto di Cagliari, di mattina così presto, è rosato dal sole sorto da poco e con poca attività, qualche vecchietto che pesca con la canna, pescherecci ormeggiati in multipla fila. L’unico trambusto è dovuto alla scaricamento del traghetto dalla Sicilia da cui stiamo smontando. Siamo pieni di sonno e di speranze. Scendiamo dalla rampa, le ruote piccole del carrello che traballano sugli spessi rilievi verdi antisdrucciolo: siamo in Sardegna! Siamo armati della frase di un amico di Sergio che lapidariamente aveva affermato che a Villasimius c’era il doppio del pesce di Lampedusa (e, aggiungeva quella frase, nelle secche tra Sardegna e Corsica c’era il doppio del pesce di Villasimius – ma era troppo lontano, e per le nostre finanze dell’epoca Villasimius era perfetta).

Siamo sopra ogni altra cosa armati della fotocopia di una carta nautica con segnati con un puntino più spesso le secche trovate da Riccardo Molteni nella preparazione del Campionato e ritenute validi campi di caccia. Non ci sono i punti (Loran e GPS sono ancora nel futuro) né le mire a terra, dovremo trovarcele da soli, ma ormai anni di esperienza e la mia nuova e bellissima, gigantesca, bussola da rilevamento sono certo mi permetteranno di scovarle senza problemi.

Piano, Sergio guida alla volta di Villasimius, in un paesaggio di calette e di tortuose strade in saliscendi finché, ad una secca curva in salita sulla sinistra, si apre il panorama ed ecco, ancora lontane ma nitidissime, le sagome di Capo Carbonara e dell’Isola dei Cavoli con il grande faro, che impareremo a conoscere assai bene nel mese a venire.

Prima di tutto le cose importanti. Andiamo al porto e mettiamo il gommone in acqua. Lasciamo lì anche il carrello, in mezzo ad altri rugginosi reperti. Spazio ce n’è in abbondanza, sia in banchina sia lì vicino. Il fidato e anzianotto Zodiac rosso e nero a chiglia pneumatica vedrà ancora giorni di pesce e mare.

Poi badiamo al confort degli umani: procuriamoci una casa e un letto. Non avendo nessuna idea andiamo all’ufficio turistico e chiediamo informazioni. Dopo pochissimo siamo sistemati presso un ex-pastore, signor Longoni, gentilissimo vecchietto dal sorriso sottile e dagli infiniti aneddoti della sua vita di instancabile camminatore transumante.

Ora siamo pronti, un pomeriggio di riposo si stende tranquillo di fronte a noi, senza nemmeno il patema d’animo dell’andare in acqua oggi, subito, perché tanto abbiamo tempo. Abbiamo un mese intero davanti a noi, per sbizzarrirci in pescate ed esplorazioni di questo mare promessoci così pescoso.

Se rivado a quei giorni e ripenso alle attrezzature le vedo con un pizzico di nostalgico compatimento: pinne lunghe sì ma di gomma, le Scarpati, mute certamente su misura ma, rispetto ai giorni nostri, di sicuro non così morbide. Tutto migliorato nel corso degli anni, tranne forse per il fucile. Erano i primi anni dello Sten 130, fucile che mi avrebbe dato nei decenni futuri tante e tante soddisfazioni. Il mulinello era (è tuttora) il magnifico Marò, perfetto in tutto tranne per il fatto che in srotolamenti particolarmente fulminei talora perdeva la rotellina della frizione. Bastava però un poco di attenzione e un paio di rotelline di ricambio che tutto era a posto.

 

In pochi giorni ritroviamo il ritmo delle giornate interamente dedicate alla pesca. La mattina colazione con relativa calma. Le mie teorie sui dentici, peraltro in continuo sviluppo, dicono che i momenti migliori sono quelli del tramonto, non quelli dell’alba, perché è al tramonto che le pressione sociale del dentice si fa più forte e gli individui tendono a formare branchi che nemmeno il disturbo del pescatore riesce di solito a dissolvere. All’alba, dopo molte prove, ho deciso che i dentici sono già nella situazione “mentale” di passaggio alla caccia diurna spesso semi-solitaria. La presenza del pescatore costituisce troppo spesso quel tanto di disturbo tale da disgregare i legami di branco, già tenui in quell’ora. E il branco, si sa, è in genere più facile da pescare del pesce singolo.

Si compra un po’ di pecorino, qualche pomodoro, una bottiglia d’acqua al “super”mercato dietro casa. La benzina al distributore in paese, al porto non c’è nulla, e partiamo.

Le secche sono tante e pian piano impariamo a trovarle e a conoscerle tutte. E sono vicine! Viste da oggi erano ad una distanza assurda, ridicolmente ridotta. Già mentre uscivamo lentamente dal porto ci si vestiva, bastavano pochi minuti di planata e si era su una delle secche.

 

Alle due più o meno del pomeriggio, passato il momento centrale della giornata, in cui una ricciola fa magari una capatina più vicina alla superficie, dirigiamo il gommone all’insenatura del porticciolo dell’isola dei Cavoli. Ci spogliamo, mettiamo le mute al riparo dal sole, i pesci all’ombra, penzolanti in acqua sotto il gommone e non vicini agli scogli dove granchi e talora polpi mascalzoni se ne possano appropriare e mangiamo quanto ci siamo comprati la mattina.

Ci addormentiamo poi sulle rocce dell’isola dei Cavoli, lisce, tonde, scintillanti di cristallini di quarzo al sole caldo, nel primo posticino più o meno all’ombra che riusciamo a trovare. Un’oretta di sonno facilitata dalla rilassatezza per le attività mattutine, da quel poco di mangiare entrato nello stomaco e dal sole. Sveglia languorosa, spesso lenta, senza fretta, rimaniamo sdraiati a pensare ai mille casi della vita, del Mare e della pesca testè trascorsa. Talora chiacchieriamo lentamente, ognuno inseguendo i propri pensieri insonnoliti. Tanto dobbiamo aspettare almeno le cinque, cinque e mezzo, le sei se la giornata è proprio perfetta. Poi… è l’ora dei dentici!

Torniamo al gommone, le mute sono ormai quasi completamente asciutte, si infilano facilmente, e partiamo per il giro delle secche. Sono in numero perfettamente esatto, tale da portarci fino alle nove di sera prima del ritorno in porto con quel minimo di luce a riflettersi sulla superficie immobile del calasole.

Se ci sentiamo avventurosi e se abbiamo benzina a sufficienza ci spingiamo “al largo”, verso il mare aperto, e facciamo le due miglia verso sud che ci separano dalla secca di Libeccio ma di solito l’acqua è più ferma al riparo sotto costa e facciamo la prima tappa nelle due secche di Santa Caterina che abbiamo battezzato A e B. Per cui rotta ovest spaccato, quasi in controluce.

 

Santa Caterina A. I segnali, con la luce già quasi radente, sono evidentissimi e dopo qualche giorno non devo nemmeno, nella mia funzione di “ufficiale di rotta” (Sergio, in quanto proprietario è naturalmente “Il Comandante”), sfogliare il libro delle mire.

Tetto facile da trovare, cinque metri. Rotondi sassoni giganti, degradanti in fretta, geologicamente identici a quelli da cui ci siamo appena alzati, a parte la copertura di vegetazione sottomarina. E, naturalmente, a parte i branchi di dentici!

Appena in acqua, ecco le sagome azzurrate delle prime avanguardie del branco. Entriamo rapidamente nella consueta pesca di coppia che, oltre ad essere più sicura, rende veramente tanto ma tanto di più. Primi tuffi nelle pieghe mammellose dei sassoni tondi verso i dieci metri; insomma, per loro non è fatica salire fin quassù, per me invece lo è scendere: dei due, fai fatica tu. Tanto assai presto, sotto la nostra pressione, scenderanno più che in abbondanza. Oggi tocca a me scendere per primo. Bene, non nel senso che il primo tuffo sia importante, sui dentici non lo è, ma perché nella rotazione mi toccherà in futuro il TERZO tuffo, che abbiamo visto è quello davvero importante. Il branco sarà allora in quella ideale mezza via di recente scoperta dell’estraneo e quindi di incuriosimento, per cui vengono vicini, ma non ancora (troppo) di spavento, che li porterebbe sì a farsi vedere ma non ad una distanza sufficiente per farsi prendere.

Primo tuffo, mi nascondo in un catino perfetto, il fucile steso davanti a me. C’è perfino una specie di rialzo nella roccia in cui posso, delicatamente per non fare rumore, appoggiare la testata del fucile e rilassare anche l’avambraccio. Scendo a foglia morta, non li guardo, arrivo a testa bassa, l’ultima compensata, occhi chiusi per i consueti esercizi di rilassamento dell’aspetto, tanto non arrivano MAI subito (e con questa convinzione mi giocherò un mostro frettoloso più avanti nel mese – ma questa è un’altra storia). Alzo piano la testa. Il branco è già qui, quelli da uno o due chili, gli ancora sconsiderati neonati del branco, mi nuotano a tre metri dalla punta del fucile. Potrei sparare ma non ci penso nemmeno. Dietro, più sotto, stazionano quelli belli. Situazione di impasse interrotta dopo un po’ da me che, al primo tuffo, non ho ancora rotto il fiato. Ritiro il fucile senza farlo strisciare, abbasso la testa, mi ritiro, mi piego a palla senza muovere le pinne e ruoto di centoottanta gradi, mi tiro sul fondo in direzione opposta al branco, con la mano libera per non sventolare loro sotto il naso le “grandi” pinne, nuoto quattro, cinque metri allontanandomi. Anche se non mi volto so che i più piccoli mi stanno sciamando dietro, sono, se tutto va bene, quasi sulle mie pinne. Sto emettendo, anche se sono più grosso di quanto pensassero il primo momento, nascosto com’ero nel catino, chiari segnali di “ho paura, ho paura, scappo!”.  E non ho compiuto, se non lontano, quella scioccante operazione di diventare verticale che pochi pesce ammodo fanno.

Sergio è rimasto in superficie, al solito col fucile orizzontale contro il corpo e non penzoloni a punta in basso, più “vicino” ai dentici, e arretrato di cinque o sei metri. Sta respirando e rilassandosi, preparandosi all’immersione. Quando mi ha visto girarmi, ha dato un colpettino di pinne e ora è sulla mia verticale. Non ho nemmeno necessità di segnalargli qualcosa con le mani come spesso serve. Sono sicuro che ha visto tutto. E sa perfettamente cosa fare. Attende, come facciamo sempre, che io arrivi in superficie e sia a posto prima di inspirare profondamente ed immergersi a sua volta.

Dal momento in cui i dentici, già incuriositi da me, sono venuti vicino, indecisi, e mi hanno visto scappare, sono passati pochi secondi. L’attenzione del branco non ha fatto in tempo a rilassarsi come succede con il cacciatore singolo che “scompare” in superficie dove deve aspettare per riprendere fiato per le lunghe apnee necessarie alla pesca al dentice. C’è subito in acqua qualcosa, nuovamente incuriosente, diverso da prima, differente nel rumore, nel movimento, che so, magari anche nell’odore. L’attenzione non solo è rimasta viva ma si è acuita. È quasi come se l’apnea del primo subacqueo non fosse stata affatto interrotta. Sergio scende e si apposta in un luogo diverso dal mio, probabilmente non lo fa apposta ma ragiona con un diverso cervello dal mio, la sua concezione di luogo ideale per l’aspetto è probabilmente diversa dalla mia ma è tattica perfetta per intensificare l’attenzione del branco. In superficie io respiro lentamente, riprendo fiato: sono obbligato di farlo, tanto, finché Sergio non risale, devo star qui. Sono costretto a rispettare i tempi di risposo che l’orgasmo del branco sotto la pancia mi avrebbe assai probabilmente portato ad accorciare.

Sergio è sotto da un po’, già si vedono i pesci grossi salire e arrivare vicino agli intrepidi incoscienti. Ne parte da dietro, di colpo, uno, bello, con la schiena larga anche da qui sopra: rompe gli indugi e nuota deciso contro la punta del fucile. Sergio attende ancora, il dentice arriva a tre metri scarsi, si gira di colpo… parte il colpo che rimbomba sott’acqua. Il branco sobbalza collettivamente e sprofonda. Il pesce è però in asta, si dibatte come un forsennato per pochi istanti, poi si ferma. Il colpo è stato preciso e Sergio risale quasi senza filare il mulinello. Quando si stacca dal fondo, accelero appena la pinneggiata con cui mantenevo la posizione nella leggera corrente e arrivo sulla sua verticale. Al solito, quando sbuca in superficie, gli tocco la spalla: sa che sono qui, anche se è girato di spalle e indaffarato a tenere il dentice. Che è proprio bello. Sarà nei dintorni dei cinque chili, la pappagorgia citrina che brilla al sole, le squamette iridescenti che in superficie si accendono di blu elettrico.

Ora tocca a me. Forse, cioè, se non sono proprio tutti scappati ma sono solo sprofondati. Dalla superficie in ogni caso non si vedono più. L’ideale sarebbe di trovare un altro branco, non disturbato.

Nuotiamo lentamente, ora io davanti, fino a trovare, a diciotto o diciannove metri, dei sassoni belli. Mi preparo, respiro lentamente. Al largo del sassone alcuni denticiotti arrivano, vanno, vagolano. Interrompo la respirazione, li studio, e comincio a seguirli dalla superficie. Non ho bisogni di girarmi, so che Sergio mi sta seguendo: guida chi è di turno all’immersione. I denticiotti non si vedono bene, sono fondi, oltre i venti metri. Tento una planata a mezz’acqua per “muovere” i dentici, per costringerli a tradire le loro intenzioni: sì, si vede che tendono a muoversi in una direzione precisa. Sotto, c’è un po’ di posidonia, roccette sparse. Bene, ai dentici piacciono i catini con la posidonia. Lontano, all’orizzonte subacqueo, si intravede prima una sagoma scura, informe, poi si cominciano a delineare delle rocce che risalgono verso i sedici-diciassette metri. Accelero la pinneggiata. Eccoli! Torno torno alla punta più alta della risalita ecco il branco compatto, illuminato dai raggi del sole in controluce. Sono tutti più in alto della punta superiore della roccia, nella situazione che ho ormai associato al branco serale, più una congregazione sociale che un branco in caccia. Già dalla superficie si dimostrano interessati a me. Dimostrano di riconoscere la mia esistenza, mi guardano, prima ancora che mi immerga, cominciano ad avvicinarsi.

Non ho più tempo, non devo allentare la loro curiosità, gran fiato e scendo. Ruoto, mi avvito, faccio cose strane, tutto fuorché scendere diritto e minaccioso. Si allontanano appena, ritornano, se ne vanno. Non arrivo nemmeno quasi a sdraiami col fucile puntato che vedo una specie di onda di decisione percorrere il branco che all’unisono, tutti, quelli piccoli, quelli più grandi, a destra, sinistra, con quella capacità di rotta collettiva che sembra abbiano solo i pesci in branco e gli uccelli in stormo, mi punta e mi si precipita contro. Ho di colpo di fronte non fianchi ma solo musi ingrugniti di dentice che ondeggiano appena appena qua e là nei veloci colpi di coda, indirizzati tutti addosso a me. Mi schiaccio sul fondale e aspetto che mi sciamino intorno, i primi quasi senza rallentare. Sembra una carovana, prima i carichi leggeri, più veloci, poi man mano i carri pesanti, massicci. Intravedo dopo qualche secondo la coda del branco, gli altri sono già passati oltre a me, più grossi di così non ce n’è. Ne miro uno che sembra un po’ più titubante, rallenta… ma ormai è a tiro, sparo. Preso sulla guancia, lo passo quasi a novanta gradi anche se avevo sparato con il pesce perfettamente di fronte. La solita velocità fulminea dei dentici negli scatti. È proprio un bel pesce. Risalgo. Col pesce in mano sbuco in superficie.

Sergio aspetta solo un momento per darmi in mano il sagolone del pallone poi si butta sotto immediatamente.

Ho il pesce nelle mani ma non ho tempo da dedicargli, guardo Sergio che scende, speriamo non serva un fretta un altro colpo su un dentice ferito, ho il fucile scarico. Senza guardare, comincio solamente a tirare verso di me la sagola per arrivare al portapesci sotto il pallone. Sergio pinneggia veloce, si apposta poco lontano dalla mia precedente posizione ma ormai l’incanto è rotto, i pesci, spaventati dal prelievo, sono diffidenti e vagolano indecisi. Nulla da fare. Risale.

Ora ho tempo di guardare con soddisfazione la mia preda. Di fianco all’altro il pesce è strano. Sono lunghi uguali ma il mio è più massiccio, più largo. Maschio e femmina? Ma quale è il maschio? Probabilmente pesa un poco di più e la bilancia a terra confermerà: una coppia di bei pesci di cinque e di poco oltre i sei chili.

Conciliabolo sul da farsi ma breve perché come succede quasi sempre siamo già d’accordo. Incredibile come anni di pesca insieme fondano due cervelli un un’unica macchina da caccia. Ricordo sempre con divertimento stupito una volta in cui Sergio, sparato all’imbracciata un mio dentice strappato e rifugiatosi nel buio di una tana, aveva colpito, ovviamente malamente, dietro al dentice, una grossa cernia. E di come, appena risolto il mistero del perché diamine quel benedetto dentice, pur bello, non uscisse dalla tana, avevamo simultaneamente inventato un complesso e geniale piano di recupero che coinvolgeva il remo del gommone ancorato poco lontano, un’immersione in coppia in cui uno faceva una cosa e l’altro contemporaneamente un’altra. Piano assolutamente identico nelle due menti, che ci siamo raccontati l’un l’altro, ognuno parlando sopra all’altro nella foga di comunicarlo, intervallati a stento dal “sì sì, e poi facciamo…” tra una fase e l’altra. Concitato scambio terminato in risate da affogare lì, la maschera e la bocca piene d’acqua, allo scoprire l’assoluta identicità di intenti. Piano, credo di dover aggiungere, che aveva funzionato senza fallo: cernia recuperata e ricordo bellissimo incamerato.

 

Cambiamo secca. Invece di dirigerci verso la vicina Santa Caterina B, meta anche troppo abituale, puntiamo verso una secca lontana, che frequentiamo poco. Secca senza la dignità di un nome specifico, è di fronte alla Torre del Finocchio, a sei miglia dalla nostra attuale posizione.

Viaggio tranquillo, i pesci a scivolare qua e là sul pagliolato, fra pinne e sacche, al movimento del gommone. Il tetto non è facilissimo da individuare, è a 12,5 metri, ma siamo a meno di un miglio dalla costa per cui c’è abbondanza di segnali e di punti da incrociare su cui basarsi per arrivarci sicuri.

C’è un tetto bianco che “fa” dentici al tramonto che sprofonda deciso verso il largo con sassoni grossi che ospitano qualche grossa cernia.

Ah! Le cernie, sempiterna fonte di discussione / battibecco / contesa fra me e Sergio. Lui è un appassionato. Io, già all’epoca, non ne ero affatto un entusiasta. Il dialogo che si svolgeva era più o meno sempre secondo gli stessi canoni. Se la cernia la avvistava Sergio esordiva con un deciso: “C’è una cernia.”. Seguiva una stima approssimata del peso ed un immediato piano di battaglia da eseguirsi nel tuffo che toccava a me. Io talora obiettavo già a questo punto: “Ma dai, lascia stare. Cosa vuoi sparare ad una cernia se ci sono dentici/ricciole/ecc. intorno! Andiamo avanti.”. Se DAVVERO intorno c’erano dentici/ecc di solito la discussione finiva qui. Se, cioè, la cernia non era molto bella perché altrimenti era giocoforza dannarsi con quelle che io definivo immersioni da minatori. Se invece intorno non si muoveva pinna non avevo, non potevo avere, obiezioni. E allora mi toccava scendere sulla cernia. Facevo il possibile per prenderla fuori tana e, se tutto andava per il verso giusto, era una soddisfazione fare un singolo tuffo e venir su con una bella preda che nel passato avrebbe richiesto lampada ad acetilene e piccozza! Ma se al mio avvicinarsi si intanava avevo pronta l’obiezione: “Sergio, lasciamo stare, si è intanata in chissà quale labirinto. Perdiamo mezz’ora solo per trovarla, poi dobbiamo cominciare a cercare il buco da cui spararle, e abbiamo i fucili lunghi, sfasciamo gli arpioni. Poi dobbiamo tirarla fuori. Un sacco di tempo buttato via. E per una cernia, poi!”. Talora Sergio cedeva, e allora ci spostavamo, ma talora controbatteva: “Almeno vado (ora toccava a lui) a vedere se per caso è nell’avantana.”. E scompariva nei meandri delle rocce. Io da sopra facevo il tifo per una cernia invisibile… Ero arrivato al punto che talora, se ero sicuro che Sergio non la potesse avvistare dalla superficie, e se in giro c’era almeno il sospetto di pesce circolante, non gli dicevo nulla della guancia picchiettata di giallo nell’ombra o del polverone sotto un tetto e mentivo spudoratamente risalendo, agitando la mano sinistra nell’universale segno di nulla all’orizzonte.

I dentici, in ogni modo, oggi ci sono. Girano indecisi, piccoli e medi mescolati, sull’orlo est del tetto. Quelli grandi non si vedono. Qualche tuffo a turno, scendendo man mano, i dentici ci tirano giù, verso la caduta inferiore. Ne prendiamo un paio, piccolini, io uno da un paio di chili con un tiro talmente lungo ma talmente lungo che con il 130 pompatissimo  arrivo appena a toccare il pesce e ad aprire l’arpione solo all’interno della piastra branchiale, senza riuscire ad andare più in là. Sono in ogni caso disturbati. Probabilmente non siamo gli unici ad ordire qui trame minacciose contro di loro.

Ci spostiamo pescando man mano sempre più verso est, l’orlo e la caduta di sassoni sono sempre più lontani dietro a noi. Gli ultimi tuffi i dentici erano sì presenti ma lontani, indifferenti e diffidenti insieme in una pessima combinazione. Che abbiamo sbagliato a venire fin qui? Forse conveniva restare sulle secche più al largo…

Ora tocca a me, non cedo alla tentazione di un ennesimo tuffo solo per vedere i dentici sfilare dispettosi oltre la portata del fucile e tento l’esplorazione. Sergio mi segue paziente, mi sposto al largo, l’orlata termina, i sassoni finiscono in sabbia, anche i pochi denticiotti di prima scompaiono.

Siamo all’ombra della montagna, l’orlo di luce del nostro personalissimo tramonto ci ha sorpassato e si è spostata più al largo. Sott’acqua c’è all’improvviso una luminosità bizzarra, a metà tra l’ombroso ed il traslucido. Il plancton in sospensione non viene più illuminato dalla lama di luce radente del sole, non riflette più la luce, scompare. La visibilità si fa incredibile. Il fondo è buio ma di colpo visibilissimo, nitido. E, stagliati sulla sabbia, profondissimi, ecco, a farmi mancare un battito, i dentici!

Devono essere enormi a giudicare dallo mole che l’esperienza evidenzia fin quassù, trenta metri più in alto. Gironzolano vicino ad un gruppo di quelle che paiono roccette piatte, grigio-nere nella luce fosca.

Non voglio fare subito un tuffo minacciosamente diretto: un po’ più in là, isolata sulla sabbia c’è una roccetta, piccola, dietro cui però dovrei riuscire a nascondermi. Mentre mi rilasso mi sposto pian piano sulla sua verticale. Gli ultimi atti di inspirazione, lenti, il diaframma che scende, una sensazione passeggera di esagerata pienezza, ma durerà poco, scendo.

Gli occhi chiusi a rilassarmi ulteriormente, il fucile teso in avanti, tanto sono lontano dal branco sia in verticale sia in orizzontale, alla ricerca della massima idrodinamicità. Apro gli occhi dopo un po’ e, mannaggia, sono ancora lontano dal fondo, il diaframma minaccia di risalire oltre il naso e la roccetta che “forse” sarebbe riuscita a nascondermi sta diventando un roccione con tanto di tana e tetto entro cui scompaio tutto senza problemi. Il fucile teso, guardo davanti. I dentici ci sono, eccome. E sono davvero, davvero, enormi! Gli esemplari medi sono sui dieci chili e ce n’è qualcuno che è largo un buon terzo in più di questi smilzi giovanotti. Perfino il movimento è diverso rispetto ai dentici che abbiamo cacciato tutto il pomeriggio: una determinazione non saltuaria ed impaurita, un nuoto senza tentennamenti. Questi sono pesci che sanno di poter fare ciò che vogliono degli abitanti del mare e lo fanno a piacer loro. Tuttavia, rimangono dove sono, ad una quindicina di metri da me. Ruotano intorno a quella che da sopra sembrava una roccetta ma che ora si rivela per un sassone con una tana a taglio, profonda, orizzontale sulla sabbia. E i dentici entrano ed escono lì dentro, lenti. Massicci. Mi guardano, vedo l’interesse, ma restano dove sono. Quaggiù, a oltre trenta metri, l’autonomia per lunghi aspetti è quella che è, per cui attendo quanto posso, senza forzare, poi ruoto, resto nascosto sotto il tetto di roccia per quanto possibile, mi allontano muovendo piano le pinne, risalgo. E ci metto un pezzo. Sergio, lassù, è una sagoma nera, piccina e confusa.

Appena in superficie guardo giù. Sembra incredibile che quelle sagome sottili che roteano con pretesa indifferenza mi abbiano riempito gli occhi pochi fino a pochi istanti fa di tanta massiccia grazia.

Ora tocca a Sergio. Cerco di fargli vedere l’ambiente come lo troverà sotto, gli suggerisco di evitare un altro tuffo lontano. Conveniamo insieme che “chi vuoi che venga a pescare questi dentici a queste profondità?”. Quindi, un tuffo diretto, sopra il branco.

Io sono attaccato a Sergio mentre si ventila, stando attento a non toccarlo per non togliergli la concentrazione. Per pesci così profondi non mi servono tutti quegli accorgimenti sottili per evitare di spaventarli: lo stare lontani dalla verticale, eccetera. La profondità è notevole, meglio la sicurezza.

Un gran fiato, scende. Sembra non ci possa fare nulla, devo forzarmi a respirare quando il compagno parte per un’immersione fonda, d’istinto sarei in apnea anch’io.

Pinneggia lentamente, al solito gli invidio la compensazione senza mani. Scende. Arriva diretto al centro del branco. I dentici si aprono, lenti fuochi d’artificio che esplodono allontanandosi dal centro che è Sergio, piccolino, scuro. È a contatto con la sabbia. Vedo il rilassamento delle gambe e l’arresto delle pinne. Il fucile è teso in avanti, tenuto saldamente. Ed ecco che i fuochi d’artificio re-implodono, ritornano al centro da cui si erano allontanati istanti prima. Sono come i raggi di una ruota di pesci che ha Sergio come mozzo. Non accelerano ma decisi tornano da dove erano partiti. Pochi istanti e Sergio spara. Vedo nettamente il pescione contorcersi e, pur offuscata dalla distanza, la sabbia sollevarsi in nuvole alle scodate furiose del pesce che tenta di liberarsi. Poi di colpo parte a razzo verso la roccia e non lo vedo più. Si è intanato! No, eccolo di nuovo fuori. A fianco della roccia si dibatte in un polverone che in pochi istanti lo oscura alla vista. Sergio risale velocemente. Fila il mulinello e arriva in superficie respirando pesantemente, provato dalla profondità e dall’emozione. Dopo un po’ riesce a dirmi che, appena arrivato, i dentici davanti a lui gli avevano nuotato addosso, non poteva sapere che TUTTI i dentici contemporaneamente avevano fatto lo stesso. Mi dice anche che quello che aveva sparato era talmente grosso che aveva nella mente nettamente il “Crack” dell’asta che colpiva la branchia del mostro. E che era totalmente entusiasta del dentice più grosso che avesse mai sparato!

Appena ripreso fiato tentiamo di tirare il filo ma non c’è nulla da fare. È evidentemente impigliato da qualche parte. Bisogna scendere a liberare il pesce. Intanto, intorno alla nuvola sollevata dal denticione ferito, ruotano agitati pesci grossi quanto e più di quello che ora si vede chiaramente, luminoso, appoggiato sul fianco.

Per non farmi venire nemmeno l’ombra di una tentazione di un secondo colpo agli altri dentici, con il rischio di perdere quello già in asta, mi sacrifico e scendo senza fucile. E tolgo già in superficie dalla custodia il coltellino per uccidere il pesce. Meno cose si fanno in immersione e più si pianifica, più l’immersone stessa è sicura.

Sebbene il dentice sia lì, semi-immobile sul fondo, non è bene tardare. Un gran fiato e scendo. In avanti la mano con il coltello, l’altra alla maschera a compensare. Ora scendo ad occhi ben aperti, devo arrivare il più perpendicolare possibile ed il più in fretta possibile. I dentici sono sempre lì. Ruotano ancora, irrequieti, intorno alla roccia come prima ma ad una velocità doppia. Mentre scendo alcuni mi puntano contro, mi vengono incontro a mezz’acqua, oh mamma, avessi un fucile…

Quando arrivo sulla sabbia c’è un momento confuso, con dentici immensi che ovunque intorno a me accelerano di colpo, muovendosi a scatti improvvisi, a velocità di caccia, creando effimere scia di acqua pulita attraversando la sfera di turbolenza sabbiosa del pesce ferito, perdendosi infine nel blu-grigio del fondale che digrada ancora sprofondando sabbioso poco più in là. Un momento da cui mi scuoto quasi a fatica: c’è del lavoro da fare.

La situazione, da vicino, è chiara. Il dentice è scappato in tana, che in realtà è falsa tana, poi è scappato nuovamente fuori ma si è legato intorno ad una colonnina di roccia ed ora si dibatte senza potersi più muovere, legato come un cane intorno ad un lampione. Prima di tutto lo uccido. Poi, lo prendo in mano… oh mamma! Quanto è GROSSO! Non è sicuramente meno di dieci chili! Devo usare entrambe le braccia per sollevarlo dal fondo e fargli rifare il cammino inverso per slegarlo. L’asta si incastra un momento intorno alla colonnina e devo forzare il pesce. Poi basta. Il dentice è fuori, il fiato è finito, la profondità non è certo diminuita, devo risalire.

Mentre pedalo verso l’alto, la testa dritta e gli occhi chiusi, rivedo ancora e ancora in un flash i dentici caracollanti e le loro tenui ombre fulminee sulla sabbia.

Poi emergo nell’urlo di Sergio.

 

A questo punto, è ovvio, pensiamo seriamente a chiudere la giornata. Meglio terminare in bellezza, pensiamo.

E invece, anche se evidentemente ancora non lo sappiamo, l’avventura più grande è di qualche minuto nel nostro futuro.

Torniamo indietro in direzione del porto. Nella nostra rotta a Est spaccato passiamo, nell’acqua calmissima del tramonto imminente, quasi sopra al sommo della Secca de Piscadeddus. Una secca facile da trovare, il tetto è a quattro metri. Ci guardiamo. Indecisione brevissima: ci fermiamo. Io ho ancora gli occhi pieni di denticioni fulminei cui non ho sparato.

Siamo più lontani dalla costa rispetto a prima, il sole, anche se più basso, illumina ancora. I bagliori rossastri si riflettono solo sul versante ovest della scia di ondine del gommone che esce di planata, lasciando l’altro a specchiare il turchino perfetto del cielo al tramonto. Ancoriamo a fianco del sommo, su roccia bianca in otto metri di fondo.

In acqua. Ci dirigiamo, nella superficie che fruscia appena contro il boccaglio, verso il bordo sud, dove c’è un sassone bianco con una caduta esterna sui diciassette – diciotto metri, preceduto da catini erbosi e sassoni che i dentici trovano congeniali.

Nuoto davanti, tocca a me ora essere primo fucile. Dentici in giro ce n’è, ma sono piccoli e sparsi, non aggregati in alcun modo. Non mi fermo, non cedo nemmeno alla tentazione di investigare, vado diritto alla zona migliore. Respiro lentamente, già mi preparo all’immersione.

Ecco, riconosco i segnali, poco oltre ci sono due rocce verticali, il catino ed infine il roccione con la caduta.

Rallento ancora, diminuisco ulteriormente la velocità della pinneggiata, le caviglie accuratamente sotto il pelo dell’acqua a non far rumore. Scapolo l’entrata del catino…

Di fronte, uno spettacolo che non mi capiterà di vedere mai più. Il sole entra da destra, basso basso, non colora più l’acqua ma illumina solo. La superficie piattissima dà all’immagine una staticità irreale. Non c’è corrente, anche le alghe sono immobili. Tutto ciò che si muove nella scena è un branco di dentici enormi che mulina intorno a sé stesso, dentici immensi che roteano, sciamano in improvvise correnti di sette, otto pesci che nuotano all’unisono, il resto del branco che si arrotola intorno ad un centro invisibile in altalenante movimento torno torno ad uno stesso punto.

E sono assolutamente enormi: se il branco di prima aveva come componenti di taglia più o meno stabile dentici da dieci chili, qui il branco è più distribuito, con pesci piccoli e pesci grandi mescolati. Solo che i pesci piccoli sono come minimo sette od otto chili e quelli grandi… non oso valutare, qui ed ora, quanto grandi siano quelli grandi.

Mi hanno visto! Prima uno, poi due, poi il branco intero interrompe il carosello e comincia a sciamare verso di me. E io sono ancora in superficie! Inspiro velocissimo e mi immergo. Scendo tutto storto, stando attento solo a non far rumore con le pinne, il fucile vicino al torace. Scendo malissimo, guardandoli, il collo torto, la schiena inarcata. Mi sono addosso, non hanno cambiato né rotta né velocità. Sono praticamente contro di me. E io sono ancora ad almeno due o tre metri dal fondo. E qui compio un errore. Grave. Non attendo di avere il fucile in posizione stabile, miro all’imbracciata, il gomito tutto piegato, ad uno di quelli più belli, sparo a mezz’acqua. Lo prendo! Ma, disastro, si libera subito dal colpo mal piazzato e scappa.

E il branco, spaventato dalla botta del fucile e dalla fuga terrorizzata dell’animale ferito, si apre: i dentici scappano, chi qui, chi lì. Il catino è pieno di dentici che in panico fuggono, ruscelli di forme giganti che si buttano sul fondo e sciamano verso le uscite del catino stesso. Io rimango imbambolato, ancora lì, il fucile scarico, distrutto dall’enormità dell’idiozia commessa. Non vorrei più emergere, mi lascio cadere verso il fondo e mi raggomitolo a palla, a occhi chiusi. E rimango là, animale sofferente, a lungo. Mi risveglia la botta di un colpo di fucile. Sergio!

Apro gli occhi e vedo Sergio che, anche lui, ha sbagliato evidentemente colpo, perché ha il fucile scarico. Intorno, a guardare bene, i dentici non sono tutti scappati, ancora alcuni mulinano all’interno del catino.

Forse c’è ancora una possibilità! Risalgo come risanato di colpo. Ricarico con furia il fucile e, finalmente, ricomincio a ragionare. Ricaccio sul fondo della mente il prepotente predatore primitivo che vorrebbe scendere subito, lì sotto, sui pesci che ancora girano, e sparare, ammazzare, prendere. È come svegliarsi in un mondo più limpido. I dentici sono sì usciti dal catino ma non sono scappati completamente. Al di là del roccione, sull’orlo della caduta, si intravedono sagome massiccie che ancora nuotano, allarmate sì ma non più terrorizzate. Allora, gran fiato, scendo, striscio sul fondo, faccio lo stesso percorso dei dentici in fuga, e mi dirigo a sinistra verso il passaggio tra due rocce che porta verso l’acqua libera. Con la coda dell’occhio mi accorgo che un “denticiotto” di forse sei o sette chili, terrorizzato, si è nascosto, si fa per dire, sotto il tetto di un roccione. Non lo considero nemmeno. Ho ancora la speranza di quelli più forti.

Il tragitto è stato lungo. Mi apposto piano sulla forcella e guardo verso il basso. Lo spettacolo non è nemmeno paragonabile a quello di prima ma, ancora aperti, disturbati, nervosi, i denticioni sono qui. E non riescono a resistere alla curiosità. Mi vedono e prima uno poi tre o quattro, vengono vicini.

Chiudo gli occhi un momento, mi sforzo di non rimbecillire di nuovo. Dalla destra, probabilmente arrivando dall’altra uscita del catino, compare una sagoma enorme, che colgo prima addirittura come forma in movimento e solo poi come dentice. Mi punta, guardandomi in cagnesco, rallenta. Sparo. Preso! E perfettamente questa volta!

Succede di colpo un putiferio, scodate collettive a rimbombi ripetuti del branco che ora scappa definitivamente, sabbia sollevata in un polverone dal dentice che si dibatte forsennatamente, schiocchi della biforcuta coda enorme che mi rimbombano nel petto a rivaleggiare con quelli di una cernia.

Ma è MIO! Risalgo con il dentice a traino, assicurandomi di sollevarlo dal fondo. Un breve orgasmo di recupero del filo, il pesce che si avvicina sempre di più, il fucile ignorato a galleggiare da qualche parte dietro di me, e finalmente, finalmente, il pesce è nelle mie mani. Non riesco quasi nemmeno ad ammazzarlo, il cranio è troppo duro e spesso. È talmente largo che con la mano ho difficoltà nel prenderlo per gli occhi.

Finalmente si ferma. Le squamette, che in dentici più piccoli sono punti turchesi, qui sono larghe e tanto colorate da far invidia al petto di un pavone, i denti tanto aggressivi e massicci che potrebbero adornare pendagli su esibizionistici petti maschili alla stregua di quelli di squalo.

È semplicemente bellissimo. Ed è largo, grosso, TANTO!

A terra, increduli, vedremo l’ago della bilancia fermarsi oltre i tredici chili. 13,2 per la precisione. È tuttora, se non il dentice più grosso che abbia mai visto, nel futuro giaceranno ancora gli spettacoli dei profondi branchi nel Canale di Sicilia, certamente quello più grande che abbia mai preso.

L’ultima immagine, volutamente cercata per fermarla nel ricordo, il cavetto d’acciaio sollevato a fatica in due, i pesci tenuti alti contro il sole spaccato a metà dal Mare.

 

 

Riccardo A. Andreoli

Previous Up Next