Il giorno che ho scoperto
che ero un subacqueo nato
Eravamo in vacanza per l’estate a
Trani, in Puglia, mia mamma, i miei, allora, due fratelli (se ne sarebbe
aggiunto un altro più tardi), mia nonna e mio zio. Correva l’antico anno
1960, l’anno delle Olimpiadi di Roma, vaghi fantasmi di memoria di tondi,
antichi schermi televisivi in echeggianti stanze straniere, e io avrei
raggiunto, di là a qualche mese, la matura età di otto anni.
A mio, attuale, disdoro,
all’epoca non sapevo ancora nuotare bene senza le mie pinnine, le fedeli
Cressi Rondine, azzurre e morbidissime che tanti subacquei ora stagionati
certamente hanno provato.
Abituato alle acque del nordico e
sabbioso mare adriatico e grazie al regalo di mia nonna, una fiammante
maschera subacquea rossa (senza boccaglio, perché mia nonna nulla sapeva di
subacquea) mi lanciavo dalla riva in folli esplorazioni dei fondali qui, oh
meraviglia!, non solo sabbiosi, della spiaggia dove andavamo, barboncino di
casa, fratello neonato, sorella, mamma, nonna, zio, io, tutti pigiati in una
scassata Fiat Seicento avorio presa in affitto per il periodo. Partivamo
molto presto per evitare la “calca” e per evitare che il forsennato sole del
sud potesse danneggiare la tenera pelle di noi giovani virgulti. Non che io
avessi poi molte occasioni di abbronzarmi, visto che passavo più tempo sotto
acqua che fuori ma il papà era medico, il nonno e il bisnonno anche,
impossibile opporsi.
E del resto mi andava benissimo.
Arrivavamo così presto che l’ondina che si frangeva a riva non era più alta
di un paio di dita e sssssccccc frusciava sulla sabbia invece di
rompersi con scrosci e spruzzi come avrebbe fatto nelle ore centrali della
giornata. Le ombre lunghe di quella che ora dai ricordi leggo come alba ci
davano il benvenuto e, quando lo piantavamo, l’ombrellone era assolutamente
inutile visto che la temperatura era perfetta e le ombre così spostate da
risultare ridicolo il posizionamento delle sdraio a tre metri da esso.
Non appena arrivavo in spiaggia,
la sabbia fredda sotto i piedi, correvo subito a “fare il bagno”, non
avevano ancora la dignità di “immersione” le mie uscite. E del resto nulla
sapevo all’epoca, nemmeno della terminologia di questo nostro mondo.
La maschera era un po’ grande per
il mio viso da bimbo e faceva acqua ma non conoscendo alternative era
assolutamente perfetta. L’assenza del boccaglio pure non era avvertita come
mancanza. Del resto bastava tirar fuori la testa dall’acqua per svuotare in
un sol colpo la maschera e riprendere fiato. La durata delle mie apnee
all’epoca era tale che certamente la maschera non faceva in tempo a
riempirsi ma solo a creare una ondeggiante cortina di umida invisibilità sul
fondo delle lenti che mi costringeva a contorsioni della testa per vedere
comunque le prede sul fondo.
Mi rivedo a sguazzare in un palmo
o poco più d’acqua, improvvisamente a tuffarmi per inseguire quella preda
bellissima e altrettanto improvvisamente a rizzarmi in piedi e a togliermi a
precipizio tossendo la maschera facendo uscire da essa e dal naso fiumi di
amara acqua marina. E soprattutto mi rivedo a tremare. Magrissimo, passavo
infiniti minuti immerso e avevo freddo pressoché costantemente: le mani
tremavano nell’estendersi per afferrare le cose e dopo quello che ero certo
essere un tempo troppo breve i palmi e i polpastrelli erano una collezione
di grinze ed ero costretto a ritornare a terra. Ma per poco, pochissimo,
perché in acqua, lì, a due passi da me, avvolto nel grande accappatoio
ruvido, c’era un mondo sconfinato di cose fantastiche. E appena possibile,
talora anche prima di smettere di tremare, ero di nuovo lì, dentro
all’acqua.
Soglioline, granchietti,
pezzettini di alghe con incrostate mille sconosciute microscopiche forme di
vita, qualche pesciolino quasi spiaggiato e altalenato dalla microscopica
risacca: nulla sfuggiva alla mia curiosa attenzione.
Era tutta una meraviglia di
sensazioni nuove. L’acqua tepida sulla pelle che a tratti, sull’onda
alterna, cambiava di temperatura sciacquandomi con acque scaldate o
raffreddate chissà dove. Al tatto, la tessitura delle cose che raccoglievo
era bizzarra, sempre più rugosa di quello che avrebbe potuto essere per via
delle mia pelle a prugna secca ma mi incantavo a passare il dito
all’infinito, a occhi chiusi, sull’interno levigatissimo, sensuale, di un
bivalve appena aperto.
Mi trovavo a rimpiangere la
possibilità di annusare tutti quei portenti. A tratti lo facevo,
togliendomi la maschera, e allora l’odore dominante era ricco, giallo,
iodato, con toni che avevo imparato a riconoscere come di pesce e di mare
sovrapposti. Ma io lo volevo fare sott’acqua. Che odore aveva l’acqua?
Quelle correnti alterne che evidentemente arrivavano da altrove dovevano
anche odorare di altrove. E fantasticavo di trovare i pesci annusandoli,
scoprendoli oltre la loro coltre di invisibilità sotto la sabbia.
Era l’apertura del grande mondo
che mi avrebbe inghiottito per il resto della mia vita.
Le stelle di mare erano
difficili, erano “al largo”, non si avvicinavano alla zona tramestata dai
piedi dei bagnanti e ne vedevo solo quando la mamma, nuotando, si
allontanava da riva, si immergeva e risaliva con quella, a tratti
morbidissima a tratti crostosa, cosa vivente in lenta contorsione tra le
dita. Una meraviglia di infinite strambissime sensazioni.
Ma non sapevo nuotare, per cui
quei vasti spazi dove giacevano le stelle di mare mi erano preclusi. Non
volevo arrendermi, il richiamo del profondo e della scoperta di quanto giace
meraviglioso dall’altra parte della prossima onda già forte, per cui un
giorno, dopo aver tremato ed essermi riscaldato, afferrai il materassino
pneumatico, rosso e blu, di pesante tessuto gommato, ci montai sopra e
partii remigando a grandi bracciate verso il mare aperto.
Era fantastico! Passata la zona
che conoscevo bene, sotto il materassino, nell’acqua limpidissima,
cominciavano a comparire gli organismi del Mare Aperto. Un granchio di tipo
mai visto, un brancotto di pesci scuri attorno ad uno scoglietto coperto di
alghe ondeggianti. Ecco! Di lì dovevano venire le alghe che trovavo a
contorcersi nella risacca a riva. Spettacoloso. Poi due stelle di mare che
arrancavano sulla sabbia arando le dune di rena sottile. Ma non le vedevo
bene, c’era vento che increspava la superficie, dovevo pagaiare con le mani
solo per starci sopra, e improvvisamente mi svegliai dal mio sogno di
irraggiungibile vita marina a qualche metro da me: era montato vento e io
ero lontano da riva su una cosa galleggiante che veniva sempre più spinta al
largo.
Rinunciando, per il momento, alle
magnifiche esplorazioni del mare aperto, cominciai a pagaiare verso la
spiaggia, ma, meraviglia, non solo non mi avvicinavo ma le stelle di mare,
già quasi invisibili nell’acqua sempre più increspata, erano più vicine di
me alla riva.
Pagaiando sempre più forte
realizzai che era una battaglia già perduta. Non c’era modo di vincere la
forza del vento, sarei stato sempre più spinto al largo. Non ero
preoccupato, ma mi vedevo già salvato da un motoscafo che sarebbe dovuto
uscire apposta, con conseguente chiasso, preoccupazione, problemi. Insomma,
l’idea non mi soddisfaceva né punto né poco. Dovevo risolverla da solo. Così
scesi dal materassino.
Non sapendo nuotare e non avendo
né pinne né maschera precipitai subito verso il fondo. Ma era esattamente
quanto volevo. Nella mia testa, ragionavo, funzionava così: vado sul fondo,
ci arrivo con i due piedi, mi spingo in alto e in avanti, riarrivo in
superficie un poco più avanti di prima, respiro, torno sotto acqua, ritocco
il fondo eccetera.
Ragionamento perfetto e, tutto
soddisfatto, lo misi prontamente in opera. Dopo un poco mi stavo anche
divertendo, la cosa funzionava benissimo, in quel breve momento in
superficie ero sicuro che la spiaggia si stava avvicinando, stavo già
cominciando a guardare se, per caso, nonostante non ci si vedesse bene sotto
acqua, qualche stella marina fosse nei dintorni. Ai pesci, con tutto il
fracasso che stavo facendo, avevo già rinunciato.
Avevo già cominciato anche quasi
a capire come muovere le braccia per andare a fondo più in fretta quando,
nelle intervallate visioni del mondo di superficie, mi accorsi che sulla
spiaggia stava succedendo qualcosa. La gente correva, doveva anche urlare,
credo, almeno da quanto riuscivo ad intuire. Alla successiva uscita vidi mia
madre che correva a perdifiato dall’ombrellone alla riva. Cosa stava
succedendo? Immersione. Su. Adesso si tuffa. Immersione. Su. Adesso sta
nuotando. Perché. Mah? Finalmente cominciò ad albeggiarmi nella mente che
stava venendo a salvarmi. Ma io stavo benissimo, stavo venendo a riva
tranquillamente. Immersione. Su. Non ricordo ora davvero se tentai di dirle
che tutto andava bene mentre nuotava decisa nella mia direzione con quel
crawl che tanto le invidiavo e che le permetteva di nuotare così al largo ma
alla successiva riemersione era là che mi prendeva per un braccio, gli occhi
grandi, e che mi tirava, facendomi bere, verso riva.
Arrivai in un capannello di gente
che gridava e si agitava. Allora cercai di spiegare tutto ma ormai era
tardi, ero infilato in un dramma che era solo parzialmente mio: il
protagonista vero era un altro, era un bambino che stava annegando e che era
stato salvato dall’intervento della madre. E che in quel preciso momento le
stava prendendo di santa ragione, piangendo e senza più fiato per spiegare
il VERO accaduto ad una mamma spaventata che aveva vissuto quel ballonzolare
in superficie di una testa a corti intervalli seguiti da lunghe immersioni
come un annegamento in progresso e non come una propedeutica all’immersione.
Riccardo
A. Andreoli