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PescaSub N. 176 - Maggio 2004

 

 Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

 

Quel bambino innamorato del Mare

 

Anno XVII – PescaSub n. 176 – Maggio 2004 – Pg. 36 – 37

Il giorno che ho scoperto

che ero un subacqueo nato

 

Eravamo in vacanza per l’estate a Trani, in Puglia, mia mamma, i miei, allora, due fratelli (se ne sarebbe aggiunto un altro più tardi), mia nonna e mio zio. Correva l’antico anno 1960, l’anno delle Olimpiadi di Roma, vaghi fantasmi di memoria di tondi, antichi schermi televisivi in echeggianti stanze straniere, e io avrei raggiunto, di là a qualche mese, la matura età di otto anni.

A mio, attuale, disdoro, all’epoca non sapevo ancora nuotare bene senza le mie pinnine, le fedeli Cressi Rondine, azzurre e morbidissime che tanti subacquei ora stagionati certamente hanno provato.

Abituato alle acque del nordico e sabbioso mare adriatico e grazie al regalo di mia nonna, una fiammante maschera subacquea rossa (senza boccaglio, perché mia nonna nulla sapeva di subacquea) mi lanciavo dalla riva in folli esplorazioni dei fondali qui, oh meraviglia!, non solo sabbiosi, della spiaggia dove andavamo, barboncino di casa, fratello neonato, sorella, mamma, nonna, zio, io, tutti pigiati in una scassata Fiat Seicento avorio presa in affitto per il periodo. Partivamo molto presto per evitare la “calca” e per evitare che il forsennato sole del sud potesse danneggiare la tenera pelle di noi giovani virgulti. Non che io avessi poi molte occasioni di abbronzarmi, visto che passavo più tempo sotto acqua che fuori ma il papà era medico, il nonno e il bisnonno anche, impossibile opporsi.

E del resto mi andava benissimo. Arrivavamo così presto che l’ondina che si frangeva a riva non era più alta di un paio di dita e sssssccccc frusciava sulla sabbia invece di rompersi con scrosci e spruzzi come avrebbe fatto nelle ore centrali della giornata. Le ombre lunghe di quella che ora dai ricordi leggo come alba ci davano il benvenuto e, quando lo piantavamo, l’ombrellone era assolutamente inutile visto che la temperatura era perfetta e le ombre così spostate da risultare ridicolo il posizionamento delle sdraio a tre metri da esso.

Non appena arrivavo in spiaggia, la sabbia fredda sotto i piedi, correvo subito a “fare il bagno”, non avevano ancora la dignità di “immersione” le mie uscite. E del resto nulla sapevo all’epoca, nemmeno della terminologia di questo nostro mondo.

La maschera era un po’ grande per il mio viso da bimbo e faceva acqua ma non conoscendo alternative era assolutamente perfetta. L’assenza del boccaglio pure non era avvertita come mancanza. Del resto bastava tirar fuori la testa dall’acqua per svuotare in un sol colpo la maschera e riprendere fiato. La durata delle mie apnee all’epoca era tale che certamente la maschera non faceva in tempo a riempirsi ma solo a creare una ondeggiante cortina di umida invisibilità sul fondo delle lenti che mi costringeva a contorsioni della testa per vedere comunque le prede sul fondo.

Mi rivedo a sguazzare in un palmo o poco più d’acqua, improvvisamente a tuffarmi per inseguire quella preda bellissima e altrettanto improvvisamente a rizzarmi in piedi e a togliermi a precipizio tossendo la maschera facendo uscire da essa e dal naso fiumi di amara acqua marina. E soprattutto mi rivedo a tremare. Magrissimo, passavo infiniti minuti immerso e avevo freddo pressoché costantemente: le mani tremavano nell’estendersi per afferrare le cose e dopo quello che ero certo essere un tempo troppo breve i palmi e i polpastrelli erano una collezione di grinze ed ero costretto a ritornare a terra. Ma per poco, pochissimo, perché in acqua, lì, a due passi da me, avvolto nel grande accappatoio ruvido, c’era un mondo sconfinato di cose fantastiche. E appena possibile, talora anche prima di smettere di tremare, ero di nuovo lì, dentro all’acqua.

Soglioline, granchietti, pezzettini di alghe con incrostate mille sconosciute microscopiche forme di vita, qualche pesciolino quasi spiaggiato e altalenato dalla microscopica risacca: nulla sfuggiva alla mia curiosa attenzione.

Era tutta una meraviglia di sensazioni nuove. L’acqua tepida sulla pelle che a tratti, sull’onda alterna, cambiava di temperatura sciacquandomi con acque scaldate o raffreddate chissà dove. Al tatto, la tessitura delle cose che raccoglievo era bizzarra, sempre più rugosa di quello che avrebbe potuto essere per via delle mia pelle a prugna secca ma mi incantavo a passare il dito all’infinito, a occhi chiusi, sull’interno levigatissimo, sensuale, di un bivalve appena aperto.

Mi trovavo a rimpiangere la possibilità di annusare tutti quei portenti. A tratti lo facevo, togliendomi la maschera, e allora l’odore dominante era ricco, giallo, iodato, con toni che avevo imparato a riconoscere come di pesce e di mare sovrapposti. Ma io lo volevo fare sott’acqua. Che odore aveva l’acqua? Quelle correnti alterne che evidentemente arrivavano da altrove dovevano anche odorare di altrove. E fantasticavo di trovare i pesci annusandoli, scoprendoli oltre la loro coltre di invisibilità sotto la sabbia.

Era l’apertura del grande mondo che mi avrebbe inghiottito per il resto della mia vita.

Le stelle di mare erano difficili, erano “al largo”, non si avvicinavano alla zona tramestata dai piedi dei bagnanti e ne vedevo solo quando la mamma, nuotando, si allontanava da riva, si immergeva e risaliva con quella, a tratti morbidissima a tratti crostosa, cosa vivente in lenta contorsione tra le dita. Una meraviglia di infinite strambissime sensazioni.

Ma non sapevo nuotare, per cui quei vasti spazi dove giacevano le stelle di mare mi erano preclusi. Non volevo arrendermi, il richiamo del profondo e della scoperta di quanto giace meraviglioso dall’altra parte della prossima onda già forte, per cui un giorno, dopo aver tremato ed essermi riscaldato, afferrai il materassino pneumatico, rosso e blu, di pesante tessuto gommato, ci montai sopra e partii remigando a grandi bracciate verso il mare aperto.

Era fantastico! Passata la zona che conoscevo bene, sotto il materassino, nell’acqua limpidissima, cominciavano a comparire gli organismi del Mare Aperto. Un granchio di tipo mai visto, un brancotto di pesci scuri attorno ad uno scoglietto coperto di alghe ondeggianti. Ecco! Di lì dovevano venire le alghe che trovavo a contorcersi nella risacca a riva. Spettacoloso. Poi due stelle di mare che arrancavano sulla sabbia arando le dune di rena sottile. Ma non le vedevo bene, c’era vento che increspava la superficie, dovevo pagaiare con le mani solo per starci sopra, e improvvisamente mi svegliai dal mio sogno di irraggiungibile vita marina a qualche metro da me: era montato vento e io ero lontano da riva su una cosa galleggiante che veniva sempre più spinta al largo.

Rinunciando, per il momento, alle magnifiche esplorazioni del mare aperto, cominciai a pagaiare verso la spiaggia, ma, meraviglia, non solo non mi avvicinavo ma le stelle di mare, già quasi invisibili nell’acqua sempre più increspata, erano più vicine di me alla riva.

Pagaiando sempre più forte realizzai che era una battaglia già perduta. Non c’era modo di vincere la forza del vento, sarei stato sempre più spinto al largo. Non ero preoccupato, ma mi vedevo già salvato da un motoscafo che sarebbe dovuto uscire apposta, con conseguente chiasso, preoccupazione, problemi. Insomma, l’idea non mi soddisfaceva né punto né poco. Dovevo risolverla da solo. Così scesi dal materassino.

Non sapendo nuotare e non avendo né pinne né maschera precipitai subito verso il fondo. Ma era esattamente quanto volevo. Nella mia testa, ragionavo, funzionava così: vado sul fondo, ci arrivo con i due piedi, mi spingo in alto e in avanti, riarrivo in superficie un poco più avanti di prima, respiro, torno sotto acqua, ritocco il fondo eccetera.

Ragionamento perfetto e, tutto soddisfatto, lo misi prontamente in opera. Dopo un poco mi stavo anche divertendo, la cosa funzionava benissimo, in quel breve momento in superficie ero sicuro che la spiaggia si stava avvicinando, stavo già cominciando a guardare se, per caso, nonostante non ci si vedesse bene sotto acqua, qualche stella marina fosse nei dintorni. Ai pesci, con tutto il fracasso che stavo facendo, avevo già rinunciato.

Avevo già cominciato anche quasi a capire come muovere le braccia per andare a fondo più in fretta quando, nelle intervallate visioni del mondo di superficie, mi accorsi che sulla spiaggia stava succedendo qualcosa. La gente correva, doveva anche urlare, credo, almeno da quanto riuscivo ad intuire. Alla successiva uscita vidi mia madre che correva a perdifiato dall’ombrellone alla riva. Cosa stava succedendo? Immersione. Su. Adesso si tuffa. Immersione. Su. Adesso sta nuotando. Perché. Mah? Finalmente cominciò ad albeggiarmi nella mente che stava venendo a salvarmi. Ma io stavo benissimo, stavo venendo a riva tranquillamente. Immersione. Su. Non ricordo ora davvero se tentai di dirle che tutto andava bene mentre nuotava decisa nella mia direzione con quel crawl che tanto le invidiavo e che le permetteva di nuotare così al largo ma alla successiva riemersione era là che mi prendeva per un braccio, gli occhi grandi, e che mi tirava, facendomi bere, verso riva.

Arrivai in un capannello di gente che gridava e si agitava. Allora cercai di spiegare tutto ma ormai era tardi, ero infilato in un dramma che era solo parzialmente mio: il protagonista vero era un altro, era un bambino che stava annegando e che era stato salvato dall’intervento della madre. E che in quel preciso momento le stava prendendo di santa ragione, piangendo e senza più fiato per spiegare il VERO accaduto ad una mamma spaventata che aveva vissuto quel ballonzolare in superficie di una testa a corti intervalli seguiti da lunghe immersioni come un annegamento in progresso e non come una propedeutica all’immersione.

 

 

Riccardo A. Andreoli

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