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PescaSub N. 172 - Gennaio 2004

In italiano.

Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

 

Quiete sull'Oceano

Tra le ricciole e i wahoo di Capo Verde

 

Il racconto di una giornata particolare, caratterizzata da un mare insolitamente calmo e limpido, con i branchi di grossi predoni intenti a nuotare sul filo dei 20 metri di profondità. Nuvole di grossi pesci che come in una danza avvolgono i sub. Fino al momento dello sparo...

 

Anno XVI,  n. 172 – Gennaio 2004 – Pg. 38 – 42

 

Quiete sull’Oceano

 

Oggi a Sal c’è di colpo un’aria africana. I cani, ansimanti a lingua fuori e occhi socchiusi al barbaglio del sole, sono stesi nelle pozze d’ombra degli alberi sparuti. Gli umani non sono da meno, i consueti giocatori alla scacchiera sono anch’essi raccolti sotto la loro chioma esigua. I colori sono più vivi sotto un cielo che è una scodella azzurra, brillante e metallica, senza traccia delle consuete, plumbee, nuvole rotolanti.. La temperatura è di colpo salita, tutto sembra muoversi più lentamente.

Il vento, l’onnipresente Aliseo di Capo Verde, se n’è andato e al suo posto c’è una brezza leggera da sud che appiattisce l’Oceano fino all’orizzonte, sposta le barche ancorate alla ruota di fronte al pontile mandandole imprevedibilmente a cozzare con altre come mai si sarebbero sognate nella consueta sferza dell’Aliseo.

Al largo la situazione è ancora più strana. Invece dell’abituale scatenarsi di vento e mare, grigio, corto e cattivo appena scapolata la punta sud-est dell’isola, lunghe, lente onde giganti sembrano partire in silenzio alla carica dall’orizzonte, così lisce da sembrare oleose e così azzurre da far dolere gli occhi.

Gli abitanti del mare sono improvvisamente visibili da lontano, rivelati dai segni che incidono nella pelle levigata dell’Oceano: uno squalo con la dorsale fuori che incrocia appena fuori la punta, diverse tartarughe insonnolite al sole caldo e, emozione, un pesce vela con la doppia rivelatrice presenza della pinna dorsale e del lobo superiore della coda gigante fuor d’acqua.

Sulle secche al largo, nostro consueto territorio di caccia, mille pescetti brulicanti si affollano a chiazze in superficie, in gruppi talora così numerosi da creare un fruscio spumeggiante avvertibile da lontano.

E noi ci cacciamo lì, in mezzo al battito della vita dell’oceano. Sulle secche l’onda lunga evidentemente sconquassa anche in profondità i fondali perché l’acqua lì è nebbiosa, una coltre giallastra ondeggiante. Ma fuori! Con cento metri di Oceano sotto le pinne l’acqua è finalmente blu, luminosa dei raggi danzanti del sole che si perdono nelle profondità. Anche rimanendo in superficie si viene visitati a intervalli da sciami di piccoli carangidi, a coppie inaspettatamente bianche e nere, i maschi nella scura livrea riproduttiva. Compaiono all’improvviso al limite della visibilità, prima uno o due, poi più numerosi, a triplette, a gruppi più fitti fino a che non perdi il conto e sei attorniato da code frenetiche e musi curiosi che ti circondano per un momento, ti danzano intorno e sotto alle pinne, intenti ai loro affari ma con un occhio su di te. E non sai se per caso ti sei ritrovato sulla loro strada o se sono venuti proprio per te, a vederti da vicino, per un momento, prima di proseguire nella loro vita.

Se ti immergi il gruppo è più stretto, sei forse più strano o forse al contrario più consueto perché subacqueo, chissà. Certo è che ti vengono vicino, si specchiano nella maschera, ti nuotano accanto per un lungo momento. E hai la netta impressione che rallentino, che si fermino, che il battito di code del loro nuotare, che a te sembra frenetico ma che certamente è il normale passo del branco, venga reso per un momento più lento dal tuo nuotare così indolente. Poi proseguono, ma altri ancora spuntano e sembra che non abbiano fine finché pian piano invece si diradano e dopo poco l’Oceano intorno a te è di nuovo vuoto.

A intervalli i wahoo fanno la loro comparsa. All’improvviso sono lì, alti a specchiare la loro tigratura contro la superficie, o profondi a confondersi col blu, senza regolarità.

Allora cerchi di controllare l’emozione, tiri un gran fiato e scendi loro incontro, il cuore accelerato, la mente piena di piani di battaglia, di opzioni pre-programmate.

Costui è un massiccio esemplare solitario, guardingo, lento. L’ho già incontrato, è un vecchio nemico. È facilmente identificabile dall’amo d’acciaio che gli penzola dalla mandibola, a sinistra, dove i denti a tagliola hanno chissà quando tagliato il nylon di una lenza. Mi scruta da sotto in su mentre scendo nel tentativo di intercettarlo in caduta, una recente scoperta. Prevedibilmente non cade in questa troppo semplice insidia, dobbiamo giocarcela a tu per tu, in orizzontale, a singolar tenzone. Il lungo fucile è incollato al corpo, la punta sporge comunque oltre la testa e mi costringe a tenerla un po’ piegata di lato, il sagolone inevitabilmente massiccio mi intralcia un poco sbattendo contro le pinne mentre scendo. Lo tengo nella minima visuale dell’angolo superiore destro del campo di visione della maschera, solo la punta del lungo muso pieno di denti, non deve sembrare, a parte il mio scendere, che sia lì per lui. Lui circola a sinistra, mi evita ma rallenta, interessato. A pinne ferme, ormai nella zona di galleggiabilità neutra, mi dirigo nella direzione scelta da lui ma su una rotta parallela, vagamente convergente. Lo perdo inevitabilmente d’occhio nello spostamento ma dopo pochi secondi ruoto di nuovo leggermente la testa, lo cerco: è là, alla stessa distanza di prima. Ci muoviamo nella medesima direzione, entrambi in abbrivio, a pinne ferme, studiandoci. E giochiamo al solito vecchio gioco: chi è il predatore? Io che cerco di non sembrarlo ma che conto di esserlo oppure lui che lo è palesemente? Chissà. Certo è che se poi non lo prendo questo gran predatore non lo sono proprio…

La situazione è congelata, lui non azzarda una mossa di avvicinamento, io non oso voltarmi e affrontarlo direttamente. Il sagolone sotto il braccio comincia a tirare di più e più in verticale, chiaro segnale, insieme al pulviscolo del plancton che comincia a scorrermi a fianco, che sto sprofondando. Mi allungo, premo sulle pinne, cerco di dirigermi più in orizzontale. La testa è però sempre girata dello stesso angolo: lui non molla il traino, siamo ancora entrambi lì. A questo gioco è inevitabile che vinca lui, io ho un tempo contato, lui no. Gli basterebbe restare così e io sarei costretto a dichiarare sconfitta, a rompere il contatto, a risalire. È così che ha sempre vinto gli incontri precedenti: pazientando più di me.

Ora il plancton corre, sento l’acqua ruscellarmi a fianco, non volo più, sto cadendo. Il muso è inclinato, per scendere così in fretta lui deve cambiare assetto. Intorno i colori sono più scuri, il diaframma è alto, sono ormai profondo, devo sbrigarmi, il mio tempo da essere marino sta sgocciolando via in fretta e la mezzanotte con la fine della magia da essere subacqueo è assai vicina. Mi volto verso sinistra facendo perno sul sagolone che ormai è quasi verticale, mi volto direttamente a incontrarlo… e lui non c’è. Il wahoo, anzi i wahoo perché ora sono due, non sono lui: nessuno ha l’orecchino da vecchio pirata, l’amo, a scintillare in controluce. In qualche momento dell’immersione è avvenuto lo scambio e lui è nuotato via. Ha rinunciato allo scontro, ha vinto o ha perso? Il movimento ha incuriosito questi due evidentemente più inesperti, giovani guerrieri che si avvicinano, le code in alto, inclinati per potermi raggiungere. Sono più basso di loro, le pance bianche sono quasi confuse contro il barbaglio della ormai lontana superficie ma sono vicini. Sono sceso così tanto che ormai sono frenato nella mia discesa non più dalla galleggiabilità ma solo dal pallone che struscia contro la superficie mentre il sagolone viene inghiottito dietro di me. Tirando con la mano destra mi creo un po’ di indispensabile gioco del sagolone, allungo il fucile, miro con attenzione. Il bersaglio non è facile, i pesci sono quasi di muso. Sparo al più vicino. Preso, bene. Finalmente libero con uno strattone la sagola dell’asta dal fucile e comincio la lunga pedalata verso la superficie mentre il wahoo al solito scompare.

Quando riemergo il pallone è già lontano, tutto verticale, tirato sott’acqua in un alone di schiuma per più di metà dalla corsa del pesce. La barca in queste condizione di calma non è necessaria per cui, mentre riprendo fiato, lo inseguo nuotando piano. Il pescatore del resto è evidentemente impegnato con un tonno alla lenza perché lo vedo in piedi sulla poppa compiere i gran gesti a braccia aperte di chi giostra un grosso pesce. Raggiungo dopo un po’ il pallone, lego il fucile e comincio a salpare il sagolone che già, come è consueto con un pesce che ha finito le prime energie, scompare dritto verso il basso invece di allungarsi in orizzontale. Salpo piano, tastando ogni volta la tensione da applicare per resistere al pesce. Lentamente le volute si accumulano in superficie ed ecco il wahoo sotto di me. Vicino vedo una sagoma scura, indistinta, che gli circola intorno. Rallento le bracciate ed ecco che l’immagine diventa chiara: è una grossa ricciola atlantica (Seriola rivoliana) che è evidentemente salita dal blu a seguire il trambusto. A fucile scarico non posso farci nulla e la ignoro. Il pesce non sembra avere più eccessive energie per cui mi faccio tirare sotto da una delle scodate, mi tiro a passamano sulla sagola e a cinque o sei metri di profondità intercetto il pesce, gli passo la mano in branchia, gli indirizzo la testa verso l’alto e pinneggio verso la superficie. La ricciola, ancora percepibile come sagoma scura, giù, mentre scendevo incontro al wahoo, ora è invisibile, scomparsa di nuovo nelle profondità da cui era risalita.

Di nuovo a galleggiare in superficie nell’acqua piatta, a fucile carico, ad attendere ciò che il gran dio Poseidone vorrà mandarmi. Sotto, a fianco, tutto intorno, nulla se non i danzanti raggi del sole.

Mi immergo, sperando di attrarre curiosità dagli strati inferiori dell’Oceano. Arrivo lentamente, scivolando più che realmente nuotando, a una quindicina di metri e rimango lì, guardandomi intorno, un po’ trasognato, un po’ incantato. Non certo nella tensione di caccia in cui sei attento a tutti i mille piccoli particolari intorno a te.

Profondo sotto di me, lontano, qualcosa luccica. Poi sembra di colpo scurirsi, poi luccicare di nuovo, più grande e più vicino: è un branco compatto di pesci. Già scendendo, oltre la mia zona di galleggiabilità neutra, ruoto per andare loro incontro. È un fronte unico di carangidi argentei, schiena contro schiena, pancia contro pancia, le teste tutte girate nella mia direzione.

Si aprono per avvolgermi, mi ruscellano addosso, le code gialle che battono decise quasi all’unisono. Sono un branco fitto fitto di mille pesciotti di una decina di chili, carangidi col muso ingrugnito e le pettorali lunghe che aprono all’improvviso in segno d’allarme, frenando, quando capitano troppo vicini, trascinati dalla coesione del branco. Li scruto con uno sguardo affascinato, lento, non coinvolto: non li considero prede valide e forse per questo gli esemplari quasi in coda al branco sono molto più vicini, quasi li potrei toccare. Vedo benissimo la decisione del pesce singolo che decide di passarmi accanto per scrutarmi meglio, ruota la testa, accelera un momento il battito della coda, mi punta contro per poi strusciarmi quasi contro la muta, gli occhi che ruotano nella testa immobile altrimenti mi sbatterebbe contro, per investigarmi, per studiarmi meglio. Sono certo che se fossi un vero essere subacqueo e udissi decentemente sott’acqua, sarei attorniato da fruscii e respiri come in una gran folla.

Finiscono, mi lasciano, sono di nuovo solo. Respirassi, darei un gran sospiro e camminerei via, qui, sott’acqua, posso solo girar la testa verso la superficie e pinneggiare lento, il braccio che si rilassa e lascia lentamente cadere la punta del fucile verso il fondo. Qualche pinneggiata, un ultimo sguardo nostalgico laggiù… un momento. E quelle cosa sono? Vaghe ombre in un branchetto, fonde. Ricciole! E grosse anche. E improvvisamente capisco tutti i riferimenti che mi erano obliquamente giunti sul fatto che qui le ricciole “sono fonde e te le devi sudare”. Ecco dove sono le disgraziate, ben sotto le zone frequentate dai wahoo. Ed ecco, in un lampo di comprensione, la ragione delle ricciole, sempre singole però, che vedevo raramente quanto salpavo dal blu profondo un wahoo che si era inabissato. Che siano in qualche modo anche in relazione con il branco compatto di carangidi? Mah?

Per il momento bando alle illazioni, da studiare poi con cura. Ora pensiamo a quelle che ho sotto i piedi.

Raggiungo la superficie e comincio a rilassarmi e a respirare per il tuffo successivo. Per fonde sono ben fonde, a occhio, confuse com’erano le sagome, sono certamente oltre i ventidue, venticinque metri.

In superficie, mentre respiro, sono cullato dall’ennesima onda gigante che mi solleva nell’acqua vellutata e mi deposita piano nell’avvallamento, in una liscia ciotola cobalto in cui l’orizzonte è scomparso e sei solo col cielo, ogni altro punto di riferimento sparito.

Comincio a recuperare intorno a me il sagolone. È già lento l’immergersi con esso se poi ci si aggiunge anche il dover trascinare la boa… sono pronto, devo sbrigarmi, non posso aspettare tanto, le ricciole da sopra sono certo invisibili, devo scendere un bel po’ e non devo dar loro tanto tempo per nuotare altrove o, peggio, sprofondare di più.

Un gran fiato, il diaframma giù, la consueta pinna su, il braccio col fucile esteso verso il basso, via.

Pedalo deciso, il sagolone si srotola ubbidiente dalla superficie sopra a me, sento distintamente che la velocità di discesa è più alta del solito, bene. Chiudo gli occhi per rilassarmi di più, tanto per i primi quindici metri l’Oceano è vuoto. Il diaframma è salito, sono fondo, apro gli occhi, sotto ecco di nuovo il branchetto.

È più profondo di prima, sta già nuovamente inabissandosi. Proviamo a vedere se riesco ad attirarle qui dove sono, è una competizione senza sugo il vedere tra me e i pesci chi scende di più. Rallento la pedalata e la trasformo in una caduta in orizzontale, ritiro il fucile contro il petto, sono pronto. Arrivano! Vedo distintamente la decisione propagarsi nel branco, prima una, poi due, tre, di colpo tutte che girano la testa verso di me e salgono a venirmi incontro. Il cuore salta al solito un battito…

Eccole di colpo intorno a me, mi circondano, la banda scura inclinata sopra l’occhio evidente nella livrea chiara dei pesci profondi, la fessura scura della bocca socchiusa mentre mi puntano direttamente contro. Sono qui.

Di colpo una gran botta mi fa sobbalzare. Una delle ricciole più grosse mi è arrivata praticamente contro, di fianco, tutta storta, non in mira con la punta del fucile, si è spaventata e ha scodato. Un fremito di allarme si dipana fra le altre, vedo le dorsali alzarsi, le rotte minutamente cambiare. Ma quella che ha creato lo scombussolo è ora ferma sopra di me, le pettorali e la dorsale completamente estese, immobile a guardarmi. Intorno le altre ricciole sciamano, mi mulinano vicine. Sotto, fondo, il branco continua: nel tuffo precedente non avevo visto che lo strato superiore. Sono tante!

Ma il tempo stringe, così profondo non posso indugiare, devo scegliere. La ricciola di prima, lentamente, mi si avvicina di nuovo, ancora storta, ma ora sono pronto. Ritiro il gomito, ruoto il polso, sposto la punta del fucile nella sua direzione, miro con la coda dell’occhio per non muovere la testa e guardarla direttamente, sparo. Presa. Immediatamente scoda, una botta profonda che mi riverbera nel petto, scappa. La sagola si libera dall’aggancio in gomma sul fucile, l’asta è libera. Le altre intorno si sono aperte ma sono ancora qui. Indugio ancora un momento ad ammirarle, agitate ora ma tuttora vicine, poi afferro il sagolone e comincio la lunga risalita verso la superficie lontana.

Non cerco certo di tirarmi dietro il pesce ma faccio scorrere tra le dita il sagolone per almeno frenarlo, rallentarne la fuga verso l’abisso. Pian piano la superficie diventa più luminosa, più vicina. Attraverso un branco dei pesciotti che mi circondavano prima, mentre ero in superficie, fendendolo e facendoli aprire intorno a me, espiro mentre ancora sono sott’acqua con una gran sospiro di bolle, buco la superficie: sono su, respiro pesantemente, riprendo fiato.

La ricciola nel frattempo tira, decisa. Non è un wahoo per cui non ha quella fuga bruciante che tanto stress applica alle attrezzature ma è più potente, tira senza stancarsi. Mi fa ballonzolare sulla superficie calma come un tappo nell’acqua agitata ogni volta che tiro ma pian piano la salpo, sale. Salpo sempre, era bella fonda, c’è giù un bel po’ del sagolone da cinquanta metri. Eccola comparire, un graffio più chiaro sul blu fondo. Attorno, non vedo bene, c’è qualcosa. Le altre del branco sono salite con lei! Mi guardo freneticamente intorno per cercare Checco ma non c’è, galleggia lontano intento alle proprie faccende, peccato avremmo potuto fare doppietta. In ogni caso non salgono più di tanto, a una quindicina di metri abbandonano la compagna ferita e scendono di nuovo: in superficie non vogliono proprio arrivarci.

La ricciola è presa bene, a metà corpo, e vedo anche che è passata in sagola. Nessunissimo problema per il recupero. In fretta la salpo mentre ancora scoda potente, cerco di afferrarla per le branchie, mi scivola via, mi scoda in faccia, scappa in un gran spruzzo di schiuma ancora due metri sotto, annaspo e afferro al volo il sagolino scivoloso di nylon, la tiro verso di me, la abbraccio gambe e braccia stretta stretta, le infilo finalmente la mano in branchia. È mia. Presa. Posso respirare.

La ammiro finalmente ancora col fiatone. È un bel ricciolone atlantico, più alto, massiccio e bronzeo delle nostre ricciole. Bello, è proprio bello.

E mentre lo stringo ancora penso, ingordo: che più profondi ancora ci siano quelli mostruosi davvero, quelli da cinquanta, sessanta chili, di cui ho sentito parlare e di cui ho visto almeno una foto da infarto?

 

 

Riccardo A. Andreoli

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