Immagini Oceaniche
Ogni giorno, pescando nell’Oceano, capitano
tante cose. Tante cose si vedono, si godono, si assaporano. Tante, troppe
per raccontarle tutte. E poi, quali scegliere? Lo squalo che sale e si
mangia – maledetto – il mio pesce o la lenta danza in bianco e blu di una
manta gigante? Così, nel dubbio, scegliendo quasi a caso dal moderno
corrispettivo elettronico del quadernaccio degli appunti e in ordine
alfabetico-cronologico, ecco non racconti ma immagini, singoli flash che
rischiarino, a bagliori, la mia memoria dei giorni di pesca.
ATTREZZATURE: Sabato17 luglio 2004
Partiamo alla volta della secca più a nord.
Vento non tremendo ma che promette, e manterrà, rinforzi futuri. Al solito
in muta praticamente subito, prima certamente di scapolare la punta sud-est
e di uscire dal ridosso. Il viaggio è lungo ma ormai familiare, eccoci quasi
in zona, l’isola dietro a noi praticamente scomparsa, gocciolanti dalle
infinite onde sparate a bordo dal vento eterno. Ci prepariamo
definitivamente, pinne pronte, maschera sciacquata, comincio a filare in
acqua il galleggiante, quando… il vecchio quindici cavalli non riparte. Ah,
bene!
Per far breve una faccenda lunga, abbiamo
smontato, col mio modestissimo supporto quasi solo di passa-oggetti e
tieni-fermo-il-motore-che-ruota, col mare e il vento congiunti che
minacciavano ogni volta di sommergere il motore aperto con prevedibili,
affascinanti conseguenze, abbiamo smontato, dicevo, il motore fino al
carburatore ostruito che spargeva benzina per ogni dove, tolte, pulite e
rimontate le candele, fino a che non è, doverosamente, ripartito in piena
baldanza.
Devo dire che quasi subito uno dei pescatori
non ancorati, trainanti, è venuto a vedere cosa stava succedendo.
Indispensabile correttezza di persone che nell’Oceano vanno ogni santo
giorno.
ATTREZZATURE: Martedì 20 luglio 2004
Un nodo gordiano di sagole, su pesci che
hanno deciso di arrivare in branco tutti insieme, appena entrati in acqua,
senza il tempo di crearci spazio di manovra per i lunghi sagoloni. Pesci
presi ma nodo caotico. Tanto che il mio compagno sale a bordo della barca e
cerca da lì di lavorare. Ad un certo punto schizza in piedi, urla disperato,
mi fa cenno in acqua: “arma, arma”. Vedo il suo fucile che pian piano
sprofonda, il calcio bianco è già l’unica cosa che si vede con chiarezza.
Mi precipito sulla verticale respirando
rumorosamente per prepararmi ad una immersione certamente fonda.
Subdola, la mia sagola arancione, mollemente spiraleggiante sulla
superficie, senza la trazione usuale della boa, mi si avvolge intorno al
torace. Mi libero nervosamente e scatto di nuovo verso la verticale. Il suo
sagolone di nylon, per non essere da meno, mi si attorciglia intorno ad una
pinna e mi ferma. Rabbiosamente, già non vedo più il calcio, mi libero,
raggiungo il punto prefissato, gran fiato, mi immergo e pedalo con assai
decisione verso il basso. Compenso, deglutisco, compenso ancora, intravedo
il calcio bianco sotto, almeno lo vedo, pedalo ancora, compenso ancora una
volta, il calcio sembra (forse) un po’ più vicino, pinneggio a braccia tese
in avanti, compenso ancora deglutendo per non perdere la posizione di
massima idrodinamicità… mi fermo. Non lo raggiungerò mai. Risalgo (e ci
metto un pezzo: la barchetta è offuscata e, lassù, piccina) e do la brutta
notizia al mio compagno. Che è ancora in barca a sbrogliare la matassa. Non
posso fare niente.
GENTE: Giovedì 22 luglio 2004
Al pontile incrociamo due tipi, un gigantone
tatuato col lobo dell’orecchio sinistro perforato da un grande ornamento che
assomiglia sospettosamente al tappo bianco di un tubetto di dentifricio ed
uno mingherlino, che parlano inglese. Il mingherlino, con gran macchina
fotografica e cappello australiano con lunga tesa posteriore a coprire il
collo, è un greco che vive in Francia e ha in patria una ditta che produce
fucili subacquei in legno. Pare siano qui a testarli. Non so la funzione del
gigantone.
Concorrenti?
GENTE: Venerdì 23 luglio 2004
Oggi sono arrivati i nuovi subacquei. Al
solito la tribù dei subacquei del Blue Water è piccola e il greco-francese,
Angelo, lo conoscevo, anche se non di persona.. Era suo l’articolo
pubblicato sulla rivista francese Apnea e responsabile, parzialmente, del
mio viaggio alle Azzorre. Era sua la ricciola di cinquanta e passa chili
presa sul favoloso, e all’epoca vergine, oggidì ormai svuotato, Princess
Alice Bank, cinquanta miglia dalla costa.
Arrivano in tre, che con me e il padrone
dell’imbarcazione facciamo cinque, più il mozzo, sei. La piccola barca
comincia ad essere strapiena.
Oltre ad Angelo, c’è anche Bernard, francese
di Parigi, con una curiosa muta monopezzo con cerniera, e il figlio Francois,
quindicenne (circa), che starà male come un cane, vomiterà l’anima, si
addormenterà del sonno dello sfinimento, con la testa sulla murata,
incurante degli schizzi. E che farà tuttavia in tempo a far male ad un wahoo
senza ovviamente prenderlo.
Bernard mi racconterà poi, davanti ad una
cena che si raffredderà dimenticata, del come fosse andato in Nuova
Caledonia in un tentativo dichiarato di battere il record del mondo sul
Dogtooth Tuna (Gymnosarda unicolor), senza riuscirci, ma del come
in compenso fosse stato perso in acqua e del come si fosse salvato, con
cinque ore di nuoto in un mare tanto pieno di squali che nel pomeriggio non
erano riusciti a tirare in barca un solo pesce a meno di fulminarlo. Ore di
nuoto verso un’isola intravista solo all’inizio, nella penombra del
tramonto, e raggiunta a notte fonda. E del suo timido arrivare in muta al
fuoco dello sperduto villaggio lì presente e dei bambini che lo avevano
accolto festanti al grido di “Le disparu! Le disparu!”, “Lo scomparso! Lo
scomparso!” E del suo trovarvi lì l’amico, anche lui nei pasticci perché
aveva terminato la benzina del gommone nello sforzo di cercarlo, al buio,
ormai disperando.
GENTE: Venerdì 23 luglio 2004
Al ritorno operazione di salvataggio.
Abbrancati alla boa di segnalazione della secca ci sono dei pescatori locali
con il motore rotto e a bordo due turisti, credo americani, che pescano alla
canna.
Odissea di ritorno, con una corda di traino
che è una disperazione al solo vederla, sfrangiata, vecchia, ispida di anni
di maltrattamenti. Mare e vento di poppa peggiorano le cose, con le lente,
giganti onde oceaniche che imbardano entrambe le imbarcazioni, spesso in due
direzioni diverse, tironi che spezzano la fune più e più volte. Il padrone
della nostra imbarcazione che bestemmia, strilla e urla in una litania a
piena voce interrotta solo da pause di silenzio imbronciato, non so davvero
con quanta convinzione perché un paio di volte, ad una pausa, guarda verso
di me e sorride. La barca teoricamente rimorchiata che ad un’onda più grande
ci arriva contro, si imbarda e ci sperona di brutto sul fianco sinistro con
gran fracasso di legno maltrattato. A poppa il nostro barcaiolo che non
sorride più.
A bordo della barca trainata non sembrano
prendersela affatto perché i pescatori hanno tolto il preziosissimo motore
accuratamente sistemandolo a bordo. I due turisti per di più sono
estremamente indifferenti, addirittura si stendono per traverso con ogni
palese intenzione di dormire durante tutto ciò.
LAMPUGHE: Martedì 20 luglio 2004
In superficie, a prendere fiato scrutando
attentamente l’Oceano sotto di me in cerca degli elusivi e pressoché
invisibili, quando decidono, wahoo. Di colpo sento la botta di uno sparo, mi
volto e vedo un maestoso maschio di lampuga che scappa con l’asta di Stefano
in corpo, mi ri-volto e passa, tra me e il mio compagno, una femmina,
grossa. Senza pensarci sparo… contemporaneamente a lui che ha tirato alla
stessa preda. Risultato, due aste nello stesso pesce. La mia per di più l’ha
passato, il pesce è finito in sagola ed è libero di muoversi. In giro, a
palla di biliardo, gira una terza lampuga, femmina anch’essa, un po’ più
grande di quella nostra. La barca è vicina, sono tentato (la raggiungo
quasi, poi cambio idea) di andare a prendere il terzo fucile già armato e di
cercare di catturare la lampuga vagante. Intanto la situazione si è
ingarbugliata decisamente. Il mio compagno fatica a fermare il “nostro”
pesce e a raccogliere la sua sagola e la mia.
Stefano non sembra riesca a gestire bene il
maschio che ha prontamente aggrovigliato la sua nelle altre due sagole.
Prova una volta, la lampuga ha una reazione rabbiosa al primo tentativo di
toccarla, scoda, schizza quasi fuori dall’acqua, sbatte contro Stefano, gli
strappa brutalmente la maschera, gli si precipita contro, lo morde con
violenza ad una spalla. Stefano molla tutto, pedala verso l’alto per
rimettersi la maschera: la lampuga risprofonda. Insomma, una lotta a
coltello.
Il pesce sanguina un bel po’, il foro della
ferita si è certamente allargato. Qui è bene sbrigarsi perché o arriva uno
squalo o il pesce si perde. Lui fa un altro diffidente tentativo di tirarsi
il pesce sotto le pinne ma al primo tirone cattivo molla tutto. Allora, in
maniera, devo dire, un po’ maleducata, decido di tirarlo su io (non possiamo
mica fare notte, è la mia forse zoppicante razionalizzazione). Scendo sul
pesce, cerco di prenderlo per la testa. Niente da fare, scivola. Poi
impazzisce, si dibatte come un forsennato. Usa l’asta come un bastone, e mi
bastona ben bene. Usa il testone come randello, e mi randella ben bene (alla
fine della colluttazione avrò uno zigomo bello ammaccato a ricordo della
lotta). Scappa, schizza via, si arrotola nell’acqua, cerca di scrollarmi di
dosso: sembra più un rodeo che il recupero di un’azione di pesca subacquea.
Lo prendo perfino per la coda (cosa generalmente proibita, troppi rischi per
i polsi con pesci grandi) pur di avere una presa qualsivoglia su questa
furia sdrucciolevole e scatenata. Finalmente riesco a stringergli il testone
tra le mani ma la presa non è solida, le mani non hanno un appiglio saldo,
le branchie per esempio. Ma così si ferma, probabilmente lo soffoco. Stefano
scatta foto a ripetizione con la macchinina scafandrata della compagna. Alla
fine ce la faccio a trasferire la presa nelle branchie e ammazzo (o almeno
cerco) il pesce, piantando il coltello nell’osso durissimo in coincidenza
del “vero” cranio, e non della cresta verticale del carattere sessuale che
nella lampuga così evidentemente divide il maschio dalla femmina.
MANTA: Martedì 13 luglio 2004
Al largo sulla secca più a sud. Mezza
mattinata, luce alta, che sprofonda inclinata in colonne opaline. Compare
una gigantesca manta mentre il mio compagno è sotto. Il subacqueo in
immersione non l’ha assolutamente vista. Balza in mente il melanconico
pensiero che siamo così inadeguati come esseri subacquei che anche una
bestia come una manta, lenta, assai grossa e per di più assolutamente non un
predatore che almeno fa di tutto per non farsi vedere, fa in tempo ad
arrivare, guardare ben bene e passare via, scomparire, senza che un
cacciatore immerso, teoricamente concentrato al massimo a guardare TUTTO (in
realtà il mio compagno stava guardando in basso dove passavano dei
carangidi), se ne avveda minimamente.
MOBULA: Venerdì 16 luglio 2004
Sotto di me, cinque metri sotto la superficie
oggi quasi calma, scivolando sulle ali immobili, arriva una grossa Mobula
verdone scuro che sussulta e si scrolla a ripetizione per cercare di levarsi
di dosso due pigre remore grassocce incollate, al solito, sopra le “corna”
arrotolate. Ha davanti al naso un pesce pilota per cui deve anche diventare
strabica.
Nonostante tutte queste costanti scocciature
è un mostriciattolo giocherellone e curioso: resta a girarci intorno più e
più volte. Si allontana fin quasi a stemperarsi nello sfondo poi torna
indietro, puntandomi direttamente contro ed evitandomi al rallentatore con
uno sventolio della punta delle ali quando è a pochi metri.
Sfodero la macchina fotografica e riesco a
fissare un paio di belle immagini col supergrandangolo andandole proprio
vicino. Mi tolgo il guanto e riesco anche ad accarezzarla, passando la mano,
piano per non spaventarla, lungo il grande fianco verde oliva, assaporando
le sensazioni della pelle, liscia-ruvida in modo bizzarro. Poi scompare.
MANTA: Sabato 24 luglio 2004
Consueta confusione di pinne, fucili, sagole
multicolori che si intrecciano mentre saliamo a bordo per un altro drift.
Dall’alto della barca, appena usciti, si intravede, appena sotto la
superficie, molto vicina, una grossa sagoma scura. Poi una forma appuntita
che si solleva adagio per trenta-quaranta centimetri fuori dall’acqua: la
punta dell’ala di una manta imponente.
In acqua tutti con le macchine fotografiche
recuperate nelle sacche in un momento di folle confusione comune.
Sarà la mattinata della Manta Danzante. Al
primo avvicinamento, ad una decina di metri di profondità, non scappa ma fa
un lento loop bellissimo mostrando la pancia bianca e cominciando a nuotare
a ventre in su.
La superficie è oggi piatta, calmissima. Il
sole è quasi allo zenit e la luce precipita a picco nelle profondità
dell’Oceano. Entra sott’acqua con ventagli balenanti dai colori che si
stemperano quasi impercettibilmente uno nell’altro, cangianti, lievi,
condensandosi laggiù in colonne di solida luce opalina, volteggianti e
roteanti al moto delle lente, lisce onde oceaniche lassù.
Il ventre bianco della manta sembra
calamitare i raggi luminosi, li cattura, li concentra, li riflette in forti
balenii che fanno impallidire i colpi di flash di Angelo, il greco-francese.
Io ho il megagrandangolo per cui posso avvicinarmi fin quasi a farmi
abbracciare dalle grandi ali negli obliqui battiti del nuoto. Mi rimarrà
incisa nella mente l’immagine magnifica della manta con le ali bianche
ferme, completamente spalancate, in lenta cabrata verticale, le corna
estese, i grandi occhi che roteano a guardarmi mentre sono ad un metro da
lei e guardo sfilare a poche spanne dalla maschera, interminabilmente, le
pulsanti fessure branchiali, il ventre marezzato, le tre grandi macchie
scure, la lunga coda immobile.
Dieci minuti intensi di Manta Danzante, in
balenii chiari del volo rovesciato e scuri del dorso rotante al limite della
superficie. Poi se ne va.
In tutto questo ricordo il sorriso divertito
e paziente del padrone della barca, rimasto a bordo a guardarci come bambini
in libera uscita.
OCEANO: Sabato 24 luglio 2004
Appena in acqua, un disastro: acqua
sporchissima, caterve e caterve di plancton che nella luce radente dell’alba
rendono praticamente impossibile il vedere.
L’acqua sembra limpida e forse anche lo è ma
è come offuscata. Sembra di immergersi in una tormenta di neve, una lenta
tempesta in assenza di gravità, dove ogni fiocco danza interminabilmente
accanto e intorno a quello vicino e dove, quando ti immergi, crei uno
sconvolgimento al rallentatore: ogni tuo movimento espande onde di
perturbazione che ti si allargano visibilmente intorno, la danza sconvolta,
i fiocchi impazziti che turbinano e si scontrano.
Fino al momento in cui, tornato in superficie
e finita l’apnea, con agio di guardarti intorno, i fiocchi viventi
lentamente ristabiliscono ognuno la reciproca distanza di caccia e
ricominciano la danza roteante.
E ti viene da pensare che è sempre così, che
ogni tuo movimento, lì, immerso nel ventre dell’Oceano, sempre influenza,
muove e turba ciò che ti circonda, non solo le minuscole vite del plancton.
E non è soltanto il movimento: pensa al RUMORE! Considerazioni serie,
perfino seriose, che poi finiscono in ridere all’improvvisa immagine di te
in una subacquea e assolutamente improbabile galleria del vento, col
fumo-plancton che ti rotea intorno a segnare ogni effetto di ogni tuo
movimento, dal come giri la testa al come tieni il fucile fino, lassù, ai
turbini creati dalle punte delle pinne nuovissime.
Dal punto di vista piscatorio, l’unica
consolazione, nel quarto d’ora scarso che ci fermiamo laggiù, è che anche
per un pesce il muoversi in questa zuppa vuol certamente dire muovere
un’onda di plancton tale da essere avvistato ben prima di essere, lui,
davvero visibile. Teoria che attende conferma: l’oceano è totalmente
deserto.
PESCIAGGINE VARIA: Martedì 20 luglio 2004
Il mozzo oggi è DAVVERO più sveglio. Pesca
pesci volanti con la lenza a mano e la piuma e li fa a pezzetti per farne
richiamo. E in effetti sembra funzionare. Per lo meno per altri pesci
volanti, che non hanno nessuna remora a cannibalizzare Asdrubale, appena
scomparso dal gruppo. Ho in mente una bellissima immagine di un pesce
volante a cinquanta centimetri da me che mangia un boccone a mezz’acqua, in
perfetto controsole, spalancando per un istante, fin quasi alla loro piena
estensione, cangianti, semitrasparenti, bellissime, le “ali”, per poi
richiuderle e schizzare via nella sua ingannevole livrea di cefalo.
RICCIOLE: Mercoledì 14 luglio 2004
A un certo punto compare un branco grosso di
carangidini e io mi ci ficco dentro, ben consapevole delle probabilità non
trascurabili di inciampare nelle ricciole, lì in mezzo-sotto. E difatti,
partendo dal buio più fondo, sale a razzo a pinne ferme una ricciola che
arriva a tiro, scoda, si mette per traverso. Sparo… e la manco. Per fortuna
il mio compagno si era già immerso alla comparsa del branco, mi scivola
accanto all’inseguimento dello stesso pesce e spara anche lui. Presa. Anche
se malamente, tutta cucita sul fianco destro. Ma il pesce sale in barca.
RICCIOLE: Giovedì 15 luglio 2004
Poco movimento qui oggi. A parte il solito
sordo rotolio di macigni sul fondo che supponiamo (informazioni locali
giurano e spergiurano) essere un branco di ricciole giganti che scodano in
ignoti abissi, profondi sotto di noi.
SQUALI: Lunedì 12 luglio 2004
Il mio compagno sta tirando su, con inusuale
fatica, un wahoo che al solito, in fine battaglia, è sprofondato verticale.
La boa gli ballonzola di fianco quasi completamente sommersa e lui pinneggia
con evidente sforzo con il sagolone teso in mano.
Finalmente la situazione sembra sbloccarsi
perché vedo che recupera a grandi bracciate. Io guardo curioso, attento. Più
di una volta pesci salpati dalle scure profondità sotto di noi (siamo
all’alba e l’acqua sotto è decisamente buia) hanno trascinato con loro pesci
che non frequentano così abitualmente gli strati, per loro, superficiali
dell’Oceano.
Uno scintillio, offuscato ancora dalla
profondità. Ecco il pesce. Viene su per traverso, senza combattere
minimamente. Sembra morto, non capisco la gran battaglia che sembra aver
dato fino a pochi momenti fa. Sale fino a che non riesco a vederlo meglio,
la tigratura evidente, le bande chiare a scintillare. Ma… un momento. Ecco
perché è venuto su, di colpo senza lottare. Ha un gran morso a mezzaluna sul
ventre: squalo!
Non faccio in tempo a tirar su la testa
dall’acqua e a gridare al mozzo sulla barca che galleggia vicina: “Tiburon!”
che dietro alla preda, evidentemente strappata loro di bocca, arriva prima
uno squalo poi immediatamente dopo, veloce e a pinne ferme, in abbrivio, un
altro. Grosse forme verde-scuro, grigio, ciascuna più di tre metri, ciascuna
che si contorce nei consueti serpentini avvolgimenti e strattoni intorno
alla preda che sbrana.
Il mio compagno interrompe il recupero,
guarda nervosamente la situazione, poi sale velocemente a bordo e di lì
recupera il pesce, ormai malamente lacerato. Io schizzo alla barca, deposito
il fucile ancora carico, salgo per metà, penzoloni, mezzo dentro e mezzo
fuori, con la murata che preme sulla pancia, frugo con furia nella sacca,
tiro fuori la macchina fotografica e riscivolo piano in acqua. A bordo c’è
costernazione. Sento distintamente borbottare un perplesso “sin arma!”,
senza fucile, ma ormai sono sotto.
La situazione è però cambiata. Senza più
preda da contendersi il nuoto è rallentato, è diventato quasi indolente,
quasi la loro normale, sonnolenta velocità di crociera. Si guardano intorno,
sembrano annusare, non paiono realizzare che la preda è scomparsa verso
l’alto: nuotano sempre alla stessa quota in circoli crescenti.
Accendo la macchina, avverto all’interno
della custodia il ronzio dei vari motorini elettrici: pronto. La luce è
scarsa e loro non sono certo luminosi, indugio un momento, un attimo solo, a
regolare il tempo di esposizione, giro una ghiera, respiro già profondamente
per prepararmi all’immersione. Un gran fiato, scendo lentamente… in un
palcoscenico vuoto. Intravedo solo una gran coda scura che sventola, già
profonda.
Che l’altro, come spesso accade, sia oltre il
muro di visibilità a studiarti con i suoi spettacolosi sensi da predatore?
Proviamo. Mi metto in orizzontale e faccio un lungo aspetto sospeso nel blu,
lentamente guardandomi intorno, dietro, sbirciando in mezzo alle pinne.
Niente. Alla fine del fiato, appena prima che decida di risalire, uno
sciacquio. Alzo lo sguardo, e in controluce, con il mio fucile carico in
mano, arriva il mio compagno. A difendermi. Sono colpito, davvero. Non me lo
aspettavo…
Intanto gli squali sono evidentemente
entrambi risprofondati nel loro consueto e buio reame. Niente foto. Però mi
rimane, e già pregusto lo scatto, la foto del pesce con i segni delle
morsicature. Salgo a bordo con la macchina fotografica pronta… e il pesce
non c’è. Come pesce, cioè. Il mozzo adolescente, noto per la sua aggressiva
fannulloneria, passa praticamente tutto il tempo steso a prua a dormire,
schizzi, sbattoni, non importa, sono io che pulisco la barca con il mio
compagno che scuote la testa, il mozzo dicevo, in un mal collocato scoppio
di attività, ha già “pulito” il pesce, tranciando via i pezzi con i segni
dei denti, lasciando poco più di un infotografabile e anonimo filetto di
wahoo. Niente foto degli squali, niente foto dell’effetto degli squali.
Spero, quando racconterò tutto ciò, di essere creduto sulla parola: non ho
niente oggi a riprova dell’incontro. Per fortuna, degli squali, ho i filmati
di qualche giorno prima!
SQUALI: Mercoledì 14 luglio 2004
Qui, nelle secche così al largo, compaiono
sempre più spesso gli squali. Anzi, proprio il pesce che ha ora in asta il
mio compagno, subito prima del recupero, viene attaccato e non viene
mangiato solo perché arrivo deciso, il fucile ancora scarico dal tiro
precedente, sulla bestia che cede, si allontana e sparisce.
Gli squali continuano. Il pescatore rimasto
in acqua mi racconterà che era giù fondo, intorno aveva le ricciole
atlantiche, stava per spararne una bella corposa quando si accorge che a
sinistra, a pochi metri, aveva uno squalo, grosso. Lo aveva minacciato, al
limite della punzecchiatura, quello se ne era andato ma al movimento se ne
erano andate pure le ricciole. Comunque ne riesce a prendere una, piccolina,
al tuffo successivo.
Arriva anche uno squalo martello, il solito
paio abbondante di metri, forse questo qualcosa in più, nervoso, che parte
deciso contro di me, viene fino a tre o quattro metri, poi scoda al mio
avvicinarmi minaccioso, torna ancora, scoda di nuovo agitato e scende verso
il fondo. Intanto compare un brancotto di wahoo, il mio compagno spara,
malamente, basso in pancia, ad uno che parte in orizzontale e si perde nelle
onde agitate. Dopo alcuni secondi vedo il filo che si arrotola fiacco:
dall’altra parte non c’è più tensione. E non c’è neppure l’asta, il peso
avrebbe subito tirato la sagola verso il basso.
Il mio compagno mi mostrerà immediatamente
dopo il filo, tagliato di netto dallo squalo martello che si era andato a
prendere il wahoo e aveva azzannato tutto insieme: pesce, asta e filo di
nylon.
SQUALI: Giovedì 15 luglio 2004
Ho appena sparato ad un wahoo, bello, non
fulminandolo come spesso accade con queste bestie così difficili sia come
comportamento sia come bersaglio. Preso comunque bene, un buon colpo
passante. Litigo, recupero, cedo filo, recupero ancora. Quando ho in mano
l’inizio del tratto finale nero, vedo, nell’acqua lattiginosa e viva di
plancton, meduse, cinti di Venere e ctenofori vari, la forma verde-oliva di
uno squalo che con una frustata della gran coda ondeggiante parte sparato e
punta diritto al MIO pesce. Lo salpo di forza a grandi bracciate e riesco
evidentemente a sfilarglielo da sotto il naso perché lo tiro su intatto.
C’è una particolare soddisfazione nel fregare
un pesce ad uno squalo che voleva, lui in primis, fregarlo a te. Come
una specie di rivincita contro un prepotente più forte.
SQUALI: Giovedì 15 luglio 2004
Oggi acqua limpida, stramba, vista la
superficie agitata. Nei tuffi fondi si intravedono i piccoli chirurgo a
guardia del tetto della secca, saliti curiosi a sbirciare. Balestra a iosa
che si voltano sul fianco a guardarti, buffi con quel loro nuoto senza coda.
Diversi squali sotto i piedi. Anche un
nervoso martello, che sale, si avvicina abbastanza, tanto che punto il
fucile e gli scendo incontro. Scappa a scodate nervose.
Più tardi, dopo un lungo inseguimento in
superficie che cerco di rendere il più indifferente possibile, al limite del
fischiettìo e dello sguardo al cielo, riesco a sparare bene ad un altro
wahoo. Parte al solito, lo inseguo, recupero abbastanza agevolmente. Stefano
mi è proprio accanto e anche la sua compagna è in acqua, con le lunghe pinne
blu nuovissime. Mentre salpo vedo di colpo una forma marrone olivastra
nell’acqua scura, ancora profonda, una gran botta al filo e poi più nessun
peso. Quel disgraziato si è fregato il mio pesce! Ma che vada lui a
prenderseli e lasci stare i miei! Peccato. Lei, non abituata, non ha visto
nulla. Ci teneva a fare la conoscenza di Mr. Squalo.
SQUALI: Venerdì 16 luglio 2004
Risalendo da
un tuffo profondo, erano prima comparsi i
carangidi, arriva uno squalo, uno dei soliti Carcharinus, che,
poveretto, fa tutto quello che ci aspetta da uno squalo curioso in caccia.
Solo che in risalita, a fine fiato, non è che ci siano tante alternative di
comportamento per il subacqueo in apnea: o si sale o si sale. Di conseguenza
lo squalo mi ha seguito e si è avvicinato parecchio. Fino a meno di tre
metri, deciso. Poi, stavamo arrivando insieme alla superficie, probabilmente
lui era lontano “da casa”, io, pur in risalita, sebbene evidentemente fuga
per lui, cercavo di fare gesti minacciosi e già mi ripromettevo una bella
punzecchiata sullo squalesco sedere una volta ripreso fiato, che il
sullodato volta le terga e scompare.
Stefano è tranquillo ma accenna un: “Questo è
venuto vicino, vero?”. Non avendo poi questa gigantesca esperienza sugli
squali, non sa che avrebbe dovuto incrociarmi e scendere lui a pizzicargli
il sedere dalla superficie. Ma nessun problema.
SQUALI: Martedì 20 luglio 2004
Sono ormai nervoso ogni volta che il wahoo,
dopo la consueta folle corsa in orizzontale, altrettanto consuetamente
sprofonda. Se ci sono squali in giro è la loro occasione. La maggior parte
dei pesci persi per squalo sono stati persi in occasioni simili a questa.
SQUALI: Giovedì 22 luglio 2004
Passa un wahoo piccolino, sparo, lo prendo
bene, forse un pelo alto, in testa, sempre alla ricerca del colpo perfetto…
Parte fulmineo, lo litigo al solito per un po’. Mentre lo salpo dopo la
terza strappata, credo la definitiva, intravedo una coda verde che
scodinzola sotto di me. Il solito squalo pigro che mi mangia il pesce invece
di prenderselo da solo. Ma gentile, questa volta, nessuna botta sull’asta,
nemmeno toccata. Come un cane beneducato che a tavola prende il boccone
offerto (offerto!!!) in punta di denti senza morsicarti la mano. Questo
prende il pesce senza neanche graffiare l’asta. Gentile. Mavaff anche agli
squali gentili.
SQUALI: Lunedì 26 luglio 2004
Appena entro in acqua ecco lo squalo, il
solito Carcharinus. Ma strano, che remore giganti ha. Nell’acqua buia
dell’alba non si vede bene. Gli scendo incontro incuriosito. Di colpo
realizzo che sono ricciole atlantiche, ma grandi, un terzo abbondante dello
squalo, un paio anche di più, e che lo stanno scocciando. Da dietro gli
fanno scorta battagliera, come corvi intorno ad un’aquila. E lo squalo,
molestato, ogni tanto fa uno scattino nervoso di coda, avanti un metro, con
scuotimento di tutto il corpo. Prima che mi possa venire la tentazione di
scendere di più e sparare alle ricciole sulla coda dello squalo queste si
perdono e se ne vanno. Lo squalo no, circola lentamente e arriva bel bello
sotto i piedi. Mi sfila a quattro metri e poi si inabissa. Nella direzione
opposta a quella delle ricciole.
TONNI: Mercoledì 21 luglio 2004
Oggi, subito prima di partire, il mozzo, che
recentemente sembra molto più sveglio, va in spiaggia dove i pescatori hanno
appena tirato su una sciabicata di pesci e si fa dare una secchiata di
mormore scartate, dimensione mattoncino del Lego. Suppongo (spero) per
servire come richiamo.
Primissima alba sulla secca. Fuori, il sole
fatica a fare basso e pallido capolino dietro i nuvoloni grigi. Superficie
agitata. Sotto, acqua cupa, buia, non ci sono i consueti danzanti raggi
opalini di ore più tarde. La luce viene semplicemente inghiottita, vicino,
nell’oscurità sotto le mie pinne. Lo scenderci dentro dà una sensazione
quasi inquietante. A soffermarvisi, sorgerebbe di colpo l’improvvisa
realizzazione di quanto, davvero, in acqua siamo fragili.
Una manciata di mormore, inaspettatamente
luminose quando, affondando lentamente, ruotano a specchiare la poca luce da
lassù. Improvvisamente, nell’acqua ombrosa, una forma scura a torpedine
arriva sulle macchie bianche e ne fa scomparire una: tonni pinna gialla! Mi
caccio in mezzo al brancotto di siluri, prendo di mira una mormora
particolarmente invitante e aspetto che un tonno decida che è il sommo dei
manicaretti. Pochi secondi e passa una saetta blu-gialla. Sparo, preso.
L’asta scompare e il sagolone parte. Salgo proprio mentre arriva il mio
compagno che si ferma a vedermi salpare. Tiro alla cieca, troppo facilmente,
il sagolone sembra non offrire nessuna resistenza, sono convinto di averlo
perso. Poi ecco la sagoma sotto i piedi e capisco: il tonnetto è andato in
sagola e lo sto salpando dalla coda verso la testa. In pratica in acqua ha
resistenza zero. Quando lo consegno al mozzo c’è una reazione stupita e
compiaciuta. Non devono quindi essere prede abituali i tonni, anche per i
subacquei locali… e non solo per loro. La tecnica di caccia è stata ottima,
sono felice. Unico rimpianto la dimensione: se il tonno è quattro chili è
tanto.
Va bè, bisogna pur cominciare. Ricordo
ancora, a Marettimo, sembra nel Giurassico tanti anni sono passati, la mia
prima ricciola: non era più grossa di questo buffo e multicolore coso a
pinne gialle.
WAHOO: Mercoledì 21 luglio 2004
Durante la notte non c’è stato vento
particolare ma oggi per ignote ragioni, forse una corrente profonda, l’acqua
è sporca, un sacco di plancton in sospensione. Cielo molto nuvoloso
che permette ai pesci di essere particolarmente invisibili. Un esempio?
L’ultimo wahoo del mio compagno.
È sceso ad una quindicina di metri scarsi, in
orizzontale, a pinne ferme e distese nella sua posizione preferita.
Improvvisamente ruota lentamente la punta del fucile e abbassa la testa,
come per rendersi meno visibile. Qualcosa c’è, qualcosa deve aver visto. Di
sicuro sta vedendo qualcosa, proprio ora, in questo momento. Scruto con
attenzione l’oceano davanti a lui ma non c’è nulla. Piano la punta del
fucile si sposta ancora, il corpo dell’umano si tende, la testa si abbassa
in linea con la canna, sta mirando. Ma a cosa? Non si vede nulla,
assolutamente niente: non un vago scintillio, non un’ombra indecisa in
movimento, non una sagoma differente dal colore dell’oceano. La spalla
sobbalza, la freccia parte e, di colpo, a quattro, cinque metri si infila in
un fantasma che, improvvisamente, non solo è visibile ma è anche colpito e
sobbalza e sconquassa l’acqua e la freccia che l’ha catturato spezzando
insieme il suo incantesimo di invisibilità.
WAHOO: Mercoledì 21 luglio 2004
Passa una coppia di wahoo, scendo, vanno via.
Rimango un poco lì, sto per risalire, ne arriva uno, torna indietro. I
minuti particolari dell’occhio, della pelle, prima offuscati dalla
lontananza, si rifanno definiti. La nuova rotta lo porta giù, più profondo
di me. Nuoto lentamente fino ad un punto che lo sovrasti, poi tre brusche
pinneggiate e scendo fino a cinque metri sopra di lui. Gli sparo
direttamente sul groppone. Tiro in generale difficile con un bersaglio in
movimento e ridotto (si vede solo la schiena del pesce). Preso, praticamente
fulminato.
WAHOO: Venerdì 23 luglio 2004
È l’alba, grigia, nuvolosa, scura. Il mare è
ancora relativamente tranquillo, in attesa della sferza del vento che
monterà di qui a poco. Sono il primo in acqua e al primo tuffo ecco il
branco di wahoo a guardia della secca.
Convergono grigi e blu su di me. Prima tre,
poi quattro, poi sono una quindicina. Uno stormo di wahoo visto dal basso
dell’acqua torbida contro la luce del sole nuvoloso, sospesi, dai sette/otto
metri di profondità fino a quello che flotta appena sotto il pelo della
superficie, a pattugliare e a studiarti, i ventri scintillanti e le code
ferme. Un’immersione che mi resterà a lungo nella mente.
WAHOO: Sabato 24 luglio 2004
In acqua, scendo al solito per primo, il
fucile già carico e subito vedo sotto di me un wahoo, grosso. Mannaggia,
alla prima immersione… gran fiato, scendo. Il wahoo se ne va, circola,
accenna a tornare, gira, viene. Io sono senza fiato già da un pezzo. Non ho
potuto minimamente preparare l’immersione e sto contando le molecoline di
ossigeno che vanno, pop!, scomparendo. Finalmente accenna davvero a venire,
sono tentato di forzare e di andargli incontro ma passate esperienze hanno
dimostrato che in tale occasione lui gira la testina un momento, una
scodatina leggera leggera e chi s’è visto s’è visto. Arriva a tiro, miro
bene, è un pelo lontano ma più di così non viene di sicuro, sparo. Preso.
Bene, in centro fianco sotto la prima dorsale. Un buon colpo che dovrebbe
garantire la tenuta. L’unico problema è che vedo l’asta maledettamente lunga
da QUESTA parte del pesce, vuol dire che l’arpione non è passato di sicuro.
Ci sarà da litigarselo. Tutto questo al solito nella frazione di secondo
prima che il pesce scompaia. Poi parte il
sagolone.
Raggiungo la superficie, metto il fucile al
solito nel mignolino della mano destra e seguo la boa che fruscia
nell’acqua. È già immersa per un quarto, segno, con la boa da 35 litri, che
tira come un matto. Cerco di aiutare il pesce nella sua corsa, spingendo la
boa, quando riesco a raggiungerla cioè, nella direzione da lui presa,
seguendo il sagolino arancione nell’acqua.
Dopo un tempo insolitamente lungo, altra
indicazione che il pesce è perfettamente vitale e che il tiro non è
penetrato molto, comincio a poter salpare, ma dura poco, poche bracciate e
il wahoo riparte, riguadagnando subito i metri che gli avevo presi, e torna
a tirare alla boa. Adesso lo perdo, sono sicuro, quando fanno così è quasi
sempre un brutto segno. Di nuovo lo assecondo per quanto possibile. Poi
riesco a salpare nuovamente qualche metro. Combatte ancora e mi costringe di
nuovo a cedere tutto il filo ma poi riesco a salparlo, cautamente, con lenta
regolarità. Il pesce sale, sale. Arrivo al sagolino d’acciaio e finalmente
lo vedo bene. È tenuto da un’aletta sola dell’arpione, appena sotto la
pelle, l’altra è libera e la punta gioca qua e là a seconda della direzione
dell’asta. Oh mamma!
Scendo piano piano, gli vado incontro, mi
tolgo dal gioco confuso delle onde in superficie che mi fanno sobbalzare
senza previsione e, appena arrivo alla sua profondità con uno spintone
ricaccio dentro l’asta e rendo più sicura la tenuta. Brutale ma
indispensabile.
Il wahoo è preso, veramente al pelo pelo, non
è stata una grandiosa azione di caccia… Comunque l’ho preso e,
fortunosamente, sarà il pesce più bello della giornata.
MARLIN!
E qui alla fine vi racconto,
malinconicamente, uno dei momenti più scombussolanti nella mia carriera di
subacqueo, l’incontro con il Marlin.
Il Marlin l’avevo già visto due volte, a
distanze sempre più ridotte, per cui speravo parecchio, secondo l’antico
adagio del non c’è due…, nella terza volta.
La prima era stata una gran pinna scura a
tagliare la superficie preceduta a distanza da una più piccola, la coda
gigante con la dorsale davanti. La seconda, nel primo tuffo dalla barca,
voltandomi in un mare di bollicine, la visione incantata di una gran coda
sdegnosa che se ne andava perdendosi nel blu sopra ad una parete mulinante
di tonni pinna gialla.
E ora la terza.
Galleggio
in superficie, il fucile in verticale sotto
di me nel braccio rilassato. Ho già preso due pesci belli, sono in quella
serena condizione di roseo ripasso e assaporamento del passato.
Sto
per scendere ancora. L’Oceano intorno è talmente piatto e silenzioso che
avverto distintamente come un minuto fruscio il cambiamento di
galleggiabilità al succedersi regolare delle inspirazioni ed espirazioni. Mi
sono quasi smarrito nel ritmo sonoro della respirazione, nelle sensazioni
infinitesime del corpo totalmente abbandonato, nei raggi del sole nel blu.
So che fra un po’ mi immergerò, già assaporo
la sensazione, me la coccolo carezzevolmente, ma so anche non sarà una
decisione conscia, verrà da sé, impellente.
Una gran forma scura coagula il turchino
sotto i miei piedi e infrange con una subitaneità quasi rumorosa questo
sussurro di pensieri. Un gran becco aggressivo, il corpo affusolato fasciato
da striscioni verticali, la singola pinna triangolare, la sventolante coda
imponente. Indubitabile, inconfondibile: un Marlin.
Ma bello, flessuoso, non mezza tonnellata di
gigante da dire lo posso solo guardare: è grosso ma nella categoria
“d’azzardo lo posso prendere, l’attrezzatura arriverà fin là”.
Un inconscio UH! di sorpresa che sento
risuonare cupo nel boccaglio contro l’orecchio, un gran respiro violento, il
fucile contro il petto: scendo.
Il suo nuoto è ingannevolmente lento, ora che
sono tutto immerso non è già più sotto di me, è spostato un po’ di lato,
comincio già a vedere più la coda che la testa. Inconsciamente mi metto in
orizzontale, scivolo in una direzione parallela a quella seguita da lui, lo
guardo con la coda dell’occhio, facendomi violenza, lo vorrei guardare
tutto, se va via voglio assaporarne il ricordo. Ma questo pensiero sarà per
dopo, ora la caccia incombe. Per un lungo attimo sembra che le nostre rotte
siano davvero convergenti, poi, troppo presto, la sua velocità mi lascia
indietro.
Telepatia, telecinesi, macumba, gira gira
gira. Un accenno, un sospetto di testa girata, un tuffo al cuore, viene
davvero! Poi cambia idea e continua indifferente a nuotare. Scompare, se ne
va, la sagoma si scioglie piano nel blu, l’ultimo accenno di movimento della
coda ancora colto, poi più nulla. Andato.
Prima mi viene da urlare poi abbasso la testa
e nel gesto di sconfitta sento improvvisamente rilassarsi un monte di
muscoli di cui non ero assolutamente conscio. Sono snervato, una medusa, lì,
sott’acqua, gli occhi pieni solo del blu, la mente che già affannosamente
cerca i ricordi, già li rivisita, li seziona, come ossessivamente,
dolorosamente, avverrà nei mesi e anni futuri.
Fino al
prossimo Marlin.
Riccardo
A. Andreoli