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PescaSub N. 187 - Aprile 2005

 

 Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

 

Immagini oceaniche

 

Anno XVIII – PescaSub n. 187 – Aprile 2005 – Pg. 56 – 63

 

Immagini Oceaniche

 

Ogni giorno, pescando nell’Oceano, capitano tante cose. Tante cose si vedono, si godono, si assaporano. Tante, troppe per raccontarle tutte. E poi, quali scegliere? Lo squalo che sale e si mangia – maledetto – il mio pesce o la lenta danza in bianco e blu di una manta gigante? Così, nel dubbio, scegliendo quasi a caso dal moderno corrispettivo elettronico del quadernaccio degli appunti e in ordine alfabetico-cronologico, ecco non racconti ma immagini, singoli flash che rischiarino, a bagliori, la mia memoria dei giorni di pesca.

ATTREZZATURE: Sabato17 luglio 2004

Partiamo alla volta della secca più a nord. Vento non tremendo ma che promette, e manterrà, rinforzi futuri. Al solito in muta praticamente subito, prima certamente di scapolare la punta sud-est e di uscire dal ridosso. Il viaggio è lungo ma ormai familiare, eccoci quasi in zona, l’isola dietro a noi praticamente scomparsa, gocciolanti dalle infinite onde sparate a bordo dal vento eterno. Ci prepariamo definitivamente, pinne pronte, maschera sciacquata, comincio a filare in acqua il galleggiante, quando… il vecchio quindici cavalli non riparte. Ah, bene!

Per far breve una faccenda lunga, abbiamo smontato, col mio modestissimo supporto quasi solo di passa-oggetti e tieni-fermo-il-motore-che-ruota, col mare e il vento congiunti che minacciavano ogni volta di sommergere il motore aperto con prevedibili, affascinanti conseguenze, abbiamo smontato, dicevo, il motore fino al carburatore ostruito che spargeva benzina per ogni dove, tolte, pulite e rimontate le candele, fino a che non è, doverosamente, ripartito in piena baldanza.

Devo dire che quasi subito uno dei pescatori non ancorati, trainanti, è venuto a vedere cosa stava succedendo. Indispensabile correttezza di persone che nell’Oceano vanno ogni santo giorno.

ATTREZZATURE: Martedì 20 luglio 2004

Un nodo gordiano di sagole, su pesci che hanno deciso di arrivare in branco tutti insieme, appena entrati in acqua, senza il tempo di crearci spazio di manovra per i lunghi sagoloni. Pesci presi ma nodo caotico. Tanto che il mio compagno sale a bordo della barca e cerca da lì di lavorare. Ad un certo punto schizza in piedi, urla disperato, mi fa cenno in acqua: “arma, arma”. Vedo il suo fucile che pian piano sprofonda, il calcio bianco è già l’unica cosa che si vede con chiarezza.

Mi precipito sulla verticale respirando rumorosamente per prepararmi ad una immersione certamente fonda. Subdola, la mia sagola arancione, mollemente spiraleggiante sulla superficie, senza la trazione usuale della boa, mi si avvolge intorno al torace. Mi libero nervosamente e scatto di nuovo verso la verticale. Il suo sagolone di nylon, per non essere da meno, mi si attorciglia intorno ad una pinna e mi ferma. Rabbiosamente, già non vedo più il calcio, mi libero, raggiungo il punto prefissato, gran fiato, mi immergo e pedalo con assai decisione verso il basso. Compenso, deglutisco, compenso ancora, intravedo il calcio bianco sotto, almeno lo vedo, pedalo ancora, compenso ancora una volta, il calcio sembra (forse) un po’ più vicino, pinneggio a braccia tese in avanti, compenso ancora deglutendo per non perdere la posizione di massima idrodinamicità… mi fermo. Non lo raggiungerò mai. Risalgo (e ci metto un pezzo: la barchetta è offuscata e, lassù, piccina) e do la brutta notizia al mio compagno. Che è ancora in barca a sbrogliare la matassa. Non posso fare niente.

GENTE: Giovedì 22 luglio 2004

Al pontile incrociamo due tipi, un gigantone tatuato col lobo dell’orecchio sinistro perforato da un grande ornamento che assomiglia sospettosamente al tappo bianco di un tubetto di dentifricio ed uno mingherlino, che parlano inglese. Il mingherlino, con gran macchina fotografica e cappello australiano con lunga tesa posteriore a coprire il collo, è un greco che vive in Francia e ha in patria una ditta che produce fucili subacquei in legno. Pare siano qui a testarli. Non so la funzione del gigantone.

Concorrenti?

GENTE: Venerdì 23 luglio 2004

Oggi sono arrivati i nuovi subacquei. Al solito la tribù dei subacquei del Blue Water è piccola e il greco-francese, Angelo, lo conoscevo, anche se non di persona.. Era suo l’articolo pubblicato sulla rivista francese Apnea e responsabile, parzialmente, del mio viaggio alle Azzorre. Era sua la ricciola di cinquanta e passa chili presa sul favoloso, e all’epoca vergine, oggidì ormai svuotato, Princess Alice Bank, cinquanta miglia dalla costa.

Arrivano in tre, che con me e il padrone dell’imbarcazione facciamo cinque, più il mozzo, sei. La piccola barca comincia ad essere strapiena.

Oltre ad Angelo, c’è anche Bernard, francese di Parigi, con una curiosa muta monopezzo con cerniera, e il figlio Francois, quindicenne (circa), che starà male come un cane, vomiterà l’anima, si addormenterà del sonno dello sfinimento, con la testa sulla murata, incurante degli schizzi. E che farà tuttavia in tempo a far male ad un wahoo senza ovviamente prenderlo.

Bernard mi racconterà poi, davanti ad una cena che si raffredderà dimenticata, del come fosse andato in Nuova Caledonia in un tentativo dichiarato di battere il record del mondo sul Dogtooth Tuna (Gymnosarda unicolor), senza riuscirci, ma del come in compenso fosse stato perso in acqua e del come si fosse salvato, con cinque ore di nuoto in un mare tanto pieno di squali che nel pomeriggio non erano riusciti a tirare in barca un solo pesce a meno di fulminarlo. Ore di nuoto verso un’isola intravista solo all’inizio, nella penombra del tramonto, e raggiunta a notte fonda. E del suo timido arrivare in muta al fuoco dello sperduto villaggio lì presente e dei bambini che lo avevano accolto festanti al grido di “Le disparu! Le disparu!”, “Lo scomparso! Lo scomparso!” E del suo trovarvi lì l’amico, anche lui nei pasticci perché aveva terminato la benzina del gommone nello sforzo di cercarlo, al buio, ormai disperando.

GENTE: Venerdì 23 luglio 2004

Al ritorno operazione di salvataggio. Abbrancati alla boa di segnalazione della secca ci sono dei pescatori locali con il motore rotto e a bordo due turisti, credo americani, che pescano alla canna.

Odissea di ritorno, con una corda di traino che è una disperazione al solo vederla, sfrangiata, vecchia, ispida di anni di maltrattamenti. Mare e vento di poppa peggiorano le cose, con le lente, giganti onde oceaniche che imbardano entrambe le imbarcazioni, spesso in due direzioni diverse, tironi che spezzano la fune più e più volte. Il padrone della nostra imbarcazione che bestemmia, strilla e urla in una litania a piena voce interrotta solo da pause di silenzio imbronciato, non so davvero con quanta convinzione perché un paio di volte, ad una pausa, guarda verso di me e sorride. La barca teoricamente rimorchiata che ad un’onda più grande ci arriva contro, si imbarda e ci sperona di brutto sul fianco sinistro con gran fracasso di legno maltrattato. A poppa il nostro barcaiolo che non sorride più.

A bordo della barca trainata non sembrano prendersela affatto perché i pescatori hanno tolto il preziosissimo motore accuratamente sistemandolo a bordo. I due turisti per di più sono estremamente indifferenti, addirittura si stendono per traverso con ogni palese intenzione di dormire durante tutto ciò.

LAMPUGHE: Martedì 20 luglio 2004

In superficie, a prendere fiato scrutando attentamente l’Oceano sotto di me in cerca degli elusivi e pressoché invisibili, quando decidono, wahoo. Di colpo sento la botta di uno sparo, mi volto e vedo un maestoso maschio di lampuga che scappa con l’asta di Stefano in corpo, mi ri-volto e passa, tra me e il mio compagno, una femmina, grossa. Senza pensarci sparo… contemporaneamente a lui che ha tirato alla stessa preda. Risultato, due aste nello stesso pesce. La mia per di più l’ha passato, il pesce è finito in sagola ed è libero di muoversi. In giro, a palla di biliardo, gira una terza lampuga, femmina anch’essa, un po’ più grande di quella nostra. La barca è vicina, sono tentato (la raggiungo quasi, poi cambio idea) di andare a prendere il terzo fucile già armato e di cercare di catturare la lampuga vagante. Intanto la situazione si è ingarbugliata decisamente. Il mio compagno fatica a fermare il “nostro” pesce e a raccogliere la sua sagola e la mia.

Stefano non sembra riesca a gestire bene il maschio che ha prontamente aggrovigliato la sua nelle altre due sagole. Prova una volta, la lampuga ha una reazione rabbiosa al primo tentativo di toccarla, scoda, schizza quasi fuori dall’acqua, sbatte contro Stefano, gli strappa brutalmente la maschera, gli si precipita contro, lo morde con violenza ad una spalla. Stefano molla tutto, pedala verso l’alto per rimettersi la maschera: la lampuga risprofonda. Insomma, una lotta a coltello.

Il pesce sanguina un bel po’, il foro della ferita si è certamente allargato. Qui è bene sbrigarsi perché o arriva uno squalo o il pesce si perde. Lui fa un altro diffidente tentativo di tirarsi il pesce sotto le pinne ma al primo tirone cattivo molla tutto. Allora, in maniera, devo dire, un po’ maleducata, decido di tirarlo su io (non possiamo mica fare notte, è la mia forse zoppicante razionalizzazione). Scendo sul pesce, cerco di prenderlo per la testa. Niente da fare, scivola. Poi impazzisce, si dibatte come un forsennato. Usa l’asta come un bastone, e mi bastona ben bene. Usa il testone come randello, e mi randella ben bene (alla fine della colluttazione avrò uno zigomo bello ammaccato a ricordo della lotta). Scappa, schizza via, si arrotola nell’acqua, cerca di scrollarmi di dosso: sembra più un rodeo che il recupero di un’azione di pesca subacquea. Lo prendo perfino per la coda (cosa generalmente proibita, troppi rischi per i polsi con pesci grandi) pur di avere una presa qualsivoglia su questa furia sdrucciolevole e scatenata. Finalmente riesco a stringergli il testone tra le mani ma la presa non è solida, le mani non hanno un appiglio saldo, le branchie per esempio. Ma così si ferma, probabilmente lo soffoco. Stefano scatta foto a ripetizione con la macchinina scafandrata della compagna. Alla fine ce la faccio a trasferire la presa nelle branchie e ammazzo (o almeno cerco) il pesce, piantando il coltello nell’osso durissimo in coincidenza del “vero” cranio, e non della cresta verticale del carattere sessuale che nella lampuga così evidentemente divide il maschio dalla femmina.

MANTA: Martedì 13 luglio 2004

Al largo sulla secca più a sud. Mezza mattinata, luce alta, che sprofonda inclinata in colonne opaline. Compare una gigantesca manta mentre il mio compagno è sotto. Il subacqueo in immersione non l’ha assolutamente vista. Balza in mente il melanconico pensiero che siamo così inadeguati come esseri subacquei che anche una bestia come una manta, lenta, assai grossa e per di più assolutamente non un predatore che almeno fa di tutto per non farsi vedere, fa in tempo ad arrivare, guardare ben bene e passare via, scomparire, senza che un cacciatore immerso, teoricamente concentrato al massimo a guardare TUTTO (in realtà il mio compagno stava guardando in basso dove passavano dei carangidi), se ne avveda minimamente. 

MOBULA: Venerdì 16 luglio 2004

Sotto di me, cinque metri sotto la superficie oggi quasi calma, scivolando sulle ali immobili, arriva una grossa Mobula verdone scuro che sussulta e si scrolla a ripetizione per cercare di levarsi di dosso due pigre remore grassocce incollate, al solito, sopra le “corna” arrotolate. Ha davanti al naso un pesce pilota per cui deve anche diventare strabica.

Nonostante tutte queste costanti scocciature è un mostriciattolo giocherellone e curioso: resta a girarci intorno più e più volte. Si allontana fin quasi a stemperarsi nello sfondo poi torna indietro, puntandomi direttamente contro ed evitandomi al rallentatore con uno sventolio della punta delle ali quando è a pochi metri.

Sfodero la macchina fotografica e riesco a fissare un paio di belle immagini col supergrandangolo andandole proprio vicino. Mi tolgo il guanto e riesco anche ad accarezzarla, passando la mano, piano per non spaventarla, lungo il grande fianco verde oliva, assaporando le sensazioni della pelle, liscia-ruvida in modo bizzarro. Poi scompare.

MANTA: Sabato 24 luglio 2004

Consueta confusione di pinne, fucili, sagole multicolori che si intrecciano mentre saliamo a bordo per un altro drift. Dall’alto della barca, appena usciti, si intravede, appena sotto la superficie, molto vicina, una grossa sagoma scura. Poi una forma appuntita che si solleva adagio per trenta-quaranta centimetri fuori dall’acqua: la punta dell’ala di una manta imponente.

In acqua tutti con le macchine fotografiche recuperate nelle sacche in un momento di folle confusione comune.

Sarà la mattinata della Manta Danzante. Al primo avvicinamento, ad una decina di metri di profondità, non scappa ma fa un lento loop bellissimo mostrando la pancia bianca e cominciando a nuotare a ventre in su.

La superficie è oggi piatta, calmissima. Il sole è quasi allo zenit e la luce precipita a picco nelle profondità dell’Oceano. Entra sott’acqua con ventagli balenanti dai colori che si stemperano quasi impercettibilmente uno nell’altro, cangianti, lievi, condensandosi laggiù in colonne di solida luce opalina, volteggianti e roteanti al moto delle lente, lisce onde oceaniche lassù.

Il ventre bianco della manta sembra calamitare i raggi luminosi, li cattura, li concentra, li riflette in forti balenii che fanno impallidire i colpi di flash di Angelo, il greco-francese. Io ho il megagrandangolo per cui posso avvicinarmi fin quasi a farmi abbracciare dalle grandi ali negli obliqui battiti del nuoto. Mi rimarrà incisa nella mente l’immagine magnifica della manta con le ali bianche ferme, completamente spalancate, in lenta cabrata verticale, le corna estese, i grandi occhi che roteano a guardarmi mentre sono ad un metro da lei e guardo sfilare a poche spanne dalla maschera, interminabilmente, le pulsanti fessure branchiali, il ventre marezzato, le tre grandi macchie scure, la lunga coda immobile.

Dieci minuti intensi di Manta Danzante, in balenii chiari del volo rovesciato e scuri del dorso rotante al limite della superficie. Poi se ne va.

In tutto questo ricordo il sorriso divertito e paziente del padrone della barca, rimasto a bordo a guardarci come bambini in libera uscita.

OCEANO: Sabato 24 luglio 2004

Appena in acqua, un disastro: acqua sporchissima, caterve e caterve di plancton che nella luce radente dell’alba rendono praticamente impossibile il vedere.

L’acqua sembra limpida e forse anche lo è ma è come offuscata. Sembra di immergersi in una tormenta di neve, una lenta tempesta in assenza di gravità, dove ogni fiocco danza interminabilmente accanto e intorno a quello vicino e dove, quando ti immergi, crei uno sconvolgimento al rallentatore: ogni tuo movimento espande onde di perturbazione che ti si allargano visibilmente intorno, la danza sconvolta, i fiocchi impazziti che turbinano e si scontrano.

Fino al momento in cui, tornato in superficie e finita l’apnea, con agio di guardarti intorno, i fiocchi viventi lentamente ristabiliscono ognuno la reciproca distanza di caccia e ricominciano la danza roteante.

E ti viene da pensare che è sempre così, che ogni tuo movimento, lì, immerso nel ventre dell’Oceano, sempre influenza, muove e turba ciò che ti circonda, non solo le minuscole vite del plancton. E non è soltanto il movimento: pensa al RUMORE! Considerazioni serie, perfino seriose, che poi finiscono in ridere all’improvvisa immagine di te in una subacquea e assolutamente improbabile galleria del vento, col fumo-plancton che ti rotea intorno a segnare ogni effetto di ogni tuo movimento, dal come giri la testa al come tieni il fucile fino, lassù, ai turbini creati dalle punte delle pinne nuovissime.

Dal punto di vista piscatorio, l’unica consolazione, nel quarto d’ora scarso che ci fermiamo laggiù, è che anche per un pesce il muoversi in questa zuppa vuol certamente dire muovere un’onda di plancton tale da essere avvistato ben prima di essere, lui, davvero visibile. Teoria che attende conferma: l’oceano è totalmente deserto.

PESCIAGGINE VARIA: Martedì 20 luglio 2004

Il mozzo oggi è DAVVERO più sveglio. Pesca pesci volanti con la lenza a mano e la piuma e li fa a pezzetti per farne richiamo. E in effetti sembra funzionare. Per lo meno per altri pesci volanti, che non hanno nessuna remora a cannibalizzare Asdrubale, appena scomparso dal gruppo. Ho in mente una bellissima immagine di un pesce volante a cinquanta centimetri da me che mangia un boccone a mezz’acqua, in perfetto controsole, spalancando per un istante, fin quasi alla loro piena estensione, cangianti, semitrasparenti, bellissime, le “ali”, per poi richiuderle e schizzare via nella sua ingannevole livrea di cefalo. 

RICCIOLE: Mercoledì 14 luglio 2004

A un certo punto compare un branco grosso di carangidini e io mi ci ficco dentro, ben consapevole delle probabilità non trascurabili di inciampare nelle ricciole, lì in mezzo-sotto. E difatti, partendo dal buio più fondo, sale a razzo a pinne ferme una ricciola che arriva a tiro, scoda, si mette per traverso. Sparo… e la manco. Per fortuna il mio compagno si era già immerso alla comparsa del branco, mi scivola accanto all’inseguimento dello stesso pesce e spara anche lui. Presa. Anche se malamente, tutta cucita sul fianco destro. Ma il pesce sale in barca.

RICCIOLE: Giovedì 15 luglio 2004

Poco movimento qui oggi. A parte il solito sordo rotolio di macigni sul fondo che supponiamo (informazioni locali giurano e spergiurano) essere un branco di ricciole giganti che scodano in ignoti abissi, profondi sotto di noi.

SQUALI: Lunedì 12 luglio 2004

Il mio compagno sta tirando su, con inusuale fatica, un wahoo che al solito, in fine battaglia, è sprofondato verticale. La boa gli ballonzola di fianco quasi completamente sommersa e lui pinneggia con evidente sforzo con il sagolone teso in mano.

Finalmente la situazione sembra sbloccarsi perché vedo che recupera a grandi bracciate. Io guardo curioso, attento. Più di una volta pesci salpati dalle scure profondità sotto di noi (siamo all’alba e l’acqua sotto è decisamente buia) hanno trascinato con loro pesci che non frequentano così abitualmente gli strati, per loro, superficiali dell’Oceano.

Uno scintillio, offuscato ancora dalla profondità. Ecco il pesce. Viene su per traverso, senza combattere minimamente. Sembra morto, non capisco la gran battaglia che sembra aver dato fino a pochi momenti fa. Sale fino a che non riesco a vederlo meglio, la tigratura evidente, le bande chiare a scintillare. Ma… un momento. Ecco perché è venuto su, di colpo senza lottare. Ha un gran morso a mezzaluna sul ventre: squalo!

Non faccio in tempo a tirar su la testa dall’acqua e a gridare al mozzo sulla barca che galleggia vicina: “Tiburon!” che dietro alla preda, evidentemente strappata loro di bocca, arriva prima uno squalo poi immediatamente dopo, veloce e a pinne ferme, in abbrivio, un altro. Grosse forme verde-scuro, grigio, ciascuna più di tre metri, ciascuna che si contorce nei consueti serpentini avvolgimenti e strattoni intorno alla preda che sbrana.

Il mio compagno interrompe il recupero, guarda nervosamente la situazione, poi sale velocemente a bordo e di lì recupera il pesce, ormai malamente lacerato. Io schizzo alla barca, deposito il fucile ancora carico, salgo per metà, penzoloni, mezzo dentro e mezzo fuori, con la murata che preme sulla pancia, frugo con furia nella sacca, tiro fuori la macchina fotografica e riscivolo piano in acqua. A bordo c’è costernazione. Sento distintamente borbottare un perplesso “sin arma!”, senza fucile, ma ormai sono sotto.

La situazione è però cambiata. Senza più preda da contendersi il nuoto è rallentato, è diventato quasi indolente, quasi la loro normale, sonnolenta velocità di crociera. Si guardano intorno, sembrano annusare, non paiono realizzare che la preda è scomparsa verso l’alto: nuotano sempre alla stessa quota in circoli crescenti.

Accendo la macchina, avverto all’interno della custodia il ronzio dei vari motorini elettrici: pronto. La luce è scarsa e loro non sono certo luminosi, indugio un momento, un attimo solo, a regolare il tempo di esposizione, giro una ghiera, respiro già profondamente per prepararmi all’immersione. Un gran fiato, scendo lentamente… in un palcoscenico vuoto. Intravedo solo una gran coda scura che sventola, già profonda.

Che l’altro, come spesso accade, sia oltre il muro di visibilità a studiarti con i suoi spettacolosi sensi da predatore? Proviamo. Mi metto in orizzontale e faccio un lungo aspetto sospeso nel blu, lentamente guardandomi intorno, dietro, sbirciando in mezzo alle pinne. Niente. Alla fine del fiato, appena prima che decida di risalire, uno sciacquio. Alzo lo sguardo, e in controluce, con il mio fucile carico in mano, arriva il mio compagno. A difendermi. Sono colpito, davvero. Non me lo aspettavo…

Intanto gli squali sono evidentemente entrambi risprofondati nel loro consueto e buio reame. Niente foto. Però mi rimane, e già pregusto lo scatto, la foto del pesce con i segni delle morsicature. Salgo a bordo con la macchina fotografica pronta… e il pesce non c’è. Come pesce, cioè. Il mozzo adolescente, noto per la sua aggressiva fannulloneria, passa praticamente tutto il tempo steso a prua a dormire, schizzi, sbattoni, non importa, sono io che pulisco la barca con il mio compagno che scuote la testa, il mozzo dicevo, in un mal collocato scoppio di attività, ha già “pulito” il pesce, tranciando via i pezzi con i segni dei denti, lasciando poco più di un infotografabile e anonimo filetto di wahoo. Niente foto degli squali, niente foto dell’effetto degli squali. Spero, quando racconterò tutto ciò, di essere creduto sulla parola: non ho niente oggi a riprova dell’incontro. Per fortuna, degli squali, ho i filmati di qualche giorno prima! 

SQUALI: Mercoledì 14 luglio 2004

Qui, nelle secche così al largo, compaiono sempre più spesso gli squali. Anzi, proprio il pesce che ha ora in asta il mio compagno, subito prima del recupero, viene attaccato e non viene mangiato solo perché arrivo deciso, il fucile ancora scarico dal tiro precedente, sulla bestia che cede, si allontana e sparisce.

Gli squali continuano. Il pescatore rimasto in acqua mi racconterà che era giù fondo, intorno aveva le ricciole atlantiche, stava per spararne una bella corposa quando si accorge che a sinistra, a pochi metri, aveva uno squalo, grosso. Lo aveva minacciato, al limite della punzecchiatura, quello se ne era andato ma al movimento se ne erano andate pure le ricciole. Comunque ne riesce a prendere una, piccolina, al tuffo successivo.

Arriva anche uno squalo martello, il solito paio abbondante di metri, forse questo qualcosa in più, nervoso, che parte deciso contro di me, viene fino a tre o quattro metri, poi scoda al mio avvicinarmi minaccioso, torna ancora, scoda di nuovo agitato e scende verso il fondo. Intanto compare un brancotto di wahoo, il mio compagno spara, malamente, basso in pancia, ad uno che parte in orizzontale e si perde nelle onde agitate. Dopo alcuni secondi vedo il filo che si arrotola fiacco: dall’altra parte non c’è più tensione. E non c’è neppure l’asta, il peso avrebbe subito tirato la sagola verso il basso.

Il mio compagno mi mostrerà immediatamente dopo il filo, tagliato di netto dallo squalo martello che si era andato a prendere il wahoo e aveva azzannato tutto insieme: pesce, asta e filo di nylon. 

SQUALI: Giovedì 15 luglio 2004

Ho appena sparato ad un wahoo, bello, non fulminandolo come spesso accade con queste bestie così difficili sia come comportamento sia come bersaglio. Preso comunque bene, un buon colpo passante. Litigo, recupero, cedo filo, recupero ancora. Quando ho in mano l’inizio del tratto finale nero, vedo, nell’acqua lattiginosa e viva di plancton, meduse, cinti di Venere e ctenofori vari, la forma verde-oliva di uno squalo che con una frustata della gran coda ondeggiante parte sparato e punta diritto al MIO pesce. Lo salpo di forza a grandi bracciate e riesco evidentemente a sfilarglielo da sotto il naso perché lo tiro su intatto.

C’è una particolare soddisfazione nel fregare un pesce ad uno squalo che voleva, lui in primis, fregarlo a te. Come una specie di rivincita contro un prepotente più forte. 

SQUALI: Giovedì 15 luglio 2004

Oggi acqua limpida, stramba, vista la superficie agitata. Nei tuffi fondi si intravedono i piccoli chirurgo a guardia del tetto della secca, saliti curiosi a sbirciare. Balestra a iosa che si voltano sul fianco a guardarti, buffi con quel loro nuoto senza coda.

Diversi squali sotto i piedi. Anche un nervoso martello, che sale, si avvicina abbastanza, tanto che punto il fucile e gli scendo incontro. Scappa a scodate nervose.

Più tardi, dopo un lungo inseguimento in superficie che cerco di rendere il più indifferente possibile, al limite del fischiettìo e dello sguardo al cielo, riesco a sparare bene ad un altro wahoo. Parte al solito, lo inseguo, recupero abbastanza agevolmente. Stefano mi è proprio accanto e anche la sua compagna è in acqua, con le lunghe pinne blu nuovissime. Mentre salpo vedo di colpo una forma marrone olivastra nell’acqua scura, ancora profonda, una gran botta al filo e poi più nessun peso. Quel disgraziato si è fregato il mio pesce! Ma che vada lui a prenderseli e lasci stare i miei! Peccato. Lei, non abituata, non ha visto nulla. Ci teneva a fare la conoscenza di Mr. Squalo. 

SQUALI: Venerdì 16 luglio 2004

Risalendo da un tuffo profondo, erano prima comparsi i carangidi, arriva uno squalo, uno dei soliti Carcharinus, che, poveretto, fa tutto quello che ci aspetta da uno squalo curioso in caccia. Solo che in risalita, a fine fiato, non è che ci siano tante alternative di comportamento per il subacqueo in apnea: o si sale o si sale. Di conseguenza lo squalo mi ha seguito e si è avvicinato parecchio. Fino a meno di tre metri, deciso. Poi, stavamo arrivando insieme alla superficie, probabilmente lui era lontano “da casa”, io, pur in risalita, sebbene evidentemente fuga per lui, cercavo di fare gesti minacciosi e già mi ripromettevo una bella punzecchiata sullo squalesco sedere una volta ripreso fiato, che il sullodato volta le terga e scompare.

Stefano è tranquillo ma accenna un: “Questo è venuto vicino, vero?”. Non avendo poi questa gigantesca esperienza sugli squali, non sa che avrebbe dovuto incrociarmi e scendere lui a pizzicargli il sedere dalla superficie. Ma nessun problema.

SQUALI: Martedì 20 luglio 2004

Sono ormai nervoso ogni volta che il wahoo, dopo la consueta folle corsa in orizzontale, altrettanto consuetamente sprofonda. Se ci sono squali in giro è la loro occasione. La maggior parte dei pesci persi per squalo sono stati persi in occasioni simili a questa. 

SQUALI: Giovedì 22 luglio 2004

Passa un wahoo piccolino, sparo, lo prendo bene, forse un pelo alto, in testa, sempre alla ricerca del colpo perfetto… Parte fulmineo, lo litigo al solito per un po’. Mentre lo salpo dopo la terza strappata, credo la definitiva, intravedo una coda verde che scodinzola sotto di me. Il solito squalo pigro che mi mangia il pesce invece di prenderselo da solo. Ma gentile, questa volta, nessuna botta sull’asta, nemmeno toccata. Come un cane beneducato che a tavola prende il boccone offerto (offerto!!!) in punta di denti senza morsicarti la mano. Questo prende il pesce senza neanche graffiare l’asta. Gentile. Mavaff anche agli squali gentili. 

SQUALI: Lunedì 26 luglio 2004

Appena entro in acqua ecco lo squalo, il solito Carcharinus. Ma strano, che remore giganti ha. Nell’acqua buia dell’alba non si vede bene. Gli scendo incontro incuriosito. Di colpo realizzo che sono ricciole atlantiche, ma grandi, un terzo abbondante dello squalo, un paio anche di più, e che lo stanno scocciando. Da dietro gli fanno scorta battagliera, come corvi intorno ad un’aquila. E lo squalo, molestato, ogni tanto fa uno scattino nervoso di coda, avanti un metro, con scuotimento di tutto il corpo. Prima che mi possa venire la tentazione di scendere di più e sparare alle ricciole sulla coda dello squalo queste si perdono e se ne vanno. Lo squalo no, circola lentamente e arriva bel bello sotto i piedi. Mi sfila a quattro metri e poi si inabissa. Nella direzione opposta a quella delle ricciole. 

TONNI: Mercoledì 21 luglio 2004

Oggi, subito prima di partire, il mozzo, che recentemente sembra molto più sveglio, va in spiaggia dove i pescatori hanno appena tirato su una sciabicata di pesci e si fa dare una secchiata di mormore scartate, dimensione mattoncino del Lego. Suppongo (spero) per servire come richiamo.

Primissima alba sulla secca. Fuori, il sole fatica a fare basso e pallido capolino dietro i nuvoloni grigi. Superficie agitata. Sotto, acqua cupa, buia, non ci sono i consueti danzanti raggi opalini di ore più tarde. La luce viene semplicemente inghiottita, vicino, nell’oscurità sotto le mie pinne. Lo scenderci dentro dà una sensazione quasi inquietante. A soffermarvisi, sorgerebbe di colpo l’improvvisa realizzazione di quanto, davvero, in acqua siamo fragili.

Una manciata di mormore, inaspettatamente luminose quando, affondando lentamente, ruotano a specchiare la poca luce da lassù. Improvvisamente, nell’acqua ombrosa, una forma scura a torpedine arriva sulle macchie bianche e ne fa scomparire una: tonni pinna gialla! Mi caccio in mezzo al brancotto di siluri, prendo di mira una mormora particolarmente invitante e aspetto che un tonno decida che è il sommo dei manicaretti. Pochi secondi e passa una saetta blu-gialla. Sparo, preso. L’asta scompare e il sagolone parte. Salgo proprio mentre arriva il mio compagno che si ferma a vedermi salpare. Tiro alla cieca, troppo facilmente, il sagolone sembra non offrire nessuna resistenza, sono convinto di averlo perso. Poi ecco la sagoma sotto i piedi e capisco: il tonnetto è andato in sagola e lo sto salpando dalla coda verso la testa. In pratica in acqua ha resistenza zero. Quando lo consegno al mozzo c’è una reazione stupita e compiaciuta. Non devono quindi essere prede abituali i tonni, anche per i subacquei locali… e non solo per loro. La tecnica di caccia è stata ottima, sono felice. Unico rimpianto la dimensione: se il tonno è quattro chili è tanto.

Va bè, bisogna pur cominciare. Ricordo ancora, a Marettimo, sembra nel Giurassico tanti anni sono passati, la mia prima ricciola: non era più grossa di questo buffo e multicolore coso a pinne gialle. 

WAHOO: Mercoledì 21 luglio 2004

Durante la notte non c’è stato vento particolare ma oggi per ignote ragioni, forse una corrente profonda, l’acqua è sporca, un sacco di plancton in sospensione. Cielo molto nuvoloso che permette ai pesci di essere particolarmente invisibili. Un esempio? L’ultimo wahoo del mio compagno.

È sceso ad una quindicina di metri scarsi, in orizzontale, a pinne ferme e distese nella sua posizione preferita. Improvvisamente ruota lentamente la punta del fucile e abbassa la testa, come per rendersi meno visibile. Qualcosa c’è, qualcosa deve aver visto. Di sicuro sta vedendo qualcosa, proprio ora, in questo momento. Scruto con attenzione l’oceano davanti a lui ma non c’è nulla. Piano la punta del fucile si sposta ancora, il corpo dell’umano si tende, la testa si abbassa in linea con la canna, sta mirando. Ma a cosa? Non si vede nulla, assolutamente niente: non un vago scintillio, non un’ombra indecisa in movimento, non una sagoma differente dal colore dell’oceano. La spalla sobbalza, la freccia parte e, di colpo, a quattro, cinque metri si infila in un fantasma che, improvvisamente, non solo è visibile ma è anche colpito e sobbalza e sconquassa l’acqua e la freccia che l’ha catturato spezzando insieme il suo incantesimo di invisibilità. 

WAHOO: Mercoledì 21 luglio 2004

Passa una coppia di wahoo, scendo, vanno via. Rimango un poco lì, sto per risalire, ne arriva uno, torna indietro. I minuti particolari dell’occhio, della pelle, prima offuscati dalla lontananza, si rifanno definiti. La nuova rotta lo porta giù, più profondo di me. Nuoto lentamente fino ad un punto che lo sovrasti, poi tre brusche pinneggiate e scendo fino a cinque metri sopra di lui. Gli sparo direttamente sul groppone. Tiro in generale difficile con un bersaglio in movimento e ridotto (si vede solo la schiena del pesce). Preso, praticamente fulminato. 

WAHOO: Venerdì 23 luglio 2004

È l’alba, grigia, nuvolosa, scura. Il mare è ancora relativamente tranquillo, in attesa della sferza del vento che monterà di qui a poco. Sono il primo in acqua e al primo tuffo ecco il branco di wahoo a guardia della secca.

Convergono grigi e blu su di me. Prima tre, poi quattro, poi sono una quindicina. Uno stormo di wahoo visto dal basso dell’acqua torbida contro la luce del sole nuvoloso, sospesi, dai sette/otto metri di profondità fino a quello che flotta appena sotto il pelo della superficie, a pattugliare e a studiarti, i ventri scintillanti e le code ferme. Un’immersione che mi resterà a lungo nella mente. 

WAHOO: Sabato 24 luglio 2004

In acqua, scendo al solito per primo, il fucile già carico e subito vedo sotto di me un wahoo, grosso. Mannaggia, alla prima immersione… gran fiato, scendo. Il wahoo se ne va, circola, accenna a tornare, gira, viene. Io sono senza fiato già da un pezzo. Non ho potuto minimamente preparare l’immersione e sto contando le molecoline di ossigeno che vanno, pop!, scomparendo. Finalmente accenna davvero a venire, sono tentato di forzare e di andargli incontro ma passate esperienze hanno dimostrato che in tale occasione lui gira la testina un momento, una scodatina leggera leggera e chi s’è visto s’è visto. Arriva a tiro, miro bene, è un pelo lontano ma più di così non viene di sicuro, sparo. Preso. Bene, in centro fianco sotto la prima dorsale. Un buon colpo che dovrebbe garantire la tenuta. L’unico problema è che vedo l’asta maledettamente lunga da QUESTA parte del pesce, vuol dire che l’arpione non è passato di sicuro. Ci sarà da litigarselo. Tutto questo al solito nella frazione di secondo prima che il pesce scompaia. Poi parte il sagolone.

Raggiungo la superficie, metto il fucile al solito nel mignolino della mano destra e seguo la boa che fruscia nell’acqua. È già immersa per un quarto, segno, con la boa da 35 litri, che tira come un matto. Cerco di aiutare il pesce nella sua corsa, spingendo la boa, quando riesco a raggiungerla cioè, nella direzione da lui presa, seguendo il sagolino arancione nell’acqua.

Dopo un tempo insolitamente lungo, altra indicazione che il pesce è perfettamente vitale e che il tiro non è penetrato molto, comincio a poter salpare, ma dura poco, poche bracciate e il wahoo riparte, riguadagnando subito i metri che gli avevo presi, e torna a tirare alla boa. Adesso lo perdo, sono sicuro, quando fanno così è quasi sempre un brutto segno. Di nuovo lo assecondo per quanto possibile. Poi riesco a salpare nuovamente qualche metro. Combatte ancora e mi costringe di nuovo a cedere tutto il filo ma poi riesco a salparlo, cautamente, con lenta regolarità. Il pesce sale, sale. Arrivo al sagolino d’acciaio e finalmente lo vedo bene. È tenuto da un’aletta sola dell’arpione, appena sotto la pelle, l’altra è libera e la punta gioca qua e là a seconda della direzione dell’asta. Oh mamma!

Scendo piano piano, gli vado incontro, mi tolgo dal gioco confuso delle onde in superficie che mi fanno sobbalzare senza previsione e, appena arrivo alla sua profondità con uno spintone ricaccio dentro l’asta e rendo più sicura la tenuta. Brutale ma indispensabile.

Il wahoo è preso, veramente al pelo pelo, non è stata una grandiosa azione di caccia… Comunque l’ho preso e, fortunosamente, sarà il pesce più bello della giornata. 

MARLIN!

E qui alla fine vi racconto, malinconicamente, uno dei momenti più scombussolanti nella mia carriera di subacqueo, l’incontro con il Marlin.

Il Marlin l’avevo già visto due volte, a distanze sempre più ridotte, per cui speravo parecchio, secondo l’antico adagio del non c’è due…, nella terza volta.

La prima era stata una gran pinna scura a tagliare la superficie preceduta a distanza da una più piccola, la coda gigante con la dorsale davanti. La seconda, nel primo tuffo dalla barca, voltandomi in un mare di bollicine, la visione incantata di una gran coda sdegnosa che se ne andava perdendosi nel blu sopra ad una parete mulinante di tonni pinna gialla.

E ora la terza.

Galleggio in superficie, il fucile in verticale sotto di me nel braccio rilassato. Ho già preso due pesci belli, sono in quella serena condizione di roseo ripasso e assaporamento del passato.

Sto per scendere ancora. L’Oceano intorno è talmente piatto e silenzioso che avverto distintamente come un minuto fruscio il cambiamento di galleggiabilità al succedersi regolare delle inspirazioni ed espirazioni. Mi sono quasi smarrito nel ritmo sonoro della respirazione, nelle sensazioni infinitesime del corpo totalmente abbandonato, nei raggi del sole nel blu.

So che fra un po’ mi immergerò, già assaporo la sensazione, me la coccolo carezzevolmente, ma so anche non sarà una decisione conscia, verrà da sé, impellente.

Una gran forma scura coagula il turchino sotto i miei piedi e infrange con una subitaneità quasi rumorosa questo sussurro di pensieri. Un gran becco aggressivo, il corpo affusolato fasciato da striscioni verticali, la singola pinna triangolare, la sventolante coda imponente. Indubitabile, inconfondibile: un Marlin.

Ma bello, flessuoso, non mezza tonnellata di gigante da dire lo posso solo guardare: è grosso ma nella categoria “d’azzardo lo posso prendere, l’attrezzatura arriverà fin là”.

Un inconscio UH! di sorpresa che sento risuonare cupo nel boccaglio contro l’orecchio, un gran respiro violento, il fucile contro il petto: scendo.

Il suo nuoto è ingannevolmente lento, ora che sono tutto immerso non è già più sotto di me, è spostato un po’ di lato, comincio già a vedere più la coda che la testa. Inconsciamente mi metto in orizzontale, scivolo in una direzione parallela a quella seguita da lui, lo guardo con la coda dell’occhio, facendomi violenza, lo vorrei guardare tutto, se va via voglio assaporarne il ricordo. Ma questo pensiero sarà per dopo, ora la caccia incombe. Per un lungo attimo sembra che le nostre rotte siano davvero convergenti, poi, troppo presto, la sua velocità mi lascia indietro.

Telepatia, telecinesi, macumba, gira gira gira. Un accenno, un sospetto di testa girata, un tuffo al cuore, viene davvero! Poi cambia idea e continua indifferente a nuotare. Scompare, se ne va, la sagoma si scioglie piano nel blu, l’ultimo accenno di movimento della coda ancora colto, poi più nulla. Andato.

Prima mi viene da urlare poi abbasso la testa e nel gesto di sconfitta sento improvvisamente rilassarsi un monte di muscoli di cui non ero assolutamente conscio. Sono snervato, una medusa, lì, sott’acqua, gli occhi pieni solo del blu, la mente che già affannosamente cerca i ricordi, già li rivisita, li seziona, come ossessivamente, dolorosamente, avverrà nei mesi e anni futuri.

Fino al prossimo Marlin.

 

 

Riccardo A. Andreoli

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