Quiete
sull’Oceano
Oggi a Sal c’è di colpo un’aria
africana. I cani, ansimanti a lingua fuori e occhi socchiusi al barbaglio
del sole, sono stesi nelle pozze d’ombra degli alberi sparuti. Gli umani
non sono da meno, i consueti giocatori alla scacchiera sono anch’essi
raccolti sotto la loro chioma esigua. I colori sono più vivi sotto un
cielo che è una scodella azzurra, brillante e metallica, senza traccia
delle consuete, plumbee, nuvole rotolanti.. La temperatura è di colpo
salita, tutto sembra muoversi più lentamente.
Il vento, l’onnipresente Aliseo
di Capo Verde, se n’è andato e al suo posto c’è una brezza leggera da sud
che appiattisce l’Oceano fino all’orizzonte, sposta le barche ancorate
alla ruota di fronte al pontile mandandole imprevedibilmente a cozzare con
altre come mai si sarebbero sognate nella consueta sferza dell’Aliseo.
Al largo la situazione è ancora
più strana. Invece dell’abituale scatenarsi di vento e mare, grigio, corto
e cattivo appena scapolata la punta sud-est dell’isola, lunghe, lente onde
giganti sembrano partire in silenzio alla carica dall’orizzonte, così
lisce da sembrare oleose e così azzurre da far dolere gli occhi.
Gli abitanti del mare sono
improvvisamente visibili da lontano, rivelati dai segni che incidono nella
pelle levigata dell’Oceano: uno squalo con la dorsale fuori che incrocia
appena fuori la punta, diverse tartarughe insonnolite al sole caldo e,
emozione, un pesce vela con la doppia rivelatrice presenza della pinna
dorsale e del lobo superiore della coda gigante fuor d’acqua.
Sulle secche al largo, nostro
consueto territorio di caccia, mille pescetti brulicanti si affollano a
chiazze in superficie, in gruppi talora così numerosi da creare un fruscio
spumeggiante avvertibile da lontano.
E noi ci cacciamo lì, in mezzo
al battito della vita dell’oceano. Sulle secche l’onda lunga evidentemente
sconquassa anche in profondità i fondali perché l’acqua lì è nebbiosa, una
coltre giallastra ondeggiante. Ma fuori! Con cento metri di Oceano sotto
le pinne l’acqua è finalmente blu, luminosa dei raggi danzanti del sole
che si perdono nelle profondità. Anche rimanendo in superficie si viene
visitati a intervalli da sciami di piccoli carangidi, a coppie
inaspettatamente bianche e nere, i maschi nella scura livrea riproduttiva.
Compaiono all’improvviso al limite della visibilità, prima uno o due, poi
più numerosi, a triplette, a gruppi più fitti fino a che non perdi il
conto e sei attorniato da code frenetiche e musi curiosi che ti circondano
per un momento, ti danzano intorno e sotto alle pinne, intenti ai loro
affari ma con un occhio su di te. E non sai se per caso ti sei ritrovato
sulla loro strada o se sono venuti proprio per te, a vederti da vicino,
per un momento, prima di proseguire nella loro vita.
Se ti immergi il gruppo è più
stretto, sei forse più strano o forse al contrario più consueto perché
subacqueo, chissà. Certo è che ti vengono vicino, si specchiano nella
maschera, ti nuotano accanto per un lungo momento. E hai la netta
impressione che rallentino, che si fermino, che il battito di code del
loro nuotare, che a te sembra frenetico ma che certamente è il normale
passo del branco, venga reso per un momento più lento dal tuo nuotare così
indolente. Poi proseguono, ma altri ancora spuntano e sembra che non
abbiano fine finché pian piano invece si diradano e dopo poco l’Oceano
intorno a te è di nuovo vuoto.
A intervalli i wahoo fanno la
loro comparsa. All’improvviso sono lì, alti a specchiare la loro tigratura
contro la superficie, o profondi a confondersi col blu, senza regolarità.
Allora cerchi di controllare
l’emozione, tiri un gran fiato e scendi loro incontro, il cuore
accelerato, la mente piena di piani di battaglia, di opzioni
pre-programmate.
Costui è un massiccio esemplare
solitario, guardingo, lento. L’ho già incontrato, è un vecchio nemico. È
facilmente identificabile dall’amo d’acciaio che gli penzola dalla
mandibola, a sinistra, dove i denti a tagliola hanno chissà quando
tagliato il nylon di una lenza. Mi scruta da sotto in su mentre scendo nel
tentativo di intercettarlo in caduta, una recente scoperta.
Prevedibilmente non cade in questa troppo semplice insidia, dobbiamo
giocarcela a tu per tu, in orizzontale, a singolar tenzone. Il lungo
fucile è incollato al corpo, la punta sporge comunque oltre la testa e mi
costringe a tenerla un po’ piegata di lato, il sagolone inevitabilmente
massiccio mi intralcia un poco sbattendo contro le pinne mentre scendo. Lo
tengo nella minima visuale dell’angolo superiore destro del campo di
visione della maschera, solo la punta del lungo muso pieno di denti, non
deve sembrare, a parte il mio scendere, che sia lì per lui. Lui circola a
sinistra, mi evita ma rallenta, interessato. A pinne ferme, ormai nella
zona di galleggiabilità neutra, mi dirigo nella direzione scelta da lui ma
su una rotta parallela, vagamente convergente. Lo perdo inevitabilmente
d’occhio nello spostamento ma dopo pochi secondi ruoto di nuovo
leggermente la testa, lo cerco: è là, alla stessa distanza di prima. Ci
muoviamo nella medesima direzione, entrambi in abbrivio, a pinne ferme,
studiandoci. E giochiamo al solito vecchio gioco: chi è il predatore? Io
che cerco di non sembrarlo ma che conto di esserlo oppure lui che lo è
palesemente? Chissà. Certo è che se poi non lo prendo questo gran
predatore non lo sono proprio…
La situazione è congelata, lui
non azzarda una mossa di avvicinamento, io non oso voltarmi e affrontarlo
direttamente. Il sagolone sotto il braccio comincia a tirare di più e più
in verticale, chiaro segnale, insieme al pulviscolo del plancton che
comincia a scorrermi a fianco, che sto sprofondando. Mi allungo, premo
sulle pinne, cerco di dirigermi più in orizzontale. La testa è però sempre
girata dello stesso angolo: lui non molla il traino, siamo ancora entrambi
lì. A questo gioco è inevitabile che vinca lui, io ho un tempo contato,
lui no. Gli basterebbe restare così e io sarei costretto a dichiarare
sconfitta, a rompere il contatto, a risalire. È così che ha sempre vinto
gli incontri precedenti: pazientando più di me.
Ora il plancton corre, sento
l’acqua ruscellarmi a fianco, non volo più, sto cadendo. Il muso è
inclinato, per scendere così in fretta lui deve cambiare assetto. Intorno
i colori sono più scuri, il diaframma è alto, sono ormai profondo, devo
sbrigarmi, il mio tempo da essere marino sta sgocciolando via in fretta e
la mezzanotte con la fine della magia da essere subacqueo è assai vicina.
Mi volto verso sinistra facendo perno sul sagolone che ormai è quasi
verticale, mi volto direttamente a incontrarlo… e lui non c’è. Il wahoo,
anzi i wahoo perché ora sono due, non sono lui: nessuno ha l’orecchino da
vecchio pirata, l’amo, a scintillare in controluce. In qualche momento
dell’immersione è avvenuto lo scambio e lui è nuotato via. Ha rinunciato
allo scontro, ha vinto o ha perso? Il movimento ha incuriosito questi due
evidentemente più inesperti, giovani guerrieri che si avvicinano, le code
in alto, inclinati per potermi raggiungere. Sono più basso di loro, le
pance bianche sono quasi confuse contro il barbaglio della ormai lontana
superficie ma sono vicini. Sono sceso così tanto che ormai sono frenato
nella mia discesa non più dalla galleggiabilità ma solo dal pallone che
struscia contro la superficie mentre il sagolone viene inghiottito dietro
di me. Tirando con la mano destra mi creo un po’ di indispensabile gioco
del sagolone, allungo il fucile, miro con attenzione. Il bersaglio non è
facile, i pesci sono quasi di muso. Sparo al più vicino. Preso, bene.
Finalmente libero con uno strattone la sagola dell’asta dal fucile e
comincio la lunga pedalata verso la superficie mentre il wahoo al solito
scompare.
Quando riemergo il pallone è
già lontano, tutto verticale, tirato sott’acqua in un alone di schiuma per
più di metà dalla corsa del pesce. La barca in queste condizione di calma
non è necessaria per cui, mentre riprendo fiato, lo inseguo nuotando
piano. Il pescatore del resto è evidentemente impegnato con un tonno alla
lenza perché lo vedo in piedi sulla poppa compiere i gran gesti a braccia
aperte di chi giostra un grosso pesce. Raggiungo dopo un po’ il pallone,
lego il fucile e comincio a salpare il sagolone che già, come è consueto
con un pesce che ha finito le prime energie, scompare dritto verso il
basso invece di allungarsi in orizzontale. Salpo piano, tastando ogni
volta la tensione da applicare per resistere al pesce. Lentamente le
volute si accumulano in superficie ed ecco il wahoo sotto di me. Vicino
vedo una sagoma scura, indistinta, che gli circola intorno. Rallento le
bracciate ed ecco che l’immagine diventa chiara: è una grossa ricciola
atlantica (Seriola rivoliana) che è evidentemente salita dal blu a seguire
il trambusto. A fucile scarico non posso farci nulla e la ignoro. Il pesce
non sembra avere più eccessive energie per cui mi faccio tirare sotto da
una delle scodate, mi tiro a passamano sulla sagola e a cinque o sei metri
di profondità intercetto il pesce, gli passo la mano in branchia, gli
indirizzo la testa verso l’alto e pinneggio verso la superficie. La
ricciola, ancora percepibile come sagoma scura, giù, mentre scendevo
incontro al wahoo, ora è invisibile, scomparsa di nuovo nelle profondità
da cui era risalita.
Di nuovo a galleggiare in
superficie nell’acqua piatta, a fucile carico, ad attendere ciò che il
gran dio Poseidone vorrà mandarmi. Sotto, a fianco, tutto intorno, nulla
se non i danzanti raggi del sole.
Mi immergo, sperando di
attrarre curiosità dagli strati inferiori dell’Oceano. Arrivo lentamente,
scivolando più che realmente nuotando, a una quindicina di metri e rimango
lì, guardandomi intorno, un po’ trasognato, un po’ incantato. Non certo
nella tensione di caccia in cui sei attento a tutti i mille piccoli
particolari intorno a te.
Profondo sotto di me, lontano,
qualcosa luccica. Poi sembra di colpo scurirsi, poi luccicare di nuovo,
più grande e più vicino: è un branco compatto di pesci. Già scendendo,
oltre la mia zona di galleggiabilità neutra, ruoto per andare loro
incontro. È un fronte unico di carangidi argentei, schiena contro schiena,
pancia contro pancia, le teste tutte girate nella mia direzione.
Si aprono per avvolgermi, mi
ruscellano addosso, le code gialle che battono decise quasi all’unisono.
Sono un branco fitto fitto di mille pesciotti di una decina di chili,
carangidi col muso ingrugnito e le pettorali lunghe che aprono
all’improvviso in segno d’allarme, frenando, quando capitano troppo
vicini, trascinati dalla coesione del branco. Li scruto con uno sguardo
affascinato, lento, non coinvolto: non li considero prede valide e forse
per questo gli esemplari quasi in coda al branco sono molto più vicini,
quasi li potrei toccare. Vedo benissimo la decisione del pesce singolo che
decide di passarmi accanto per scrutarmi meglio, ruota la testa, accelera
un momento il battito della coda, mi punta contro per poi strusciarmi
quasi contro la muta, gli occhi che ruotano nella testa immobile
altrimenti mi sbatterebbe contro, per investigarmi, per studiarmi meglio.
Sono certo che se fossi un vero essere subacqueo e udissi decentemente
sott’acqua, sarei attorniato da fruscii e respiri come in una gran folla.
Finiscono, mi lasciano, sono di
nuovo solo. Respirassi, darei un gran sospiro e camminerei via, qui,
sott’acqua, posso solo girar la testa verso la superficie e pinneggiare
lento, il braccio che si rilassa e lascia lentamente cadere la punta del
fucile verso il fondo. Qualche pinneggiata, un ultimo sguardo nostalgico
laggiù… un momento. E quelle cosa sono? Vaghe ombre in un branchetto,
fonde. Ricciole! E grosse anche. E improvvisamente capisco tutti i
riferimenti che mi erano obliquamente giunti sul fatto che qui le ricciole
“sono fonde e te le devi sudare”. Ecco dove sono le disgraziate, ben sotto
le zone frequentate dai wahoo. Ed ecco, in un lampo di comprensione, la
ragione delle ricciole, sempre singole però, che vedevo raramente quanto
salpavo dal blu profondo un wahoo che si era inabissato. Che siano in
qualche modo anche in relazione con il branco compatto di carangidi? Mah?
Per il momento bando alle
illazioni, da studiare poi con cura. Ora pensiamo a quelle che ho sotto i
piedi.
Raggiungo la superficie e
comincio a rilassarmi e a respirare per il tuffo successivo. Per fonde
sono ben fonde, a occhio, confuse com’erano le sagome, sono certamente
oltre i ventidue, venticinque metri.
In superficie, mentre respiro,
sono cullato dall’ennesima onda gigante che mi solleva nell’acqua
vellutata e mi deposita piano nell’avvallamento, in una liscia ciotola
cobalto in cui l’orizzonte è scomparso e sei solo col cielo, ogni altro
punto di riferimento sparito.
Comincio a recuperare intorno a
me il sagolone. È già lento l’immergersi con esso se poi ci si aggiunge
anche il dover trascinare la boa… sono pronto, devo sbrigarmi, non posso
aspettare tanto, le ricciole da sopra sono certo invisibili, devo scendere
un bel po’ e non devo dar loro tanto tempo per nuotare altrove o, peggio,
sprofondare di più.
Un gran fiato, il diaframma
giù, la consueta pinna su, il braccio col fucile esteso verso il basso,
via.
Pedalo deciso, il sagolone si
srotola ubbidiente dalla superficie sopra a me, sento distintamente che la
velocità di discesa è più alta del solito, bene. Chiudo gli occhi per
rilassarmi di più, tanto per i primi quindici metri l’Oceano è vuoto. Il
diaframma è salito, sono fondo, apro gli occhi, sotto ecco di nuovo il
branchetto.
È più profondo di prima, sta
già nuovamente inabissandosi. Proviamo a vedere se riesco ad attirarle qui
dove sono, è una competizione senza sugo il vedere tra me e i pesci chi
scende di più. Rallento la pedalata e la trasformo in una caduta in
orizzontale, ritiro il fucile contro il petto, sono pronto. Arrivano! Vedo
distintamente la decisione propagarsi nel branco, prima una, poi due, tre,
di colpo tutte che girano la testa verso di me e salgono a venirmi
incontro. Il cuore salta al solito un battito…
Eccole di colpo intorno a me,
mi circondano, la banda scura inclinata sopra l’occhio evidente nella
livrea chiara dei pesci profondi, la fessura scura della bocca socchiusa
mentre mi puntano direttamente contro. Sono qui.
Di colpo una gran botta mi fa
sobbalzare. Una delle ricciole più grosse mi è arrivata praticamente
contro, di fianco, tutta storta, non in mira con la punta del fucile, si è
spaventata e ha scodato. Un fremito di allarme si dipana fra le altre,
vedo le dorsali alzarsi, le rotte minutamente cambiare. Ma quella che ha
creato lo scombussolo è ora ferma sopra di me, le pettorali e la dorsale
completamente estese, immobile a guardarmi. Intorno le altre ricciole
sciamano, mi mulinano vicine. Sotto, fondo, il branco continua: nel tuffo
precedente non avevo visto che lo strato superiore. Sono tante!
Ma il tempo stringe, così
profondo non posso indugiare, devo scegliere. La ricciola di prima,
lentamente, mi si avvicina di nuovo, ancora storta, ma ora sono pronto.
Ritiro il gomito, ruoto il polso, sposto la punta del fucile nella sua
direzione, miro con la coda dell’occhio per non muovere la testa e
guardarla direttamente, sparo. Presa. Immediatamente scoda, una botta
profonda che mi riverbera nel petto, scappa. La sagola si libera
dall’aggancio in gomma sul fucile, l’asta è libera. Le altre intorno si
sono aperte ma sono ancora qui. Indugio ancora un momento ad ammirarle,
agitate ora ma tuttora vicine, poi afferro il sagolone e comincio la lunga
risalita verso la superficie lontana.
Non cerco certo di tirarmi
dietro il pesce ma faccio scorrere tra le dita il sagolone per almeno
frenarlo, rallentarne la fuga verso l’abisso. Pian piano la superficie
diventa più luminosa, più vicina. Attraverso un branco dei pesciotti che
mi circondavano prima, mentre ero in superficie, fendendolo e facendoli
aprire intorno a me, espiro mentre ancora sono sott’acqua con una gran
sospiro di bolle, buco la superficie: sono su, respiro pesantemente,
riprendo fiato.
La ricciola nel frattempo tira,
decisa. Non è un wahoo per cui non ha quella fuga bruciante che tanto
stress applica alle attrezzature ma è più potente, tira senza stancarsi.
Mi fa ballonzolare sulla superficie calma come un tappo nell’acqua agitata
ogni volta che tiro ma pian piano la salpo, sale. Salpo sempre, era bella
fonda, c’è giù un bel po’ del sagolone da cinquanta metri. Eccola
comparire, un graffio più chiaro sul blu fondo. Attorno, non vedo bene,
c’è qualcosa. Le altre del branco sono salite con lei! Mi guardo
freneticamente intorno per cercare Checco ma non c’è, galleggia lontano
intento alle proprie faccende, peccato avremmo potuto fare doppietta. In
ogni caso non salgono più di tanto, a una quindicina di metri abbandonano
la compagna ferita e scendono di nuovo: in superficie non vogliono proprio
arrivarci.
La ricciola è presa bene, a
metà corpo, e vedo anche che è passata in sagola. Nessunissimo problema
per il recupero. In fretta la salpo mentre ancora scoda potente, cerco di
afferrarla per le branchie, mi scivola via, mi scoda in faccia, scappa in
un gran spruzzo di schiuma ancora due metri sotto, annaspo e afferro al
volo il sagolino scivoloso di nylon, la tiro verso di me, la abbraccio
gambe e braccia stretta stretta, le infilo finalmente la mano in branchia.
È mia. Presa. Posso respirare.
La ammiro finalmente ancora col
fiatone. È un bel ricciolone atlantico, più alto, massiccio e bronzeo
delle nostre ricciole. Bello, è proprio bello.
E mentre lo stringo ancora
penso, ingordo: che più profondi ancora ci siano quelli mostruosi davvero,
quelli da cinquanta, sessanta chili, di cui ho sentito parlare e di cui ho
visto almeno una foto da infarto?
Riccardo
A. Andreoli