Dentici
(dal libro delle mire)
Villasimius, estrema punta sud orientale
della Sardegna, inizio anni 80. Prima della costruzione del porto nuovo,
prima, assai prima, dell’istituzione del Parco, poco dopo il Campionato
Italiano di Pesca Subacquea del 1979 vinto da Antonio Toschi.
La raggiungo con un gran giro complicato,
cominciando dal nord, arrivando a Palermo e di lì partendo insieme al mio
compagno di appassionate pescate Sergio, con il suo carrello e gommone, alla
volta di Cagliari.
Il porto di Cagliari, di mattina così presto,
è rosato dal sole sorto da poco e con poca attività, qualche vecchietto che
pesca con la canna, pescherecci ormeggiati in multipla fila. L’unico
trambusto è dovuto alla scaricamento del traghetto dalla Sicilia da cui
stiamo smontando. Siamo pieni di sonno e di speranze. Scendiamo dalla rampa,
le ruote piccole del carrello che traballano sugli spessi rilievi verdi
antisdrucciolo: siamo in Sardegna! Siamo armati della frase di un amico di
Sergio che lapidariamente aveva affermato che a Villasimius c’era il doppio
del pesce di Lampedusa (e, aggiungeva quella frase, nelle secche tra
Sardegna e Corsica c’era il doppio del pesce di Villasimius – ma era troppo
lontano, e per le nostre finanze dell’epoca Villasimius era perfetta).
Siamo sopra ogni altra cosa armati della
fotocopia di una carta nautica con segnati con un puntino più spesso le
secche trovate da Riccardo Molteni nella preparazione del Campionato e
ritenute validi campi di caccia. Non ci sono i punti (Loran e GPS sono
ancora nel futuro) né le mire a terra, dovremo trovarcele da soli, ma ormai
anni di esperienza e la mia nuova e bellissima, gigantesca, bussola da
rilevamento sono certo mi permetteranno di scovarle senza problemi.
Piano, Sergio guida alla volta di Villasimius,
in un paesaggio di calette e di tortuose strade in saliscendi finché, ad una
secca curva in salita sulla sinistra, si apre il panorama ed ecco, ancora
lontane ma nitidissime, le sagome di Capo Carbonara e dell’Isola dei Cavoli
con il grande faro, che impareremo a conoscere assai bene nel mese a venire.
Prima di tutto le cose importanti. Andiamo al
porto e mettiamo il gommone in acqua. Lasciamo lì anche il carrello, in
mezzo ad altri rugginosi reperti. Spazio ce n’è in abbondanza, sia in
banchina sia lì vicino. Il fidato e anzianotto Zodiac rosso e nero a chiglia
pneumatica vedrà ancora giorni di pesce e mare.
Poi badiamo al confort degli umani:
procuriamoci una casa e un letto. Non avendo nessuna idea andiamo
all’ufficio turistico e chiediamo informazioni. Dopo pochissimo siamo
sistemati presso un ex-pastore, signor Longoni, gentilissimo vecchietto dal
sorriso sottile e dagli infiniti aneddoti della sua vita di instancabile
camminatore transumante.
Ora siamo pronti, un pomeriggio di riposo si
stende tranquillo di fronte a noi, senza nemmeno il patema d’animo
dell’andare in acqua oggi, subito, perché tanto abbiamo tempo. Abbiamo un
mese intero davanti a noi, per sbizzarrirci in pescate ed esplorazioni di
questo mare promessoci così pescoso.
Se rivado a quei giorni e ripenso alle
attrezzature le vedo con un pizzico di nostalgico compatimento: pinne lunghe
sì ma di gomma, le Scarpati, mute certamente su misura ma, rispetto ai
giorni nostri, di sicuro non così morbide. Tutto migliorato nel corso degli
anni, tranne forse per il fucile. Erano i primi anni dello Sten 130, fucile
che mi avrebbe dato nei decenni futuri tante e tante soddisfazioni. Il
mulinello era (è tuttora) il magnifico Marò, perfetto in tutto tranne per il
fatto che in srotolamenti particolarmente fulminei talora perdeva la
rotellina della frizione. Bastava però un poco di attenzione e un paio di
rotelline di ricambio che tutto era a posto.
In pochi giorni ritroviamo il ritmo delle
giornate interamente dedicate alla pesca. La mattina colazione con relativa
calma. Le mie teorie sui dentici, peraltro in continuo sviluppo, dicono che
i momenti migliori sono quelli del tramonto, non quelli dell’alba, perché è
al tramonto che le pressione sociale del dentice si fa più forte e gli
individui tendono a formare branchi che nemmeno il disturbo del pescatore
riesce di solito a dissolvere. All’alba, dopo molte prove, ho deciso che i
dentici sono già nella situazione “mentale” di passaggio alla caccia diurna
spesso semi-solitaria. La presenza del pescatore costituisce troppo spesso
quel tanto di disturbo tale da disgregare i legami di branco, già tenui in
quell’ora. E il branco, si sa, è in genere più facile da pescare del pesce
singolo.
Si compra un po’ di pecorino, qualche
pomodoro, una bottiglia d’acqua al “super”mercato dietro casa. La benzina al
distributore in paese, al porto non c’è nulla, e partiamo.
Le secche sono tante e pian piano impariamo a
trovarle e a conoscerle tutte. E sono vicine! Viste da oggi erano ad una
distanza assurda, ridicolmente ridotta. Già mentre uscivamo lentamente dal
porto ci si vestiva, bastavano pochi minuti di planata e si era su una delle
secche.
Alle due più o meno del pomeriggio, passato
il momento centrale della giornata, in cui una ricciola fa magari una
capatina più vicina alla superficie, dirigiamo il gommone all’insenatura del
porticciolo dell’isola dei Cavoli. Ci spogliamo, mettiamo le mute al riparo
dal sole, i pesci all’ombra, penzolanti in acqua sotto il gommone e non
vicini agli scogli dove granchi e talora polpi mascalzoni se ne possano
appropriare e mangiamo quanto ci siamo comprati la mattina.
Ci addormentiamo poi sulle rocce dell’isola
dei Cavoli, lisce, tonde, scintillanti di cristallini di quarzo al sole
caldo, nel primo posticino più o meno all’ombra che riusciamo a trovare.
Un’oretta di sonno facilitata dalla rilassatezza per le attività mattutine,
da quel poco di mangiare entrato nello stomaco e dal sole. Sveglia
languorosa, spesso lenta, senza fretta, rimaniamo sdraiati a pensare ai
mille casi della vita, del Mare e della pesca testè trascorsa. Talora
chiacchieriamo lentamente, ognuno inseguendo i propri pensieri insonnoliti.
Tanto dobbiamo aspettare almeno le cinque, cinque e mezzo, le sei se la
giornata è proprio perfetta. Poi… è l’ora dei dentici!
Torniamo al gommone, le mute sono ormai quasi
completamente asciutte, si infilano facilmente, e partiamo per il giro delle
secche. Sono in numero perfettamente esatto, tale da portarci fino alle nove
di sera prima del ritorno in porto con quel minimo di luce a riflettersi
sulla superficie immobile del calasole.
Se ci sentiamo avventurosi e se abbiamo
benzina a sufficienza ci spingiamo “al largo”, verso il mare aperto, e
facciamo le due miglia verso sud che ci separano dalla secca di Libeccio ma
di solito l’acqua è più ferma al riparo sotto costa e facciamo la prima
tappa nelle due secche di Santa Caterina che abbiamo battezzato A e B. Per
cui rotta ovest spaccato, quasi in controluce.
Santa Caterina A. I segnali, con la luce già
quasi radente, sono evidentissimi e dopo qualche giorno non devo nemmeno,
nella mia funzione di “ufficiale di rotta” (Sergio, in quanto proprietario è
naturalmente “Il Comandante”), sfogliare il libro delle mire.
Tetto facile da trovare, cinque metri.
Rotondi sassoni giganti, degradanti in fretta, geologicamente identici a
quelli da cui ci siamo appena alzati, a parte la copertura di vegetazione
sottomarina. E, naturalmente, a parte i branchi di dentici!
Appena in acqua, ecco le sagome azzurrate
delle prime avanguardie del branco. Entriamo rapidamente nella consueta
pesca di coppia che, oltre ad essere più sicura, rende veramente tanto ma
tanto di più. Primi tuffi nelle pieghe mammellose dei sassoni tondi verso i
dieci metri; insomma, per loro non è fatica salire fin quassù, per me invece
lo è scendere: dei due, fai fatica tu. Tanto assai presto, sotto la nostra
pressione, scenderanno più che in abbondanza. Oggi tocca a me scendere per
primo. Bene, non nel senso che il primo tuffo sia importante, sui dentici
non lo è, ma perché nella rotazione mi toccherà in futuro il TERZO tuffo,
che abbiamo visto è quello davvero importante. Il branco sarà allora in
quella ideale mezza via di recente scoperta dell’estraneo e quindi di
incuriosimento, per cui vengono vicini, ma non ancora (troppo) di spavento,
che li porterebbe sì a farsi vedere ma non ad una distanza sufficiente per
farsi prendere.
Primo tuffo, mi nascondo in un catino
perfetto, il fucile steso davanti a me. C’è perfino una specie di rialzo
nella roccia in cui posso, delicatamente per non fare rumore, appoggiare la
testata del fucile e rilassare anche l’avambraccio. Scendo a foglia morta,
non li guardo, arrivo a testa bassa, l’ultima compensata, occhi chiusi per i
consueti esercizi di rilassamento dell’aspetto, tanto non arrivano MAI
subito (e con questa convinzione mi giocherò un mostro frettoloso più avanti
nel mese – ma questa è un’altra storia). Alzo piano la testa. Il branco è
già qui, quelli da uno o due chili, gli ancora sconsiderati neonati del
branco, mi nuotano a tre metri dalla punta del fucile. Potrei sparare ma non
ci penso nemmeno. Dietro, più sotto, stazionano quelli belli. Situazione di
impasse interrotta dopo un po’ da me che, al primo tuffo, non ho ancora
rotto il fiato. Ritiro il fucile senza farlo strisciare, abbasso la testa,
mi ritiro, mi piego a palla senza muovere le pinne e ruoto di centoottanta
gradi, mi tiro sul fondo in direzione opposta al branco, con la mano libera
per non sventolare loro sotto il naso le “grandi” pinne, nuoto quattro,
cinque metri allontanandomi. Anche se non mi volto so che i più piccoli mi
stanno sciamando dietro, sono, se tutto va bene, quasi sulle mie pinne. Sto
emettendo, anche se sono più grosso di quanto pensassero il primo momento,
nascosto com’ero nel catino, chiari segnali di “ho paura, ho paura,
scappo!”. E non ho compiuto, se non lontano, quella scioccante operazione
di diventare verticale che pochi pesce ammodo fanno.
Sergio è rimasto in superficie, al solito col
fucile orizzontale contro il corpo e non penzoloni a punta in basso, più
“vicino” ai dentici, e arretrato di cinque o sei metri. Sta respirando e
rilassandosi, preparandosi all’immersione. Quando mi ha visto girarmi, ha
dato un colpettino di pinne e ora è sulla mia verticale. Non ho nemmeno
necessità di segnalargli qualcosa con le mani come spesso serve. Sono sicuro
che ha visto tutto. E sa perfettamente cosa fare. Attende, come facciamo
sempre, che io arrivi in superficie e sia a posto prima di inspirare
profondamente ed immergersi a sua volta.
Dal momento in cui i dentici, già incuriositi
da me, sono venuti vicino, indecisi, e mi hanno visto scappare, sono passati
pochi secondi. L’attenzione del branco non ha fatto in tempo a rilassarsi
come succede con il cacciatore singolo che “scompare” in superficie dove
deve aspettare per riprendere fiato per le lunghe apnee necessarie alla
pesca al dentice. C’è subito in acqua qualcosa, nuovamente incuriosente,
diverso da prima, differente nel rumore, nel movimento, che so, magari anche
nell’odore. L’attenzione non solo è rimasta viva ma si è acuita. È quasi
come se l’apnea del primo subacqueo non fosse stata affatto interrotta.
Sergio scende e si apposta in un luogo diverso dal mio, probabilmente non lo
fa apposta ma ragiona con un diverso cervello dal mio, la sua concezione di
luogo ideale per l’aspetto è probabilmente diversa dalla mia ma è tattica
perfetta per intensificare l’attenzione del branco. In superficie io respiro
lentamente, riprendo fiato: sono obbligato di farlo, tanto, finché Sergio
non risale, devo star qui. Sono costretto a rispettare i tempi di risposo
che l’orgasmo del branco sotto la pancia mi avrebbe assai probabilmente
portato ad accorciare.
Sergio è sotto da un po’, già si vedono i
pesci grossi salire e arrivare vicino agli intrepidi incoscienti. Ne parte
da dietro, di colpo, uno, bello, con la schiena larga anche da qui sopra:
rompe gli indugi e nuota deciso contro la punta del fucile. Sergio attende
ancora, il dentice arriva a tre metri scarsi, si gira di colpo… parte il
colpo che rimbomba sott’acqua. Il branco sobbalza collettivamente e
sprofonda. Il pesce è però in asta, si dibatte come un forsennato per pochi
istanti, poi si ferma. Il colpo è stato preciso e Sergio risale quasi senza
filare il mulinello. Quando si stacca dal fondo, accelero appena la
pinneggiata con cui mantenevo la posizione nella leggera corrente e arrivo
sulla sua verticale. Al solito, quando sbuca in superficie, gli tocco la
spalla: sa che sono qui, anche se è girato di spalle e indaffarato a tenere
il dentice. Che è proprio bello. Sarà nei dintorni dei cinque chili, la
pappagorgia citrina che brilla al sole, le squamette iridescenti che in
superficie si accendono di blu elettrico.
Ora tocca a me. Forse, cioè, se non sono
proprio tutti scappati ma sono solo sprofondati. Dalla superficie in ogni
caso non si vedono più. L’ideale sarebbe di trovare un altro branco, non
disturbato.
Nuotiamo lentamente, ora io davanti, fino a
trovare, a diciotto o diciannove metri, dei sassoni belli. Mi preparo,
respiro lentamente. Al largo del sassone alcuni denticiotti arrivano, vanno,
vagolano. Interrompo la respirazione, li studio, e comincio a seguirli dalla
superficie. Non ho bisogni di girarmi, so che Sergio mi sta seguendo: guida
chi è di turno all’immersione. I denticiotti non si vedono bene, sono fondi,
oltre i venti metri. Tento una planata a mezz’acqua per “muovere” i dentici,
per costringerli a tradire le loro intenzioni: sì, si vede che tendono a
muoversi in una direzione precisa. Sotto, c’è un po’ di posidonia, roccette
sparse. Bene, ai dentici piacciono i catini con la posidonia. Lontano,
all’orizzonte subacqueo, si intravede prima una sagoma scura, informe, poi
si cominciano a delineare delle rocce che risalgono verso i
sedici-diciassette metri. Accelero la pinneggiata. Eccoli! Torno torno alla
punta più alta della risalita ecco il branco compatto, illuminato dai raggi
del sole in controluce. Sono tutti più in alto della punta superiore della
roccia, nella situazione che ho ormai associato al branco serale, più una
congregazione sociale che un branco in caccia. Già dalla superficie si
dimostrano interessati a me. Dimostrano di riconoscere la mia esistenza, mi
guardano, prima ancora che mi immerga, cominciano ad avvicinarsi.
Non ho più tempo, non devo allentare la loro
curiosità, gran fiato e scendo. Ruoto, mi avvito, faccio cose strane, tutto
fuorché scendere diritto e minaccioso. Si allontanano appena, ritornano, se
ne vanno. Non arrivo nemmeno quasi a sdraiami col fucile puntato che vedo
una specie di onda di decisione percorrere il branco che all’unisono, tutti,
quelli piccoli, quelli più grandi, a destra, sinistra, con quella capacità
di rotta collettiva che sembra abbiano solo i pesci in branco e gli uccelli
in stormo, mi punta e mi si precipita contro. Ho di colpo di fronte non
fianchi ma solo musi ingrugniti di dentice che ondeggiano appena appena qua
e là nei veloci colpi di coda, indirizzati tutti addosso a me. Mi schiaccio
sul fondale e aspetto che mi sciamino intorno, i primi quasi senza
rallentare. Sembra una carovana, prima i carichi leggeri, più veloci, poi
man mano i carri pesanti, massicci. Intravedo dopo qualche secondo la coda
del branco, gli altri sono già passati oltre a me, più grossi di così non ce
n’è. Ne miro uno che sembra un po’ più titubante, rallenta… ma ormai è a
tiro, sparo. Preso sulla guancia, lo passo quasi a novanta gradi anche se
avevo sparato con il pesce perfettamente di fronte. La solita velocità
fulminea dei dentici negli scatti. È proprio un bel pesce. Risalgo. Col
pesce in mano sbuco in superficie.
Sergio aspetta solo un momento per darmi in
mano il sagolone del pallone poi si butta sotto immediatamente.
Ho il pesce nelle mani ma non ho tempo da
dedicargli, guardo Sergio che scende, speriamo non serva un fretta un altro
colpo su un dentice ferito, ho il fucile scarico. Senza guardare, comincio
solamente a tirare verso di me la sagola per arrivare al portapesci sotto il
pallone. Sergio pinneggia veloce, si apposta poco lontano dalla mia
precedente posizione ma ormai l’incanto è rotto, i pesci, spaventati dal
prelievo, sono diffidenti e vagolano indecisi. Nulla da fare. Risale.
Ora ho tempo di guardare con soddisfazione la
mia preda. Di fianco all’altro il pesce è strano. Sono lunghi uguali ma il
mio è più massiccio, più largo. Maschio e femmina? Ma quale è il maschio?
Probabilmente pesa un poco di più e la bilancia a terra confermerà: una
coppia di bei pesci di cinque e di poco oltre i sei chili.
Conciliabolo sul da farsi ma breve perché
come succede quasi sempre siamo già d’accordo. Incredibile come anni di
pesca insieme fondano due cervelli un un’unica macchina da caccia. Ricordo
sempre con divertimento stupito una volta in cui Sergio, sparato
all’imbracciata un mio dentice strappato e rifugiatosi nel buio di una tana,
aveva colpito, ovviamente malamente, dietro al dentice, una grossa cernia. E
di come, appena risolto il mistero del perché diamine quel benedetto
dentice, pur bello, non uscisse dalla tana, avevamo simultaneamente
inventato un complesso e geniale piano di recupero che coinvolgeva il remo
del gommone ancorato poco lontano, un’immersione in coppia in cui uno faceva
una cosa e l’altro contemporaneamente un’altra. Piano assolutamente identico
nelle due menti, che ci siamo raccontati l’un l’altro, ognuno parlando sopra
all’altro nella foga di comunicarlo, intervallati a stento dal “sì sì, e poi
facciamo…” tra una fase e l’altra. Concitato scambio terminato in risate da
affogare lì, la maschera e la bocca piene d’acqua, allo scoprire l’assoluta
identicità di intenti. Piano, credo di dover aggiungere, che aveva
funzionato senza fallo: cernia recuperata e ricordo bellissimo incamerato.
Cambiamo secca. Invece di dirigerci verso la
vicina Santa Caterina B, meta anche troppo abituale, puntiamo verso una
secca lontana, che frequentiamo poco. Secca senza la dignità di un nome
specifico, è di fronte alla Torre del Finocchio, a sei miglia dalla nostra
attuale posizione.
Viaggio tranquillo, i pesci a scivolare qua e
là sul pagliolato, fra pinne e sacche, al movimento del gommone. Il tetto
non è facilissimo da individuare, è a 12,5 metri, ma siamo a meno di un
miglio dalla costa per cui c’è abbondanza di segnali e di punti da
incrociare su cui basarsi per arrivarci sicuri.
C’è un tetto bianco che “fa” dentici al
tramonto che sprofonda deciso verso il largo con sassoni grossi che ospitano
qualche grossa cernia.
Ah! Le cernie, sempiterna fonte di
discussione / battibecco / contesa fra me e Sergio. Lui è un appassionato.
Io, già all’epoca, non ne ero affatto un entusiasta. Il dialogo che si
svolgeva era più o meno sempre secondo gli stessi canoni. Se la cernia la
avvistava Sergio esordiva con un deciso: “C’è una cernia.”. Seguiva una
stima approssimata del peso ed un immediato piano di battaglia da eseguirsi
nel tuffo che toccava a me. Io talora obiettavo già a questo punto: “Ma dai,
lascia stare. Cosa vuoi sparare ad una cernia se ci sono
dentici/ricciole/ecc. intorno! Andiamo avanti.”. Se DAVVERO intorno c’erano
dentici/ecc di solito la discussione finiva qui. Se, cioè, la cernia non era
molto bella perché altrimenti era giocoforza dannarsi con quelle che io
definivo immersioni da minatori. Se invece intorno non si muoveva pinna non
avevo, non potevo avere, obiezioni. E allora mi toccava scendere sulla
cernia. Facevo il possibile per prenderla fuori tana e, se tutto andava per
il verso giusto, era una soddisfazione fare un singolo tuffo e venir su con
una bella preda che nel passato avrebbe richiesto lampada ad acetilene e
piccozza! Ma se al mio avvicinarsi si intanava avevo pronta l’obiezione:
“Sergio, lasciamo stare, si è intanata in chissà quale labirinto. Perdiamo
mezz’ora solo per trovarla, poi dobbiamo cominciare a cercare il buco da cui
spararle, e abbiamo i fucili lunghi, sfasciamo gli arpioni. Poi dobbiamo
tirarla fuori. Un sacco di tempo buttato via. E per una cernia, poi!”.
Talora Sergio cedeva, e allora ci spostavamo, ma talora controbatteva:
“Almeno vado (ora toccava a lui) a vedere se per caso è nell’avantana.”. E
scompariva nei meandri delle rocce. Io da sopra facevo il tifo per una
cernia invisibile… Ero arrivato al punto che talora, se ero sicuro che
Sergio non la potesse avvistare dalla superficie, e se in giro c’era almeno
il sospetto di pesce circolante, non gli dicevo nulla della guancia
picchiettata di giallo nell’ombra o del polverone sotto un tetto e mentivo
spudoratamente risalendo, agitando la mano sinistra nell’universale segno di
nulla all’orizzonte.
I dentici, in ogni modo, oggi ci sono. Girano
indecisi, piccoli e medi mescolati, sull’orlo est del tetto. Quelli grandi
non si vedono. Qualche tuffo a turno, scendendo man mano, i dentici ci
tirano giù, verso la caduta inferiore. Ne prendiamo un paio, piccolini, io
uno da un paio di chili con un tiro talmente lungo ma talmente lungo che con
il 130 pompatissimo arrivo appena a toccare il pesce e ad aprire l’arpione
solo all’interno della piastra branchiale, senza riuscire ad andare più in
là. Sono in ogni caso disturbati. Probabilmente non siamo gli unici ad
ordire qui trame minacciose contro di loro.
Ci spostiamo pescando man mano sempre più
verso est, l’orlo e la caduta di sassoni sono sempre più lontani dietro a
noi. Gli ultimi tuffi i dentici erano sì presenti ma lontani, indifferenti e
diffidenti insieme in una pessima combinazione. Che abbiamo sbagliato a
venire fin qui? Forse conveniva restare sulle secche più al largo…
Ora tocca a me, non cedo alla tentazione di
un ennesimo tuffo solo per vedere i dentici sfilare dispettosi oltre la
portata del fucile e tento l’esplorazione. Sergio mi segue paziente, mi
sposto al largo, l’orlata termina, i sassoni finiscono in sabbia, anche i
pochi denticiotti di prima scompaiono.
Siamo all’ombra della montagna, l’orlo di
luce del nostro personalissimo tramonto ci ha sorpassato e si è spostata più
al largo. Sott’acqua c’è all’improvviso una luminosità bizzarra, a metà tra
l’ombroso ed il traslucido. Il plancton in sospensione non viene più
illuminato dalla lama di luce radente del sole, non riflette più la luce,
scompare. La visibilità si fa incredibile. Il fondo è buio ma di colpo
visibilissimo, nitido. E, stagliati sulla sabbia, profondissimi, ecco, a
farmi mancare un battito, i dentici!
Devono essere enormi a giudicare dallo mole
che l’esperienza evidenzia fin quassù, trenta metri più in alto. Gironzolano
vicino ad un gruppo di quelle che paiono roccette piatte, grigio-nere nella
luce fosca.
Non voglio fare subito un tuffo
minacciosamente diretto: un po’ più in là, isolata sulla sabbia c’è una
roccetta, piccola, dietro cui però dovrei riuscire a nascondermi. Mentre mi
rilasso mi sposto pian piano sulla sua verticale. Gli ultimi atti di
inspirazione, lenti, il diaframma che scende, una sensazione passeggera di
esagerata pienezza, ma durerà poco, scendo.
Gli occhi chiusi a rilassarmi ulteriormente,
il fucile teso in avanti, tanto sono lontano dal branco sia in verticale sia
in orizzontale, alla ricerca della massima idrodinamicità. Apro gli occhi
dopo un po’ e, mannaggia, sono ancora lontano dal fondo, il diaframma
minaccia di risalire oltre il naso e la roccetta che “forse” sarebbe
riuscita a nascondermi sta diventando un roccione con tanto di tana e tetto
entro cui scompaio tutto senza problemi. Il fucile teso, guardo davanti. I
dentici ci sono, eccome. E sono davvero, davvero, enormi! Gli esemplari medi
sono sui dieci chili e ce n’è qualcuno che è largo un buon terzo in più di
questi smilzi giovanotti. Perfino il movimento è diverso rispetto ai dentici
che abbiamo cacciato tutto il pomeriggio: una determinazione non saltuaria
ed impaurita, un nuoto senza tentennamenti. Questi sono pesci che sanno di
poter fare ciò che vogliono degli abitanti del mare e lo fanno a piacer
loro. Tuttavia, rimangono dove sono, ad una quindicina di metri da me.
Ruotano intorno a quella che da sopra sembrava una roccetta ma che ora si
rivela per un sassone con una tana a taglio, profonda, orizzontale sulla
sabbia. E i dentici entrano ed escono lì dentro, lenti. Massicci. Mi
guardano, vedo l’interesse, ma restano dove sono. Quaggiù, a oltre trenta
metri, l’autonomia per lunghi aspetti è quella che è, per cui attendo quanto
posso, senza forzare, poi ruoto, resto nascosto sotto il tetto di roccia per
quanto possibile, mi allontano muovendo piano le pinne, risalgo. E ci metto
un pezzo. Sergio, lassù, è una sagoma nera, piccina e confusa.
Appena in superficie guardo giù. Sembra
incredibile che quelle sagome sottili che roteano con pretesa indifferenza
mi abbiano riempito gli occhi pochi fino a pochi istanti fa di tanta
massiccia grazia.
Ora tocca a Sergio. Cerco di fargli vedere
l’ambiente come lo troverà sotto, gli suggerisco di evitare un altro tuffo
lontano. Conveniamo insieme che “chi vuoi che venga a pescare questi dentici
a queste profondità?”. Quindi, un tuffo diretto, sopra il branco.
Io sono attaccato a Sergio mentre si ventila,
stando attento a non toccarlo per non togliergli la concentrazione. Per
pesci così profondi non mi servono tutti quegli accorgimenti sottili per
evitare di spaventarli: lo stare lontani dalla verticale, eccetera. La
profondità è notevole, meglio la sicurezza.
Un gran fiato, scende. Sembra non ci possa
fare nulla, devo forzarmi a respirare quando il compagno parte per
un’immersione fonda, d’istinto sarei in apnea anch’io.
Pinneggia lentamente, al solito gli invidio
la compensazione senza mani. Scende. Arriva diretto al centro del branco. I
dentici si aprono, lenti fuochi d’artificio che esplodono allontanandosi dal
centro che è Sergio, piccolino, scuro. È a contatto con la sabbia. Vedo il
rilassamento delle gambe e l’arresto delle pinne. Il fucile è teso in
avanti, tenuto saldamente. Ed ecco che i fuochi d’artificio re-implodono,
ritornano al centro da cui si erano allontanati istanti prima. Sono come i
raggi di una ruota di pesci che ha Sergio come mozzo. Non accelerano ma
decisi tornano da dove erano partiti. Pochi istanti e Sergio spara. Vedo
nettamente il pescione contorcersi e, pur offuscata dalla distanza, la
sabbia sollevarsi in nuvole alle scodate furiose del pesce che tenta di
liberarsi. Poi di colpo parte a razzo verso la roccia e non lo vedo più. Si
è intanato! No, eccolo di nuovo fuori. A fianco della roccia si dibatte in
un polverone che in pochi istanti lo oscura alla vista. Sergio risale
velocemente. Fila il mulinello e arriva in superficie respirando
pesantemente, provato dalla profondità e dall’emozione. Dopo un po’ riesce a
dirmi che, appena arrivato, i dentici davanti a lui gli avevano nuotato
addosso, non poteva sapere che TUTTI i dentici contemporaneamente avevano
fatto lo stesso. Mi dice anche che quello che aveva sparato era talmente
grosso che aveva nella mente nettamente il “Crack” dell’asta che colpiva la
branchia del mostro. E che era totalmente entusiasta del dentice più grosso
che avesse mai sparato!
Appena ripreso fiato tentiamo di tirare il
filo ma non c’è nulla da fare. È evidentemente impigliato da qualche parte.
Bisogna scendere a liberare il pesce. Intanto, intorno alla nuvola sollevata
dal denticione ferito, ruotano agitati pesci grossi quanto e più di quello
che ora si vede chiaramente, luminoso, appoggiato sul fianco.
Per non farmi venire nemmeno l’ombra di una
tentazione di un secondo colpo agli altri dentici, con il rischio di perdere
quello già in asta, mi sacrifico e scendo senza fucile. E tolgo già in
superficie dalla custodia il coltellino per uccidere il pesce. Meno cose si
fanno in immersione e più si pianifica, più l’immersone stessa è sicura.
Sebbene il dentice sia lì, semi-immobile sul
fondo, non è bene tardare. Un gran fiato e scendo. In avanti la mano con il
coltello, l’altra alla maschera a compensare. Ora scendo ad occhi ben
aperti, devo arrivare il più perpendicolare possibile ed il più in fretta
possibile. I dentici sono sempre lì. Ruotano ancora, irrequieti, intorno
alla roccia come prima ma ad una velocità doppia. Mentre scendo alcuni mi
puntano contro, mi vengono incontro a mezz’acqua, oh mamma, avessi un
fucile…
Quando arrivo sulla sabbia c’è un momento
confuso, con dentici immensi che ovunque intorno a me accelerano di colpo,
muovendosi a scatti improvvisi, a velocità di caccia, creando effimere scia
di acqua pulita attraversando la sfera di turbolenza sabbiosa del pesce
ferito, perdendosi infine nel blu-grigio del fondale che digrada ancora
sprofondando sabbioso poco più in là. Un momento da cui mi scuoto quasi a
fatica: c’è del lavoro da fare.
La situazione, da vicino, è chiara. Il
dentice è scappato in tana, che in realtà è falsa tana, poi è scappato
nuovamente fuori ma si è legato intorno ad una colonnina di roccia ed ora si
dibatte senza potersi più muovere, legato come un cane intorno ad un
lampione. Prima di tutto lo uccido. Poi, lo prendo in mano… oh mamma! Quanto
è GROSSO! Non è sicuramente meno di dieci chili! Devo usare entrambe le
braccia per sollevarlo dal fondo e fargli rifare il cammino inverso per
slegarlo. L’asta si incastra un momento intorno alla colonnina e devo
forzare il pesce. Poi basta. Il dentice è fuori, il fiato è finito, la
profondità non è certo diminuita, devo risalire.
Mentre pedalo verso l’alto, la testa dritta e
gli occhi chiusi, rivedo ancora e ancora in un flash i dentici caracollanti
e le loro tenui ombre fulminee sulla sabbia.
Poi emergo nell’urlo di Sergio.
A questo punto, è ovvio, pensiamo seriamente
a chiudere la giornata. Meglio terminare in bellezza, pensiamo.
E invece, anche se evidentemente ancora non
lo sappiamo, l’avventura più grande è di qualche minuto nel nostro futuro.
Torniamo indietro in direzione del porto.
Nella nostra rotta a Est spaccato passiamo, nell’acqua calmissima del
tramonto imminente, quasi sopra al sommo della Secca de Piscadeddus. Una
secca facile da trovare, il tetto è a quattro metri. Ci guardiamo.
Indecisione brevissima: ci fermiamo. Io ho ancora gli occhi pieni di
denticioni fulminei cui non ho sparato.
Siamo più lontani dalla costa rispetto a
prima, il sole, anche se più basso, illumina ancora. I bagliori rossastri si
riflettono solo sul versante ovest della scia di ondine del gommone che esce
di planata, lasciando l’altro a specchiare il turchino perfetto del cielo al
tramonto. Ancoriamo a fianco del sommo, su roccia bianca in otto metri di
fondo.
In acqua. Ci dirigiamo, nella superficie che
fruscia appena contro il boccaglio, verso il bordo sud, dove c’è un sassone
bianco con una caduta esterna sui diciassette – diciotto metri, preceduto da
catini erbosi e sassoni che i dentici trovano congeniali.
Nuoto davanti, tocca a me ora essere primo
fucile. Dentici in giro ce n’è, ma sono piccoli e sparsi, non aggregati in
alcun modo. Non mi fermo, non cedo nemmeno alla tentazione di investigare,
vado diritto alla zona migliore. Respiro lentamente, già mi preparo
all’immersione.
Ecco, riconosco i segnali, poco oltre ci sono
due rocce verticali, il catino ed infine il roccione con la caduta.
Rallento ancora, diminuisco ulteriormente la
velocità della pinneggiata, le caviglie accuratamente sotto il pelo
dell’acqua a non far rumore. Scapolo l’entrata del catino…
Di fronte, uno spettacolo che non mi capiterà
di vedere mai più. Il sole entra da destra, basso basso, non colora più
l’acqua ma illumina solo. La superficie piattissima dà all’immagine una
staticità irreale. Non c’è corrente, anche le alghe sono immobili. Tutto ciò
che si muove nella scena è un branco di dentici enormi che mulina intorno a
sé stesso, dentici immensi che roteano, sciamano in improvvise correnti di
sette, otto pesci che nuotano all’unisono, il resto del branco che si
arrotola intorno ad un centro invisibile in altalenante movimento torno
torno ad uno stesso punto.
E sono assolutamente enormi: se il branco di
prima aveva come componenti di taglia più o meno stabile dentici da dieci
chili, qui il branco è più distribuito, con pesci piccoli e pesci grandi
mescolati. Solo che i pesci piccoli sono come minimo sette od otto chili e
quelli grandi… non oso valutare, qui ed ora, quanto grandi siano quelli
grandi.
Mi hanno visto! Prima uno, poi due, poi il
branco intero interrompe il carosello e comincia a sciamare verso di me. E
io sono ancora in superficie! Inspiro velocissimo e mi immergo. Scendo tutto
storto, stando attento solo a non far rumore con le pinne, il fucile vicino
al torace. Scendo malissimo, guardandoli, il collo torto, la schiena
inarcata. Mi sono addosso, non hanno cambiato né rotta né velocità. Sono
praticamente contro di me. E io sono ancora ad almeno due o tre metri dal
fondo. E qui compio un errore. Grave. Non attendo di avere il fucile in
posizione stabile, miro all’imbracciata, il gomito tutto piegato, ad uno di
quelli più belli, sparo a mezz’acqua. Lo prendo! Ma, disastro, si libera
subito dal colpo mal piazzato e scappa.
E il branco, spaventato dalla botta del
fucile e dalla fuga terrorizzata dell’animale ferito, si apre: i dentici
scappano, chi qui, chi lì. Il catino è pieno di dentici che in panico
fuggono, ruscelli di forme giganti che si buttano sul fondo e sciamano verso
le uscite del catino stesso. Io rimango imbambolato, ancora lì, il fucile
scarico, distrutto dall’enormità dell’idiozia commessa. Non vorrei più
emergere, mi lascio cadere verso il fondo e mi raggomitolo a palla, a occhi
chiusi. E rimango là, animale sofferente, a lungo. Mi risveglia la botta di
un colpo di fucile. Sergio!
Apro gli occhi e vedo Sergio che, anche lui,
ha sbagliato evidentemente colpo, perché ha il fucile scarico. Intorno, a
guardare bene, i dentici non sono tutti scappati, ancora alcuni mulinano
all’interno del catino.
Forse c’è ancora una possibilità! Risalgo
come risanato di colpo. Ricarico con furia il fucile e, finalmente,
ricomincio a ragionare. Ricaccio sul fondo della mente il prepotente
predatore primitivo che vorrebbe scendere subito, lì sotto, sui pesci che
ancora girano, e sparare, ammazzare, prendere. È come svegliarsi in un mondo
più limpido. I dentici sono sì usciti dal catino ma non sono scappati
completamente. Al di là del roccione, sull’orlo della caduta, si intravedono
sagome massiccie che ancora nuotano, allarmate sì ma non più terrorizzate.
Allora, gran fiato, scendo, striscio sul fondo, faccio lo stesso percorso
dei dentici in fuga, e mi dirigo a sinistra verso il passaggio tra due rocce
che porta verso l’acqua libera. Con la coda dell’occhio mi accorgo che un
“denticiotto” di forse sei o sette chili, terrorizzato, si è nascosto, si fa
per dire, sotto il tetto di un roccione. Non lo considero nemmeno. Ho ancora
la speranza di quelli più forti.
Il tragitto è stato lungo. Mi apposto piano
sulla forcella e guardo verso il basso. Lo spettacolo non è nemmeno
paragonabile a quello di prima ma, ancora aperti, disturbati, nervosi, i
denticioni sono qui. E non riescono a resistere alla curiosità. Mi vedono e
prima uno poi tre o quattro, vengono vicini.
Chiudo gli occhi un momento, mi sforzo di non
rimbecillire di nuovo. Dalla destra, probabilmente arrivando dall’altra
uscita del catino, compare una sagoma enorme, che colgo prima addirittura
come forma in movimento e solo poi come dentice. Mi punta, guardandomi in
cagnesco, rallenta. Sparo. Preso! E perfettamente questa volta!
Succede di colpo un putiferio, scodate
collettive a rimbombi ripetuti del branco che ora scappa definitivamente,
sabbia sollevata in un polverone dal dentice che si dibatte forsennatamente,
schiocchi della biforcuta coda enorme che mi rimbombano nel petto a
rivaleggiare con quelli di una cernia.
Ma è MIO! Risalgo con il dentice a traino,
assicurandomi di sollevarlo dal fondo. Un breve orgasmo di recupero del
filo, il pesce che si avvicina sempre di più, il fucile ignorato a
galleggiare da qualche parte dietro di me, e finalmente, finalmente, il
pesce è nelle mie mani. Non riesco quasi nemmeno ad ammazzarlo, il cranio è
troppo duro e spesso. È talmente largo che con la mano ho difficoltà nel
prenderlo per gli occhi.
Finalmente si ferma. Le squamette, che in
dentici più piccoli sono punti turchesi, qui sono larghe e tanto colorate da
far invidia al petto di un pavone, i denti tanto aggressivi e massicci che
potrebbero adornare pendagli su esibizionistici petti maschili alla stregua
di quelli di squalo.
È semplicemente bellissimo. Ed è largo,
grosso, TANTO!
A terra, increduli, vedremo l’ago della
bilancia fermarsi oltre i tredici chili. 13,2 per la precisione. È tuttora,
se non il dentice più grosso che abbia mai visto, nel futuro giaceranno
ancora gli spettacoli dei profondi branchi nel Canale di Sicilia, certamente
quello più grande che abbia mai preso.
L’ultima
immagine, volutamente cercata per fermarla nel ricordo, il cavetto d’acciaio
sollevato a fatica in due, i pesci tenuti alti contro il sole spaccato a
metà dal Mare.
Riccardo
A. Andreoli