Banco
Murena
In gommone in viaggio verso un
Banco nuovo. Sulle carte è segnato come Banco Avventura, nome che è già
tutto un programma, ma ai pescatori locali è più semplicemente noto, per
oscure ragioni, come Banco Murena. È piccolissimo, il sommo, dalle carte
e dagli scarni racconti di coloro che siamo riusciti a convincere a dirci
qualcosa, è un plateau di una ventina di metri per altrettanti, che
precipita a Est e scende più lentamente a Ovest. È per di più a oltre
trenta miglia, per cui è difficilissimo da trovare; praticamente
impossibile poi farlo al primo colpo, anche svolgendo i calcoli più
raffinati per ottenere il passaggio tra carte e GPS il più preciso
possibile. Possiamo sperare che sia in qualche modo segnato, nei dintorni,
da qualche galleggiante di rete. Sappiamo che è frequentato anche da
pescherecci della lontana Sicilia.
Le segnalazioni parlano,
vagamente beninteso, di ricciole, grosse, per cui dobbiamo, assolutamente
dobbiamo, andarci.
La rotta sfiora il lato Est del
Banco di Pantelleria per cui l’inclinazione dei raggi di sole, la
direzione delle onde, tutto concorda nel confermarci, per un po’, di
essere su strada conosciuta. Almeno fino a che dopo venti miglia sul
visore del GPS non scorrono a lato, e restano indietro, i consueti
waypoint. Di qui ci dovremo spingere oltre, ancora per più di dieci
miglia.
Le condizioni meteorologiche
non sono proprio ideali oggi. Un vento che era, in partenza, leggero ma
non lo è ormai più, increspa la superficie del mare. Si cominciano a
vedere, già così presto la mattina, minacciosi piccoli frangenti che
scuotono il gommone quando vengono frantumati dalla prua. L’ambiente
pure è strano, grigio, fossi in qualunque altro luogo che non il Canale
di Sicilia direi quasi nebbioso. La montagna Grande di Pantelleria è
scomparsa dopo poche miglia, paradossalmente prima delle casette bianche
del porto. Esperienza insegna che tali condizioni portano di solito a
vento forte, ma ormai siamo in ballo, possiamo solo sperare che, come al
solito, il vento rinforzi dai quadranti Nord per cui non sarebbe così
disastroso tornare la sera verso Sud.
Onda su onda, lentamente, tra
gli sbattoni delle onde più grosse, il GPS segna l’avvicinamento della
posizione prevista per il Banco. Questa volta nessun incontro con le
stenelle che ci avevano salutato in altri giorni di calma assolutamente
piatta. Soltanto, lontano, una brancotto di grossi tursiopi grigi, di
solito assai scontrosi che puntualmente, al nostro avvicinarsi, dopo un
momento di frenesia e schizzi a prua, si immergono in gruppo per
riemergere lontano. Si perdono presto nella grigia superficie agitata.
Finalmente siamo a meno di un
miglio e, buone notizie, non c’è nessuna imbarcazione a disturbare nei
dintorni. Non se ne parla di vestirsi durante l’ultimo avvicinamento per
entrare in acqua in fretta e col minimo disturbo, ora bisogna cominciare
il tedioso lavoro di trovare il sommo. Accendiamo subito
l’ecoscandaglio, non si sa mai, e usciamo di planata. Battuti dal vento
e dagli schizzi che ora non vengono più sparati via dal moto del gommone,
non accenniamo nemmeno a spogliarci dei pesanti strati “da viaggio”.
Veniamo agitati meno bruscamente ma con più ampiezza dai frangenti
occasionali ma non viene disturbata la concentrazione con cui scrutiamo il
lento tracciarsi del fondo sul visore. Lo strumento disegna lentamente un
fondale che interpretiamo come piatto, piattissimo, senza rocce o rilievi
di sorta, sabbioso: la linea bianca che segnala la durezza del fondale è
“molle”. E per di più fisso oltre i quaranta metri. Ci avviciniamo
pian piano: niente. Nessun segno di risalita. Punto previsto raggiunto e
superato, niente ancora. Un pallone in acqua a segnalare speranzosamente
la zona e cominciamo lenti cerchi intorno, fidandoci più del tracciamento
della rotta sul visore del GPS che della vista perché il pallone è
spesso nascosto dai frangenti più alti. Niente ancora, tranne forse un
lieve innalzarsi del fondo fino a meno trentotto metri. Proviamo a seguire
la direzione dell’innalzamento… e sembra funzionare perché ci
spostiamo molto a Est rispetto al pallone ma man mano il fondo sale: meno
35, meno 30, meno 33. Poi, meno 28. Improvvisamente Checco salta in piedi
e indica:
-
Rete! Un galleggiante. Là.
E in effetti a un centinaio di
metri ballonzola verticale una canna di bambù con uno straccio nero in
cima: una boa di qualche rete. Guardando bene, ora che le cerchiamo, non
è l’unica. In un semicerchio ce ne sono altre. Ci dirigiamo subito in
quella direzione, accelerando e l’ecoscandaglio prontamente risponde:
-26, -25, -21, poi cala, -27, -33. Ma non importa, ci basta quel –21.
Trovato! In fretta memorizziamo il punto sul GPS. Adesso sì che siamo
ansiosi di vestirci.
Torniamo, a motori al minimo
per non disturbare la zona, a riprenderci il pallone, e porto lentamente
il gommone sopravvento mentre Checco comincia a vestirsi: oggi tocca a lui
andare in acqua per primo.
Si veste più lentamente del
solito ed è verdino in faccia, non deve avergli fatto bene lo
sballottolare del gommone durante la lunga ricerca del sommo. Comunque
arriviamo rapidamente in zona, si butta in acqua e gli passo il fucile
carichissimo. Spinto dal vento mi allontano velocemente, anche troppo.
Devo stare attento a non perderlo di vista. Non è facile seguire un
boccaglio che è volutamente il meno visibile possibile e un paio di pinne
che appena bucano la superficie nella cauta pinneggiata di caccia in
queste condizioni, con i frangenti ormai costanti inframmezzati da onde più
alte che nascondono tutto nell’avvallamento improvviso. Si rischia
grosso, soprattutto nel caso si venga trascinati via dal sommo da un pesce
di mole, di perdersi nel mare a oltre trenta miglia dalla costa e di
restare a galleggiare per giorni. Dipende tutto dall’affiatamento e
dall’attenzione dell’uomo in barca. D’altra parte per i primi tuffi
su un sommo per noi vergine non posso chiedergli di pescare con
l’impiccio del pallone…
Già non lo vedo più e non ho
nemmeno visto se si è immerso o meno. Uno sguardo al GPS mi conferma di
essermi spostato anche troppo per cui riaccendo un motore e risalgo
direttamente il vento, cercando, oltre la prua caracollante, uno spruzzo,
un boccaglio, un circolo nell’acqua agitata che denunci un’immersione
recente. Eccolo. Sta ancora nuotando, il fucile imbracciato in superficie,
non rilassato in verticale sotto di lui. Può essere il segnale che c’è
davvero pesce sotto, che sta vedendo qualcosa. Allargo il giro, gli passo
lontano, arrivo decisamente sopravvento e spengo tutto. Ora si immerge. Le
pinne in alto, il fucile sempre stretto al petto. Un circolo di schiuma
che scompare troppo in fretta confondendosi con quella del frangente
successivo. Seguo spasmodicamente la zona, cercando di ricostruire, con le
quasi nulle indicazioni disponibili, dove è scomparso. Tento perfino di
eseguire veloci triangolazioni con i segnali delle reti ma sono troppo
lontani da me e troppo distanziati gli uni dagli altri, devo andare a
naso. Eccolo di nuovo. Mi vede, sono ancora vicino, ha fatto una
immersione molto breve. Deve ancora rompere il fiato? Alza la mano nel
consueto segnale del “ho visto che mi hai visto, tutto bene” ma mi
guarda e da lontano scuote la testa. C’è qualcosa che non va.
Ricomincia a nuotare
controcorrente, deciso, il fucile sempre imbracciato. Scarroccio in
fretta, sono ormai di nuovo lontano quando vedo le pinne verticali. Si
immerge di nuovo. Aggrappandomi alla barra del timone mi alzo in piedi
resistendo agli sballottolamenti delle onde e aguzzo gli occhi. Non posso
certo accendere il motore mentre è in caccia, soprattutto da sott’acqua
un tale rumore estraneo ed improvviso può, e nel passato lo ha fatto
davvero, più volte, turbare un instabile equilibrio psicologico e far
decidere definitivamente un pesce ad allontanarsi invece di venire a tiro.
Ma sono nervoso, è il momento
peggiore: se si spara e si prende qualcosa è assai difficile resistere
alla tentazione di non concentrare tutta l’attenzione sul pesce e si
tende troppo facilmente a non badare al compagno in barca che ti cerca.
Aspetto, col vento che mi
fischia a ripetizione intorno. Sono ormai sull’orlo dell’accendere i
motori, comunque, quando vedo, quanto lontano!, una testolina che buca la
superficie. Accendo subito e punto diretto contro di lui. Vedo che si
volta di qua e di là prima di trovarmi, non si deve vedere bene nemmeno
così, bassi sulla superficie, e mi fa cenno di andarlo a prendere. Arrivo
piano, guardando la pinneggiata, il fucile. È ancora carico, non ha
sparato…
Me lo passa e sale a brodo con
un grugnito di sforzo. Le goccioline che si porta dietro mi vengono
sparate addosso in orizzontale da una folata più forte. Scuote ancora la
testa, sputa il boccaglio, si sfila il cappuccio:
-
Sto male. Pesce ce n’è, ho visto davvero due ricciole, grosse,
sul plateau. E si avvicinano, anche. Ma non ho fiato. Assolutamente non ho
fiato. Poi c’è un sacco di corrente, si fa fatica…
Di colpo si volta e vomita
oltre la murata. Povero Checco. Pescare in queste condizioni deve essere
una tortura. Vedendo pesce, poi.
Aspetto che finiscano i conati.
Checco si volta, si pulisce la bocca con una manciata di acqua, si
sciacqua la faccia. È pallidissimo e non si capisce se sia sudato o
bagnato. Ma sembra riprendersi. Respira lentamente, seduto sul tubolare,
il viso controvento. Poi si volta e mi fa cenno: ricominciamo.
Accendo i motori, ormai ci
siamo allontanati parecchio, serve di nuovo il GPS per tornare in zona. Si
rimette il cappuccio, maschera e boccaglio, afferra il fucile e scende in
acqua. Lo seguo con ancora maggiore attenzione, ora. Sono talmente vicino
che lo sento perfino respirare rumorosamente, poi si immerge e scompare.
Vengo al solito spazzato via a ballonzolare lontano, il gommone ormai
rumoroso, la prua che spancia sulle onde. L’immersione è più lunga
questa volta, o forse sembra tale a me. Riemerge. Mano alzata nel segnale
di OK e ricomincia nuotare.
Il mare e il vento sono ormai
tali per cui non posso più aspettare, dopo ogni tuffo devo riaccendere
uno dei motori, a turno, e risalire per potergli rimanere ragionevolmente
vicino. La corrente deve essere davvero forte perché dopo un altro paio
di immersioni mi fa di nuovo cenno di raccoglierlo.
Non sembra stare molto meglio.
Mi dice solo di riportarlo sopravvento. E che c’è pesce. Respira
profondamente anche mentre è in gommone, ha gli occhi chiusi. Al segnale
si tuffa e quasi senza pausa si immerge subito. Questa volta sono
vicinissimo per cui vedo la muta verde confondersi scendendo, le pinne ad
agitarsi per un istante di più, lasciando in superficie un circolo di
acqua increspata subito disperso. Rimango sulla murata a cercare di
individuare una forma, lì sotto, ma senza esito. Cerco di restare basso
per offrire meno vela al vento, magari si riduce qualcosa della velocità
di scarroccio…
Di colpo, dopo poco, riemerge.
Si toglie di scatto la maschera e il boccaglio e respira a bocca aperta, a
grandi singulti. Poi si volta a cercarmi, mi vede, scuote la testa e mi
chiama con un cenno.
-
Non ce la faccio. Sto troppo male. Mi viene da vomitare stando
sotto acqua Ho cercato di resistere il più possibile, ma non ce la
faccio… E c’è pesce, sai, c’è pesce bello. Vedo quasi sempre
ricciole ma non riesco a prenderle. Rischio che le spavento e basta. Vai
tu che almeno prendiamo qualcosa.
Mi da il fucile e monta
stancamente a bordo, si toglie le pinne seduto sul tubolare, come
indolenzito ciondola ai frangenti che entrano ora che abbiamo il fianco al
vento. Io non parlo, lo guardo un momento poi apro la sacca e comincio a
vestirmi. Il più in fretta possibile, sia perché voglio far stare Checco
il meno possibile a ballare a motore spento sia perché la situazione
meteorologica è ormai, definitivamente, virata verso burrasca in arrivo.
E abbiamo trenta miglia prima di tornare in porto.
Un attimo di brivido a
togliersi cerata e strati vari poi la muta scivola sulla pelle e sono
caldo e asciutto di nuovo. In fretta preparo le pinne, sputo nella
maschera, sono pronto. Accendo io i motori, e guido il gommone che si
impenna e sbatte nella rotta direttamente controvento verso il sommo. Il
pallone, lasciato il giro prima, è ormai praticamente inutile come punto
di riferimento, anzi proprio lì lo perderemo, strappato dal fondo da
qualche frangente più forte, incattivito dal sommo, più basso del mare
circostante. Galleggerà perso per il mare fino, se ci arriva, alla costa
africana.
Sono in acqua. E, di colpo, che
cambiamento! Non più sballottolamenti selvaggi, schizzi d’acqua sparati
dal vento, rumore di onde, scrosci, sibili. È tutto tranquillo,
silenzioso, caldo. Unica comunicazione che “sopra” c’è una
mareggiata in arrivo è l’ormai automatico compensare con il corpo sulle
onde che ti sollevano.
Sono sopra una zona di
bassofondo, coperta di alghe, deve essere il tetto. Secondo me la zona
migliore deve essere la caduta a Est, quelle famose “dita” di cui ci
avevano parlato. La corrente è forte davvero, le lunghe alghe sotto sono
piatte sul fondo, ma credo dipenda dal fatto di essere sul sommo,
l’effetto Venturi di accelerazione picchia qui nel modo peggiore. Mezzo
trascinato mezzo nuotando mi dirigo a Est e trovo la caduta. E, subito, le
ricciole! Sopra a una delle punte ci sono tre mostri, immobili in
corrente, le teste a sinistra. E non sembrano fare nessuna fatica a restar
lì: nuoticchiano appena, muovendo piano la coda, ferme. Il cuore perde un
battito…
Ancora preda del torrente del
sommo un gran fiato affrettato e mi immergo. So già che sono troppo
spostato per tentare una caduta, diretta e facile, posso solo provare ad
essere una ricciola. Scendendo il flusso di corrente molla e rallento. Il
fucile è stretto al petto, la punta dell’arpione è all’altezza della
maschera, non sporge nulla. Inconsciamente la mano destra ha controllato e
ricontrollato e controllato ancora sicura - massima potenza - tensione del
grilletto. Mi dirigo vagamente un poco al largo della loro posizione,
puntando nel blu oltre a loro. Se scappano, ragiono, andranno verso il
largo. Si aprono subito, ognuna scatta, nervosa, per la proprio strada. E
puntano verso il dentro della secca. Calcoli sbagliati. O no? Continuo a
scendere, immobile. Passo a tre metri dal punto in cui erano prima e,
spinto da una nuova corrente, mi allargo oltre la caduta. Vagamente
sbirciando verso il basso intravvedo la pettorale di un cernione che si
agita nel buio, proprio in parete, in candela, fondo. Non mi interessa
minimamente in questo momento. Di colpo uno schiocco, forte, improvviso,
mi fa sobbalzare. Un ricciolone è tornato e ha scodato a sei metri da me,
nel blu. E un altro, meno enfaticamente, arriva da dietro. E vedo anche la
terza. Sono tornate, siamo ancora in gioco.
Hanno riformato il gruppetto di
prima, ma ora nuotano attivamente, controcorrente. Comincio anche io a
nuotare, dietro a loro, su rotta parallela, non minacciosa. I secondi
passano lenti, lenti, cadenzati nel paziente ritmo della pinneggiata.
Improvvisamente una si stacca dal gruppetto, rallenta, vira verso
sinistra, indecisa, nella mia direzione. La ignoro, viro anche io a
sinistra, senza cambiare ritmo. Sotto di me il blu più totale, cupo,
spezzato solo dalle vaghe ombre delle onde che frangono in superficie,
lassù, lontano. Accenno uno sguardo, da sotto la pancia, alla mia destra.
La transfuga si è trascinata dietro le altre, il gruppetto intero mi
segue, ora sono io che conduco la rotta. Il tempo stringe, le molecole di
ossigeno vengono inesorabilmente consumate, devo, se posso, accelerare i
tempi. Accenno a rallentare, mi dirigo, piano, verso destra, tendo a
ridurre la quota. Di colpo i riccioloni mi sono intorno, a due metri,
massicci. Hanno chiuso la formazione con me in mezzo, ruotano gli occhi
per guardarmi nella lenta pinneggiate che impongo io: sono, brevemente,
certo, parte del branchetto. È il momento del tiro… ed esito. Sono
stato accettato, se avessi più fiato, se respirassi acqua, potrei forse
andar per Mare con loro, giù, nel blu, vedere a lungo quelle cose che ora
intravedo di furia, da estraneo. Un momento, un picco, di desiderio di
fusione.
Poi faccio un patto con
Poseidone, che manterrò puntigliosamente. Tornerò qui sotto, rifarò ciò
che ora ho fatto, ma solo con la macchina fotografica, a far vedere ad
altri, a far assaporare, se non la fusione, la vicinanza con queste
splendide creature.
Poi sparo.
Per un istante mi sento
disgustato, poi gli automatismi di tanti anni prendono piede. Schizzo
verso la superficie, la testa verso l’alto, la mano sul mulinello a
regolare lo srotolamento della sagola. Così, nel blu, non dovrebbe
esserci pericolo di arroccare la bestia. Arrivo in superficie in un mondo
di rumori e di moti scomposti, nel pieno del ventre di un’onda che mi
frange addosso, mi fa bere, mi storge la maschera per un momento. Per
prima cosa mi metto il boccaglio poi, memore delle mie preoccupazioni di
prima, cerco la macchia colorata del gommone. Non c’è. OK, sono nel
cavo di un’onda, alla prossima cresta. Do un colpo di pinne, per un
momento la ricciola dimenticata, e mi spingo in alto. Il gommone non c’è.
Un istante di tuffo al cuore, poi un baffo bianco, alquanto lontano. Urlo,
agito un braccio e vedo che Checco guarda nella mia direzione, alza un
braccio in risposta e mi viene incontro lavorando nervosamente di
acceleratori. La ricciola intanto non è stata tranquilla. Sta tirando e
mi tira con sé, in un crescente orlo di schiuma. Il mulinello è ormai
vuoto, colpa anche della mia “distrazione” in superficie. Ma quando
tiro riesco abbastanza agevolmente a recuperare filo. Buone notizie.
Sballottolato dalle onde,
coperto dalla schiuma dei frangenti più grossi, riesco a buttare tuttavia
la sagola dietro di me, a galleggiare bianca in superficie: una serie di
sassolini alla Pollicino per aiutare Checco a trovarmi. Un attimo di
panico: vedo avvicinarsi, tutta inclinata nella corrente, la sagola nera
di uno dei galleggianti delle reti, devo essere ben fuori dal tetto, ecco
perché Checco mi aveva perso di vista. Il timore che la ricciola possa
intrecciarvisi così da permetterle di avere un punto di appoggio contro
cui fare leva e strappare tutto liberandosi svanisce per fortuna in
fretta, le sfiliamo a fianco rapidamente. Ormai sta cedendo, la vedo sotto
i miei piedi, galleggia di piatto, muove la coda piano. Scendo da lei gli
ultimi metri, afferro l’asta, saggio piano che l’arpione dall’altra
parte tenga, poi do un tirone, me la porto contro, la afferro, la
abbraccio, le avvolgo le gambe intorno, scivolo con la mano fino alle
branchie, vinco la sua ultima resistenza a tenerle serrate, la impugno
bene e nuoto verso la superficie. Tra gli schizzi delle onde e delle sue
scodate la uccido in fretta. Mi fermo. È finita. Sto respirando
pesantemente, mi rendo conto di colpo, sono circondato dalle volute degli
ultimi metri di sagola, il gommone è a quattro metri da me. Nuoto in
quella direzione, trasferisco a Checco che si sporge verso di me,
completamente vestito, la certa bagnata che luccica, la presa sulle
branchie:
-
Piano. Ce l’hai? Piano. Posso mollare?
Salgo a bordo e in fretta
riprendo possesso della bestia. Con un urlo di sforzo, senza tentare di
sollevarla, so che non ce la farei, la faccio scivolare sul tubolare, e la
guido in una caduta controllata sul pagliolato. Il corpo si adagia con un
gran tonfo, la coda imponente sbatte con uno schiaffo esplosivo contro la
vetroresina: è a bordo.
Per un momento, seduti sugli
opposti tubolari, la contempliamo. Che bestia! La testa è grande il
doppio di quella dell’umano che l’ha catturata, la bocca è enorme. Ci
guardiamo in faccia, scuotiamo contemporaneamente la testa e ammiriamo di
nuovo lei, lì stesa, gigante, ai nostri piedi. Lentamente Checco allunga
la mano stringe forte la mia nelle consuete congratulazioni di “ottima
cattura”.
Di colpo mi sveglio, ritorno ad
essere non un subacqueo ma un marinaio, che deve fare i conti con la
superficie del mare e non con le sue chete profondità.
In quei pochi, lunghissimi
minuti, che ho abitato dentro il mare, la superficie è impazzita. Il
vento ora non è più a raffiche ma continuo, la direzione un secco
Nord-Ovest. Una maestralata con i controfiocchi. I frangenti, frustati dal
suo impeto, sono ora tutti crestati da una spanna di schiuma, i più alti,
quando ci sono addosso, nascondono pressoché completamente il panorama
circostante. Senza perdere un attimo mi spoglio e per una volta non
avverto di rabbrividire quando, nudo, mi butto addosso maglioni e cerata
per le trenta e passa miglia che ci aspettano. Per fortuna avevamo
riempito i serbatoi dalle taniche di riserva appena individuato il sommo,
farlo ora vorrebbe dire spargere benzina per tutto il gommone: possiamo
partire. Il GPS segnala ubbidiente la rotta ideale per Pantelleria, anche
se so già che, in queste condizioni di mare, sarà pressoché impossibile
mantenerla.
I motori non sono mai stati
spenti per cui prendo la barra e do prudentemente gas. Sballottato ma
ubbidiente entra in planata, poi si impenna di colpo sull’onda
successiva, rallenta, tentenna, ma accelero con decisione, le doppie
eliche mordono l’acqua e siamo di nuovo in planata. Devo rallentare
subito dopo perché altrimenti salteremmo a tuffo giù da quel picco e
devo accelerare di nuovo all’arrampicata sull’onda ancora successiva.
Non se ne parla di un ritorno pacatamente reggendo la barra in mano: qui
bisogna guidare, e bene, destreggiandosi tra accelerate e rallentamenti,
virate decise a evitare “buchi” spaccadenti sulla superficie del mare.
Per fortuna il vento è fisso al giardinetto di dritta, lo scafo è uno
dei più marini per la sua categoria, e riusciamo a tenere, quasi sempre,
un abbastanza confortevole otto – nove nodi.
Presto entro in una specie di
trance concentrata in cui il punto focale è la superficie del mare dieci
metri davanti alla prua, la mano si muove automaticamente sulle leve degli
acceleratori, il corpo pencola, inconsciamente anticipando gli sbattoni in
arrivo. Ogni tanto sbaglio, o le onde mi sorprendono: un picco doppio che
improvvisamente invece di schizzare ad incontrare e sostenere la prua si
ritira di colpo sotto ad essa. Ed allora lo sbattone è cattivo, lo sento
riverberare dalla vetroresina attraverso la pianta dei piedi, su su fino
alla colonna vertebrale. Checco grugnisce e si lamenta ma non ho tempo
altro che per un veloce “pardon” ogni tanto.
La linea della nostra rotta
intanto inesorabilmente diverge da quella ideale del GPS e devo cambiare
scala, una, due volte, per tenerle entrambe sullo schermo. Sotto la sferza
montante del mare e del vento siamo costretti sempre più a sinistra,
sempre più lontani da Pantelleria. Devo allora bordeggiare, uscire da
quella, precaria sì, ma planata e in lento, sbattuto e bagnato
dislocamento, rimontare a dritta fino a tornare più o meno in rotta.
Costretto a cedere nuovamente appena la planata ricomincia.
Le miglia sono tante e passano
lentissime. Ci metteremo ben più di tre ore a tornare in queste
condizioni e comincio a preoccuparmi della benzina. Abbiamo per sicurezza,
al solito, una volta e mezza quella prevista, e sul Banco è vero che
abbiamo smotorato per stare dietro all’uomo in acqua ma per poco tempo.
Certo è d’altra parte che queste continue accelerate, alcune a fondo
per uscire dall’onda, consumano uno sproposito…
L’ambiente attorno è intanto
ancora peggiorato. Le onde si sono ormai dotate tutte di un orlo di
schiuma strapazzato e sputato via in orizzontale dal vento aumentato fino
ad ululare. Alcune sono così alte che, nel loro incavo, il gommone è in
totale calma di vento, il versante rivolto verso di noi liscio come vetro,
verde, spesso. Ed è proprio da una di queste pareti pressoché verticali,
dall’alto, da sopra di noi, che un piccolissimo pesce volante
spaventato esce dall’acqua e precipita in basso a schiantarsi contro la
consolle di guida. Si dibatte, guizza, va ad incastrarsi sotto la bussola.
Non ho ormai nemmeno il tempo di cercare di ributtarlo in acqua. Lo troverò
lì, povero coso rinsecchito ma ancora con le ali aperte, il giorno dopo e
di lì finirà per anni nel mio portafoglio a memoria dell’avventura.
La situazione comincia davvero
a farsi preoccupante. La planata è ormai più assente che presente, la
prua è costantemente squassata dalle onde che vorrebbero fermarla e dalla
potenza dei motori che la forza in avanti. Sono completamente fradicio e
non mi sono messo la maschera subacquea per vederci in mezzo a tutta
quest’acqua volante solo perché il vento viene da dietro e riesco,
tenendo la testa piegata, a farla defluire. Il colore del mondo
circostante è grigio, cupo, verdastro, spazzato a tratti dal bianco dei
frangenti che tuttavia non fanno nulla per rischiararlo.
Poi di colpo comincia a
piovere. Prima una pioggerellina leggera che appena buca la superficie del
mare poi un acquazzone deciso che appiattisce le onde, soffoca il vento,
mi ruscella addosso, sorprendendomi all’improvviso col suo sapore di
acqua di terraferma, dolce, a sciacquare via tutto il mare che mi si è
rovesciato addosso nelle ultime ore.
Riesco ad accelerare, di colpo
la planata è facile, do quasi tutto motore e l’indicatore della velocità
balza prima a dodici, poi quindici, poi diciotto nodi. Oltre non posso
spingere perché il mare è sempre formato anche se non più crestato ed
un paio di imprudenti decolli dalle onde hanno portato a improvvisi e
brutali schianti all’atterraggio. Ma va benone, riusciamo a riguadagnare
anche le miglia scadute a sinistra sotto l’effetto del maestrale e a
tornare sulla rotta ideale. Probabilmente non durerà ma intanto riesco a
vedere di nuovo come sta Checco. Sembra bene, sotto i torrenti d’acqua
che ancora ci sommergono è fradicio anche lui, la giacca a vento leggera
che costituisce la sua cerata è incollata al maglione sottostante, le
mani strette attorno al maniglione della consolle e alla cima di prua.
La pioggia ha risolto la
situazione. Ci ha permesso di raggiungere quasi la costa di Pantelleria
prima di cessare e di lasciare campo di nuovo al vento scatenato. Tuttavia
ormai siamo quasi arrivati. Anche se ci stiamo fidando del GPS che
annuncia meno tre miglia perché di Pantelleria all’orizzonte non c’è
traccia. Ma il mare è cambiato, il vento in qualche modo sembra risentire
della gran massa vicina dell’isola e della sua montagna e cede pian
piano. Di colpo vediamo le casette bianche del porto, già grandi, prima
come un miraggio, quasi sospese a mezzo nell’aria caliginosa, poi
finalmente nette, ancorate a terra come tutte le serie case di terraferma.
Il gommone che entra in piena
planata nell’avanporto, la prua che si posa stanca sulle onde al
togliere motore, gli ombrinali per la prima volta tappati dopo la fuga dal
Banco, l’improvviso silenzio dal vento: siamo arrivati.
E,
sempre, quell’assurda, estraniante sensazione che gli esseri umani che
vediamo passeggiare a dieci metri da noi vedano questa esemplarmente
cattiva maestralata, poi ci diranno aver raggiunto forza otto, solo come
un po’ di vento, una scocciatura a sollevare polvere negli angoli.
Un siluro tutto
d'oro
Testo di Riccardo
Andreoli - da uno spunto di Fernando
Manuel Clemente Costa
Marzo del 2002. Sono in ottima
forma, sto pescando regolarmente da mesi, almeno due giorni a settimana.
Finalmente le condizioni meteomarine sono buone e così con un amico
decidiamo per una uscita di pesca al largo, condizione abbastanza rara per
le agitate acque oceaniche del Portogallo. Mettiamo la barca in acqua a
Portimao, antico porto di pescatori nell’Algarve, nel sud del Paese. La
zona di pesca è lontana dalla costa cinque o sei miglia in direzione
sud-est. L’oceano è abbastanza piatto così in una ventina di minuti
siamo già ancorati e pronti ad immergerci. Il fondo sotto di noi è a
circa 16 metri e dovrebbe esserci una parete, un “muro”, dove le
informazioni che abbiamo raccolto dicono dovrebbe girare pesce bello,
saraghi e dentici. Con pazienza lo troviamo e lo pedagnamo con due o tre
boe. Pronti! Primo tuffo, l’acqua non è pulita, circa otto metri di
visibilità ma è vero che c’è pesce: vedo subito un branco di bei
saraghi. Il mio amico ed io peschiamo un po’ distanti così da non
disturbarci a vicenda il pesce ma ci teniamo d’occhio (anche per
controllare quanto pesce prende l’altro!). Dopo un paio d’ore abbiamo
in barca un buon carniere: un denticiotto di un paio di chili, un paio di
spigole piccoline, diversi bei saraghi sul chilo, chilo e mezzo. E
soprattutto una bella coppia di saraghi faraone, non spettacolosi ma di
oltre due chili ciascuno, presi all’aspetto.
Mi immergo ancora, un po’
fuori rispetto alle boe che segnalano il muro. Scendendo devo così
correggere la traiettoria. Arrivo planando su di un sasso, lontano circa
mezzo metro dal muro. Continuo la planata per arrivare al muro vero e
proprio ma improvvisamente mi blocco. Giurerei di aver visto un movimento
dietro al sasso. Sembrava proprio una coda. Ma… grande così?? Avverto
un movimento davanti a me, immediatamente porto il fucile in avanti e
sparo al testone che lentamente sta uscendo dall’altra parte del sasso.
Un Bocca d’oro! Bellissimo! L’asta da 6,5 mm del mio Picasso 100 in
carbonio lo centra immediatamente dietro gli occhi, colpo quasi subito
mortale. Risalgo in superficie senza dover nemmeno aprire il mulinello.
Alla bilancia, a casa dopo il lungo ritorno, pesava 38.4 chili di grande
soddisfazione.
La zona migliore per pescare i
Bocca d’oro in Portogallo, è il sud. I pescatori locali sono convinti
che il pesce venga dal Nord-Africa e che possa risalire la costa
occidentale per un certo tratto. Lo si trova, anche se raramente, almeno
fino a Lisbona. Non è certo un pesce comune anche se ne è certamente più
probabile l’incontro che nelle acque italiane.
L’Algarve, quindi, è la zona
di elezione. Qui i pescatori, contrariamente alla maggior parte del
Portogallo, hanno almeno una zona di ridosso. Quando c’è vento forte da
est si può pescare nella costa di ponente, quando la perturbazione arriva
da Nord o da Nord-Ovest si pesca a sud. Protetto dall’Oceano aperto da
Capo de San Vicente, vicino allo spagnolo Golfo di Cadice, ha sempre
qualche grado di più sotto acqua. Questo vuol dire più abbondanza di
prede pregiate come gli sparidi: si trovano facilmente dentici, saraghi
faraoni, orate. Si pesca abbastanza al largo, di solito a due o tre
miglia, su un fondo stratificato tra i quindici e i venti - ventidue
metri. La visibilità è molto variabile, in dipendenza di venti e
correnti: può essere tra i due (!) metri e i quindici. Tipicamente il
colore dell’acqua è un giallo deciso, lo stesso giallo dei sedimenti. I
pescatori locali pescano con arbalete da 100 e mulinello, che viene
sostituito da un 90, più maneggevole e senza mulinello, se trovano una
tana piena di saraghi.
Riccardo
A. Andreoli