Banco
Talbot
Finalmente, dopo tentennamenti
ed incertezze, eravamo decisi. Saremmo andati sul Banco Talbot. Un viaggio
di 41 miglia nel Canale di Sicilia, noto per i suoi arruffamenti repentini
e violenti.
La ragione di tanti
tentennamenti stava nel fatto che era la secca più lontana tra quelle
realmente agibili da Pantelleria. In realtà ce n’era anche un’altra,
ancora più lontana e ancora più favolosa, ma irraggiungibile ad ogni
atto pratico: il Banco degli Scherchi, per la precisione il Banco Silvia,
a oltre cento miglia. Non sono distanze da gommone, singolo per di più,
sebbene dotato di due motori accoppiati, ciascuno dei quali in grado da
solo di mandare in planata il mezzo.
Pensate, il Banco Silvia è un
plateau altalenante sui 15-20-25 metri, ampio praticamente metà Favignana,
con ripide pareti a picco su tutti i versanti. Anni fa ci si è anche
fatto corallo a livello professionale, senza necessità di scendere con le
miscele a profondità folli.
Comunque, Banco Talbot sia.
Perfino le informazioni locali sono scarse, i subacquei del luogo non si
azzardano che assai raramente così lontano: per pescare hanno tutta la
costa dell’isola e, se vogliono, la Barra, il Banco di Pantelleria cioè,
a metà della distanza del Talbot. Le informazioni più precise derivano
dai pescatori con le reti, che però hanno una “visione” del mare
diversa da noi subacquei, talora difficilmente sovrapponibile. Indicazioni
certe ma molto ridotte le avevamo dalle carte nautiche a scala però
troppo piccola ed una vaga indicazione su “lunghe costole con profondi
canaloni in mezzo”. Non molto, come si vede. Ma la carta dava il sommo
poco sotto i dieci metri per cui, con un pelo di mare, il sommo avrebbe
segnato in superficie, no?
La sera prima passata a fare i
calcoli i più precisi possibili per trasferire le indicazioni prese dalle
carte a quelle da fornire al GPS per il cambio di coordinate geografiche
tra i due sistemi. Un prestito di altre due taniche da venti litri di
benzina, verdi, sporche e polverose, giusto per stare sicuri sui consumi.
I fucili, le mute e le attrezzature di contorno non avevano bisogno di
tanti controlli, li usavamo tutti i santi giorni. Avevano ormai quella
confortevole sensazione di strumento da usare ad occhi chiusi. Il peso, la
sensazione della mano che stringe il calcio: tutti più che noti.
Bastava andare.
La mattina, condizioni ideali.
Una foschietta da bel tempo in giro per tutto l’orizzonte, le onde in
stracchi piccoli frangenti contro la massicciata del porto, le previsioni
del tempo gracchiate dalla radio che davano tempo calmo per il canale di
Sicilia. Unico dubbio, parlavano di vento da scirocco mentre ora un
maestralino leggero faceva appena muovere la bandiera italiana sul rollbar.
Speriamo che non monti vento contro ritornando ma saranno problemi per
dopo. Ora ANDIAMO!
La nuova rotta, molto più
spostata a Ovest rispetto a quella consueta per la Barra, già dà la
sensazione di avviarsi su sentieri nuovi. I motori ronzano tranquilli
mentre ci allontaniamo dalla costa. Un consueto sguardo a poppa a
controllarne gli scarichi mostra la Montagna Grande dell’isola già
piccina, separata da noi da una striscia di mare calmissimo. Davanti la
superficie è così piatta che si vedono le rare increspature di vento
come cambiamenti di colore: scaglie di blu al bulino, leggere,
sull’azzurro tenue del cielo riflesso.
Ogni tanto un’onda lunga,
formatasi chissà dove, fa alzare la prua in una lenta impennata,
depositandola poi placidamente subito dopo in un paio di fruscianti baffi
di schiuma. Corpi immobili a pencolare al movimento ritmico, i pensieri
sospesi in bilico tra il futuro del cosa troveremo e il passato delle
memorie di pesci visti e di spettacoli assaporati. Attorno la superficie
del Mare.
A venti miglia rallento, la
prua del gommone scende di nuovo a poggiarsi sulla superficie, mi fermo.
Spengo i motori. Dietro, Pantelleria è scomparsa. Attorno solo mare,
lunghe onde lente, piatte, profondissimo silenzio. Checco mi guarda in
silenzio, restio anche lui a disturbare questo momento. Gli dico solo: è
bello. Risponde con un lento cenno della testa e insieme ci guardiamo
attorno, sospesi in un improvviso momento di accomunate sensazioni.
Poi, il tempo urge, a questa
distanza saremmo già arrivati sulla Barra e non siamo che a metà strada,
ripartiamo.
Finalmente il GPS segnala meno
tre miglia: stiamo avvicinandoci. Cominciamo a scrutarci attorno. Anche se
siamo così lontani, sarebbe veramente una beffa se trovassimo un
peschereccio o peggio un gommone di altri subacquei ancorato sul punto! In
effetti c’è, davvero, un puntino proprio davanti a prua, sulla rotta.
Mentre proseguiamo si ingrandisce man mano: vuoi vedere che… ma per
fortuna è sì un peschereccio, ma è piccolino e la rotta prosegue oltre
la sua posizione. Gli passiamo a fianco ronzando, dentro due vecchietti,
all’ombra di un telo verde, riparano le reti e ci salutano tranquilli
alzando la mano. Rolla pesante tirando all’ancora alle piccole onde
della planata e ci chiediamo cosa deve essere con mare mosso vivere su
quelle imbarcazioni con la chiglia così tonda.
Meno un miglio alla prima
posizione studiata sulla carta. Oggi sarà certamente giornata di
esplorazione per cui non prepariamo ancora niente, ci sarà tempo dopo.
Usciamo di planata, ci
spogliamo dei vestiti da viaggio e accendiamo lo scandaglio. Attorno mare
brillante, nemmeno una nuvola, nessun segno di umani: bellissimo.
L’ecoscandaglio comincia a segnare il fondo a 30 metri sotto di noi. Il
GPS ci dirige piano verso il miglior punto individuato dai calcoli, che
nulla garantisce sia davvero il cappello della secca. Siamo protesi
entrambi verso lo schermo, ansiosi, a scrutare il fondo che pian piano si
alza, poi si abbassa a 28, poi si alza ancora. La funzione linea bianca
rivela che il fondo è duro: buone notizie, siamo, dobbiamo essere, nei
dintorni.
Però il punto GPS di miglior
posizione viene raggiunto senza che il fondo si innalzi
significativamente. Buttiamo in ogni caso un pedagno a segnalarlo. Gli
tracciamo lenti circoli intorno ma, anche allargandoli, nessun
significativo cambiamento. Dintorni, va bene, ma se il posto è come il
Banco di Pantelleria, rischiamo di vagare su plateau improduttivi.
Proviamo a fare qualche puntata
ancora più verso Ovest, nella convinzione che il sommo debba ancora
venire, che non lo abbiamo già passato. Nulla. Poi bisogna rompere gli
indugi, rischiamo di perdere un sacco di tempo per cui, come disse un
vecchio campione anni fa, dove c’è mare c’è pesce, decidiamo di
esplorare-pescare.
Am barabà cici cocò, tocca a
me. Vestizione veloce. Un posto assolutamente nuovo. Deve, deve essere
favoloso. Sono pronto, Checco, con un mare così calmo, può anche lui
rilassarsi e stare più lontano. Il subacqueo si vede benissimo e
soprattutto, si sente respirare benissimo, in queste particolarissime
condizioni: si coglie perfino lo sciacquio della pinneggiata di caccia.
In acqua. Sotto un mare di
posidonia (male) con sassoni grossi affioranti (bene). L’ecoscandaglio
dava poco oltre venti metri, non facile ma tranquillamente pescabile ma
devo assolutamente trovare il sommo. Le scarne notizie racimolate danno
attorno ad esso le zone migliori. Primi tuffi, guardando quasi più
all’orizzonte subacqueo, cercando di bucarne la caligine bluastra, che
ai pesci intorno.
Comunque di pesci ce n’è. Ad
un aspetto esplorativo vedo lontano un baluginare dorato. Non capisco.
Altro tuffo più avanti, in quella direzione. Sotto un sassone una caverna
che diresti potrebbe contenere la nonna di tutte le cernie, grande perfino
quanto il mostro da oltre sessanta chili preso a Lampione decenni prima.
Al solito però è vuota per cui passata la non-tanto-assurda (siamo sul Talbot,
perbacco) tentazione mi guardo intorno. Ecco di nuovo quel baluginìo,
basso, vicino alla base di un sassone poco lontano. Sono saraghi faraone!
Un branco intero che fa dentro-fuori tra il sassone ed i sassetti vicini.
Risalgo nascondendomi dietro alla mia roccia e mi preparo. Lo so, sparare
con un 130 carichissimo in tana o quasi è galoppante follia ma sono
saraghi da cinque chili, mai presi faraoni così grossi. Scendo vicino in
una gran planata che finisce piatta nella posidonia e i faraone,
incuriositi, si avvicinano. Sono neri e dorati, a striscione grosse,
spesse un paio di dita, l’occhio inespressivo, i denti gialli e
sporgenti. Non sono bei pesci, al di là dell’essere grossi. Per un
attimo tentenno poi il più massiccio fa una virata a due metri dalla
punta del fucile e gli automatismi scattano. Sparo. Il boato fa schizzare
via tutto il branco ma il faraone è preso senza storia, fulminato. Gli
altri sono ancora qui, da qualche parte, non li ho visti scappare lontano.
Risalgo e me lo guardo bene. Per grande è grande davvero. È lungo più
di metà del fucile, ma ha la boccuccia lunga quasi di un sarago pizzuto
senza la sua eleganza. Pesce sgraziato, quasi gobbo, non mi piace.
Comunque lo consegno a Checco e mi faccio dare il cento, più maneggevole
in tana. Magari ce n’è qualcun altro, più grosso, o magari c’è vita
in tana, intorno. Qualche tuffo esplorativo e i faraone li trovo,
ammucchiati in tane ridicole, addirittura tre nascosti, stretti uno sopra
all’altro, in una specie di galleria verde-marrone tra le radici della
posidonia, a sbalzo vicino al sassone. Sono tutti pesci, grossi sì, ma più
piccoli di quello già in barca, anche se di poco. Non mi interessano più
di tanto e la ricerca del sommo e dei suoi obbligatoriamente favolosi
dintorni urge per cui abbandono, mi faccio ridare il 130 e riparto. Per
fortuna sono a favore di corrente, una correntina leggera leggera che fa
appena inclinare le sommità della posidonia ma utile in ogni caso. Pian
piano, ignorando un paio di cerniotte grassocce, arrivo in una zona più
interessante, più alta, con sassoni ancora più grandi. La posidonia sta
scomparendo, in generale buon segno, che ci stiamo davvero avvicinando al
sommo?
Una lunga planata esplorativa a
mezz’acqua, sonnolenta, guardandomi attorno in ogni direzione. Dalla
superficie, quasi invisibili nel barbaglio della superficie, un branco di
lunghe figure dentute e zebrate scende verso di me: barracuda. Non saranno
quelli giganti dei mari tropicali ma sono belli e corpulenti. Arrivano
alla mia quota scivolando in gruppo, guardinghi, scrutandomi con
l’occhio destro. Rimango immobile, continuando a planare verso il basso.
Loro mi guardano sempre ma non si avvicinano, mi pattugliano a fianco,
scendendo alla stessa velocità. Non funziona? Cambiamo tecnica. Una
pressione su una pinna sola e ruoto con decisione nella direzione opposta
alla loro. Li scruto con la coda dell’occhio. Che fanno? Si
incuriosiscono o si innervosiscono? Nessuna delle due cose, sembra. Una
rapida sbirciata conferma: sono sempre là, a quella fissa distanza, ora
quasi dietro di me, pressoché a tiro ma non completamente a tiro. Dopo
una congrua attesa è evidente: niente da fare. Ok, ultima tecnica, devo
sbrigarmi, poi il fiato finisce e dovrò risalire. Per i pesci sarò una
ulteriore fonte di stranezze, preoccupante. Finché però riesco ad agire
nel corso della prima immersione posso giocarmela, quasi, da pesce a
pesce. Altra pressione, decisa, sulle pinne e picchio risoluto verso il
fondo, ormai a qualche metro da me. Plano senza guardarli, ruotando di
novanta gradi mentre scendo per trovarmeli, spero, di fianco, mi apposto
dietro una roccetta, allungo il fucile nella direzione da cui dovrebbero
presumibilmente arrivare e aspetto. Ma, ormai, presto per carità. La
“preda” che scappa o, per qualche loro contorta ragione, a contatto
col fondo, sembra deciderli. Arrivano.
Sono quasi offeso. Ma dimmi un
po’ se, dopo aver messo in atto raffinate e sottili tattiche di
psicologia ittica, va a funzionare il vecchio aspetto!
Davanti sembrano un poco più
piccoli, quelli più grandi sono dietro ma ormai sono agli sgoccioli, o
sparo subito o devo risalire. Chiudo un occhio, miro al secondo del
branco, sparo mentre si avvicinano ancora. Peccato, avessi un po’ più
di fiato… ma del resto credo sia una lamentazione di tutti i subacquei
in moltissime immersioni significative. Preso! E preso bene, il pesce
rimane immobile per un istante poi si dibatte lentamente. Io non ho
nemmeno il tempo di vedere il branco aprirsi al rimbombo del fucile perché
un istante dopo lo sparo sono già schizzato verso la lontana superficie,
con la mano secondo abitudine sul mulinello, mollando filo per i primi
metri poi tentando di tirarmi su il pesce, per lo meno per allontanarlo
dal fondo. Vado a tasto, ho lo sguardo verso la superficie, ma il pesce
sembra venire, senza tanti strattoni, vuol dire che il colpo è buono
davvero. Ma non ho più fiato per fare anche il traino per cui riapro la
mano, mollo tutto il filo che ci vuole e pedalo verso l’alto. In
superficie, appena aver dato un gran respiro e un successivo gran OHÌ! di
pesce in asta a Checco, mi rimetto il boccaglio e guardo verso il basso.
Il filo bianco sprofonda
dritto, sfumando nel blu man mano che scende e, al limite della visuale
(era così fondo?), uno scintillio lungo. Il barracuda è sempre lì.
Salpo a grandi bracciate, automaticamente buttandomi le volte lontano,
dietro le spalle, e il pesce viene su senza quasi combattere. Dopo poco
l’ho sotto i piedi e posso finalmente valutare il colpo. Il tiro, quasi
frontale, è entrato all’altezza della branchia sinistra ed è uscito
centrale oltre metà corpo: bene, nessuna possibilità di perdita.
L’ultimo paio di bracciate e l’ho in mano. Una rapida pugnalata in
quella rivelatrice scaglia proprio sopra il cervello facendo attenzione
alla bocca dentuta e lo posso ammirare. È forse il più grosso che abbia
preso in Italia (anche se il gigante preso a Serpentara probabilmente
ancora regge il confronto), la coda larga quasi due palmi mi penzola
all’altezza delle caviglie, la testa è massiccia e i denti sono enormi.
L’impressionante dente centrale in mezzo alla mandibola è spezzato,
testimone di chissà quale incidente di caccia tempo fa. Checco è ormai
al mio fianco con il gommone e gli passo il pesce. È bello quando il
compagno mugola per lo sforzo di sollevare la vostra preda…
Ma è tempo di proseguire, il
sommo con le sue promesse meraviglie non l’ho ancora trovato. In acqua,
a seguire ora i roccioni che, fondendosi, sembrano segnare una specie di
sentiero a salire, da roccione a roccione ancora più grande, con la
sommità sempre più vicina alla superficie. Alla base canali di lunghezza
crescente in sabbia e falsa tana. Ci siamo! Deve essere, davvero, il tetto
del Banco Talbot.
Improvvisamente una lunga
figura grigia sventola un’alta coda un paio di metri sopra al roccione
più grande. Indubitabile, uno squalo! Sensazioni ed emozioni degli squali
nel Mediterraneo: non te li aspetti, hai un soprassalto; sei felice che
esistano e di poterli vedere; sei contento di trovarli lì, la scogliera
deve essere ancora tanto ricca da poterli sfamare; sei
preoccupato-ansioso, uno squalo in giro uguale zero pesce?; sei
impaziente, si avvicinerà? Tutto mischiato in un veloce e confuso
susseguirsi di emozioni, sovrapposte, mescolate una dentro all’altra.
Poi, un gran fiato, scendo andandogli incontro e tutto si scioglie e si
risolve nella semplicità essenziale dell’immersione.
Mi avvicino su una rotta
convergente, il fucile nascosto nella sagoma del corpo: sto cacciando lo
squalo o lo voglio solo avvicinare? Non è chiaro. In ogni caso dopo poco
la situazione si risolve da sola. Faccio in tempo a vedere
l’inconfondibile bocca arcuata, l’occhio giallo e le fessure delle
branchie agitarsi al passaggio ritmico dell’acqua quando improvvisamente
accelera l’andatura, sventola più forte la coda in quell’andatura
serpentiforme e, che fa?, scappa? Scappa. Rimango lì a mezz’acqua, di
nuovo confuso da multiple sensazioni, a guardarlo sculettare sinuoso via e
a confondersi nella caligine.
Risalgo e comunico a Checco:
-
ho visto uno squalo. Probabilmente un grigio (Carcharhinus plumbeus).
Attimo di silenzio. Poi un
laconico:
-
Ah. Bene. Grosso?
-
No. Grosso grosso no.
Mi affretto a dire a Checco di
memorizzare questa posizione come Talbot e a cancellare quella
precedente, di avvicinamento. Poi l’attenzione scivola di nuovo verso il
bersaglio più importante: il sommo del Banco. È tutto attorno a me
adesso. I costoloni di cui ci avevano parlato sono evidenti, lontani uno
dall’altro una ventina di metri. Il fondo è sabbia, quasi pulita. Le
sommità dei costoloni sono ad una quindicina di metri, degradanti verso
Ovest. E sopra c’è un brulicare di vita. Branchi di piccole salpe
gialle ovunque, castagnole, ricciolette, qualche dotto a vagolare, saraghi
pizzuti curiosi e timorosi insieme. Poi, appoggiato sull’orlo, in ovvia
attesa di schizzare verso il basso, un cernione strano, grosso sì e
massiccio, ma lungo, chiaro: una cernia bianca.
Tento un tuffo di
avvicinamento, da lontano, nuoticchiando vagamente nella sua direzione.
Non regge. Scivola via, alza la coda, scompare oltre l’orlo opposto
della costola, non la vedo più. Continuo il tuffo, sperando che magari,
dall’altra parte, non abbia una tana vera e propria ma solo un riparo.
Insomma, quanti subacquei avrà mai visto, qui, quella cernia? Plano
esattamente sull’orlo e sbircio verso il basso, il fucile pronto. La
cernia c’è, o meglio c’è ma è già bella lontana e continua a
nuotare decisa allontanandosi. È vero che non ci sono tante tane alla
base dei roccioni, anzi la maggior parte non ha tana affatto, ma in questo
caso gioca a mio sfavore: la cernia sta sì andando verso la sua tana, che
magari è anche facile, ma chissà dove. Tento di alzarmi per vedere se
riesco a seguirne la traiettoria ma scompare presto dalla vista. Peccato,
è un pezzo che non prendo cernie bianche ed era proprio bella.
Continuo l’esplorazione,
alternando tuffi lunghi ad aspetti sui sommi. Sono tutte immersioni
magnifiche, la lieve corrente semplicemente pettina i pesci, mettendoli in
riga con le teste tutte nella stessa direzione, piega la punta delle alghe
sulle sommità chiare dei costoloni ma non disturba più che tanto.
Attorno i pesci continuano a vivere, ignorando, se non per qualche istante
di curiosità, questo strano coso che a intervalli interviene con una
massiccia presenza nelle loro faccende. E io mi godo a scrutare ad un
palmo dal naso la murena grande quanto un grissino annodata intorno ad uno
spuntone minuscolo, le narici microscopicicamente tubolari e i denti così
piccoli da essere trasparenti, le castagnole a cacciar via a puntate
prepotenti i labridi maschi multicolori, i denticiotti da un chilo che
fanno le tigri di questa piccolissima giungla luminosa, in caccia,
arrivando in coppia in folgoranti attacchi dal basso contro le prede sui
plateau.
Continuo pian piano a
spostarmi, le costole man mano sprofondano, il sommo deve essere già
passato.
Un movimento, più avanti,
colto con la vista laterale, quella parte di attenzione che negli
aspettisti funziona così bene. Molti movimenti. Un branco di dentici
gioca al limitare della visibilità.
Scivolo spinto dalla correntina
nella loro direzione e arrivo immobile su quello che deve essere il
termine della formazione geologica del sommo. Sono finiti i costoloni
regolari, c’è un ultimo terrazzo prima che il fondo cada sui ventisei,
ventisette metri di una spianata aperta, bianca, con sassetti sparsi. Poco
sopracorrente c’è un roccione obliquo con uno spacco in mezzo, che
scende a sbalzo sui venti metri del terrazzo, piatto tranne un incavo
centrale che sembra disegnato apposta avendo in mente un aspettista e una
guglia a spirale di roccia all’estremità sinistra.
Attorno i dentici ci sono,
eccome, non sono grossissimi ma sono tanti. Un gran fiato e tento subito
un tuffo sul roccione, arrivandoci in obliquo, nella convinzione che, così
nascosto, il terrazzo possa essere il palcoscenico ideale su cui si
svolgerà la scena. Lo sguardo è puntato lì per cui mi coglie totalmente
di sorpresa un’esplosione rimbombante ad un metro da me. Sobbalzo
spaventato, sento i capelli muoversi contro il cappuccio, i pesci attorno
hanno anch’essi un sobbalzo gemello: nella fessura era nascosto un
cernione che dopo aver così perentoriamente scodato ora mi guarda, in
acqua libera, le pettorali aperte, a dir poco a tiro. Lo guardo per un
istante ma un altro movimento mi distrae: a destra, sul palcoscenico, sono
arrivati i dentici. Gli esemplari che avevo visto da lontano e dalla
superficie non erano che la frangia del branco vero che ora nuota a sei
metri da me. Sono tanti, tantissimi, in maggior parte oltre l’orlo del
terrazzo, in nuoto libero sopra alla spianata. Io rimango nascosto in
precario equilibrio dietro il roccione, in verticale, il fucile
speranzosamente puntato nella loro direzione ma sono troppo lontani, il
branco non è interessato a me, nuotano soltanto, nemmeno quelli più
vicini sembrano accorgersi della mia presenza. In mezzo, dall’alto, ogni
tanto cala una forma scura, un dotto dorato.
Così non va. Mi arrotolo per
farmi più piccolo, per voltarmi senza spaventarli, mi tiro con le mani
per non sventolare le pinne, risalgo lontano dal terrazzo e prendo fiato.
Mamma, mamma che posto. Mi giro controcorrente, volgo le spalle al
terrazzo così anche da non farmi tentare e a non accelerare i tempi di
recupero per la prossima, fatidica immersione, pinneggio lentamente, ad
occhi chiusi. Rivedo la scena, la conformazione, pianifico: il prossimo
tuffo devo scendere lì. Ho contato fino a quaranta lunghi respiri, sono
passati più di tre minuti, sono pronto. Mi volto e mi lascio trasportare
di nuovo verso il terrazzo, ventilando gli ultimi profondi respiri.
Sta per avere inizio una delle
immersioni più fantastiche che mi ricordi in tanti e tanti anni di Mare.
Arrivo quasi senza guardare
alle spalle del roccione, un gran fiato che sento arrivare fino alle
sopracciglia, scendo. Questa volta gli scivolo a fianco lasciandolo a
sinistra, del cernione non c’è più traccia, e arrivo sul terrazzo.
L’incavo centrale è lungo esattamente come me, la distanza dall’orlo
è perfetta: a braccio teso, in mira accademica, la punta del fucile è
per qualche centimetro all’interno così da evitare preoccupanti oggetti
a sporgere. Arrivo a testa bassa, deglutisco per l’ultimo scampolo di
compensazione e mi guardo attorno. Non fossi in apnea mi mancherebbe il
fiato. I dentici si sono coagulati in un unico flusso di pesci che mi
arriva addosso, mi gira di fronte, mi scorre a fianco, mi circonda. Un
fiume di dentici spesso tre metri che non riesco a contare, cento,
centocinquanta, duecento dentici, chi lo sa? E a chi importa? Sono un
fiume continuo, nuotano tutti nella stessa direzione, mi fanno carosello
intorno, in un anello che giuro essere continuo, non può essere un unico
branco che mi scorre davanti una volta sola. E in un attimo di proiezione
extracorporea mi vedo dall’alto, nero sul plateau bianco, le pinne
distese, i dentici che mi circondano ad anello, io, l’asse di un fiume
azzurro in continua sobbollizione. Dall’alto, come prima, calano ora le
lente, scure forme nocciola dei dotti, alcuni enormi, la larga macchia
dorata sul fianco a contrastare vividamente. Sono stordito, la caccia è
dimenticata, la mente confusa. Abbasso lo sguardo sulla roccia ad un palmo
dal mio naso, mi rilasso a contemplare un istante l’indifferente
agitarsi degli aculei di un piccolo riccio marrone incuneato a misura in
una minuscola fenditura: attorno, maledizione, è una bolgia! Alzo lo
sguardo e altri attori si sono nel frattempo uniti alla scena: sono
arrivate le ricciole. Gigantesche sagome chiare che scivolano dall’alto
nella mia direzione, lente, a mescolarsi quasi al torrente di dentici,
come dirigibili tra i piccioni. L’occhio è nero e tondo, si avvicinano
come scorressero su rotaie che conducono a me. Per un attimo non so cosa
fare, dentici, ricciole, dotti (no, certo che i dotti no) ma la scelta è
presto fatta, una delle più grosse del brancotto, un esemplare massiccio,
tanto largo da avere la fronte quasi piatta, mi arriva di fronte, vira
lentamente, mi porge il fianco, ho quasi il tempo di scegliere la scaglia
a cui mirare, sparo.
Nonostante sia relativamente
vicina è talmente spessa che l’asta si conficca solo fino a metà, il
suono è quello di un colpo sparato nel legno. Attorno è il caos. Scodate
a ripetizione come mortaretti segnalano l’abbandono della scena da parte
dei dentici; le ricciole sono ancora ferme, anche quella colpita. Mi
stacco dal fondo e pinneggio deciso verso la superficie. Il colpo non è
stato perfetto, la ricciola non è morta come avevo inteso, devo aver
mancato la colonna vertebrale, e, dopo qualche momento di confusione,
scappa ancora potente. Ma non va da nessuna parte, l’arpione è
surdimensionato e avvitato forte con tre giri di teflon sulla filettatura,
la sagola è di un tipo speciale usata per il trave portante della
long-line per la pesca professionistica al pesce spada ed è controllata
nella sua interezza almeno una volta alla settimana e ogni volta che mi
passa per le mani mentre riavvolgo il mulinello. Come collegamento tra
asta e sagola e tra sagola e mulinello ci sono robuste gasse doppie con
addirittura qualche goccia di neoprene ad evitare in ogni caso assai
improbabili slittamenti del nodo. Il mulinello poi è fissato al fucile
con due esagerati serratubi in acciaio inox nascosti da qualche giro di
nastro adesivo per ragioni di invisibilità e idrodinamicità ed è un
modello che non si è mai, assolutamente mai, imparruccato.
Risalgo tranquillo, filando
mulinello, il pesce comincia a tirare e lancio il solito allegro OHÌ! di
pesce in asta a Checco. Sono così rilassato che rimango per qualche
momento a guardarlo, con la testa in superficie, mentre già sento
l’acqua cominciare a ruscellarmi intorno sotto la trazione del pesce,
mentre si toglie di scatto una maglietta avvolta attorno alla testa a
protezione del sole feroce e salta ai motori.
Qualche respiro profondo poi mi
rimetto il boccaglio e guardo verso il basso. La ricciola non è morta
immediatamente ma nuota scoordinata, a tratti si ferma; l’asta è sempre
a metà corpo. La salpo con decisione portandola fino ad una decina di
metri di profondità ma di colpo accelera, vedo l’asta scivolare nel
corpo, l’arpione aprirsi e fermarla e, all’altra estremità, lo
scorrisagola slittare fino al codolo. E qui avviene l’impensabile, il
codolo viene semplicemente spinto via, si toglie, cade avvitandosi a
perdersi nell’acqua ormai fonda, lo scorrisagola si sfila, le volute
della sagola, prima tese, si rilassano in grandi cerchi. La ricciola è
libera.
Incredulo, per un istante vedo
il pesce, ormai in agonia, fermarsi di nuovo dopo quell’ultimo sforzo e
cominciare a scivolare verso il fondo. Mollo il fucile, un gran fiato
spezzato e mi tuffo ad inseguire la mia preda che se ne sta andando.
Scendo senza compensare, le mani tese in avanti ad afferrarla, arrivo a
tre metri. Lei si risveglia ancora e, con un nuoto che fa male al cuore,
morente, a sobbalzi e a brividi, se ne va. Non riesco ad avvicinarla,
anche così è un potente predone e le sue capacità di nuoto sono
incommensurabilmente superiori alle mie. È sempre di poco ma fuori
portata, il peso dell’asta la tira verso il fondo. Poi di colpo, di
nuovo, sembra risvegliarsi, dà una nuova accelerata brusca, si scuote, si
raddrizza, l’asta scivola nel senso inverso, esce dal corpo, si perde
sul fondale precipitando dritta sotto il peso dell’arpione. Per un
attimo incongruo penso al mio povero arpione, alla botta che deve prendere
precipitando sul fondo da quassù, dovrò cambiarlo, e per un attimo mi
balena nella mente la scatola rossa degli arpioni con quelli di riserva
ordinatamente raccolti. Poi la tragedia della ricciola si reinserisce
prepotentemente nella realtà. Non posso fare più nulla. Se ne sta
andando, spero di no ma probabilmente a morire, altrove. Il fiato è
finito, mi fanno male le orecchie, lei è già lontana. Risalgo cercando
di tenerla d’occhio, magari riesco ad inseguirla dalla superficie, ma è
inutile, la sagoma già si è diluita nella lontananza. È finita.
Le immersioni a cercare e a
raccogliere l’asta sul fondo, con lo sparuto residuo del branco di
dentici ad annusare intorno non ve le racconto, fanno troppo male.
Col senno di poi, altro punto
da aggiungere alla lunga lista delle cose da controllare, lo stato di
avvitamento del codolo (che dovrebbe, di fabbrica, essere non solo
avvitato forte ma anche aver inserito nel filetto qualche goccia di
colla).
Ino ogni caso ora è il turno
di Checco, che, dopo i miei racconti che descrivono un posto magico,
nonostante siano ovviamente intrisi di tristezza e arrabbiatura, ha ora
dispiegate di fronte altre sconosciute zone, vergini di esplorazione.
In superficie, al solito, è
drammatico il salto dall’ambiente subacqueo a quello esterno. Da uno in
cui sei rilassato, confortevole, in cui non hai o non avverti disagi, ad
uno in cui di colpo fa un caldo della malora, non c’è quasi una bava di
vento e in cui non hai nulla da fare tranne contemplare la linea
dell’orizzonte e un solitario boccaglio che vaga per il mare. E
immaginare quello che sta succedendo al proprietario di quel tale
boccaglio.
Checco pesca ancora a favore di
corrente, ha le pinne quasi ferme tranne quando fa quelle due piccole
pinneggiatine subito prima di levarle al cielo per immergersi. E gioco a
fare il fine deduttore che lavora su impercettibili indizi, il cercatore
di tracce nella mutevolissima superficie del mare. Adesso deve aver visto
qualcosa, si è fermato di colpo e ha smesso di respirare. È sul fondo
perché ha la testa dritta. Cernia, saraghi, corvine? Ha deciso di
immergersi, sta respirando profondamente. Ecco le pinneggiatine, si storge
tutto, pinne su, va giù. Scompare. Ora sono solo sulla superficie del
mare. Chissà cosa sarà? Aspetto, al caldo. Eccolo in superficie, il
fucile gli galleggia di fianco. Accendo un motore e piano mi avvicino.
Salpa a grandi bracciate e non sembra fare fatica, non deve essere una
preda gigante. In superficie ecco comparire un bel faraone. Checco lo
uccide subito e me lo passa. Mi racconta, attaccandosi al tubolare, che ne
aveva visti diversi dall’alto, che li aveva visti intanarsi di fianco ad
un roccione. Era sceso e aveva scoperto che la tana in realtà era una
caverna passante, aveva fatto in tempo a sparare e a prendere l’ultimo
del brancotto prima che si volatilizzasse anch’esso uscendo dall’altra
parte. Gli passo il fucile che nel frattempo ho ricaricato e riparte.
E così passa il tempo, fra
un’immersione e una pinneggiata in superficie, con troppo pochi, dal mio
punto di vista, racconti di quello che succede sotto. Pazienza, me li farò
raccontare durante il viaggio di ritorno.
Ecco ancora un improvviso
arresto. Poi si immerge, senza quasi respirare in superficie. Cosa…
rimane sotto poco, poi risale e mi dice, serio:
-
squali. Due questa volta. Uno più grosso e uno più piccolo.
Insieme.
Guarda sotto ancora, poi:
-
ero in superficie e sono venuti a vedermi ma appena mi sono immerso
sono andati via. Non proprio proprio scappati ma quasi. Sai bene, vero?
So,
so bene. Una pacca sulla spalla e ricomincia a pescare, vagando in
quello che per me da sopra è una lastra senza vie ma che per lui, da
sotto, è una tridimensionale zona di volo.
Improvvisamente lo sento fare
un OH! di stupore che risuona sordo dentro al boccaglio. Cos’è, cosa ha
visto? È roba di tana di sicuro, sta pinneggiando in punta punta contro
la corrente che deve essere leggermente montata. Poi alza la testa e mi
svela l’arcano:
-
un cernione. Bello. Si è intanato, ma lento. Non sembra
spaventato. È fondo però.
Poi rimette la testa in acqua,
si prepara, un gran fiato e scende. Prima di tutto preparo il pallone da
cernie, due palloni da calcio in un sacco di vecchia rete rugosa con un
moschettone alla fine, non si sa mai, magari può servire. Poi, non posso
certo accendere i motori ora, ma prendo il remo di legno e comincio a
remigare piano piano, senza tirarlo fuori a sgocciolare dall’acqua. Sono
seduto sulla prua, in alto, per cui riesco a vedere, ancora sott’acqua,
Checco che si avvicina alla superficie pedalando deciso. Il fucile l’ha
in mano, non vedo bene: ha sparato? Riemerge, non si è accorto che sono
vicino e da un gran urlo OHÌ!, poi si accorge che gli sono a pochi metri
e borbotta:
-
Ah, va bene.
Si rimette il boccaglio e,
ancora respirando pesantemente, deve essere stata lunga l’immersione, da
un gran tirone e poi salpa a gran bracciate. Ma allora ha preso qualcosa!
Sono ora in piedi sulla prua del gommone, in equilibrio precarissimo,
appoggiato al remo e riesco a vedere una gran macchia scura che sale dal
fondo. Ecco che erompe in superficie un gran cernione, scuro, lucido, a
riflettere l’azzurro del cielo. Quasi cado dal mio trespolo nella fretta
di scendere per vederlo da vicino, per dare a Checco la tradizionale
stretta di mano di “ottima cattura”, per farmi raccontare cosa era
successo.
E Checco mi racconta che
l’aveva vista dalla superficie. L’aveva seguita per un po’ mentre
vagolava verso una direzione ben precisa, forse la sua tana. Poi aveva di
colpo accelerato, aveva svoltato e si era infilata non si capiva dove. Ma
la roccia era facile da individuare, aveva una gran macchia di sabbia a
fianco. Era fondo però per cui, raggiunta la verticale della tana, era
rimasto in superficie a respirare e a calmarsi. Poi era sceso, facendo un
gran giro per non arrivarle proprio sulla testa, era planato a cinque
metri dalla parte della tana dove si era infilata. Niente in vista, poi
facendo un saltino in avanti e fermandosi e un altro saltino e fermandosi
ancora, era arrivato proprio all’imboccatura. Dentro sembrava non ci
fosse nulla. Intanto il tempo passava, fondo era fondo, doveva sbrigarsi.
Per cui era entrato deciso nell’imboccatura e, tutto sulla destra, in
una camera laterale invisibile dal davanti, si era trovato davanti il
cernione, di testa, a guardarlo. Un attimo di indecisione di entrambi, poi
Checco reagisce per primo, spara e lo prende esattamente nell’occhio
destro. Timoroso di non averla presa bene e anche perché ormai aveva
finito il fiato, si arrabatta in fretta a raccogliere le volute di sagola,
dà un gran tirone, sente la cernia cedere, retrocede nella camera
principale, esce dalla tana e risale cercando, come mi racconta, “di
tenere almeno in tensione la sagola”. Durante la lunga risalita aveva
sentito però che la sagola si fermava, la cernia sembrava incastrata, per
cui aveva filato mulinello e raggiunto la superficie. Il gran tirone era
dovuto al tentativo, peraltro riuscito, di disincastrare il cernione che
si era in realtà solo messo di traverso nella tana ma non si era davvero
incastrato. In superficie il cernione era arrivato morto.
Le foto di rito con Checco che
fatica a sollevare la sua preda sono fatte subito, prima che la cernia
perda i colori o subisca quello strano processo tipo negativo fotografico,
con le pettorali che fanno “ombra” sul corpo, quando la pelle prende
luce o si secca, o chissà.
È già quasi ora di ritornare.
La zona dovrà ancora essere a lungo esplorata, dobbiamo capire se il
sommo sia davvero dove credevo di averlo individuato, se la zona del
tornado di dentici sia zona stabile di pesce o sia stato un caso.
Il lungo ritorno a casa è, se
possibile, ancora più pacifico dell’andata. Anche per me
l’arrabbiatura per la ricciola persa per un così insignificante
nonnulla comincia, quasi, ad attenuarsi, stemperato dal ricordo di quella
incredibile immersione e delle sue molteplici meraviglie. Il sole, ormai
quasi radente, illumina dorato da destra e da dietro le onde lunghe, quasi
oleose nella loro lentezza. I motori ronfano sullo sfondo dei racconti che
Checco pian piano mi svela, facendomi quasi vivere accanto a lui quelle
immersioni.
Di colpo un branco di pesci
volanti decolla a dritta di prua e si tuffa più avanti, iscrivendo
effimere, sottili tracce sulla liscia pelle del mare.
Chissà
cosa ci sta sentendo passare, lì sotto, dove non possiamo vedere?
Riccardo
A. Andreoli