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PescaSub N. 167 - Agosto 2003

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In italiano.

Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

"Una ricciola nella tempesta"

I ricchi fondali del Banco Murena

 

Un leggero vento si trasforma ben presto in una maestralata violenta, con raffiche fortissime che fanno alzare alte onde cariche di schiuma. In queste condizioni l'autore del servizio e il suo compagno di pesca hanno percorso le 30 miglia abbondanti che separano questa bellissima risalita in mezzo al mare da Pantelleria... 

Anno XVI,  n. 167 –Agosto 2003 – Pg. 30 – 35

 

Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

"Un siluro tutto d'oro"

Lungo le coste del Portogallo, specialmente nella regione dell'Algarve, è abbastanza frequente l'incontro con il boccadoro, uno stupendo pesce che ricorda nell'aspetto la corvina e l'ombrina. La cattura di un esemplare di 38 chili di peso.

Anno XVI,  n. 167 –Agosto 2003 – Pg. 52 – 54

Banco Murena

 

In gommone in viaggio verso un Banco nuovo. Sulle carte è segnato come Banco Avventura, nome che è già tutto un programma, ma ai pescatori locali è più semplicemente noto, per oscure ragioni, come Banco Murena. È piccolissimo, il sommo, dalle carte e dagli scarni racconti di coloro che siamo riusciti a convincere a dirci qualcosa, è un plateau di una ventina di metri per altrettanti, che precipita a Est e scende più lentamente a Ovest. È per di più a oltre trenta miglia, per cui è difficilissimo da trovare; praticamente impossibile poi farlo al primo colpo, anche svolgendo i calcoli più raffinati per ottenere il passaggio tra carte e GPS il più preciso possibile. Possiamo sperare che sia in qualche modo segnato, nei dintorni, da qualche galleggiante di rete. Sappiamo che è frequentato anche da pescherecci della lontana Sicilia.

Le segnalazioni parlano, vagamente beninteso, di ricciole, grosse, per cui dobbiamo, assolutamente dobbiamo, andarci.

La rotta sfiora il lato Est del Banco di Pantelleria per cui l’inclinazione dei raggi di sole, la direzione delle onde, tutto concorda nel confermarci, per un po’, di essere su strada conosciuta. Almeno fino a che dopo venti miglia sul visore del GPS non scorrono a lato, e restano indietro, i consueti waypoint. Di qui ci dovremo spingere oltre, ancora per più di dieci miglia.

Le condizioni meteorologiche non sono proprio ideali oggi. Un vento che era, in partenza, leggero ma non lo è ormai più, increspa la superficie del mare. Si cominciano a vedere, già così presto la mattina, minacciosi piccoli frangenti che scuotono il gommone quando vengono frantumati dalla prua. L’ambiente pure è strano, grigio, fossi in qualunque altro luogo che non il Canale di Sicilia direi quasi nebbioso. La montagna Grande di Pantelleria è scomparsa dopo poche miglia, paradossalmente prima delle casette bianche del porto. Esperienza insegna che tali condizioni portano di solito a vento forte, ma ormai siamo in ballo, possiamo solo sperare che, come al solito, il vento rinforzi dai quadranti Nord per cui non sarebbe così disastroso tornare la sera verso Sud.

Onda su onda, lentamente, tra gli sbattoni delle onde più grosse, il GPS segna l’avvicinamento della posizione prevista per il Banco. Questa volta nessun incontro con le stenelle che ci avevano salutato in altri giorni di calma assolutamente piatta. Soltanto, lontano, una brancotto di grossi tursiopi grigi, di solito assai scontrosi che puntualmente, al nostro avvicinarsi, dopo un momento di frenesia e schizzi a prua, si immergono in gruppo per riemergere lontano. Si perdono presto nella grigia superficie agitata.

Finalmente siamo a meno di un miglio e, buone notizie, non c’è nessuna imbarcazione a disturbare nei dintorni. Non se ne parla di vestirsi durante l’ultimo avvicinamento per entrare in acqua in fretta e col minimo disturbo, ora bisogna cominciare il tedioso lavoro di trovare il sommo. Accendiamo subito l’ecoscandaglio, non si sa mai, e usciamo di planata. Battuti dal vento e dagli schizzi che ora non vengono più sparati via dal moto del gommone, non accenniamo nemmeno a spogliarci dei pesanti strati “da viaggio”. Veniamo agitati meno bruscamente ma con più ampiezza dai frangenti occasionali ma non viene disturbata la concentrazione con cui scrutiamo il lento tracciarsi del fondo sul visore. Lo strumento disegna lentamente un fondale che interpretiamo come piatto, piattissimo, senza rocce o rilievi di sorta, sabbioso: la linea bianca che segnala la durezza del fondale è “molle”. E per di più fisso oltre i quaranta metri. Ci avviciniamo pian piano: niente. Nessun segno di risalita. Punto previsto raggiunto e superato, niente ancora. Un pallone in acqua a segnalare speranzosamente la zona e cominciamo lenti cerchi intorno, fidandoci più del tracciamento della rotta sul visore del GPS che della vista perché il pallone è spesso nascosto dai frangenti più alti. Niente ancora, tranne forse un lieve innalzarsi del fondo fino a meno trentotto metri. Proviamo a seguire la direzione dell’innalzamento… e sembra funzionare perché ci spostiamo molto a Est rispetto al pallone ma man mano il fondo sale: meno 35, meno 30, meno 33. Poi, meno 28. Improvvisamente Checco salta in piedi e indica:

-          Rete! Un galleggiante. Là.

E in effetti a un centinaio di metri ballonzola verticale una canna di bambù con uno straccio nero in cima: una boa di qualche rete. Guardando bene, ora che le cerchiamo, non è l’unica. In un semicerchio ce ne sono altre. Ci dirigiamo subito in quella direzione, accelerando e l’ecoscandaglio prontamente risponde: -26, -25, -21, poi cala, -27, -33. Ma non importa, ci basta quel –21. Trovato! In fretta memorizziamo il punto sul GPS. Adesso sì che siamo ansiosi di vestirci.

Torniamo, a motori al minimo per non disturbare la zona, a riprenderci il pallone, e porto lentamente il gommone sopravvento mentre Checco comincia a vestirsi: oggi tocca a lui andare in acqua per primo.

Si veste più lentamente del solito ed è verdino in faccia, non deve avergli fatto bene lo sballottolare del gommone durante la lunga ricerca del sommo. Comunque arriviamo rapidamente in zona, si butta in acqua e gli passo il fucile carichissimo. Spinto dal vento mi allontano velocemente, anche troppo. Devo stare attento a non perderlo di vista. Non è facile seguire un boccaglio che è volutamente il meno visibile possibile e un paio di pinne che appena bucano la superficie nella cauta pinneggiata di caccia in queste condizioni, con i frangenti ormai costanti inframmezzati da onde più alte che nascondono tutto nell’avvallamento improvviso. Si rischia grosso, soprattutto nel caso si venga trascinati via dal sommo da un pesce di mole, di perdersi nel mare a oltre trenta miglia dalla costa e di restare a galleggiare per giorni. Dipende tutto dall’affiatamento e dall’attenzione dell’uomo in barca. D’altra parte per i primi tuffi su un sommo per noi vergine non posso chiedergli di pescare con l’impiccio del pallone…

Già non lo vedo più e non ho nemmeno visto se si è immerso o meno. Uno sguardo al GPS mi conferma di essermi spostato anche troppo per cui riaccendo un motore e risalgo direttamente il vento, cercando, oltre la prua caracollante, uno spruzzo, un boccaglio, un circolo nell’acqua agitata che denunci un’immersione recente. Eccolo. Sta ancora nuotando, il fucile imbracciato in superficie, non rilassato in verticale sotto di lui. Può essere il segnale che c’è davvero pesce sotto, che sta vedendo qualcosa. Allargo il giro, gli passo lontano, arrivo decisamente sopravvento e spengo tutto. Ora si immerge. Le pinne in alto, il fucile sempre stretto al petto. Un circolo di schiuma che scompare troppo in fretta confondendosi con quella del frangente successivo. Seguo spasmodicamente la zona, cercando di ricostruire, con le quasi nulle indicazioni disponibili, dove è scomparso. Tento perfino di eseguire veloci triangolazioni con i segnali delle reti ma sono troppo lontani da me e troppo distanziati gli uni dagli altri, devo andare a naso. Eccolo di nuovo. Mi vede, sono ancora vicino, ha fatto una immersione molto breve. Deve ancora rompere il fiato? Alza la mano nel consueto segnale del “ho visto che mi hai visto, tutto bene” ma mi guarda e da lontano scuote la testa. C’è qualcosa che non va.

Ricomincia a nuotare controcorrente, deciso, il fucile sempre imbracciato. Scarroccio in fretta, sono ormai di nuovo lontano quando vedo le pinne verticali. Si immerge di nuovo. Aggrappandomi alla barra del timone mi alzo in piedi resistendo agli sballottolamenti delle onde e aguzzo gli occhi. Non posso certo accendere il motore mentre è in caccia, soprattutto da sott’acqua un tale rumore estraneo ed improvviso può, e nel passato lo ha fatto davvero, più volte, turbare un instabile equilibrio psicologico e far decidere definitivamente un pesce ad allontanarsi invece di venire a tiro.

Ma sono nervoso, è il momento peggiore: se si spara e si prende qualcosa è assai difficile resistere alla tentazione di non concentrare tutta l’attenzione sul pesce e si tende troppo facilmente a non badare al compagno in barca che ti cerca.

Aspetto, col vento che mi fischia a ripetizione intorno. Sono ormai sull’orlo dell’accendere i motori, comunque, quando vedo, quanto lontano!, una testolina che buca la superficie. Accendo subito e punto diretto contro di lui. Vedo che si volta di qua e di là prima di trovarmi, non si deve vedere bene nemmeno così, bassi sulla superficie, e mi fa cenno di andarlo a prendere. Arrivo piano, guardando la pinneggiata, il fucile. È ancora carico, non ha sparato…

Me lo passa e sale a brodo con un grugnito di sforzo. Le goccioline che si porta dietro mi vengono sparate addosso in orizzontale da una folata più forte. Scuote ancora la testa, sputa il boccaglio, si sfila il cappuccio:

-          Sto male. Pesce ce n’è, ho visto davvero due ricciole, grosse, sul plateau. E si avvicinano, anche. Ma non ho fiato. Assolutamente non ho fiato. Poi c’è un sacco di corrente, si fa fatica…

Di colpo si volta e vomita oltre la murata. Povero Checco. Pescare in queste condizioni deve essere una tortura. Vedendo pesce, poi.

Aspetto che finiscano i conati. Checco si volta, si pulisce la bocca con una manciata di acqua, si sciacqua la faccia. È pallidissimo e non si capisce se sia sudato o bagnato. Ma sembra riprendersi. Respira lentamente, seduto sul tubolare, il viso controvento. Poi si volta e mi fa cenno: ricominciamo.

Accendo i motori, ormai ci siamo allontanati parecchio, serve di nuovo il GPS per tornare in zona. Si rimette il cappuccio, maschera e boccaglio, afferra il fucile e scende in acqua. Lo seguo con ancora maggiore attenzione, ora. Sono talmente vicino che lo sento perfino respirare rumorosamente, poi si immerge e scompare. Vengo al solito spazzato via a ballonzolare lontano, il gommone ormai rumoroso, la prua che spancia sulle onde. L’immersione è più lunga questa volta, o forse sembra tale a me. Riemerge. Mano alzata nel segnale di OK e ricomincia nuotare.

Il mare e il vento sono ormai tali per cui non posso più aspettare, dopo ogni tuffo devo riaccendere uno dei motori, a turno, e risalire per potergli rimanere ragionevolmente vicino. La corrente deve essere davvero forte perché dopo un altro paio di immersioni mi fa di nuovo cenno di raccoglierlo.

Non sembra stare molto meglio. Mi dice solo di riportarlo sopravvento. E che c’è pesce. Respira profondamente anche mentre è in gommone, ha gli occhi chiusi. Al segnale si tuffa e quasi senza pausa si immerge subito. Questa volta sono vicinissimo per cui vedo la muta verde confondersi scendendo, le pinne ad agitarsi per un istante di più, lasciando in superficie un circolo di acqua increspata subito disperso. Rimango sulla murata a cercare di individuare una forma, lì sotto, ma senza esito. Cerco di restare basso per offrire meno vela al vento, magari si riduce qualcosa della velocità di scarroccio…

Di colpo, dopo poco, riemerge. Si toglie di scatto la maschera e il boccaglio e respira a bocca aperta, a grandi singulti. Poi si volta a cercarmi, mi vede, scuote la testa e mi chiama con un cenno.

-          Non ce la faccio. Sto troppo male. Mi viene da vomitare stando sotto acqua Ho cercato di resistere il più possibile, ma non ce la faccio… E c’è pesce, sai, c’è pesce bello. Vedo quasi sempre ricciole ma non riesco a prenderle. Rischio che le spavento e basta. Vai tu che almeno prendiamo qualcosa.

Mi da il fucile e monta stancamente a bordo, si toglie le pinne seduto sul tubolare, come indolenzito ciondola ai frangenti che entrano ora che abbiamo il fianco al vento. Io non parlo, lo guardo un momento poi apro la sacca e comincio a vestirmi. Il più in fretta possibile, sia perché voglio far stare Checco il meno possibile a ballare a motore spento sia perché la situazione meteorologica è ormai, definitivamente, virata verso burrasca in arrivo. E abbiamo trenta miglia prima di tornare in porto.

Un attimo di brivido a togliersi cerata e strati vari poi la muta scivola sulla pelle e sono caldo e asciutto di nuovo. In fretta preparo le pinne, sputo nella maschera, sono pronto. Accendo io i motori, e guido il gommone che si impenna e sbatte nella rotta direttamente controvento verso il sommo. Il pallone, lasciato il giro prima, è ormai praticamente inutile come punto di riferimento, anzi proprio lì lo perderemo, strappato dal fondo da qualche frangente più forte, incattivito dal sommo, più basso del mare circostante. Galleggerà perso per il mare fino, se ci arriva, alla costa africana.

Sono in acqua. E, di colpo, che cambiamento! Non più sballottolamenti selvaggi, schizzi d’acqua sparati dal vento, rumore di onde, scrosci, sibili. È tutto tranquillo, silenzioso, caldo. Unica comunicazione che “sopra” c’è una mareggiata in arrivo è l’ormai automatico compensare con il corpo sulle onde che ti sollevano.

Sono sopra una zona di bassofondo, coperta di alghe, deve essere il tetto. Secondo me la zona migliore deve essere la caduta a Est, quelle famose “dita” di cui ci avevano parlato. La corrente è forte davvero, le lunghe alghe sotto sono piatte sul fondo, ma credo dipenda dal fatto di essere sul sommo, l’effetto Venturi di accelerazione picchia qui nel modo peggiore. Mezzo trascinato mezzo nuotando mi dirigo a Est e trovo la caduta. E, subito, le ricciole! Sopra a una delle punte ci sono tre mostri, immobili in corrente, le teste a sinistra. E non sembrano fare nessuna fatica a restar lì: nuoticchiano appena, muovendo piano la coda, ferme. Il cuore perde un battito…

Ancora preda del torrente del sommo un gran fiato affrettato e mi immergo. So già che sono troppo spostato per tentare una caduta, diretta e facile, posso solo provare ad essere una ricciola. Scendendo il flusso di corrente molla e rallento. Il fucile è stretto al petto, la punta dell’arpione è all’altezza della maschera, non sporge nulla. Inconsciamente la mano destra ha controllato e ricontrollato e controllato ancora sicura - massima potenza - tensione del grilletto. Mi dirigo vagamente un poco al largo della loro posizione, puntando nel blu oltre a loro. Se scappano, ragiono, andranno verso il largo. Si aprono subito, ognuna scatta, nervosa, per la proprio strada. E puntano verso il dentro della secca. Calcoli sbagliati. O no? Continuo a scendere, immobile. Passo a tre metri dal punto in cui erano prima e, spinto da una nuova corrente, mi allargo oltre la caduta. Vagamente sbirciando verso il basso intravvedo la pettorale di un cernione che si agita nel buio, proprio in parete, in candela, fondo. Non mi interessa minimamente in questo momento. Di colpo uno schiocco, forte, improvviso, mi fa sobbalzare. Un ricciolone è tornato e ha scodato a sei metri da me, nel blu. E un altro, meno enfaticamente, arriva da dietro. E vedo anche la terza. Sono tornate, siamo ancora in gioco.

Hanno riformato il gruppetto di prima, ma ora nuotano attivamente, controcorrente. Comincio anche io a nuotare, dietro a loro, su rotta parallela, non minacciosa. I secondi passano lenti, lenti, cadenzati nel paziente ritmo della pinneggiata. Improvvisamente una si stacca dal gruppetto, rallenta, vira verso sinistra, indecisa, nella mia direzione. La ignoro, viro anche io a sinistra, senza cambiare ritmo. Sotto di me il blu più totale, cupo, spezzato solo dalle vaghe ombre delle onde che frangono in superficie, lassù, lontano. Accenno uno sguardo, da sotto la pancia, alla mia destra. La transfuga si è trascinata dietro le altre, il gruppetto intero mi segue, ora sono io che conduco la rotta. Il tempo stringe, le molecole di ossigeno vengono inesorabilmente consumate, devo, se posso, accelerare i tempi. Accenno a rallentare, mi dirigo, piano, verso destra, tendo a ridurre la quota. Di colpo i riccioloni mi sono intorno, a due metri, massicci. Hanno chiuso la formazione con me in mezzo, ruotano gli occhi per guardarmi nella lenta pinneggiate che impongo io: sono, brevemente, certo, parte del branchetto. È il momento del tiro… ed esito. Sono stato accettato, se avessi più fiato, se respirassi acqua, potrei forse andar per Mare con loro, giù, nel blu, vedere a lungo quelle cose che ora intravedo di furia, da estraneo. Un momento, un picco, di desiderio di fusione.

Poi faccio un patto con Poseidone, che manterrò puntigliosamente. Tornerò qui sotto, rifarò ciò che ora ho fatto, ma solo con la macchina fotografica, a far vedere ad altri, a far assaporare, se non la fusione, la vicinanza con queste splendide creature.

Poi sparo.

Per un istante mi sento disgustato, poi gli automatismi di tanti anni prendono piede. Schizzo verso la superficie, la testa verso l’alto, la mano sul mulinello a regolare lo srotolamento della sagola. Così, nel blu, non dovrebbe esserci pericolo di arroccare la bestia. Arrivo in superficie in un mondo di rumori e di moti scomposti, nel pieno del ventre di un’onda che mi frange addosso, mi fa bere, mi storge la maschera per un momento. Per prima cosa mi metto il boccaglio poi, memore delle mie preoccupazioni di prima, cerco la macchia colorata del gommone. Non c’è. OK, sono nel cavo di un’onda, alla prossima cresta. Do un colpo di pinne, per un momento la ricciola dimenticata, e mi spingo in alto. Il gommone non c’è. Un istante di tuffo al cuore, poi un baffo bianco, alquanto lontano. Urlo, agito un braccio e vedo che Checco guarda nella mia direzione, alza un braccio in risposta e mi viene incontro lavorando nervosamente di acceleratori. La ricciola intanto non è stata tranquilla. Sta tirando e mi tira con sé, in un crescente orlo di schiuma. Il mulinello è ormai vuoto, colpa anche della mia “distrazione” in superficie. Ma quando tiro riesco abbastanza agevolmente a recuperare filo. Buone notizie.

Sballottolato dalle onde, coperto dalla schiuma dei frangenti più grossi, riesco a buttare tuttavia la sagola dietro di me, a galleggiare bianca in superficie: una serie di sassolini alla Pollicino per aiutare Checco a trovarmi. Un attimo di panico: vedo avvicinarsi, tutta inclinata nella corrente, la sagola nera di uno dei galleggianti delle reti, devo essere ben fuori dal tetto, ecco perché Checco mi aveva perso di vista. Il timore che la ricciola possa intrecciarvisi così da permetterle di avere un punto di appoggio contro cui fare leva e strappare tutto liberandosi svanisce per fortuna in fretta, le sfiliamo a fianco rapidamente. Ormai sta cedendo, la vedo sotto i miei piedi, galleggia di piatto, muove la coda piano. Scendo da lei gli ultimi metri, afferro l’asta, saggio piano che l’arpione dall’altra parte tenga, poi do un tirone, me la porto contro, la afferro, la abbraccio, le avvolgo le gambe intorno, scivolo con la mano fino alle branchie, vinco la sua ultima resistenza a tenerle serrate, la impugno bene e nuoto verso la superficie. Tra gli schizzi delle onde e delle sue scodate la uccido in fretta. Mi fermo. È finita. Sto respirando pesantemente, mi rendo conto di colpo, sono circondato dalle volute degli ultimi metri di sagola, il gommone è a quattro metri da me. Nuoto in quella direzione, trasferisco a Checco che si sporge verso di me, completamente vestito, la certa bagnata che luccica, la presa sulle branchie:

-          Piano. Ce l’hai? Piano. Posso mollare?

Salgo a bordo e in fretta riprendo possesso della bestia. Con un urlo di sforzo, senza tentare di sollevarla, so che non ce la farei, la faccio scivolare sul tubolare, e la guido in una caduta controllata sul pagliolato. Il corpo si adagia con un gran tonfo, la coda imponente sbatte con uno schiaffo esplosivo contro la vetroresina: è a bordo.

Per un momento, seduti sugli opposti tubolari, la contempliamo. Che bestia! La testa è grande il doppio di quella dell’umano che l’ha catturata, la bocca è enorme. Ci guardiamo in faccia, scuotiamo contemporaneamente la testa e ammiriamo di nuovo lei, lì stesa, gigante, ai nostri piedi. Lentamente Checco allunga la mano stringe forte la mia nelle consuete congratulazioni di “ottima cattura”.

Di colpo mi sveglio, ritorno ad essere non un subacqueo ma un marinaio, che deve fare i conti con la superficie del mare e non con le sue chete profondità.

In quei pochi, lunghissimi minuti, che ho abitato dentro il mare, la superficie è impazzita. Il vento ora non è più a raffiche ma continuo, la direzione un secco Nord-Ovest. Una maestralata con i controfiocchi. I frangenti, frustati dal suo impeto, sono ora tutti crestati da una spanna di schiuma, i più alti, quando ci sono addosso, nascondono pressoché completamente il panorama circostante. Senza perdere un attimo mi spoglio e per una volta non avverto di rabbrividire quando, nudo, mi butto addosso maglioni e cerata per le trenta e passa miglia che ci aspettano. Per fortuna avevamo riempito i serbatoi dalle taniche di riserva appena individuato il sommo, farlo ora vorrebbe dire spargere benzina per tutto il gommone: possiamo partire. Il GPS segnala ubbidiente la rotta ideale per Pantelleria, anche se so già che, in queste condizioni di mare, sarà pressoché impossibile mantenerla.

I motori non sono mai stati spenti per cui prendo la barra e do prudentemente gas. Sballottato ma ubbidiente entra in planata, poi si impenna di colpo sull’onda successiva, rallenta, tentenna, ma accelero con decisione, le doppie eliche mordono l’acqua e siamo di nuovo in planata. Devo rallentare subito dopo perché altrimenti salteremmo a tuffo giù da quel picco e devo accelerare di nuovo all’arrampicata sull’onda ancora successiva. Non se ne parla di un ritorno pacatamente reggendo la barra in mano: qui bisogna guidare, e bene, destreggiandosi tra accelerate e rallentamenti, virate decise a evitare “buchi” spaccadenti sulla superficie del mare. Per fortuna il vento è fisso al giardinetto di dritta, lo scafo è uno dei più marini per la sua categoria, e riusciamo a tenere, quasi sempre, un abbastanza confortevole otto – nove nodi.

Presto entro in una specie di trance concentrata in cui il punto focale è la superficie del mare dieci metri davanti alla prua, la mano si muove automaticamente sulle leve degli acceleratori, il corpo pencola, inconsciamente anticipando gli sbattoni in arrivo. Ogni tanto sbaglio, o le onde mi sorprendono: un picco doppio che improvvisamente invece di schizzare ad incontrare e sostenere la prua si ritira di colpo sotto ad essa. Ed allora lo sbattone è cattivo, lo sento riverberare dalla vetroresina attraverso la pianta dei piedi, su su fino alla colonna vertebrale. Checco grugnisce e si lamenta ma non ho tempo altro che per un veloce “pardon” ogni tanto.

La linea della nostra rotta intanto inesorabilmente diverge da quella ideale del GPS e devo cambiare scala, una, due volte, per tenerle entrambe sullo schermo. Sotto la sferza montante del mare e del vento siamo costretti sempre più a sinistra, sempre più lontani da Pantelleria. Devo allora bordeggiare, uscire da quella, precaria sì, ma planata e in lento, sbattuto e bagnato dislocamento, rimontare a dritta fino a tornare più o meno in rotta. Costretto a cedere nuovamente appena la planata ricomincia.

Le miglia sono tante e passano lentissime. Ci metteremo ben più di tre ore a tornare in queste condizioni e comincio a preoccuparmi della benzina. Abbiamo per sicurezza, al solito, una volta e mezza quella prevista, e sul Banco è vero che abbiamo smotorato per stare dietro all’uomo in acqua ma per poco tempo. Certo è d’altra parte che queste continue accelerate, alcune a fondo per uscire dall’onda, consumano uno sproposito…

L’ambiente attorno è intanto ancora peggiorato. Le onde si sono ormai dotate tutte di un orlo di schiuma strapazzato e sputato via in orizzontale dal vento aumentato fino ad ululare. Alcune sono così alte che, nel loro incavo, il gommone è in totale calma di vento, il versante rivolto verso di noi liscio come vetro, verde, spesso. Ed è proprio da una di queste pareti pressoché verticali, dall’alto, da sopra di noi, che un piccolissimo pesce volante spaventato esce dall’acqua e precipita in basso a schiantarsi contro la consolle di guida. Si dibatte, guizza, va ad incastrarsi sotto la bussola. Non ho ormai nemmeno il tempo di cercare di ributtarlo in acqua. Lo troverò lì, povero coso rinsecchito ma ancora con le ali aperte, il giorno dopo e di lì finirà per anni nel mio portafoglio a memoria dell’avventura.

La situazione comincia davvero a farsi preoccupante. La planata è ormai più assente che presente, la prua è costantemente squassata dalle onde che vorrebbero fermarla e dalla potenza dei motori che la forza in avanti. Sono completamente fradicio e non mi sono messo la maschera subacquea per vederci in mezzo a tutta quest’acqua volante solo perché il vento viene da dietro e riesco, tenendo la testa piegata, a farla defluire. Il colore del mondo circostante è grigio, cupo, verdastro, spazzato a tratti dal bianco dei frangenti che tuttavia non fanno nulla per rischiararlo.

Poi di colpo comincia a piovere. Prima una pioggerellina leggera che appena buca la superficie del mare poi un acquazzone deciso che appiattisce le onde, soffoca il vento, mi ruscella addosso, sorprendendomi all’improvviso col suo sapore di acqua di terraferma, dolce, a sciacquare via tutto il mare che mi si è rovesciato addosso nelle ultime ore.

Riesco ad accelerare, di colpo la planata è facile, do quasi tutto motore e l’indicatore della velocità balza prima a dodici, poi quindici, poi diciotto nodi. Oltre non posso spingere perché il mare è sempre formato anche se non più crestato ed un paio di imprudenti decolli dalle onde hanno portato a improvvisi e brutali schianti all’atterraggio. Ma va benone, riusciamo a riguadagnare anche le miglia scadute a sinistra sotto l’effetto del maestrale e a tornare sulla rotta ideale. Probabilmente non durerà ma intanto riesco a vedere di nuovo come sta Checco. Sembra bene, sotto i torrenti d’acqua che ancora ci sommergono è fradicio anche lui, la giacca a vento leggera che costituisce la sua cerata è incollata al maglione sottostante, le mani strette attorno al maniglione della consolle e alla cima di prua.

La pioggia ha risolto la situazione. Ci ha permesso di raggiungere quasi la costa di Pantelleria prima di cessare e di lasciare campo di nuovo al vento scatenato. Tuttavia ormai siamo quasi arrivati. Anche se ci stiamo fidando del GPS che annuncia meno tre miglia perché di Pantelleria all’orizzonte non c’è traccia. Ma il mare è cambiato, il vento in qualche modo sembra risentire della gran massa vicina dell’isola e della sua montagna e cede pian piano. Di colpo vediamo le casette bianche del porto, già grandi, prima come un miraggio, quasi sospese a mezzo nell’aria caliginosa, poi finalmente nette, ancorate a terra come tutte le serie case di terraferma.

Il gommone che entra in piena planata nell’avanporto, la prua che si posa stanca sulle onde al togliere motore, gli ombrinali per la prima volta tappati dopo la fuga dal Banco, l’improvviso silenzio dal vento: siamo arrivati.

E, sempre, quell’assurda, estraniante sensazione che gli esseri umani che vediamo passeggiare a dieci metri da noi vedano questa esemplarmente cattiva maestralata, poi ci diranno aver raggiunto forza otto, solo come un po’ di vento, una scocciatura a sollevare polvere negli angoli.

 

Un siluro tutto d'oro

 

Testo di Riccardo Andreoli - da uno spunto di  Fernando Manuel Clemente Costa

Marzo del 2002. Sono in ottima forma, sto pescando regolarmente da mesi, almeno due giorni a settimana. Finalmente le condizioni meteomarine sono buone e così con un amico decidiamo per una uscita di pesca al largo, condizione abbastanza rara per le agitate acque oceaniche del Portogallo. Mettiamo la barca in acqua a Portimao, antico porto di pescatori nell’Algarve, nel sud del Paese. La zona di pesca è lontana dalla costa cinque o sei miglia in direzione sud-est. L’oceano è abbastanza piatto così in una ventina di minuti siamo già ancorati e pronti ad immergerci. Il fondo sotto di noi è a circa 16 metri e dovrebbe esserci una parete, un “muro”, dove le informazioni che abbiamo raccolto dicono dovrebbe girare pesce bello, saraghi e dentici. Con pazienza lo troviamo e lo pedagnamo con due o tre boe. Pronti! Primo tuffo, l’acqua non è pulita, circa otto metri di visibilità ma è vero che c’è pesce: vedo subito un branco di bei saraghi. Il mio amico ed io peschiamo un po’ distanti così da non disturbarci a vicenda il pesce ma ci teniamo d’occhio (anche per controllare quanto pesce prende l’altro!). Dopo un paio d’ore abbiamo in barca un buon carniere: un denticiotto di un paio di chili, un paio di spigole piccoline, diversi bei saraghi sul chilo, chilo e mezzo. E soprattutto una bella coppia di saraghi faraone, non spettacolosi ma di oltre due chili ciascuno, presi all’aspetto.

Mi immergo ancora, un po’ fuori rispetto alle boe che segnalano il muro. Scendendo devo così correggere la traiettoria. Arrivo planando su di un sasso, lontano circa mezzo metro dal muro. Continuo la planata per arrivare al muro vero e proprio ma improvvisamente mi blocco. Giurerei di aver visto un movimento dietro al sasso. Sembrava proprio una coda. Ma… grande così?? Avverto un movimento davanti a me, immediatamente porto il fucile in avanti e sparo al testone che lentamente sta uscendo dall’altra parte del sasso. Un Bocca d’oro! Bellissimo! L’asta da 6,5 mm del mio Picasso 100 in carbonio lo centra immediatamente dietro gli occhi, colpo quasi subito mortale. Risalgo in superficie senza dover nemmeno aprire il mulinello. Alla bilancia, a casa dopo il lungo ritorno, pesava 38.4 chili di grande soddisfazione.

 

La zona migliore per pescare i Bocca d’oro in Portogallo, è il sud. I pescatori locali sono convinti che il pesce venga dal Nord-Africa e che possa risalire la costa occidentale per un certo tratto. Lo si trova, anche se raramente, almeno fino a Lisbona. Non è certo un pesce comune anche se ne è certamente più probabile l’incontro che nelle acque italiane.

L’Algarve, quindi, è la zona di elezione. Qui i pescatori, contrariamente alla maggior parte del Portogallo, hanno almeno una zona di ridosso. Quando c’è vento forte da est si può pescare nella costa di ponente, quando la perturbazione arriva da Nord o da Nord-Ovest si pesca a sud. Protetto dall’Oceano aperto da Capo de San Vicente, vicino allo spagnolo Golfo di Cadice, ha sempre qualche grado di più sotto acqua. Questo vuol dire più abbondanza di prede pregiate come gli sparidi: si trovano facilmente dentici, saraghi faraoni, orate. Si pesca abbastanza al largo, di solito a due o tre miglia, su un fondo stratificato tra i quindici e i venti - ventidue metri. La visibilità è molto variabile, in dipendenza di venti e correnti: può essere tra i due (!) metri e i quindici. Tipicamente il colore dell’acqua è un giallo deciso, lo stesso giallo dei sedimenti. I pescatori locali pescano con arbalete da 100 e mulinello, che viene sostituito da un 90, più maneggevole e senza mulinello, se trovano una tana piena di saraghi.

 

 

Riccardo A. Andreoli

 

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