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PescaSub N. 171 - Dicembre 2003

In italiano.

Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

 

Le Isole del Sud

Nel difficile mare di Capo Verde

 

Aspre, selvagge, lontane dale rotte turistiche e difficili da raggiungere. Ma ricchissime di pesci, soprattutto di wahoo, stando, almeno, a quanto raccontavano alcuni pescatori locali. La realtà si è però dimostrata ben diversa: pochi wahoo spesso imprendibili, e solo qualche grosso carangide.

 

Anno XVI,  n. 171 – Dicembre 2003 – Pg. 26 – 34

Arcipelago di Capo Verde

– Le isole del Sud –

 

È notte fonda. Entrando a Santa Maria l’ormai quasi consueto spettacolo dei fantasmi spezzati delle case in costruzione scorre a fianco della macchina che ci porta dall’aeroporto alla pousada dove dormiremo, unica prenotazione riuscita in questo viaggio. È notte anche più fonda per noi italiani con tre ore di fuso orario sul groppone. A letto in fretta, domani scopriremo se pescheremo o viaggeremo.

Quest’anno ancora Capo Verde. Le isole del sud però, le più lontane dalle rotte turistiche, le più selvagge… e le più difficili da raggiungere. La pianificazione aveva raggiunto talora i toni del ridicolo. Un interlocutore “ufficiale”, alla domanda sugli orari del traghetto che da Fogo arrivava a Brava, peraltro unico mezzo per raggiungere l’isola, sprovvista di aeroporto, aveva candidamente risposto: “l’unico modo per essere sicuri degli orari è… essere lì.”. OK, messaggio ricevuto, fine della pianificazione, ci arrangeremo lì per lì, a costo di dormire in spiaggia. Tanto a Capo Verde non piove mai (balla). Per cui, comprati i biglietti aerei per Sal, l’unica isola dotata di aeroporto grande a sufficienza per i jet, eccoci partiti alla ventura.

Il pomeriggio dopo, quasi increduli di tanta fortuna, siamo di nuovo in aereo, in viaggio sì per Fogo, ma con tappa notturna obbligata nell’isola di Santiago, pernottamento a Praia, la capitale, il volo la mattina dopo alle cinque.

L’aereo scende in mezzo alle nuvole, uno scossone ed eccoci in Fogo, finalmente, la mattina presto del terzo giorno di viaggio. Siamo fortunati, i bagagli sono ancora con noi e il fatidico traghetto parte fortunosamente oggi e riusciamo ad agguantarlo pur con qualche thriller per l’acquisto dei biglietti: il porto è lontano da S. Felipe, la città principale, e non si capisce bene se li dobbiamo acquistare lì o qui. Ci entra perfino prima un paio d’ore di visita platealmente turistica.

Fogo è, come si può intuire dal nome, un vulcano. Il picco è a quasi tremila metri e dominerebbe l’intero paesaggio non fosse quasi sempre occultato dalle nuvole. L’aridità in riva al mare è totale, drammaticamente assoluta, spiagge di sabbia nera si intervallano a battigie di sassoni tondi e grigi da panorama lunare, butterate pareti verticali scompaiono, ocra e nere, nel mare. Uniche macchie di colore le pitture sbucciate delle imbarcazioni dei pescatori nelle rare insenature adibite a porto. Il verde c’è, tuttavia, ma bisogna salire assai in alto, su per le pendici del vulcano, dove i veli di umidità finalmente condensano e scendono a bagnare la terra. Spesso quassù si vedono gli abitanti con le maniche lunghe e un paio di strati di vestiti. Esistono in quota, ci hanno detto, una fiorente piantagione di caffè e perfino una di vitigni impiantati da un italiano.

Sul traghetto ondeggiante al mare grosso che ci porta a Brava cerchiamo di forare con lo sguardo le nuvole basse che ottundono la grigia visibilità per cercare di scorgere a dritta, finalmente, la vera ragione del nostro arrivo fin qui, gli Ilhéus Secos, come si legge sulle carte nautiche. Sono tre isolotti principali più scoglietti vari a Nord, Nord-Est di Brava, a metà tra la batimetrica dei mille e quella dei tremila metri. Indicazioni di un pescatore subacqueo francese, residente sull’isola, rilanciate obliquamente da un amico, ci hanno assicurato essere queste le zone migliori in tutto l’arcipelago per il pesce del blu; con pesce grande, molto grande anche se molto fondo, nel caso delle ricciole atlantiche. E un sussurro di una secca a nord, non segnata sulle carte, con una risalita fino a -50 m, nota ai pescatori del Big Game che ci vanno a prendere i marlin ma mai pescata da subacqueo, dove ogni incontro è non solo possibile ma probabile.

Intanto dobbiamo risolvere prima alcuni “piccoli” particolari. Trovare un posto dove dormire questa notte, oltre a scovare un pescatore con cui uscire per pescare. E qui cominciano i guai. A quei pochi (non abbiamo ancora imparato il portoghese!) sul traghetto che parlano inglese chiediamo esaustivamente notizie non dico di un albergo ma di una pousada, di stanze da affittare, direttamente a Furna, il porto di arrivo sulla costa Est: niente. Scendiamo a terra e ricominciamo la caccia: niente da fare, a Furna non sembra ci sia modo di fermarci. Alternative, dormire a Nova Sintra, il paese principale, ma è lontano dal porto sette chilometri di tornanti folli che schizzano a oltre 500 m di quota oppure saltare a Fajã d’Água , sul versante Ovest, sulle carte segnato come altro porto con, sappiamo, almeno una possibilità di alloggio.

OK., deciso, vada per Fajã d’Água. Sballottati sul taxi collettivo, un camioncino aperto con panche più o meno imbottite ai lati del cassone, ci inerpichiamo ripidissimamente fino a Nova Sintra, passiamo cigolando a lato della fiorita piazza principale sotto l’eterno tetto di nuvole grigie e precipitiamo altrettanto ripidissimamente sul versante ovest all’interno di una incredibile strada scavata a canyon nelle rosse rocce sedimentarie. A Fajã d’Água altre difficoltà: quel tale alloggio non è agibile per lavori di ristrutturazione ma Josè, il gentilissimo proprietario, in un francese impeccabile, ci trova una stanza in affitto temporanea e, più importante, ci affitta per il giorno dopo, ad un prezzo però “europeo”, la sua barca con il motore ed un pescatore a guidarla. È intanto ormai notte, nelle quattordici case del villaggio i ristoranti non esistono, luoghi ove mangiare solo la casa di Josè. Le stanze sono un turbine ronzante di zanzare ma ormai non importa, siamo arrivati. Adesso resta da vedere da domani se il pesce collabora.

La mattina, finalmente, apriamo i bagagli. Quest’anno viviamo una rivoluzione. Dopo decenni di fedele e impeccabile servizio abbiamo lasciato a casa i miei oleopneumatici. Abbiamo i fiammanti monoscocca 130 in carbonio della C4, talmente nuovi che non li abbiamo potuti nemmeno provare, con doppio elastico da 18, aste doppia aletta da 7 mm per 1,70 metri, montati senza mulinello, con il sagolone e le comodissime boe pneumatiche da 35 litri della Rob Allen che possono essere pompate fino a una o due atmosfere in modo da ridurre se non risolvere il problema dell’affondamento e della conseguente perdita di galleggiabilità della boa pneumatica con un pesce grande.

Le mute poi sono degli assoluti capolavori. Abbiamo spinto il mimetismo per la pesca nel blu fino alle estreme conseguenze. Il pittore di Polosub le ha confezionate su nostro preciso disegno, seguendo la tecnica mimetica della contrombreggiatura dei grandi predatori, talmente efficace da costituire un esempio di convergenza evolutiva. Viene cioè adottata da animali di diversissima origine: pesci cartilaginei come gli squali; numerosissimi pesci ossei come carangidi, tonni eccetera; perfino mammiferi come i delfini. Sono, sia giacca sia pantaloni, scure sul dorso e chiare sulla pancia, per di più non con tinte unite ma con una spezzettatura a macchie del colore che dovrebbe occultare ancora di più la sagoma. E, tocco di totale raffinatezza, il braccio destro, quello che nei momenti cruciali dell’avvicinamento deve per forza muoversi, l’abbiamo voluto blu scuro in tinta unita per confondersi meglio in orizzontale.

Le pinne sono le consuete Falcon della C4 che nella pesca nel blu permettono con pochissimo movimento quegli spostamenti cruciali a ridosso del pesce. Più una o due armi segrete…

Lo so, è un assoluto azzardo, che pagherò caramente, soprattutto all’inizio, cambiare dopo così tanti anni un’arma che ho ormai in testa ancor più che “in mano” e con cui sparo quasi ad occhi chiusi. Non solo nel senso che possono cambiare le inclinazioni e le sensazioni del fucile ma anche, anzi soprattutto, cambiano le tecniche di contorno, tutti i piccoli trucchi per armare l’asta, il caricamento degli elastici eccetera. Negli anni passati, caparbiamente, ho assolutamente evitato di sfiorare il mondo dei fucili ad elastico ma ho dovuto cambiare idea. La prima frattura in questo mio muro di convinzioni l’hanno data i fucili australiani, poi, quasi decisiva, la spallata data dal mio Tuna Gun californiano con i suoi cinque elastici, testimonianza delle convinzioni di chi i tonni da record, svariate centinaia di chili, li prende davvero. La goccia finale sono stati i wahoo di Sal dell’anno scorso. Semplicemente gli oleopneumatici non avevano quel metro, metro e mezzo in più, indispensabile per un tiro, non dico confortevole, ma utile. Quindi, ecco: l’arma finale nella pesca nel blu può essere solo il fucile ad elastico. Fornisce non tanto quella velocità di tiro tanto decantata dagli estimatori, ma la potenza, che poi si risolve in gittata, dovuta allo spezzettamento delle operazioni di carico fornita dagli elastici multipli.

Poi, problema sagole, che ci creerà innumeri grattacapi durante tutto il periodo. Monto senza nemmeno pensarci il sagolino che mi ha servito fedelmente per anni con gli oleopneumatici. È quello che si usa per costruire il trave principale della long-line di origine giapponese per la pesca di tonni e pescispada. È in nylon trecciato bianco da due mm, estremamente resistente alle abrasioni ed è soprattutto assai rigido, così da non creare nodi nell’attimo dello sparo. Me lo sono portato dietro per il mondo da un sacco di tempo, non mi ha mai deluso, ne ho perfino mandato in Australia dove, pure lì, i pescatori ne avevano riconosciuta la validità. So che con un trecciato perdo un po’ di velocità dell’asta ma nella pesca nel blu questa non è assolutamente una priorità. Per scrupolo di quella che ritengo assurda pignoleria, passo i fori dell’asta con un poco di cartavetro fine per ridurre l’eventuale bordo tagliente, faccio passare la sagola nel buco avanzato per sfruttare l’effetto “aletta” nel caso che il pesce passi in sagola, ci faccio una gassa d’amante che tiro con le pinze e sono pronto a dimenticarla per il resto della vacanza. Errore marchiano!

Mattina, è purtroppo tardi per le consuete ragioni organizzative delle prime volte ma finalmente eccoci sul lungomare con le sacche pronte. Qui non c’è nemmeno la scusa non dico di un porto, ma di un ridosso, di un riparo di alcun genere. Non fosse per l’assoluta regolarità degli Alisei e per l’alta parete a picco sopravvento che lo protegge, questo micropaese di pescatori non sarebbe nemmeno potuto nascere. Montiamo sulla barca, una delle solite di capoverde, in legno, pesante, un poco sempre sbertucciate, questa senza però la consueta vasca dell’esca viva di traverso. Non sembra essere un buon segno ma forse perché non è la barca di un pescatore vero ma quella personale di Josè. Speriamo. Gli ordini al pescatore sono chiari, sottolineati da sbracciamenti enfatici. Vogliamo andare agli Ilhéus a prendere Serra, il nome locale dei wahoo (Acanthocibium solandri).

Scapoliamo la punta e pian piano, col vento direttamente in prua, a sbattoni, ci avviciniamo. Non sappiamo nulla della zona verso cui ci stiamo dirigendo per cui ci affidiamo completamente al pescatore. Il quale non sembra fare molti sforzi. Poco oltre la metà del canale tra Brava e l’isolotto più vicino trova davanti a sé delle altre barche ancorate nella consueta pesca alla lenza capoverdiana, si ferma più o meno in mezzo ad esse e ci dice che siamo arrivati. Guardiamo incerti gli altri pescatori, fossimo, non dico in Italia ma anche solo a Sal, ci sarebbe una mezza rivoluzione a subacquei così vicini. Comunque, proviamo. Prima di scavalcare la murata il pescatore riesce a comunicarci in qualche modo di stare attenti, che qui ci sono “Tiburon”: il consueto timore degli squali dei pescatori di tutto il mondo.

In acqua, finalmente. Sotto, il consueto blu, sempre nebbioso qui, mai con i danzanti raggi solari che ti invitano a scendere come nel limpido Mediterraneo.

Primi tuffi, lenti, per rompere il fiato. C’è un po’ di corrente e lentamente deriviamo via dalla zone di pesca delle imbarcazioni. Il mare è al solito agitato per cui a tratti, nella risalita in un cavo d’onda, non vedi l’imbarcazione che deve seguirti fedelmente. Il pescatore è nuovo, non so ancora se devo fidarmi che non ci perda, qui in mezzo all’oceano, ma, oltre alle boe giganti rosso fuoco collegate ai fucili, al solito ho per sicurezza in cintura sia il fischietto sia i palloncini “da avvistamento” arancione vivo. Sembra però che sia attento.

Prime impressioni, le mute sono piuttosto galleggianti, in effetti sono 5,5 millimetri la giacca e 3,5 millimetri i pantaloni, serve proprio quel chilo in più che all’ultimo momento ho deciso di infilare in cintura. I fucili, quando li ruoti, vibrano, non come i “solidi” oleopneumatici. Devo estirpare questa abitudine dal mio corredo ormai quasi genetico di comportamento subacqueo. E, prevedo, non sarà affatto l’ultima. L’asta è lunga, un metro e settanta, ma non crea troppo impiccio. Forse un po’ di imprinting con il Tuna Gun comincia a funzionare. Poi, sono leggeri, in mano quasi non li senti. Bello. E, a caricarli, i due elastici fanno male. Temo che dovrò abituarmi e trovare per esperimenti il punto d’appoggio migliore. Già ho visto che sullo sterno mi massacrano ma se li appoggio sugli addominali va molto meglio.

Checco ha avuto un lavoro improvviso per cui deve ancora raggiungerci. Sono con Nicola, che già aveva pescato a Sal l’anno scorso per cui, pur senza una enorme esperienza, non è un novellino della pesca nel blu. Peschiamo a turno, un tuffo a testa, tenendoci d’occhio. Da fuori, e da occhio umano, le nuove mute sono fantastiche anche se ancora un po’ chiare sul dorso.

I tuffi si susseguono regolari, pazienti come tutte le immersioni nel blu. L’unica cosa su cui l’occhio riesce a mettersi a fuoco in quell’infinito sotto i piedi è una delle innumerevoli forme di plancton galleggiante ad ogni profondità. C’è profusione di Cinti di Venere che sono una solenne scocciatura perché con la loro forma allungata, quasi delle stesse proporzioni di un wahoo, ad una delle consuete passate veloci dello sguardo da caccia ti fanno sobbalzare. È vero che appena li guardi direttamente l’impressione scompare ma basta molte volte a interrompere a ripetizione lo scandagliare continuo, tridimensionale, dell’ambiente circostante.

Mi aspetto di non dover attendere a lungo. I wahoo, ho notato, sono relativamente abitudinari. In condizioni normali si concentrano più o meno negli stessi punti, nei dintorni del tetto della secca, anche di quelle molto fonde come credo sia quella in cui in questo momento ci troviamo. E arrivano quasi subito, magari anche una volta sola, a investigare rumori e “cose strane” che accadono lì vicino.

Finalmente, come mi aspettavo, non un falso allarme. Una lunga forma scura coagula improvvisamente sotto i nostri piedi. Un gran fiato, scendo, lo ignoro, mi giro quasi di spalle. Il fucile, rispetto agli oleopneumatici, è più lungo, non riesco a farlo stare tutto nella sagoma del corpo, sporge l’asta. Sembra che al wahoo vada bene lo stesso perché arriva deciso, tentenna un momento accennando ad una virata, viene. È ora di provare il fucile. La distanza sarebbe al limite con l’oleopneumatico ma dovrebbe essere più che a tiro con questi. Allungo il fucile, sparo. Clamorosamente mancato! E mirare? Probabilmente l’eccitazione della caccia e sicuramente gli antichi automatismi hanno avuto il sopravvento. Mi piace pensare anche che forse l’avrei preso con l’oleopneumatico ma qui non mi posso permettere queste scivolate. L’azione di caccia si conclude con il tiro, preciso, per favore!

Sul versante positivo, il sagolino bianco ha segnato bene il percorso dell’asta e ho potuto vedere che si è fermata, magari rallentando, ma ben, ben oltre il pesce. Ottimo, la distanza c’è.

Intanto Nicola in superficie non c’è più. Mentre risalgo lo vedo già all’opera, immerso in orizzontale, alle prese con un wahoo che però sembra poco invogliato a cooperare. Forse è spaventato dalla botta degli elastici o forse dalla mia risalita vicina ma dopo poco perde interesse e se ne va sprofondando. Penso fuggevolmente, e non sarà l’ultima volta, che devo scurire il dorso delle mute, il wahoo sì che è invisibile e scompare alla vista. Certo è, però, che lui ha il controllo del proprio colore e può cambiarlo quando gli pare... Ma sono convinto che prima o poi arriveremo anche noi umani alle mute a colori variabili, magari anche solo come sfumature se non proprio come tinte di fondo.

Altri tuffi, tanti altri tuffi, quieti, mentre deriviamo sempre di più, ma di pesci nemmeno l’ombra. Fossimo con il “nostro” pescatore a Sal probabilmente saremmo già stati ripescati da un pezzo perché ormai lontani dal tetto, ma forse qui la secca è più grande o forse il pescatore meno accorto. In ogni caso lo chiamo e ci facciamo riportare a monte. E, guarda caso, al terzo tuffo ecco una coppia di wahoo che arriva direttamente da sotto. Scendo in obliquo allontanandomi da loro, arrivo a una dozzina di metri e mi orizzontalizzo completamente. Un rapido sguardo obliquo da sotto la spalla destra e, eccoli, stanno arrivando. Chiudo gli occhi e aspetto. Socchiudo a tratti le palpebre perché va bene non far vedere gli occhi feroci del predatore ma nel blu non è mai bene perdere contatto completamente con l’ambiente intorno. Intanto, complice anche l’affrettata e non completa inspirazione iniziale, sto scendendo. Ma ormai eccoli, sono qui, posso risparmiarmi anche il colpetto di pinna di sollevamento. Sono vicini tra loro, ormai arrivano dall’alto, quello davanti punta deciso, ruoto leggermente a destra, allungo piano il braccio… e il sagolone che passa sotto l’ascella destra fa attrito contro la muta e si blocca fermando il fucile. Non faccio in tempo nemmeno a reagire, nemmeno a pensare ad una parolaccia, che il wahoo passa direttamente davanti alla punta del fucile, senza pensarci sparo. Mamma che botta che tirano questi fucili così leggeri sul polso. In ogni caso il pesce è preso e bene. Faccio in tempo a vedere l’asta scintillare dall’altra parte per la solita frazione di secondo concessa da questi fulmini poi semplicemente il pesce non c’è più. Al suo posto una nuvola di bollicine ed ecco il sagolone che schizza via. Risalgo col fucile in mano, prendo fiato. Il pesce non è grosso e mentre fugge via il pallone è verticale ma immerso solo fino a un quarto in una doppia onda di schiuma. Mentre nuoto con decisione vedo con la coda dell’occhio che la barca mi segue e riesco dopo poco ad agguantarlo. Saggio la resistenza del pesce, tira ancora da matti: aspettiamo. Nuoto a fianco del pallone e ne approfitto per legare il fucile alla boa così da avere le mani libere, poi ritento: adesso viene. Pian piano, contrastando le puntate decise che il wahoo ancora effettua, lo salpo fino a vederlo finalmente, un balenare argenteo, sotto i miei piedi. Nuota ancora ma più lentamente, accelero il recupero e mi immergo a prenderlo mentre ancora lo salpo negli ultimi cinque o sei metri, così da evitare il maledetto chiudersi dell’arpione al ricadere in giù dell’asta quando in superficie l’onda scende. Afferro l’asta, aspetto un momento che le branchie si aprano al respiro del pesce, infilo dentro la mano guantata, stringo saldamente e schizzo verso la superficie. Afferro il coltello e lo uccido subito. Finalmente l’azione di caccia è finita. Respiro lentamente, a pieni polmoni, recuperando fiato. Mi guardo intorno, la barca è a cinque metri, il pescatore in piedi sporto oltre la murata, evidentemente curioso del risultato di tutte queste strane azioni. José poi mi confermerà il suo stupore nel vedere subacquei che così, senza fondo dove andare, potessero immergersi e prendere davvero pesce, e non solo pesce ma addirittura i Serra. Il suo primo impatto con il Blue Water. Sollevo la testa del wahoo e glielo mostro. Alza la mano in un gesto soddisfatto, accende il motore e mi viene a prendere. Gli passo il pesce e salgo a bordo, devo tornare a prendere Nicola, evidentemente il punto di raccolta è proprio sul tetto della secca.

Altri tuffi ancora, tanti, ripescati a ripetizione dal pescatore che sembra aver colto l’idea ma, sebbene qualche altro wahoo si mostri, nessuno viene a tiro. Andiamo male. Nelle favoleggiate isole del sud sembra ci sia meno pesce che al nord. E sì che anche le condizioni di luna dovrebbero essere ideali. Dovremmo probabilmente cambiare secca ma il pescatore sembra dire che vicino non ce ne sono altre. Con un vago cenno della mano indica che più a sud, lontano, ce n’è un’altra, “demais grande” e con più pesce. Ultimi tuffi speranzosi ma senza nessun altro avvistamento.

Alla fine basta, nonostante tutta la concentrazione dei pescatori del blu mi annoio, non passa pesce, uffa. Ultimo tuffo, scendo sotto il livello di agitazione della superficie, mi metto in orizzontale, miro ad un cinto di Venere particolarmente grasso, sparo. Mancato, va bè, ma di poco. Fine della pescata.

Risalgo con il sagolone in mano e, prima di passarlo a bordo, reinserisco l’asta nel fucile. E guardo, assolutamente esterrefatto, il sagolino. È mangiato quasi totalmente, l’asta tenuta solo da uno sparuto sfilaccio! Ma se ho sparato tre volte e preso un pesce, dico uno! E sparando con il doppio giro l’asta non arriva certo a fondo corsa, dopo otto metri, con un tirone selvaggio. Non solo, è collegata al corpo del fucile da un attacco in gomma, morbido, fatto apposta perché l’asta si stacchi da sola quando il pesce tira. Assurdo. C’è qualcosa che non va.

Ecco iniziata la tortura delle aste e delle sagole che ci tormenterà e perseguiterà per tutta la spedizione. Ma ancora non ne vedevamo che le prime, timide, avvisaglie. Il ritorno a casa è tranquillo, il vento a favore, i polmoni indolenziti dopo le lunghe ore passate a pescare. Caldi nelle mute nonostante gli schizzi da poppa.

Il giorno dopo, prima per fortuna, eccoci in viaggio verso questa famosa secca. È lontana ma è a sud-ovest, nella zona dell’isola a ridosso delle furiose raffiche degli Alisei, per cui è un lungo viaggio tranquillo, al sole. Sembra proprio estate. A fianco trascorre Brava, rarissime le tracce di vita umana: un sentiero polveroso in alto sulla montagna con una file di figure con fagotti multicolori sulla testa, una chiesetta solitaria inerpicata su una guglia a picco sul mare, aridità, null’altro.

Ho cambiato in mattinata la sagola dell’asta e, per prudenza, mi sono portato via una gugliata di ricambio. È sicuro che la controllerò con diligenza. Finalmente, sull’orizzonte piatto e blu, dei puntini neri che presto si trasformano in imbarcazioni di pescatori. Come il giorno prima ci ficchiamo senza cerimonie in mezzo e ci fermiamo. I pescatori, di nuovo, sembrano più incuriositi che scocciati. Cogliamo, nella bruma linguistica, più volte ripetuta la parola “mergulhadores”, subacquei: è vero, siamo noi.

Vestizione rapida, in acqua, sono ansioso. L’acqua è calma e oggi c’è perfino il sole: la visibilità è migliore ma al solito difficile da valutare nel blu senza reali punti di riferimento. Cominciamo ad immergerci, a ripetizione come ieri. Spero, al solito, nei wahoo di guardia alla secca per cui i primi tuffi sono sempre molto nervosi ma non compare nulla. Oggi c’è anche pochissima corrente per cui dopo diverso tempo siamo ancora a ridosso delle barche. Decido di spostarci, stiamo pescando sempre nello stesso punto. Tirandoci dietro i palloni nuotiamo verso la costa, del tutto a caso ma confidando nella secca “demais grande”. Nulla ancora, deserto. Ma non doveva essere una secca più ricca?

Nonostante l’incrollabile, quasi, nostro ottimismo dopo un poco ci dobbiamo arrendere: qui non c’è pesce, per lo meno per noi. Scopriremo poi, ahimè troppo tardi, che è vero che la secca è più ricca ma NON di Serra, di altro pesce che evidentemente cede alle lusinghe dell’amo ma non sembra interessato a salire da ignote profondità a curiosare intorno a questi falsi wahoo bipedi sbuffanti in superficie.

Alla nostra lamentela il pescatore cosa fa? Chiede informazioni. Si avvicina ad una delle imbarcazioni, parla a lungo col magrissimo pescatore a bordo, gran mulinare di braccia e affondi degli indici verso la costa, sembra proprio che descriva i punti per trovare la secca ignota al nostro, ormai ho dei dubbi, “pescatore”, e partiamo. Avvicinandoci alla costa l’acqua diventa ancora più calma, azzurra. Un quarto d’ora di lento bollire nelle mute poi ci fermiamo. In acqua, sperando. Per fortuna noi del blu non abbiamo quella necessità di precisione che hanno i pescatori che scendono per forza, obbligatoriamente, sulle rocce. Primo tuffo, niente. Ahia. Scende Nicola, niente. Secondo tuffo mio e ecco che passa un wahoo, veloce. Un gran fiato, pinna in alto, scendo… un metro dietro la coda del wahoo passa uno squalo, alla stessa quota e velocità. Scendo lo stesso, arrivo in zona e mi guardo intorno. Wahoo scomparso, squalo no. Eccolo che torna, la forma a perfetto triangolo delle pettorali e della dorsale dello squalo che punta direttamente contro te. Più fondo ne vedo un altro, anzi no, due, ma hanno una forma strana, sono lontani non li vedo bene. Poi arrivano anch’essi, due squali martello. E il wahoo? Per quanto lo cerchi non lo vedo da nessuna parte. Non posso credere che sia una loro possibile preda, forse è solo stato disturbato. Gli squali mi girano intorno, curiosi, finché mi scoccio e faccio una puntata decisa, movendo apposta un sacco d’acqua, verso quello più vicino che identifico a spanne come un Carcharinus di qualche tipo. Anche se non fluente il mio squalese fin lì ci arriva. L’onda di pressione del movimento viene correttamente interpretata come un “stai alla larga” e lo squalo scende, a pinne ferme (guarda bene che io non ho avuto davvero paura, sai?). Mentre risalgo uno dei martello sprofonda ma l’altro sale con me. Nicola l’ha visto e lo guarda col fucile puntato. In superficie ho modo di osservarlo bene mentre incrocia, nervoso: è più verde del Carcharinus, la testa sottile e quel gran muscolo laterale che la fonde in perfetta idrodinamicità col corpo. Sotto non c’è più movimento, né squali né wahoo. Lo show è tenuto dal martello che, alla mia successiva immersione, si avvicina. Nuota a scatti, fa un paio di puntate verso di me, che scendo storto per tenerlo d’occhio, risale in superficie. Da sotto vedo la superficie calma specchiare prima la forma dello squalo che si avvicina alla parete riflettente, poi la pinna dorsale incide la superficie e increspa a ondate l’immagine, come uno specchio di mercurio. Intorno nulla. Forse, ma proprio forse, sotto, una vaga ombra potrebbe essere l’altro martello ma non sono sicuro. Comunque non è certo un wahoo. Risalgo e ancora il martello a scatti scende a incontrarmi. Squalese di nuovo e scappa via un paio di metri, poi si gira e rimane fermo a guardarmi. È buffo come, quasi immobile, segua la mia risalita a pinne ferme, come un cucciolo cui fai seguire con la testa un boccone di pane. Comunque è sempre lì.

Wahoo evaporato, altri pesci niente, magari riesco a fotografarlo. Chiamo la barca ma al rumore del motore che si avvicina se ne va, prima in superficie poi sempre più in profondità. Comunichiamo al pescatore l’avvistamento multiplo di tre squali e restiamo a derivare, io con la macchina fotografica, Nicola ancora col fucile, ma niente si muove.

Quello con lo squalo alle calcagna sarà l’unico wahoo avvistato della giornata. Dopo altre ore e un altro “baixo”, secca, cosa che nel blu devi prendere per fede e che non puoi mai davvero controllare, peraltro vuota, chiediamo per disperazione al pescatore di tornare su quella degli squali. Lui dice sì ma ci molla in quello che sembra un ambiente del tutto diverso. Prima di tutto ci sono folti branchi di pesci chirurgo, cosa che ho ormai imparato ad associare al tetto di una secca e che certo prima non c’erano. Ma soprattutto non compare nessun wahoo. Tornando a casa con un clamoroso cappotto ci rimane il dubbio che il pescatore abbia voluto difendere questi pazzi da loro stessi e ci abbia portato in realtà ben lontani da dove gli squali erano stati avvistati.

Abbiamo scoperto che il traghetto parte la mattina successiva assai presto. Per tre, forse quattro giorni non tornerà per cui decidiamo di partire: Checco arriva domani nell’isola vicina, Fogo, e non credo valga per il momento la pena di insistere qui a Brava. Un’altra notte sacrificale alle zanzare poi ci arrampichiamo di nuovo fino a Nova Sintra in mezzo alle nuvole grigie della prima alba, vestiti nel camioncino aperto con maglioni e berretti di lana, e riprecipitiamo a scossoni su Furna, col rimpianto di non aver potuto organizzare meglio la permanenza. Purtroppo abbiamo avuto la conferma da Josè che il pescatore francese cui avremmo potuto appoggiarci era in quel momento in vacanza in Francia.

Rotta da Brava a Fogo contro vento e mare assai agitato nonostante sia mattina presto. Attorno e sul ponte superiore i capoverdiani si scatenano in getti di vomito di notevole spessore atletico che ci costringono a scatti acrobatici altrettanto notevoli. Per fortuna le onde che entrano a bordo alle imbardate più cattive presto sciacquano tutto, noi compresi.

Al porto ecco Checco, cotto anche lui da tre giorni di viaggio, ma ansioso di sentire notizie.

Decidiamo di fermarci qui a Fogo qualche giorno, fino alla partenza di Nicola, fra pochi giorni. Usciremo a mare, ahimè ancora a prezzi “europei”, con quello che ci hanno descritto come in assoluto il migliore pescatore subacqueo dell’isola, tal Ghighinho, tipo da trenta e passa metri tranquilli con alcuni record impressionanti sia sott’acqua sia alla canna. Il suo boss è un olandese specializzato in Big Game che ci mostra orgoglioso le foto dell’ultimo Marlin che ha catturato, guarda caso sulla famosa secca a nord degli isolotti: un dinosauro da oltre 600 chili! Il tempo è brutto, il mare è mosso, le fasi di luna secondo lui sono pessime, bisognerebbe aspettare dieci giorni per andarci per non parlare del folle prezzo che chiede per la barca grande d’altura: niente spedizione alla secca, pescheremo in isola. Peccato, incastro non riuscito. Per ora, ma in futuro…

Il giorno dopo appuntamento finalmente presto. In barca, sulla costa nord, quella più battuta dal vento ma quella più pescosa, direzione Baixo das Sete Cabeças, la secca dalle sette teste. Il viaggio è lungo, un’ora e mezza di sbattoni e secchiate d’acqua ma finalmente arriviamo.

Avete presente quello che il profano immagina pensando alla pesca subacquea? Estate, sole, mare azzurro, calmo, anzi di più, proprio piatto piatto, caldo. Barca ferma, a bordo l’immancabile ragazza, carina, abbronzata e in bikini? Sappiamo tutti quanto falsa sia assai spesso questa invitante cartolina. Ma qui siamo aggressivamente agli assoluti antipodi.

L’onda lunga degli Alisei che prende la rincorsa dalle coste d’Africa rimbomba con violenza contro le sette “teste” della secca. La corrente impetuosa fa ruscellare in rivoli bianchi la spuma che ricade dopo essere esplosa contro le rocce nere. Il cielo è grigio piombo, deciso, le nuvole rollano basse e minacciose. La barca sussulta e beccheggia nell’aria rumorosa anche al precario riparo dello scoglio più grosso. Il vento sibila e si insinua in ogni fessura dei vestiti raffreddando tutto quanto sia umido, il che vuol dire tutto. E lasciamo stare la ragazza per carità. Ci spinge solo la conoscenza che appena passato quel sottile ma iniziatico diaframma della superficie saremo caldi, asciutti e in un altro mondo. E, sempre, la speranza che pesci bellissimi salgano curiosi dal blu.

E proprio qui, nel blu, sta il problema, come scopriamo dopo poco. Ghighinho non ha la più assoluta idea di cosa sia la pesca nel blu per cui ci porta a pescare dove e come pesca lui, sulle rocce. Il che non sarebbe niente di male non fosse per i sagoloni che rischiano di impigliarsi e rallentano e incasinano potentemente discesa e risalita, soprattutto in condizioni di corrente. In ogni caso in acqua. Condizioni davvero pessime, l’acqua è assai sporca, un sacco di sospensione, alghette strappate che derivano contorcendosi nell’acqua agitata anche in profondità. Sarebbe da pescare all’aspetto sul fondo. Impensabile con queste attrezzature. Inventiamo una via di mezzo. Una specie di discesa con lunga planata fonda, sollevati qualche metro dal fondale. Poco pesce, si vedono rari carangidi, in genere lontani per di più. Sparati via dalla corrente insistiamo, ripescati a turno, per diversi giri sulle punte ma, pur prendendo qualcosa, i risultati sono costantemente sconfortanti. Di pesci nel blu, wahoo soprattutto, in queste condizioni non v’è traccia.

Le aste? Forse è lo sparare ai carangidi che le stressa meno ma non ne perdiamo nessuna anche se devo sostituire al volo una sagola un po’ sfilacciata all’asola con una di riserva, ma è quasi più per pignoleria che altro.

Torniamo indietro a salto, pescando qua e là, e continuiamo a prendere carangidi e qualche combattivo “enforcado”, i tipici carangidi neri (Caranx lugubris), ma null’altro di valore. Giornata finita, abbastanza deludente, senza un vero pesce del blu: domani andremo a ridosso, sulla costa sud ovest, dove l’acqua dovrebbe essere limpida, perché se non è blu blu non ci sono wahoo, è il verdetto degli esperti locali.

In effetti il giorno dopo l’acqua, dopo un lungo viaggio tranquillo in cui facciamo in tempo quasi ad appisolarci sulla piatta superficie del ridosso, è limpida. Almeno sembra tale da sopra perché una volta immersi la realtà è una nebbia sui quindici, venti metri che ottunde la vista delle varie secche su cui ci porta Ghighinho. Il verdetto è che è un’onda lunga di una tempesta lontana a sud a creare queste condizioni scarsamente ideali.

In ogni caso peschiamo. Usiamo la tecnica che abbiamo visto funzionare ieri: lunghe planate fonde. È ancora strano, dopo tanta pesca nel blu, quando scendendo vedi comparire dopo un po’ sotto di te le rocce. Ma in queste condizioni, più tranquille rispetto a ieri, pesce ce n’è.

Subito perdo un’asta. Scendo attorniato da carangidi chiari che ho scoperto fanno richiamo ad altri pesci intorno, scruto oltre di loro e vedo, più fondi, un brancotto di “enforcado” neri e massicci. Scendo lentamente, il fucile pronto, arrivano irresoluti a tiro, il più grosso è un po’ lungo, dietro agli altri, miro sparo preso. Il pesce parte verso il fondo, risalgo con il sagolone in mano facendo pressione per tenerlo sollevato dalle rocce, pedalo per una decina di metri scarsi quando il sagolone è improvvisamente molle nelle mie mani. Il pesce se ne’è andato! Ma come… arrivo in superficie, tiro arrabbiato, e scopro che non è il pesce che se ne è andato, è proprio l’asta che ha preso commiato.

Evidentemente colpa mia. La sera prima avevo sostituito al mio fucile la sagola e, pensando di ridurre l’attrito e di facilitare l’aggancio nelle tacche, avevo rimosso la lunga gassa che si incastrava sempre tra asta e ogive dei due elastici e avevo semplicemente annodato la sagola dall’altra parte del foro avanzato. E avevo anche fatto non un nodo normale ma un Savoia e lo avevo pure tirato con le pinze! Possibile che si sia sciolto con tale mostruosa facilità? Guardo bene la fine della sagola: è proprio vero, il terminale ha la bruciatura che le avevo fatto io e non è affatto strappato. Colpa ineliminabile: il nodo è slittato.

Parolacce, sostituzione, gassa d’amante questa volta e sempre in futuro. Di nuovo in acqua. Checco e Nicola stanno pescando sia carangidi sia “enforcado” con qualche esemplare più massiccio preso fondo.

Sono solo carangidi però e dopo un po’ mi convinco che qui di wahoo o pesci anche più belli non c’è traccia. Tento di persuadere Ghighinho a portarmi più al largo ma prima tentenna, mi chiede se sono convinto di andare così “sozinho”, da solo, infine rifiuta.

Altra secca, più vicina ad una punta. Questa è spazzata dalla corrente, i pesci sembrano raggruppati sul versante a monte. Scendiamo tutti e tre più o meno a turno, un po’ disordinati. I gruppetti di “enforcado”, i pesci più belli che sembra si trovino qui, risalgono malvolentieri dal fondo scuro, e proprio quando sei quasi alla loro profondità ti circolano intorno ingrugniti per pochi momenti e poi, che tu spari o no, se ne tornano giù a pascolare intorno alle rocce profonde.

Un po’ svogliato scendo. Nell’acqua così calma avverto la boa strusciare in superficie e frenare il sagolone, plano quindi lentamente, rilassatissimo, il fucile a due mani. Anche se a mezz’acqua, in queste condizioni si può fare un’apnea come all’aspetto, lunga, calma, appoggiati morbidamente contro l’Oceano. Scendo sempre, ormai sono fondo, pochi pesciotti nell’acqua a questo punto scura e torbida. Dirigo pigramente verso la punta più profonda della secca: ormai, in questa curiosa mistura di aspetto e pesca nel blu, esamino solo il fondo. Di colpo un tuono rimbombante mi rotola contro, mi fa sobbalzare in uno scatto tetanico di muscoli contratti, mi strizza il cuore, mi rizza i capelli contro il cappuccio. Mi giro convulsamente, convinto di trovarmi di fianco, quasi a contatto, il pesce mostro che ha scodato. Niente. Il mare è vuoto. A sussulti mi guardo intorno, sotto, sbircio verso la parete chiara e lontana della superficie. Niente. Eppure era proprio una scodata. Risalgo guardando ancora in giro. Niente nell’acqua sporca, da nessuna parte. Una bomba? Qui? Non ci posso credere.

Checco risale poco dopo, si toglie affannato il boccaglio e mi chiede: “Le hai viste? Hai visto che bestie? Mamma che mostri! Dei furgoni!”. E si svela l’arcano. La cannonata era davvero una scodata. Il colpevole è la famigerata Carpa rossa (Lutjanus agennes), gigante che può passare i sessanta chili di peso e che non ha nulla a che fare con la carpa d’acqua dolce. È in realtà strettamente imparentata con la Cubera di Cuba, ed è, per intenderci, una specie di “dentice” spropositato. Erano due che passeggiavano lente, assai fonde, tanto che Checco le aveva solo intraviste come indubitabilmente pesci ma non più definite di grosse masse in movimento. E la loro scodata era stata quella apocalisse di suono che mi aveva scioccato.

Ghighinho le conosce bene ma indica il fucile e dice che è “demais fraco”, troppo debole, per prenderle. Contemplo incredulo il liscio mostro in carbonio con il doppio elastico cattivo: “fraco” questo? Per l’ultima volta, forse, rimpiango le aste da 9 mm del mio oleopneumatico.

 

 

Riccardo A. Andreoli

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