Arcipelago di
Capo Verde
– Le isole del
Sud –
È notte fonda. Entrando a Santa
Maria l’ormai quasi consueto spettacolo dei fantasmi spezzati delle case
in costruzione scorre a fianco della macchina che ci porta dall’aeroporto
alla pousada dove dormiremo, unica prenotazione riuscita in questo
viaggio. È notte anche più fonda per noi italiani con tre ore di fuso
orario sul groppone. A letto in fretta, domani scopriremo se pescheremo o
viaggeremo.
Quest’anno ancora Capo Verde.
Le isole del sud però, le più lontane dalle rotte turistiche, le più
selvagge… e le più difficili da raggiungere. La pianificazione aveva
raggiunto talora i toni del ridicolo. Un interlocutore “ufficiale”, alla
domanda sugli orari del traghetto che da Fogo arrivava a Brava, peraltro
unico mezzo per raggiungere l’isola, sprovvista di aeroporto, aveva
candidamente risposto: “l’unico modo per essere sicuri degli orari è…
essere lì.”. OK, messaggio ricevuto, fine della pianificazione, ci
arrangeremo lì per lì, a costo di dormire in spiaggia. Tanto a Capo Verde
non piove mai (balla). Per cui, comprati i biglietti aerei per Sal,
l’unica isola dotata di aeroporto grande a sufficienza per i jet, eccoci
partiti alla ventura.
Il pomeriggio dopo, quasi
increduli di tanta fortuna, siamo di nuovo in aereo, in viaggio sì per
Fogo, ma con tappa notturna obbligata nell’isola di Santiago,
pernottamento a Praia, la capitale, il volo la mattina dopo alle cinque.
L’aereo scende in mezzo alle
nuvole, uno scossone ed eccoci in Fogo, finalmente, la mattina presto del
terzo giorno di viaggio. Siamo fortunati, i bagagli sono ancora con noi e
il fatidico traghetto parte fortunosamente oggi e riusciamo ad agguantarlo
pur con qualche thriller per l’acquisto dei biglietti: il porto è lontano
da S. Felipe, la città principale, e non si capisce bene se li dobbiamo
acquistare lì o qui. Ci entra perfino prima un paio d’ore di visita
platealmente turistica.
Fogo è, come si può intuire dal
nome, un vulcano. Il picco è a quasi tremila metri e dominerebbe l’intero
paesaggio non fosse quasi sempre occultato dalle nuvole. L’aridità in riva
al mare è totale, drammaticamente assoluta, spiagge di sabbia nera si
intervallano a battigie di sassoni tondi e grigi da panorama lunare,
butterate pareti verticali scompaiono, ocra e nere, nel mare. Uniche
macchie di colore le pitture sbucciate delle imbarcazioni dei pescatori
nelle rare insenature adibite a porto. Il verde c’è, tuttavia, ma bisogna
salire assai in alto, su per le pendici del vulcano, dove i veli di
umidità finalmente condensano e scendono a bagnare la terra. Spesso quassù
si vedono gli abitanti con le maniche lunghe e un paio di strati di
vestiti. Esistono in quota, ci hanno detto, una fiorente piantagione di
caffè e perfino una di vitigni impiantati da un italiano.
Sul traghetto ondeggiante al
mare grosso che ci porta a Brava cerchiamo di forare con lo sguardo le
nuvole basse che ottundono la grigia visibilità per cercare di scorgere a
dritta, finalmente, la vera ragione del nostro arrivo fin qui, gli Ilhéus
Secos, come si legge sulle carte nautiche. Sono tre isolotti principali
più scoglietti vari a Nord, Nord-Est di Brava, a metà tra la batimetrica
dei mille e quella dei tremila metri. Indicazioni di un pescatore
subacqueo francese, residente sull’isola, rilanciate obliquamente da un
amico, ci hanno assicurato essere queste le zone migliori in tutto
l’arcipelago per il pesce del blu; con pesce grande, molto grande anche se
molto fondo, nel caso delle ricciole atlantiche. E un sussurro di una
secca a nord, non segnata sulle carte, con una risalita fino a -50 m, nota
ai pescatori del Big Game che ci vanno a prendere i marlin ma mai pescata
da subacqueo, dove ogni incontro è non solo possibile ma probabile.
Intanto dobbiamo risolvere
prima alcuni “piccoli” particolari. Trovare un posto dove dormire questa
notte, oltre a scovare un pescatore con cui uscire per pescare. E qui
cominciano i guai. A quei pochi (non abbiamo ancora imparato il
portoghese!) sul traghetto che parlano inglese chiediamo esaustivamente
notizie non dico di un albergo ma di una pousada, di stanze da affittare,
direttamente a Furna, il porto di arrivo sulla costa Est: niente.
Scendiamo a terra e ricominciamo la caccia: niente da fare, a Furna non
sembra ci sia modo di fermarci. Alternative, dormire a Nova Sintra, il
paese principale, ma è lontano dal porto sette chilometri di tornanti
folli che schizzano a oltre 500 m di quota oppure saltare a Fajã d’Água ,
sul versante Ovest, sulle carte segnato come altro porto con, sappiamo,
almeno una possibilità di alloggio.
OK., deciso, vada per Fajã d’Água.
Sballottati sul taxi collettivo, un camioncino aperto con panche più o
meno imbottite ai lati del cassone, ci inerpichiamo ripidissimamente fino
a Nova Sintra, passiamo cigolando a lato della fiorita piazza principale
sotto l’eterno tetto di nuvole grigie e precipitiamo altrettanto
ripidissimamente sul versante ovest all’interno di una incredibile strada
scavata a canyon nelle rosse rocce sedimentarie. A Fajã d’Água altre
difficoltà: quel tale alloggio non è agibile per lavori di
ristrutturazione ma Josè, il gentilissimo proprietario, in un francese
impeccabile, ci trova una stanza in affitto temporanea e, più importante,
ci affitta per il giorno dopo, ad un prezzo però “europeo”, la sua barca
con il motore ed un pescatore a guidarla. È intanto ormai notte, nelle
quattordici case del villaggio i ristoranti non esistono, luoghi ove
mangiare solo la casa di Josè. Le stanze sono un turbine ronzante di
zanzare ma ormai non importa, siamo arrivati. Adesso resta da vedere da
domani se il pesce collabora.
La mattina, finalmente, apriamo
i bagagli. Quest’anno viviamo una rivoluzione. Dopo decenni di fedele e
impeccabile servizio abbiamo lasciato a casa i miei oleopneumatici.
Abbiamo i fiammanti monoscocca 130 in carbonio della C4, talmente nuovi
che non li abbiamo potuti nemmeno provare, con doppio elastico da 18, aste
doppia aletta da 7 mm per 1,70 metri, montati senza mulinello, con il
sagolone e le comodissime boe pneumatiche da 35 litri della Rob Allen che
possono essere pompate fino a una o due atmosfere in modo da ridurre se
non risolvere il problema dell’affondamento e della conseguente perdita di
galleggiabilità della boa pneumatica con un pesce grande.
Le mute poi sono degli assoluti
capolavori. Abbiamo spinto il mimetismo per la pesca nel blu fino alle
estreme conseguenze. Il pittore di Polosub le ha confezionate su nostro
preciso disegno, seguendo la tecnica mimetica della contrombreggiatura dei
grandi predatori, talmente efficace da costituire un esempio di
convergenza evolutiva. Viene cioè adottata da animali di diversissima
origine: pesci cartilaginei come gli squali; numerosissimi pesci ossei
come carangidi, tonni eccetera; perfino mammiferi come i delfini. Sono,
sia giacca sia pantaloni, scure sul dorso e chiare sulla pancia, per di
più non con tinte unite ma con una spezzettatura a macchie del colore che
dovrebbe occultare ancora di più la sagoma. E, tocco di totale
raffinatezza, il braccio destro, quello che nei momenti cruciali
dell’avvicinamento deve per forza muoversi, l’abbiamo voluto blu scuro in
tinta unita per confondersi meglio in orizzontale.
Le pinne sono le consuete
Falcon della C4 che nella pesca nel blu permettono con pochissimo
movimento quegli spostamenti cruciali a ridosso del pesce. Più una o due
armi segrete…
Lo so, è un assoluto azzardo,
che pagherò caramente, soprattutto all’inizio, cambiare dopo così tanti
anni un’arma che ho ormai in testa ancor più che “in mano” e con cui sparo
quasi ad occhi chiusi. Non solo nel senso che possono cambiare le
inclinazioni e le sensazioni del fucile ma anche, anzi soprattutto,
cambiano le tecniche di contorno, tutti i piccoli trucchi per armare
l’asta, il caricamento degli elastici eccetera. Negli anni passati,
caparbiamente, ho assolutamente evitato di sfiorare il mondo dei fucili ad
elastico ma ho dovuto cambiare idea. La prima frattura in questo mio muro
di convinzioni l’hanno data i fucili australiani, poi, quasi decisiva, la
spallata data dal mio Tuna Gun californiano con i suoi cinque elastici,
testimonianza delle convinzioni di chi i tonni da record, svariate
centinaia di chili, li prende davvero. La goccia finale sono stati i wahoo
di Sal dell’anno scorso. Semplicemente gli oleopneumatici non avevano quel
metro, metro e mezzo in più, indispensabile per un tiro, non dico
confortevole, ma utile. Quindi, ecco: l’arma finale nella pesca nel blu
può essere solo il fucile ad elastico. Fornisce non tanto quella velocità
di tiro tanto decantata dagli estimatori, ma la potenza, che poi si
risolve in gittata, dovuta allo spezzettamento delle operazioni di carico
fornita dagli elastici multipli.
Poi, problema sagole, che ci
creerà innumeri grattacapi durante tutto il periodo. Monto senza nemmeno
pensarci il sagolino che mi ha servito fedelmente per anni con gli
oleopneumatici. È quello che si usa per costruire il trave principale
della long-line di origine giapponese per la pesca di tonni e pescispada.
È in nylon trecciato bianco da due mm, estremamente resistente alle
abrasioni ed è soprattutto assai rigido, così da non creare nodi
nell’attimo dello sparo. Me lo sono portato dietro per il mondo da un
sacco di tempo, non mi ha mai deluso, ne ho perfino mandato in Australia
dove, pure lì, i pescatori ne avevano riconosciuta la validità. So che con
un trecciato perdo un po’ di velocità dell’asta ma nella pesca nel blu
questa non è assolutamente una priorità. Per scrupolo di quella che
ritengo assurda pignoleria, passo i fori dell’asta con un poco di
cartavetro fine per ridurre l’eventuale bordo tagliente, faccio passare la
sagola nel buco avanzato per sfruttare l’effetto “aletta” nel caso che il
pesce passi in sagola, ci faccio una gassa d’amante che tiro con le pinze
e sono pronto a dimenticarla per il resto della vacanza. Errore marchiano!
Mattina, è purtroppo tardi per
le consuete ragioni organizzative delle prime volte ma finalmente eccoci
sul lungomare con le sacche pronte. Qui non c’è nemmeno la scusa non dico
di un porto, ma di un ridosso, di un riparo di alcun genere. Non fosse per
l’assoluta regolarità degli Alisei e per l’alta parete a picco sopravvento
che lo protegge, questo micropaese di pescatori non sarebbe nemmeno potuto
nascere. Montiamo sulla barca, una delle solite di capoverde, in legno,
pesante, un poco sempre sbertucciate, questa senza però la consueta vasca
dell’esca viva di traverso. Non sembra essere un buon segno ma forse
perché non è la barca di un pescatore vero ma quella personale di Josè.
Speriamo. Gli ordini al pescatore sono chiari, sottolineati da
sbracciamenti enfatici. Vogliamo andare agli Ilhéus a prendere Serra, il
nome locale dei wahoo (Acanthocibium solandri).
Scapoliamo la punta e pian
piano, col vento direttamente in prua, a sbattoni, ci avviciniamo. Non
sappiamo nulla della zona verso cui ci stiamo dirigendo per cui ci
affidiamo completamente al pescatore. Il quale non sembra fare molti
sforzi. Poco oltre la metà del canale tra Brava e l’isolotto più vicino
trova davanti a sé delle altre barche ancorate nella consueta pesca alla
lenza capoverdiana, si ferma più o meno in mezzo ad esse e ci dice che
siamo arrivati. Guardiamo incerti gli altri pescatori, fossimo, non dico
in Italia ma anche solo a Sal, ci sarebbe una mezza rivoluzione a
subacquei così vicini. Comunque, proviamo. Prima di scavalcare la murata
il pescatore riesce a comunicarci in qualche modo di stare attenti, che
qui ci sono “Tiburon”: il consueto timore degli squali dei pescatori di
tutto il mondo.
In acqua, finalmente. Sotto, il
consueto blu, sempre nebbioso qui, mai con i danzanti raggi solari che ti
invitano a scendere come nel limpido Mediterraneo.
Primi tuffi, lenti, per rompere
il fiato. C’è un po’ di corrente e lentamente deriviamo via dalla zone di
pesca delle imbarcazioni. Il mare è al solito agitato per cui a tratti,
nella risalita in un cavo d’onda, non vedi l’imbarcazione che deve
seguirti fedelmente. Il pescatore è nuovo, non so ancora se devo fidarmi
che non ci perda, qui in mezzo all’oceano, ma, oltre alle boe giganti
rosso fuoco collegate ai fucili, al solito ho per sicurezza in cintura sia
il fischietto sia i palloncini “da avvistamento” arancione vivo. Sembra
però che sia attento.
Prime impressioni, le mute sono
piuttosto galleggianti, in effetti sono 5,5 millimetri la giacca e 3,5
millimetri i pantaloni, serve proprio quel chilo in più che all’ultimo
momento ho deciso di infilare in cintura. I fucili, quando li ruoti,
vibrano, non come i “solidi” oleopneumatici. Devo estirpare questa
abitudine dal mio corredo ormai quasi genetico di comportamento subacqueo.
E, prevedo, non sarà affatto l’ultima. L’asta è lunga, un metro e
settanta, ma non crea troppo impiccio. Forse un po’ di imprinting con il
Tuna Gun comincia a funzionare. Poi, sono leggeri, in mano quasi non li
senti. Bello. E, a caricarli, i due elastici fanno male. Temo che dovrò
abituarmi e trovare per esperimenti il punto d’appoggio migliore. Già ho
visto che sullo sterno mi massacrano ma se li appoggio sugli addominali va
molto meglio.
Checco ha avuto un lavoro
improvviso per cui deve ancora raggiungerci. Sono con Nicola, che già
aveva pescato a Sal l’anno scorso per cui, pur senza una enorme
esperienza, non è un novellino della pesca nel blu. Peschiamo a turno, un
tuffo a testa, tenendoci d’occhio. Da fuori, e da occhio umano, le nuove
mute sono fantastiche anche se ancora un po’ chiare sul dorso.
I tuffi si susseguono regolari,
pazienti come tutte le immersioni nel blu. L’unica cosa su cui l’occhio
riesce a mettersi a fuoco in quell’infinito sotto i piedi è una delle
innumerevoli forme di plancton galleggiante ad ogni profondità. C’è
profusione di Cinti di Venere che sono una solenne scocciatura perché con
la loro forma allungata, quasi delle stesse proporzioni di un wahoo, ad
una delle consuete passate veloci dello sguardo da caccia ti fanno
sobbalzare. È vero che appena li guardi direttamente l’impressione
scompare ma basta molte volte a interrompere a ripetizione lo scandagliare
continuo, tridimensionale, dell’ambiente circostante.
Mi aspetto di non dover
attendere a lungo. I wahoo, ho notato, sono relativamente abitudinari. In
condizioni normali si concentrano più o meno negli stessi punti, nei
dintorni del tetto della secca, anche di quelle molto fonde come credo sia
quella in cui in questo momento ci troviamo. E arrivano quasi subito,
magari anche una volta sola, a investigare rumori e “cose strane” che
accadono lì vicino.
Finalmente, come mi aspettavo,
non un falso allarme. Una lunga forma scura coagula improvvisamente sotto
i nostri piedi. Un gran fiato, scendo, lo ignoro, mi giro quasi di spalle.
Il fucile, rispetto agli oleopneumatici, è più lungo, non riesco a farlo
stare tutto nella sagoma del corpo, sporge l’asta. Sembra che al wahoo
vada bene lo stesso perché arriva deciso, tentenna un momento accennando
ad una virata, viene. È ora di provare il fucile. La distanza sarebbe al
limite con l’oleopneumatico ma dovrebbe essere più che a tiro con questi.
Allungo il fucile, sparo. Clamorosamente mancato! E mirare? Probabilmente
l’eccitazione della caccia e sicuramente gli antichi automatismi hanno
avuto il sopravvento. Mi piace pensare anche che forse l’avrei preso con
l’oleopneumatico ma qui non mi posso permettere queste scivolate. L’azione
di caccia si conclude con il tiro, preciso, per favore!
Sul versante positivo, il
sagolino bianco ha segnato bene il percorso dell’asta e ho potuto vedere
che si è fermata, magari rallentando, ma ben, ben oltre il pesce. Ottimo,
la distanza c’è.
Intanto Nicola in superficie
non c’è più. Mentre risalgo lo vedo già all’opera, immerso in orizzontale,
alle prese con un wahoo che però sembra poco invogliato a cooperare. Forse
è spaventato dalla botta degli elastici o forse dalla mia risalita vicina
ma dopo poco perde interesse e se ne va sprofondando. Penso fuggevolmente,
e non sarà l’ultima volta, che devo scurire il dorso delle mute, il wahoo
sì che è invisibile e scompare alla vista. Certo è, però, che lui ha il
controllo del proprio colore e può cambiarlo quando gli pare... Ma sono
convinto che prima o poi arriveremo anche noi umani alle mute a colori
variabili, magari anche solo come sfumature se non proprio come tinte di
fondo.
Altri tuffi, tanti altri tuffi,
quieti, mentre deriviamo sempre di più, ma di pesci nemmeno l’ombra.
Fossimo con il “nostro” pescatore a Sal probabilmente saremmo già stati
ripescati da un pezzo perché ormai lontani dal tetto, ma forse qui la
secca è più grande o forse il pescatore meno accorto. In ogni caso lo
chiamo e ci facciamo riportare a monte. E, guarda caso, al terzo tuffo
ecco una coppia di wahoo che arriva direttamente da sotto. Scendo in
obliquo allontanandomi da loro, arrivo a una dozzina di metri e mi
orizzontalizzo completamente. Un rapido sguardo obliquo da sotto la spalla
destra e, eccoli, stanno arrivando. Chiudo gli occhi e aspetto. Socchiudo
a tratti le palpebre perché va bene non far vedere gli occhi feroci del
predatore ma nel blu non è mai bene perdere contatto completamente con
l’ambiente intorno. Intanto, complice anche l’affrettata e non completa
inspirazione iniziale, sto scendendo. Ma ormai eccoli, sono qui, posso
risparmiarmi anche il colpetto di pinna di sollevamento. Sono vicini tra
loro, ormai arrivano dall’alto, quello davanti punta deciso, ruoto
leggermente a destra, allungo piano il braccio… e il sagolone che passa
sotto l’ascella destra fa attrito contro la muta e si blocca fermando il
fucile. Non faccio in tempo nemmeno a reagire, nemmeno a pensare ad una
parolaccia, che il wahoo passa direttamente davanti alla punta del fucile,
senza pensarci sparo. Mamma che botta che tirano questi fucili così
leggeri sul polso. In ogni caso il pesce è preso e bene. Faccio in tempo a
vedere l’asta scintillare dall’altra parte per la solita frazione di
secondo concessa da questi fulmini poi semplicemente il pesce non c’è più.
Al suo posto una nuvola di bollicine ed ecco il sagolone che schizza via.
Risalgo col fucile in mano, prendo fiato. Il pesce non è grosso e mentre
fugge via il pallone è verticale ma immerso solo fino a un quarto in una
doppia onda di schiuma. Mentre nuoto con decisione vedo con la coda
dell’occhio che la barca mi segue e riesco dopo poco ad agguantarlo.
Saggio la resistenza del pesce, tira ancora da matti: aspettiamo. Nuoto a
fianco del pallone e ne approfitto per legare il fucile alla boa così da
avere le mani libere, poi ritento: adesso viene. Pian piano, contrastando
le puntate decise che il wahoo ancora effettua, lo salpo fino a vederlo
finalmente, un balenare argenteo, sotto i miei piedi. Nuota ancora ma più
lentamente, accelero il recupero e mi immergo a prenderlo mentre ancora lo
salpo negli ultimi cinque o sei metri, così da evitare il maledetto
chiudersi dell’arpione al ricadere in giù dell’asta quando in superficie
l’onda scende. Afferro l’asta, aspetto un momento che le branchie si
aprano al respiro del pesce, infilo dentro la mano guantata, stringo
saldamente e schizzo verso la superficie. Afferro il coltello e lo uccido
subito. Finalmente l’azione di caccia è finita. Respiro lentamente, a
pieni polmoni, recuperando fiato. Mi guardo intorno, la barca è a cinque
metri, il pescatore in piedi sporto oltre la murata, evidentemente curioso
del risultato di tutte queste strane azioni. José poi mi confermerà il suo
stupore nel vedere subacquei che così, senza fondo dove andare, potessero
immergersi e prendere davvero pesce, e non solo pesce ma addirittura i
Serra. Il suo primo impatto con il Blue Water. Sollevo la testa del wahoo
e glielo mostro. Alza la mano in un gesto soddisfatto, accende il motore e
mi viene a prendere. Gli passo il pesce e salgo a bordo, devo tornare a
prendere Nicola, evidentemente il punto di raccolta è proprio sul tetto
della secca.
Altri tuffi ancora, tanti,
ripescati a ripetizione dal pescatore che sembra aver colto l’idea ma,
sebbene qualche altro wahoo si mostri, nessuno viene a tiro. Andiamo male.
Nelle favoleggiate isole del sud sembra ci sia meno pesce che al nord. E
sì che anche le condizioni di luna dovrebbero essere ideali. Dovremmo
probabilmente cambiare secca ma il pescatore sembra dire che vicino non ce
ne sono altre. Con un vago cenno della mano indica che più a sud, lontano,
ce n’è un’altra, “demais grande” e con più pesce. Ultimi tuffi speranzosi
ma senza nessun altro avvistamento.
Alla fine basta, nonostante
tutta la concentrazione dei pescatori del blu mi annoio, non passa pesce,
uffa. Ultimo tuffo, scendo sotto il livello di agitazione della
superficie, mi metto in orizzontale, miro ad un cinto di Venere
particolarmente grasso, sparo. Mancato, va bè, ma di poco. Fine della
pescata.
Risalgo con il sagolone in mano
e, prima di passarlo a bordo, reinserisco l’asta nel fucile. E guardo,
assolutamente esterrefatto, il sagolino. È mangiato quasi totalmente,
l’asta tenuta solo da uno sparuto sfilaccio! Ma se ho sparato tre volte e
preso un pesce, dico uno! E sparando con il doppio giro l’asta non arriva
certo a fondo corsa, dopo otto metri, con un tirone selvaggio. Non solo, è
collegata al corpo del fucile da un attacco in gomma, morbido, fatto
apposta perché l’asta si stacchi da sola quando il pesce tira. Assurdo.
C’è qualcosa che non va.
Ecco iniziata la tortura delle
aste e delle sagole che ci tormenterà e perseguiterà per tutta la
spedizione. Ma ancora non ne vedevamo che le prime, timide, avvisaglie. Il
ritorno a casa è tranquillo, il vento a favore, i polmoni indolenziti dopo
le lunghe ore passate a pescare. Caldi nelle mute nonostante gli schizzi
da poppa.
Il giorno dopo, prima per
fortuna, eccoci in viaggio verso questa famosa secca. È lontana ma è a
sud-ovest, nella zona dell’isola a ridosso delle furiose raffiche degli
Alisei, per cui è un lungo viaggio tranquillo, al sole. Sembra proprio
estate. A fianco trascorre Brava, rarissime le tracce di vita umana: un
sentiero polveroso in alto sulla montagna con una file di figure con
fagotti multicolori sulla testa, una chiesetta solitaria inerpicata su una
guglia a picco sul mare, aridità, null’altro.
Ho cambiato in mattinata la
sagola dell’asta e, per prudenza, mi sono portato via una gugliata di
ricambio. È sicuro che la controllerò con diligenza. Finalmente,
sull’orizzonte piatto e blu, dei puntini neri che presto si trasformano in
imbarcazioni di pescatori. Come il giorno prima ci ficchiamo senza
cerimonie in mezzo e ci fermiamo. I pescatori, di nuovo, sembrano più
incuriositi che scocciati. Cogliamo, nella bruma linguistica, più volte
ripetuta la parola “mergulhadores”, subacquei: è vero, siamo noi.
Vestizione rapida, in acqua,
sono ansioso. L’acqua è calma e oggi c’è perfino il sole: la visibilità è
migliore ma al solito difficile da valutare nel blu senza reali punti di
riferimento. Cominciamo ad immergerci, a ripetizione come ieri. Spero, al
solito, nei wahoo di guardia alla secca per cui i primi tuffi sono sempre
molto nervosi ma non compare nulla. Oggi c’è anche pochissima corrente per
cui dopo diverso tempo siamo ancora a ridosso delle barche. Decido di
spostarci, stiamo pescando sempre nello stesso punto. Tirandoci dietro i
palloni nuotiamo verso la costa, del tutto a caso ma confidando nella
secca “demais grande”. Nulla ancora, deserto. Ma non doveva essere una
secca più ricca?
Nonostante l’incrollabile,
quasi, nostro ottimismo dopo un poco ci dobbiamo arrendere: qui non c’è
pesce, per lo meno per noi. Scopriremo poi, ahimè troppo tardi, che è vero
che la secca è più ricca ma NON di Serra, di altro pesce che evidentemente
cede alle lusinghe dell’amo ma non sembra interessato a salire da ignote
profondità a curiosare intorno a questi falsi wahoo bipedi sbuffanti in
superficie.
Alla nostra lamentela il
pescatore cosa fa? Chiede informazioni. Si avvicina ad una delle
imbarcazioni, parla a lungo col magrissimo pescatore a bordo, gran
mulinare di braccia e affondi degli indici verso la costa, sembra proprio
che descriva i punti per trovare la secca ignota al nostro, ormai ho dei
dubbi, “pescatore”, e partiamo. Avvicinandoci alla costa l’acqua diventa
ancora più calma, azzurra. Un quarto d’ora di lento bollire nelle mute poi
ci fermiamo. In acqua, sperando. Per fortuna noi del blu non abbiamo
quella necessità di precisione che hanno i pescatori che scendono per
forza, obbligatoriamente, sulle rocce. Primo tuffo, niente. Ahia. Scende
Nicola, niente. Secondo tuffo mio e ecco che passa un wahoo, veloce. Un
gran fiato, pinna in alto, scendo… un metro dietro la coda del wahoo passa
uno squalo, alla stessa quota e velocità. Scendo lo stesso, arrivo in zona
e mi guardo intorno. Wahoo scomparso, squalo no. Eccolo che torna, la
forma a perfetto triangolo delle pettorali e della dorsale dello squalo
che punta direttamente contro te. Più fondo ne vedo un altro, anzi no,
due, ma hanno una forma strana, sono lontani non li vedo bene. Poi
arrivano anch’essi, due squali martello. E il wahoo? Per quanto lo cerchi
non lo vedo da nessuna parte. Non posso credere che sia una loro possibile
preda, forse è solo stato disturbato. Gli squali mi girano intorno,
curiosi, finché mi scoccio e faccio una puntata decisa, movendo apposta un
sacco d’acqua, verso quello più vicino che identifico a spanne come un
Carcharinus di qualche tipo. Anche se non fluente il mio squalese fin lì
ci arriva. L’onda di pressione del movimento viene correttamente
interpretata come un “stai alla larga” e lo squalo scende, a pinne ferme
(guarda bene che io non ho avuto davvero paura, sai?). Mentre risalgo uno
dei martello sprofonda ma l’altro sale con me. Nicola l’ha visto e lo
guarda col fucile puntato. In superficie ho modo di osservarlo bene mentre
incrocia, nervoso: è più verde del Carcharinus, la testa sottile e quel
gran muscolo laterale che la fonde in perfetta idrodinamicità col corpo.
Sotto non c’è più movimento, né squali né wahoo. Lo show è tenuto dal
martello che, alla mia successiva immersione, si avvicina. Nuota a scatti,
fa un paio di puntate verso di me, che scendo storto per tenerlo d’occhio,
risale in superficie. Da sotto vedo la superficie calma specchiare prima
la forma dello squalo che si avvicina alla parete riflettente, poi la
pinna dorsale incide la superficie e increspa a ondate l’immagine, come
uno specchio di mercurio. Intorno nulla. Forse, ma proprio forse, sotto,
una vaga ombra potrebbe essere l’altro martello ma non sono sicuro.
Comunque non è certo un wahoo. Risalgo e ancora il martello a scatti
scende a incontrarmi. Squalese di nuovo e scappa via un paio di metri, poi
si gira e rimane fermo a guardarmi. È buffo come, quasi immobile, segua la
mia risalita a pinne ferme, come un cucciolo cui fai seguire con la testa
un boccone di pane. Comunque è sempre lì.
Wahoo evaporato, altri pesci
niente, magari riesco a fotografarlo. Chiamo la barca ma al rumore del
motore che si avvicina se ne va, prima in superficie poi sempre più in
profondità. Comunichiamo al pescatore l’avvistamento multiplo di tre
squali e restiamo a derivare, io con la macchina fotografica, Nicola
ancora col fucile, ma niente si muove.
Quello con lo squalo alle
calcagna sarà l’unico wahoo avvistato della giornata. Dopo altre ore e un
altro “baixo”, secca, cosa che nel blu devi prendere per fede e che non
puoi mai davvero controllare, peraltro vuota, chiediamo per disperazione
al pescatore di tornare su quella degli squali. Lui dice sì ma ci molla in
quello che sembra un ambiente del tutto diverso. Prima di tutto ci sono
folti branchi di pesci chirurgo, cosa che ho ormai imparato ad associare
al tetto di una secca e che certo prima non c’erano. Ma soprattutto non
compare nessun wahoo. Tornando a casa con un clamoroso cappotto ci rimane
il dubbio che il pescatore abbia voluto difendere questi pazzi da loro
stessi e ci abbia portato in realtà ben lontani da dove gli squali erano
stati avvistati.
Abbiamo scoperto che il
traghetto parte la mattina successiva assai presto. Per tre, forse quattro
giorni non tornerà per cui decidiamo di partire: Checco arriva domani
nell’isola vicina, Fogo, e non credo valga per il momento la pena di
insistere qui a Brava. Un’altra notte sacrificale alle zanzare poi ci
arrampichiamo di nuovo fino a Nova Sintra in mezzo alle nuvole grigie
della prima alba, vestiti nel camioncino aperto con maglioni e berretti di
lana, e riprecipitiamo a scossoni su Furna, col rimpianto di non aver
potuto organizzare meglio la permanenza. Purtroppo abbiamo avuto la
conferma da Josè che il pescatore francese cui avremmo potuto appoggiarci
era in quel momento in vacanza in Francia.
Rotta da Brava a Fogo contro
vento e mare assai agitato nonostante sia mattina presto. Attorno e sul
ponte superiore i capoverdiani si scatenano in getti di vomito di notevole
spessore atletico che ci costringono a scatti acrobatici altrettanto
notevoli. Per fortuna le onde che entrano a bordo alle imbardate più
cattive presto sciacquano tutto, noi compresi.
Al porto ecco Checco, cotto
anche lui da tre giorni di viaggio, ma ansioso di sentire notizie.
Decidiamo di fermarci qui a
Fogo qualche giorno, fino alla partenza di Nicola, fra pochi giorni.
Usciremo a mare, ahimè ancora a prezzi “europei”, con quello che ci hanno
descritto come in assoluto il migliore pescatore subacqueo dell’isola, tal
Ghighinho, tipo da trenta e passa metri tranquilli con alcuni record
impressionanti sia sott’acqua sia alla canna. Il suo boss è un olandese
specializzato in Big Game che ci mostra orgoglioso le foto dell’ultimo
Marlin che ha catturato, guarda caso sulla famosa secca a nord degli
isolotti: un dinosauro da oltre 600 chili! Il tempo è brutto, il mare è
mosso, le fasi di luna secondo lui sono pessime, bisognerebbe aspettare
dieci giorni per andarci per non parlare del folle prezzo che chiede per
la barca grande d’altura: niente spedizione alla secca, pescheremo in
isola. Peccato, incastro non riuscito. Per ora, ma in futuro…
Il giorno dopo appuntamento
finalmente presto. In barca, sulla costa nord, quella più battuta dal
vento ma quella più pescosa, direzione Baixo das Sete Cabeças, la secca
dalle sette teste. Il viaggio è lungo, un’ora e mezza di sbattoni e
secchiate d’acqua ma finalmente arriviamo.
Avete presente quello che il
profano immagina pensando alla pesca subacquea? Estate, sole, mare
azzurro, calmo, anzi di più, proprio piatto piatto, caldo. Barca ferma, a
bordo l’immancabile ragazza, carina, abbronzata e in bikini? Sappiamo
tutti quanto falsa sia assai spesso questa invitante cartolina. Ma qui
siamo aggressivamente agli assoluti antipodi.
L’onda lunga degli Alisei che
prende la rincorsa dalle coste d’Africa rimbomba con violenza contro le
sette “teste” della secca. La corrente impetuosa fa ruscellare in rivoli
bianchi la spuma che ricade dopo essere esplosa contro le rocce nere. Il
cielo è grigio piombo, deciso, le nuvole rollano basse e minacciose. La
barca sussulta e beccheggia nell’aria rumorosa anche al precario riparo
dello scoglio più grosso. Il vento sibila e si insinua in ogni fessura dei
vestiti raffreddando tutto quanto sia umido, il che vuol dire tutto. E
lasciamo stare la ragazza per carità. Ci spinge solo la conoscenza che
appena passato quel sottile ma iniziatico diaframma della superficie
saremo caldi, asciutti e in un altro mondo. E, sempre, la speranza che
pesci bellissimi salgano curiosi dal blu.
E proprio qui, nel blu, sta il
problema, come scopriamo dopo poco. Ghighinho non ha la più assoluta idea
di cosa sia la pesca nel blu per cui ci porta a pescare dove e come pesca
lui, sulle rocce. Il che non sarebbe niente di male non fosse per i
sagoloni che rischiano di impigliarsi e rallentano e incasinano
potentemente discesa e risalita, soprattutto in condizioni di corrente. In
ogni caso in acqua. Condizioni davvero pessime, l’acqua è assai sporca, un
sacco di sospensione, alghette strappate che derivano contorcendosi
nell’acqua agitata anche in profondità. Sarebbe da pescare all’aspetto sul
fondo. Impensabile con queste attrezzature. Inventiamo una via di mezzo.
Una specie di discesa con lunga planata fonda, sollevati qualche metro dal
fondale. Poco pesce, si vedono rari carangidi, in genere lontani per di
più. Sparati via dalla corrente insistiamo, ripescati a turno, per diversi
giri sulle punte ma, pur prendendo qualcosa, i risultati sono
costantemente sconfortanti. Di pesci nel blu, wahoo soprattutto, in queste
condizioni non v’è traccia.
Le aste? Forse è lo sparare ai
carangidi che le stressa meno ma non ne perdiamo nessuna anche se devo
sostituire al volo una sagola un po’ sfilacciata all’asola con una di
riserva, ma è quasi più per pignoleria che altro.
Torniamo indietro a salto,
pescando qua e là, e continuiamo a prendere carangidi e qualche combattivo
“enforcado”, i tipici carangidi neri (Caranx lugubris), ma null’altro di
valore. Giornata finita, abbastanza deludente, senza un vero pesce del
blu: domani andremo a ridosso, sulla costa sud ovest, dove l’acqua
dovrebbe essere limpida, perché se non è blu blu non ci sono wahoo, è il
verdetto degli esperti locali.
In effetti il giorno dopo
l’acqua, dopo un lungo viaggio tranquillo in cui facciamo in tempo quasi
ad appisolarci sulla piatta superficie del ridosso, è limpida. Almeno
sembra tale da sopra perché una volta immersi la realtà è una nebbia sui
quindici, venti metri che ottunde la vista delle varie secche su cui ci
porta Ghighinho. Il verdetto è che è un’onda lunga di una tempesta lontana
a sud a creare queste condizioni scarsamente ideali.
In ogni caso peschiamo. Usiamo
la tecnica che abbiamo visto funzionare ieri: lunghe planate fonde. È
ancora strano, dopo tanta pesca nel blu, quando scendendo vedi comparire
dopo un po’ sotto di te le rocce. Ma in queste condizioni, più tranquille
rispetto a ieri, pesce ce n’è.
Subito perdo un’asta. Scendo
attorniato da carangidi chiari che ho scoperto fanno richiamo ad altri
pesci intorno, scruto oltre di loro e vedo, più fondi, un brancotto di
“enforcado” neri e massicci. Scendo lentamente, il fucile pronto, arrivano
irresoluti a tiro, il più grosso è un po’ lungo, dietro agli altri, miro
sparo preso. Il pesce parte verso il fondo, risalgo con il sagolone in
mano facendo pressione per tenerlo sollevato dalle rocce, pedalo per una
decina di metri scarsi quando il sagolone è improvvisamente molle nelle
mie mani. Il pesce se ne’è andato! Ma come… arrivo in superficie, tiro
arrabbiato, e scopro che non è il pesce che se ne è andato, è proprio
l’asta che ha preso commiato.
Evidentemente colpa mia. La
sera prima avevo sostituito al mio fucile la sagola e, pensando di ridurre
l’attrito e di facilitare l’aggancio nelle tacche, avevo rimosso la lunga
gassa che si incastrava sempre tra asta e ogive dei due elastici e avevo
semplicemente annodato la sagola dall’altra parte del foro avanzato. E
avevo anche fatto non un nodo normale ma un Savoia e lo avevo pure tirato
con le pinze! Possibile che si sia sciolto con tale mostruosa facilità?
Guardo bene la fine della sagola: è proprio vero, il terminale ha la
bruciatura che le avevo fatto io e non è affatto strappato. Colpa
ineliminabile: il nodo è slittato.
Parolacce, sostituzione, gassa
d’amante questa volta e sempre in futuro. Di nuovo in acqua. Checco e
Nicola stanno pescando sia carangidi sia “enforcado” con qualche esemplare
più massiccio preso fondo.
Sono solo carangidi però e dopo
un po’ mi convinco che qui di wahoo o pesci anche più belli non c’è
traccia. Tento di persuadere Ghighinho a portarmi più al largo ma prima
tentenna, mi chiede se sono convinto di andare così “sozinho”, da solo,
infine rifiuta.
Altra secca, più vicina ad una
punta. Questa è spazzata dalla corrente, i pesci sembrano raggruppati sul
versante a monte. Scendiamo tutti e tre più o meno a turno, un po’
disordinati. I gruppetti di “enforcado”, i pesci più belli che sembra si
trovino qui, risalgono malvolentieri dal fondo scuro, e proprio quando sei
quasi alla loro profondità ti circolano intorno ingrugniti per pochi
momenti e poi, che tu spari o no, se ne tornano giù a pascolare intorno
alle rocce profonde.
Un po’ svogliato scendo.
Nell’acqua così calma avverto la boa strusciare in superficie e frenare il
sagolone, plano quindi lentamente, rilassatissimo, il fucile a due mani.
Anche se a mezz’acqua, in queste condizioni si può fare un’apnea come
all’aspetto, lunga, calma, appoggiati morbidamente contro l’Oceano. Scendo
sempre, ormai sono fondo, pochi pesciotti nell’acqua a questo punto scura
e torbida. Dirigo pigramente verso la punta più profonda della secca:
ormai, in questa curiosa mistura di aspetto e pesca nel blu, esamino solo
il fondo. Di colpo un tuono rimbombante mi rotola contro, mi fa sobbalzare
in uno scatto tetanico di muscoli contratti, mi strizza il cuore, mi rizza
i capelli contro il cappuccio. Mi giro convulsamente, convinto di trovarmi
di fianco, quasi a contatto, il pesce mostro che ha scodato. Niente. Il
mare è vuoto. A sussulti mi guardo intorno, sotto, sbircio verso la parete
chiara e lontana della superficie. Niente. Eppure era proprio una scodata.
Risalgo guardando ancora in giro. Niente nell’acqua sporca, da nessuna
parte. Una bomba? Qui? Non ci posso credere.
Checco risale poco dopo, si
toglie affannato il boccaglio e mi chiede: “Le hai viste? Hai visto che
bestie? Mamma che mostri! Dei furgoni!”. E si svela l’arcano. La cannonata
era davvero una scodata. Il colpevole è la famigerata Carpa rossa (Lutjanus
agennes), gigante che può passare i sessanta chili di peso e che non ha
nulla a che fare con la carpa d’acqua dolce. È in realtà strettamente
imparentata con la Cubera di Cuba, ed è, per intenderci, una specie di
“dentice” spropositato. Erano due che passeggiavano lente, assai fonde,
tanto che Checco le aveva solo intraviste come indubitabilmente pesci ma
non più definite di grosse masse in movimento. E la loro scodata era stata
quella apocalisse di suono che mi aveva scioccato.
Ghighinho le conosce bene ma
indica il fucile e dice che è “demais fraco”, troppo debole, per
prenderle. Contemplo incredulo il liscio mostro in carbonio con il doppio
elastico cattivo: “fraco” questo? Per l’ultima volta, forse, rimpiango le
aste da 9 mm del mio oleopneumatico.
Riccardo
A. Andreoli