Prova in mare
C4 - Monoscocca 130
Questa sarà una prova forse un
po’ particolare di un arbalète. Come forse alcuni lettori sapranno, fino a
qualche tempo fa io ero un appassionato sostenitore dei fucili
oleopneumatici. Intendiamoci, più che in generale ed in assoluto, in precise
condizioni di pesca, la pesca ai grandi pelagici, sfociata poi nella pesca
nel blu, il cosiddetto Blue Water Hunting dei pescatori anglofoni.
È un tipo di pesca che si svolge
idealmente al largo, lontano dalla costa, galleggiando su fondali
teoricamente infiniti. I pesci che si possono catturare passano spesso, per
qualche ragione, lontani dal pescatore e questo richiede un fucile che abbia
contemporaneamente notevole potenza e considerevole velocità. In queste
condizioni avevo la crescente sensazione gli oleopenumatici avessero
raggiunto il loro limite.
Per cui, dopo decenni di fedele
servizio, arrivo al grande passo. Lascio a casa i fedeli 130 ed eccomi alle
prese con un fucile ad elastico.
Il monoscocca 130 della C4 è come
dice il nome, interamente in carbonio, lavorato con la consueta perizia
dalla C4 di Marco Bonfanti, che non ha certo bisogno, ormai, di
presentazioni nel mondo della subacquea. Ha di conseguenza tutti i vantaggi
del carbonio: estrema rigidità del fusto accoppiata ad ingombri ridotti
dovuti alle caratteristiche tecniche del materiale.
Dove il monoscocca 130 si
differenzia dagli altri fucili è nell’impostazione generale, frutto di
ingegnose invenzioni del produttore. Prima di tutto il carbonio non si
limita al fusto ma tutta l’arma è un pezzo unico in carbonio, testata e
impugnatura comprese. Questo garantisce l’assoluta impermeabilità della
struttura, senza “tappi” che possano lasciar filtrare l’acqua all’interno
cambiandone l’assetto. Inoltre, il carbonio è un materiale che, se ben
trattato, non subisce variazioni nel tempo, come ossidazioni, imporrimenti
eccetera. Questo garantisce nel tempo l’inalterabilità del fucile.
Un altro vantaggio della
struttura a monoscocca è che l’impugnatura posiziona la mano a stretto
contatto con l’asta così da aumentare la sensazione di essere un tutt’uno
con il fucile e di facilitare moltissimo quel puntamento “istintivo” che è
uno dei pregi immediati e migliori dell’arma.
È stato così inoltre possibile
arretrare l’aggancio dell’asta, circa 7 centimetri rispetto a quanto si vede
su altre armi, prolungandola in quello che in altri arbalète è il calciolo.
In questo modo l’ingombro totale del fucile risulta ridotto della stessa
misura. In pratica, è come avere in mano un fucile da 130 centimetri ma con
un ingombro “reale”, nel momento in cui dobbiamo spostarlo in acqua, di 123
centimetri.
L’impugnatura è cosparsa di uno
speciale prodotto gommoso, ruvido e molto elastico, che permette una presa
salda anche con i guanti, del resto leggeri, che si usano normalmente
durante le azioni di caccia.
Per garantire l’assoluta rigidità
del fucile anche sotto la trazione potente della coppia di elastici da 18 mm
il fusto ha una geometria variabile. Subito dopo l’impugnatura,
gradualmente, si allarga leggermente verso il basso ma soprattutto in
orizzontale creando un centro di galleggiamento a centro fucile che facilita
enormemente il brandeggio. La stessa forma allargata permette, tra l’altro,
una riduzione dell’effetto causato dal rinculo di innalzamento della testata
nell’attimo dello sparo. Il fusto si rastrema di nuovo in maniera notevole
raggiungendo la testata.
Quest’ultima è piccolissima,
interamente realizzata in titanio così da ridurre al minimo gli ingombri al
puntamento: lo stretto necessario ad accogliere le filettature dei due
elastici.
Il fucile è previsto possa
montare sia il mulinello sia quel particolare anello di sgancio del sagolone
che si usa nel Blue Water. Il mulinello, carenato e ad avvolgimento
orizzontale, si monta tramite un robusto perno in acciaio inox che si avvita
in un foro filettato posto poco oltre l’impugnatura. L’anello di sgancio si
monta indifferentemente sia a sinistra sia a destra dell’impugnatura
semplicemente sfruttando le già presenti viti del meccanismo del grilletto.
Prova in mare
Ho potuto provare il fucile per
un mese intero in Oceano atlantico, in generale in difficili condizioni di
vento e onda, strapazzandolo su vecchie barche in legno, portandolo in giro
senza “leccarlo” per aeroporti, camion, navi, perfino carriole e mi ha
sempre servito impeccabilmente. E finalmente mi sono liberato dalle
preoccupazioni di un o-ring che scivola sotto maltrattamento e mi
restituisce un ammasso di metallo e plastica totalmente inutile in una
azione di caccia!
Eccomi in acqua, infine, con il
fucile in mano: siamo alla resa dei conti. Il fucile, ad una misurazione
approssimata, è lungo “fuori tutto” qualche centimetro in più di un metro e
mezzo per cui già da solo è decisamente più lungo di un oleopneumatico. Le
aste poi sono un metro e settanta il che porta l’ingombro totale, nonostante
il benvenuto arretramento dell’aggancio, a pochi centimetri di meno di un
metro e ottanta, quasi mezzo metro in più rispetto ai miei vecchi fucili. Le
aste sono da 7 mm, probabilmente percepite come “spesse” nel mondo degli
elastici ma sembrano così terribilmente sottili a me, abituato agli otto,
anche nove millimetri, di quelle degli oleo.
Il fucile ha la testata aperta
per cui l’asta non ha incastri ma deve essere fermata da un giro di sagola
al primo “ritorno”.
Ho deciso di provare con un
doppio giro completo, per cui, solo di sagola, ci sono più di otto metri. Se
a questo si aggiungono la lunghezza dell’asta e in più quella del fucile,
senza contare il braccio teso, un bersaglio a dieci metri non è così
mostruosamente impossibile! Naturalmente bisogna vedere se la propulsione
arriva fin lì, cioè se l’asta ha una qualche utilità, laggiù.
Le operazioni per caricare il
fucile sono innaturali per chi è abituato agli oleopenumatici. Ho
preventivamente, dopo alcune prove “ammaccanti”, aumentato l’imbottitura
della muta e l’ho anche abbassata dallo sterno agli addominali. Non so se
sia eresia nel mondo dei puristi ma così sembro evitare di massacrarmi.
Il pernetto di facilitazione al
caricamento che si inserisce ad un terzo dell’affusto è decisamente
benvenuto. Permette lo spezzettamento dello sforzo e il cambiamento della
presa delle mani.
Il secondo elastico, per qualche
ragione, sembra anche più duro e devo scoprire una posizione delle mani
particolare per farlo scapolare sopra il pernetto. Ok, fucile caricato, ora
è da provare.
La mano scivola sull’impugnatura,
la gommina rende la presa bella salda e non avverto, sembra, nessuna
sensazione di cambiamento di angolazione del polso rispetto a quanto sono
avvezzo, quando punto il fucile un paio di volte per provare lo scivolamento
in avanti a braccio teso tipico del momento prima del tiro.
Certo che lungo è lungo, nelle
attese nel blu si cerca appena possibile di nascondere l’arma, così
platealmente minacciosa, e gli oleo stavano tranquillamente nella mia non
gigantesca sagoma. Qui la punta dell’asta sporge prepotentemente in fuori.
Visto che non posso crescere di colpo di cinquanta centimetri decido
saggiamente di accettare di buon grado la cosa.
In ogni caso la sensazione è di
straordinaria facilità. Ho il fucile subito “in mano”, non subisco quello
straniamento massiccio che avevo sperimentato quando avevo provato i fucili
ad elastico australiani. Complici sicuramente la leggerezza e la compattezza
dell’arma.
Certamente, quando lo sposto
lateralmente, gli elastici vibrano ma in ogni caso un fucile così lungo, con
impugnatura posteriore, elastici o non elastici, NON va spostato
lateralmente. Deve essere ritirato verso il corpo del cacciatore, ruotato,
magari aiutandosi con l’altra mano, e poi riallungato nella nuova direzione.
Finalmente una preda valida
attraversa il mio campo di visione. Sono ad una quindicina di metri di
profondità e il pesce passa lungo, molto più lungo di quanto avrei accettato
con un oleopneumatico, ma probabilmente (speranzosamente!) devo rivedere la
mie stime, ormai millimetriche, sulla gittata del fucile. Sparo… e lo manco
clamorosamente.
La colpa, realizzo
immediatamente, sta sia nel fatto che avevo allungato di colpo il fucile,
troppo in fretta per permettermi di mirare correttamente (prima preda del
mese – probabilmente scusabile), sia nella dolcezza estrema del grilletto:
nonostante il carico del doppio elastico basta sfiorarlo che il colpo parte.
Molto ma molto più dolce di un grilletto dei miei oleo, nonostante la
maniacale sistemazione dei loro leverismi interni e del grano di regolazione
della sensibilità del grilletto. Sbaglio mio.
In ogni caso il sagolino veleggia
ben oltre la preda, già percepita come lontana, arriva tranquillamente a
fondo corsa degli otto e passa metri, certo non con un tirone selvaggio, ma
arriva risolutamente fin lì. Non sarà forse in grado di passare, laggiù in
fondo, un pesce di venti o passa chili ma se ci fosse stato un dentice,
ragiono in un improvviso “rientro” mentale nel Mediterraneo, avrebbe avuto
una considerevole sorpresa, l’ultima della sua carriera probabilmente.
La botta sul polso è notevole,
soprattutto abituato come sono agli oleopenumatici e alla loro, forzata,
progressività mentre sputano l’acqua fuori dalla canna.
Ma sono anche certo sia dovuta a
quella caratteristica, così accuratamente ricercata dal costruttore, nel
produrre un fucile con attriti interni ridotti praticamente a zero. La
testata è posizionata in modo da forzare gli elastici a lavorare ad un
angolo ottimale, senza perdite di energia dovute alla loro trazione obliqua
o all’asta che struscia contro il fusto. Questo si traduce, sono sicuro,
nella secchezza del colpo sul polso e sul corpo del subacqueo che devono
intervenire ad assorbire integralmente, dall’esterno del sistema fucile,
l’effetto fisico del rinculo.
OK, ricominciamo. Il caricamento
è sempre illividente ma d’altra parte anche con gli oleo mi capitava talora
di non sparare ad una preda, diciamo, “scarsamente eccezionale”, per il
timore dei lividi del successivo caricamento, per cui niente di nuovo, solo
lividure in parti differenti del corpo.
La successiva preda (supposta
tale, cioè) capita più di mezz’ora dopo, intanto il rapporto con il fucile è
diventato sempre più intimo, e già non mi sembra di avere in mano qualcosa
di nuovo.
Passa lontana quanto l’altra ma
ormai so che quella distanza non è più off limits, e probabilmente posso
andare oltre. Miro, questo volta con cura, litigo un momento con il
sagolone, sfioro il grilletto e il colpo parte. Nessun problema di mira,
angolazioni, lunghezze, ingombri eccetera. La collimazione del bersaglio
oltre la lunga asta è anche più facile che con gli oleo, non esistono
ingombri alla mira con la testata così minuscola e ad elastici tesi, il
braccio si estende con naturalezza e senza tentennamenti. Il pesce? Preso
perfettamente.
Ho questa singolare convinzione,
che i miei oleopenumatici andranno incontro ad una lunga e degna pensione
nel salotto di casa…
Sul versante negativo un fucile
di questa caratura richiede obbligatoriamente, per lo meno per la pesca nel
blu, aste di pari livello. Semplicemente, quelle “normali” non sono
abbastanza resistenti agli stress cui sono sottoposte dai più energici
abitatori del turchino e si spezzano, con disarmante ed estremamente
irritante facilità, alla sola trazione del pesce contro una boa in
superficie. Le aste ideali per questo tipo di pesca devono per forza NON
essere indebolite dalle tacche ma avere saldati sul pieno dell’asta solidi
triangolini in acciaio (pinnule) cui agganciare gli elastici.
Infine, ma non so se ora parla l’oleo-nostalgico
o il Blue Water hunter, non sarebbe male se venissero previsti spessori
maggiori, che so, otto millimetri…
Riccardo
A. Andreoli