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PescaSub N. 174 - Marzo 2004

 

 Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

 

Prova in Mare. Fucile monoscocca 130 C4

 

Anno XVII – PescaSub n. 174 – Marzo 2004 – Pg. 64 – 66

Prova in mare

C4 - Monoscocca 130

 

Questa sarà una prova forse un po’ particolare di un arbalète. Come forse alcuni lettori sapranno, fino a qualche tempo fa io ero un appassionato sostenitore dei fucili oleopneumatici. Intendiamoci, più che in generale ed in assoluto, in precise condizioni di pesca, la pesca ai grandi pelagici, sfociata poi nella pesca nel blu, il cosiddetto Blue Water Hunting dei pescatori anglofoni.

È un tipo di pesca che si svolge idealmente al largo, lontano dalla costa, galleggiando su fondali teoricamente infiniti. I pesci che si possono catturare passano spesso, per qualche ragione, lontani dal pescatore e questo richiede un fucile che abbia contemporaneamente notevole potenza e considerevole velocità. In queste condizioni avevo la crescente sensazione gli oleopenumatici avessero raggiunto il loro limite.

Per cui, dopo decenni di fedele servizio, arrivo al grande passo. Lascio a casa i fedeli 130 ed eccomi alle prese con un fucile ad elastico.

Il monoscocca 130 della C4 è come dice il nome, interamente in carbonio, lavorato con la consueta perizia dalla C4 di Marco Bonfanti, che non ha certo bisogno, ormai, di presentazioni nel mondo della subacquea. Ha di conseguenza tutti i vantaggi del carbonio: estrema rigidità del fusto accoppiata ad ingombri ridotti dovuti alle caratteristiche tecniche del materiale.

Dove il monoscocca 130 si differenzia dagli altri fucili è nell’impostazione generale, frutto di ingegnose invenzioni del produttore. Prima di tutto il carbonio non si limita al fusto ma tutta l’arma è un pezzo unico in carbonio, testata e impugnatura comprese. Questo garantisce l’assoluta impermeabilità della struttura, senza “tappi” che possano lasciar filtrare l’acqua all’interno cambiandone l’assetto. Inoltre, il carbonio è un materiale che, se ben trattato, non subisce variazioni nel tempo, come ossidazioni, imporrimenti eccetera. Questo garantisce nel tempo l’inalterabilità del fucile.

Un altro vantaggio della struttura a monoscocca è che l’impugnatura posiziona la mano a stretto contatto con l’asta così da aumentare la sensazione di essere un tutt’uno con il fucile e di facilitare moltissimo quel puntamento “istintivo” che è uno dei pregi immediati e migliori dell’arma.

È stato così inoltre possibile arretrare l’aggancio dell’asta, circa 7 centimetri rispetto a quanto si vede su altre armi, prolungandola in quello che in altri arbalète è il calciolo. In questo modo l’ingombro totale del fucile risulta ridotto della stessa misura. In pratica, è come avere in mano un fucile da 130 centimetri ma con un ingombro “reale”, nel momento in cui dobbiamo spostarlo in acqua, di 123 centimetri.

L’impugnatura è cosparsa di uno speciale prodotto gommoso, ruvido e molto elastico, che permette una presa salda anche con i guanti, del resto leggeri, che si usano normalmente durante le azioni di caccia.

Per garantire l’assoluta rigidità del fucile anche sotto la trazione potente della coppia di elastici da 18 mm il fusto ha una geometria variabile. Subito dopo l’impugnatura, gradualmente, si allarga leggermente verso il basso ma soprattutto in orizzontale creando un centro di galleggiamento a centro fucile che facilita enormemente il brandeggio. La stessa forma allargata permette, tra l’altro, una riduzione dell’effetto causato dal rinculo di innalzamento della testata nell’attimo dello sparo. Il fusto si rastrema di nuovo in maniera notevole raggiungendo la testata.

Quest’ultima è piccolissima, interamente realizzata in titanio così da ridurre al minimo gli ingombri al puntamento: lo stretto necessario ad accogliere le filettature dei due elastici.

Il fucile è previsto possa montare sia il mulinello sia quel particolare anello di sgancio del sagolone che si usa nel Blue Water. Il mulinello, carenato e ad avvolgimento orizzontale, si monta tramite un robusto perno in acciaio inox che si avvita in un foro filettato posto poco oltre l’impugnatura. L’anello di sgancio si monta indifferentemente sia a sinistra sia a destra dell’impugnatura semplicemente sfruttando le già presenti viti del meccanismo del grilletto.

Prova in mare

Ho potuto provare il fucile per un mese intero in Oceano atlantico, in generale in difficili condizioni di vento e onda, strapazzandolo su vecchie barche in legno, portandolo in giro senza “leccarlo” per aeroporti, camion, navi, perfino carriole e mi ha sempre servito impeccabilmente. E finalmente mi sono liberato dalle preoccupazioni di un o-ring che scivola sotto maltrattamento e mi restituisce un ammasso di metallo e plastica totalmente inutile in una azione di caccia!

Eccomi in acqua, infine, con il fucile in mano: siamo alla resa dei conti. Il fucile, ad una misurazione approssimata, è lungo “fuori tutto” qualche centimetro in più di un metro e mezzo per cui già da solo è decisamente più lungo di un oleopneumatico. Le aste poi sono un metro e settanta il che porta l’ingombro totale, nonostante il benvenuto arretramento dell’aggancio, a pochi centimetri di meno di un metro e ottanta, quasi mezzo metro in più rispetto ai miei vecchi fucili. Le aste sono da 7 mm, probabilmente percepite come “spesse” nel mondo degli elastici ma sembrano così terribilmente sottili a me, abituato agli otto, anche nove millimetri, di quelle degli oleo.

Il fucile ha la testata aperta per cui l’asta non ha incastri ma deve essere fermata da un giro di sagola al primo “ritorno”.

Ho deciso di provare con un doppio giro completo, per cui, solo di sagola, ci sono più di otto metri. Se a questo si aggiungono la lunghezza dell’asta e in più quella del fucile, senza contare il braccio teso, un bersaglio a dieci metri non è così mostruosamente impossibile! Naturalmente bisogna vedere se la propulsione arriva fin lì, cioè se l’asta ha una qualche utilità, laggiù.

Le operazioni per caricare il fucile sono innaturali per chi è abituato agli oleopenumatici. Ho preventivamente, dopo alcune prove “ammaccanti”, aumentato l’imbottitura della muta e l’ho anche abbassata dallo sterno agli addominali. Non so se sia eresia nel mondo dei puristi ma così sembro evitare di massacrarmi.

Il pernetto di facilitazione al caricamento che si inserisce ad un terzo dell’affusto è decisamente benvenuto. Permette lo spezzettamento dello sforzo e il cambiamento della presa delle mani.

Il secondo elastico, per qualche ragione, sembra anche più duro e devo scoprire una posizione delle mani particolare per farlo scapolare sopra il pernetto. Ok, fucile caricato, ora è da provare.

La mano scivola sull’impugnatura, la gommina rende la presa bella salda e non avverto, sembra, nessuna sensazione di cambiamento di angolazione del polso rispetto a quanto sono avvezzo, quando punto il fucile un paio di volte per provare lo scivolamento in avanti a braccio teso tipico del momento prima del tiro.

Certo che lungo è lungo, nelle attese nel blu si cerca appena possibile di nascondere l’arma, così platealmente minacciosa, e gli oleo stavano tranquillamente nella mia non gigantesca sagoma. Qui la punta dell’asta sporge prepotentemente in fuori. Visto che non posso crescere di colpo di cinquanta centimetri decido saggiamente di accettare di buon grado la cosa.

In ogni caso la sensazione è di straordinaria facilità. Ho il fucile subito “in mano”, non subisco quello straniamento massiccio che avevo sperimentato quando avevo provato i fucili ad elastico australiani. Complici sicuramente la leggerezza e la compattezza dell’arma.

Certamente, quando lo sposto lateralmente, gli elastici vibrano ma in ogni caso un fucile così lungo, con impugnatura posteriore, elastici o non elastici, NON va spostato lateralmente. Deve essere ritirato verso il corpo del cacciatore, ruotato, magari aiutandosi con l’altra mano, e poi riallungato nella nuova direzione.

Finalmente una preda valida attraversa il mio campo di visione. Sono ad una quindicina di metri di profondità e il pesce passa lungo, molto più lungo di quanto avrei accettato con un oleopneumatico, ma probabilmente (speranzosamente!) devo rivedere la mie stime, ormai millimetriche, sulla gittata del fucile. Sparo… e lo manco clamorosamente.

La colpa, realizzo immediatamente, sta sia nel fatto che avevo allungato di colpo il fucile, troppo in fretta per permettermi di mirare correttamente (prima preda del mese – probabilmente scusabile), sia nella dolcezza estrema del grilletto: nonostante il carico del doppio elastico basta sfiorarlo che il colpo parte. Molto ma molto più dolce di un grilletto dei miei oleo, nonostante la maniacale sistemazione dei loro leverismi interni e del grano di regolazione della sensibilità del grilletto. Sbaglio mio.

In ogni caso il sagolino veleggia ben oltre la preda, già percepita come lontana, arriva tranquillamente a fondo corsa degli otto e passa metri, certo non con un tirone selvaggio, ma arriva risolutamente fin lì. Non sarà forse in grado di passare, laggiù in fondo, un pesce di venti o passa chili ma se ci fosse stato un dentice, ragiono in un improvviso “rientro” mentale nel Mediterraneo, avrebbe avuto una considerevole sorpresa, l’ultima della sua carriera probabilmente.

La botta sul polso è notevole, soprattutto abituato come sono agli oleopenumatici e alla loro, forzata, progressività mentre sputano l’acqua fuori dalla canna.

Ma sono anche certo sia dovuta a quella caratteristica, così accuratamente ricercata dal costruttore, nel produrre un fucile con attriti interni ridotti praticamente a zero. La testata è posizionata in modo da forzare gli elastici a lavorare ad un angolo ottimale, senza perdite di energia dovute alla loro trazione obliqua o all’asta che struscia contro il fusto. Questo si traduce, sono sicuro, nella secchezza del colpo sul polso e sul corpo del subacqueo che devono intervenire ad assorbire integralmente, dall’esterno del sistema fucile, l’effetto fisico del rinculo.

OK, ricominciamo. Il caricamento è sempre illividente ma d’altra parte anche con gli oleo mi capitava talora di non sparare ad una preda, diciamo, “scarsamente eccezionale”, per il timore dei lividi del successivo caricamento, per cui niente di nuovo, solo lividure in parti differenti del corpo.

La successiva preda (supposta tale, cioè) capita più di mezz’ora dopo, intanto il rapporto con il fucile è diventato sempre più intimo, e già non mi sembra di avere in mano qualcosa di nuovo.

Passa lontana quanto l’altra ma ormai so che quella distanza non è più off limits, e probabilmente posso andare oltre. Miro, questo volta con cura, litigo un momento con il sagolone, sfioro il grilletto e il colpo parte. Nessun problema di mira, angolazioni, lunghezze, ingombri eccetera. La collimazione del bersaglio oltre la lunga asta è anche più facile che con gli oleo, non esistono ingombri alla mira con la testata così minuscola e ad elastici tesi, il braccio si estende con naturalezza e senza tentennamenti. Il pesce? Preso perfettamente.

Ho questa singolare convinzione, che i miei oleopenumatici andranno incontro ad una lunga e degna pensione nel salotto di casa…

Sul versante negativo un fucile di questa caratura richiede obbligatoriamente, per lo meno per la pesca nel blu, aste di pari livello. Semplicemente, quelle “normali” non sono abbastanza resistenti agli stress cui sono sottoposte dai più energici abitatori del turchino e si spezzano, con disarmante ed estremamente irritante facilità, alla sola trazione del pesce contro una boa in superficie. Le aste ideali per questo tipo di pesca devono per forza NON essere indebolite dalle tacche ma avere saldati sul pieno dell’asta solidi triangolini in acciaio (pinnule) cui agganciare gli elastici.

Infine, ma non so se ora parla l’oleo-nostalgico o il Blue Water hunter, non sarebbe male se venissero previsti spessori maggiori, che so, otto millimetri…

 

 

 

Riccardo A. Andreoli

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