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PescaSub N. 165 - Giugno 2003

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In italiano.

 

Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

"Un sogno diventato realtà"

Immersioni indimenticabili sul Banco Talbot

Vedere in un solo tuffo uno sterminato branco di ricciole, un fiume di dentici e numerosi grossi dotti. È accaduto per davvero sul sommo di questa fantastica risalita che si trova in mezzo al canale di Sicilia, a circa 40 miglia di distanza da Pantelleria.

Anno XVI,  n. 165 – Giugno 2003 – Pg. 32 – 38

 

Banco Talbot

 

Finalmente, dopo tentennamenti ed incertezze, eravamo decisi. Saremmo andati sul Banco Talbot. Un viaggio di 41 miglia nel Canale di Sicilia, noto per i suoi arruffamenti repentini e violenti.

La ragione di tanti tentennamenti stava nel fatto che era la secca più lontana tra quelle realmente agibili da Pantelleria. In realtà ce n’era anche un’altra, ancora più lontana e ancora più favolosa, ma irraggiungibile ad ogni atto pratico: il Banco degli Scherchi, per la precisione il Banco Silvia, a oltre cento miglia. Non sono distanze da gommone, singolo per di più, sebbene dotato di due motori accoppiati, ciascuno dei quali in grado da solo di mandare in planata il mezzo.

Pensate, il Banco Silvia è un plateau altalenante sui 15-20-25 metri, ampio praticamente metà Favignana, con ripide pareti a picco su tutti i versanti. Anni fa ci si è anche fatto corallo a livello professionale, senza necessità di scendere con le miscele a profondità folli.

Comunque, Banco Talbot sia. Perfino le informazioni locali sono scarse, i subacquei del luogo non si azzardano che assai raramente così lontano: per pescare hanno tutta la costa dell’isola e, se vogliono, la Barra, il Banco di Pantelleria cioè, a metà della distanza del Talbot. Le informazioni più precise derivano dai pescatori con le reti, che però hanno una “visione” del mare diversa da noi subacquei, talora difficilmente sovrapponibile. Indicazioni certe ma molto ridotte le avevamo dalle carte nautiche a scala però troppo piccola ed una vaga indicazione su “lunghe costole con profondi canaloni in mezzo”. Non molto, come si vede. Ma la carta dava il sommo poco sotto i dieci metri per cui, con un pelo di mare, il sommo avrebbe segnato in superficie, no?

La sera prima passata a fare i calcoli i più precisi possibili per trasferire le indicazioni prese dalle carte a quelle da fornire al GPS per il cambio di coordinate geografiche tra i due sistemi. Un prestito di altre due taniche da venti litri di benzina, verdi, sporche e polverose, giusto per stare sicuri sui consumi. I fucili, le mute e le attrezzature di contorno non avevano bisogno di tanti controlli, li usavamo tutti i santi giorni. Avevano ormai quella confortevole sensazione di strumento da usare ad occhi chiusi. Il peso, la sensazione della mano che stringe il calcio: tutti più che noti.

Bastava andare.

La mattina, condizioni ideali. Una foschietta da bel tempo in giro per tutto l’orizzonte, le onde in stracchi piccoli frangenti contro la massicciata del porto, le previsioni del tempo gracchiate dalla radio che davano tempo calmo per il canale di Sicilia. Unico dubbio, parlavano di vento da scirocco mentre ora un maestralino leggero faceva appena muovere la bandiera italiana sul rollbar. Speriamo che non monti vento contro ritornando ma saranno problemi per dopo. Ora ANDIAMO!

La nuova rotta, molto più spostata a Ovest rispetto a quella consueta per la Barra, già dà la sensazione di avviarsi su sentieri nuovi. I motori ronzano tranquilli mentre ci allontaniamo dalla costa. Un consueto sguardo a poppa a controllarne gli scarichi mostra la Montagna Grande dell’isola già piccina, separata da noi da una striscia di mare calmissimo. Davanti la superficie è così piatta che si vedono le rare increspature di vento come cambiamenti di colore: scaglie di blu al bulino, leggere, sull’azzurro tenue del cielo riflesso.

Ogni tanto un’onda lunga, formatasi chissà dove, fa alzare la prua in una lenta impennata, depositandola poi placidamente subito dopo in un paio di fruscianti baffi di schiuma. Corpi immobili a pencolare al movimento ritmico, i pensieri sospesi in bilico tra il futuro del cosa troveremo e il passato delle memorie di pesci visti e di spettacoli assaporati. Attorno la superficie del Mare.

A venti miglia rallento, la prua del gommone scende di nuovo a poggiarsi sulla superficie, mi fermo. Spengo i motori. Dietro, Pantelleria è scomparsa. Attorno solo mare, lunghe onde lente, piatte, profondissimo silenzio. Checco mi guarda in silenzio, restio anche lui a disturbare questo momento. Gli dico solo: è bello. Risponde con un lento cenno della testa e insieme ci guardiamo attorno, sospesi in un improvviso momento di accomunate sensazioni.

Poi, il tempo urge, a questa distanza saremmo già arrivati sulla Barra e non siamo che a metà strada, ripartiamo.

Finalmente il GPS segnala meno tre miglia: stiamo avvicinandoci. Cominciamo a scrutarci attorno. Anche se siamo così lontani, sarebbe veramente una beffa se trovassimo un peschereccio o peggio un gommone di altri subacquei ancorato sul punto! In effetti c’è, davvero, un puntino proprio davanti a prua, sulla rotta. Mentre proseguiamo si ingrandisce man mano: vuoi vedere che… ma per fortuna è sì un peschereccio, ma è piccolino e la rotta prosegue oltre la sua posizione. Gli passiamo a fianco ronzando, dentro due vecchietti, all’ombra di un telo verde, riparano le reti e ci salutano tranquilli alzando la mano. Rolla pesante tirando all’ancora alle piccole onde della planata e ci chiediamo cosa deve essere con mare mosso vivere su quelle imbarcazioni con la chiglia così tonda.

Meno un miglio alla prima posizione studiata sulla carta. Oggi sarà certamente giornata di esplorazione per cui non prepariamo ancora niente, ci sarà tempo dopo.

Usciamo di planata, ci spogliamo dei vestiti da viaggio e accendiamo lo scandaglio. Attorno mare brillante, nemmeno una nuvola, nessun segno di umani: bellissimo. L’ecoscandaglio comincia a segnare il fondo a 30 metri sotto di noi. Il GPS ci dirige piano verso il miglior punto individuato dai calcoli, che nulla garantisce sia davvero il cappello della secca. Siamo protesi entrambi verso lo schermo, ansiosi, a scrutare il fondo che pian piano si alza, poi si abbassa a 28, poi si alza ancora. La funzione linea bianca rivela che il fondo è duro: buone notizie, siamo, dobbiamo essere, nei dintorni.

Però il punto GPS di miglior posizione viene raggiunto senza che il fondo si innalzi significativamente. Buttiamo in ogni caso un pedagno a segnalarlo. Gli tracciamo lenti circoli intorno ma, anche allargandoli, nessun significativo cambiamento. Dintorni, va bene, ma se il posto è come il Banco di Pantelleria, rischiamo di vagare su plateau improduttivi.

Proviamo a fare qualche puntata ancora più verso Ovest, nella convinzione che il sommo debba ancora venire, che non lo abbiamo già passato. Nulla. Poi bisogna rompere gli indugi, rischiamo di perdere un sacco di tempo per cui, come disse un vecchio campione anni fa, dove c’è mare c’è pesce, decidiamo di esplorare-pescare.

Am barabà cici cocò, tocca a me. Vestizione veloce. Un posto assolutamente nuovo. Deve, deve essere favoloso. Sono pronto, Checco, con un mare così calmo, può anche lui rilassarsi e stare più lontano. Il subacqueo si vede benissimo e soprattutto, si sente respirare benissimo, in queste particolarissime condizioni: si coglie perfino lo sciacquio della pinneggiata di caccia.

In acqua. Sotto un mare di posidonia (male) con sassoni grossi affioranti (bene). L’ecoscandaglio dava poco oltre venti metri, non facile ma tranquillamente pescabile ma devo assolutamente trovare il sommo. Le scarne notizie racimolate danno attorno ad esso le zone migliori. Primi tuffi, guardando quasi più all’orizzonte subacqueo, cercando di bucarne la caligine bluastra, che ai pesci intorno.

Comunque di pesci ce n’è. Ad un aspetto esplorativo vedo lontano un baluginare dorato. Non capisco. Altro tuffo più avanti, in quella direzione. Sotto un sassone una caverna che diresti potrebbe contenere la nonna di tutte le cernie, grande perfino quanto il mostro da oltre sessanta chili preso a Lampione decenni prima. Al solito però è vuota per cui passata la non-tanto-assurda (siamo sul Talbot, perbacco) tentazione mi guardo intorno. Ecco di nuovo quel baluginìo, basso, vicino alla base di un sassone poco lontano. Sono saraghi faraone! Un branco intero che fa dentro-fuori tra il sassone ed i sassetti vicini. Risalgo nascondendomi dietro alla mia roccia e mi preparo. Lo so, sparare con un 130 carichissimo in tana o quasi è galoppante follia ma sono saraghi da cinque chili, mai presi faraoni così grossi. Scendo vicino in una gran planata che finisce piatta nella posidonia e i faraone, incuriositi, si avvicinano. Sono neri e dorati, a striscione grosse, spesse un paio di dita, l’occhio inespressivo, i denti gialli e sporgenti. Non sono bei pesci, al di là dell’essere grossi. Per un attimo tentenno poi il più massiccio fa una virata a due metri dalla punta del fucile e gli automatismi scattano. Sparo. Il boato fa schizzare via tutto il branco ma il faraone è preso senza storia, fulminato. Gli altri sono ancora qui, da qualche parte, non li ho visti scappare lontano. Risalgo e me lo guardo bene. Per grande è grande davvero. È lungo più di metà del fucile, ma ha la boccuccia lunga quasi di un sarago pizzuto senza la sua eleganza. Pesce sgraziato, quasi gobbo, non mi piace. Comunque lo consegno a Checco e mi faccio dare il cento, più maneggevole in tana. Magari ce n’è qualcun altro, più grosso, o magari c’è vita in tana, intorno. Qualche tuffo esplorativo e i faraone li trovo, ammucchiati in tane ridicole, addirittura tre nascosti, stretti uno sopra all’altro, in una specie di galleria verde-marrone tra le radici della posidonia, a sbalzo vicino al sassone. Sono tutti pesci, grossi sì, ma più piccoli di quello già in barca, anche se di poco. Non mi interessano più di tanto e la ricerca del sommo e dei suoi obbligatoriamente favolosi dintorni urge per cui abbandono, mi faccio ridare il 130 e riparto. Per fortuna sono a favore di corrente, una correntina leggera leggera che fa appena inclinare le sommità della posidonia ma utile in ogni caso. Pian piano, ignorando un paio di cerniotte grassocce, arrivo in una zona più interessante, più alta, con sassoni ancora più grandi. La posidonia sta scomparendo, in generale buon segno, che ci stiamo davvero avvicinando al sommo?

Una lunga planata esplorativa a mezz’acqua, sonnolenta, guardandomi attorno in ogni direzione. Dalla superficie, quasi invisibili nel barbaglio della superficie, un branco di lunghe figure dentute e zebrate scende verso di me: barracuda. Non saranno quelli giganti dei mari tropicali ma sono belli e corpulenti. Arrivano alla mia quota scivolando in gruppo, guardinghi, scrutandomi con l’occhio destro. Rimango immobile, continuando a planare verso il basso. Loro mi guardano sempre ma non si avvicinano, mi pattugliano a fianco, scendendo alla stessa velocità. Non funziona? Cambiamo tecnica. Una pressione su una pinna sola e ruoto con decisione nella direzione opposta alla loro. Li scruto con la coda dell’occhio. Che fanno? Si incuriosiscono o si innervosiscono? Nessuna delle due cose, sembra. Una rapida sbirciata conferma: sono sempre là, a quella fissa distanza, ora quasi dietro di me, pressoché a tiro ma non completamente a tiro. Dopo una congrua attesa è evidente: niente da fare. Ok, ultima tecnica, devo sbrigarmi, poi il fiato finisce e dovrò risalire. Per i pesci sarò una ulteriore fonte di stranezze, preoccupante. Finché però riesco ad agire nel corso della prima immersione posso giocarmela, quasi, da pesce a pesce. Altra pressione, decisa, sulle pinne e picchio risoluto verso il fondo, ormai a qualche metro da me. Plano senza guardarli, ruotando di novanta gradi mentre scendo per trovarmeli, spero, di fianco, mi apposto dietro una roccetta, allungo il fucile nella direzione da cui dovrebbero presumibilmente arrivare e aspetto. Ma, ormai, presto per carità. La “preda” che scappa o, per qualche loro contorta ragione, a contatto col fondo, sembra deciderli. Arrivano.

Sono quasi offeso. Ma dimmi un po’ se, dopo aver messo in atto raffinate e sottili tattiche di psicologia ittica, va a funzionare il vecchio aspetto!

Davanti sembrano un poco più piccoli, quelli più grandi sono dietro ma ormai sono agli sgoccioli, o sparo subito o devo risalire. Chiudo un occhio, miro al secondo del branco, sparo mentre si avvicinano ancora. Peccato, avessi un po’ più di fiato… ma del resto credo sia una lamentazione di tutti i subacquei in moltissime immersioni significative. Preso! E preso bene, il pesce rimane immobile per un istante poi si dibatte lentamente. Io non ho nemmeno il tempo di vedere il branco aprirsi al rimbombo del fucile perché un istante dopo lo sparo sono già schizzato verso la lontana superficie, con la mano secondo abitudine sul mulinello, mollando filo per i primi metri poi tentando di tirarmi su il pesce, per lo meno per allontanarlo dal fondo. Vado a tasto, ho lo sguardo verso la superficie, ma il pesce sembra venire, senza tanti strattoni, vuol dire che il colpo è buono davvero. Ma non ho più fiato per fare anche il traino per cui riapro la mano, mollo tutto il filo che ci vuole e pedalo verso l’alto. In superficie, appena aver dato un gran respiro e un successivo gran OHÌ! di pesce in asta a Checco, mi rimetto il boccaglio e guardo verso il basso.

Il filo bianco sprofonda dritto, sfumando nel blu man mano che scende e, al limite della visuale (era così fondo?), uno scintillio lungo. Il barracuda è sempre lì. Salpo a grandi bracciate, automaticamente buttandomi le volte lontano, dietro le spalle, e il pesce viene su senza quasi combattere. Dopo poco l’ho sotto i piedi e posso finalmente valutare il colpo. Il tiro, quasi frontale, è entrato all’altezza della branchia sinistra ed è uscito centrale oltre metà corpo: bene, nessuna possibilità di perdita. L’ultimo paio di bracciate e l’ho in mano. Una rapida pugnalata in quella rivelatrice scaglia proprio sopra il cervello facendo attenzione alla bocca dentuta e lo posso ammirare. È forse il più grosso che abbia preso in Italia (anche se il gigante preso a Serpentara probabilmente ancora regge il confronto), la coda larga quasi due palmi mi penzola all’altezza delle caviglie, la testa è massiccia e i denti sono enormi. L’impressionante dente centrale in mezzo alla mandibola è spezzato, testimone di chissà quale incidente di caccia tempo fa. Checco è ormai al mio fianco con il gommone e gli passo il pesce. È bello quando il compagno mugola per lo sforzo di sollevare la vostra preda…

Ma è tempo di proseguire, il sommo con le sue promesse meraviglie non l’ho ancora trovato. In acqua, a seguire ora i roccioni che, fondendosi, sembrano segnare una specie di sentiero a salire, da roccione a roccione ancora più grande, con la sommità sempre più vicina alla superficie. Alla base canali di lunghezza crescente in sabbia e falsa tana. Ci siamo! Deve essere, davvero, il tetto del Banco Talbot.

Improvvisamente una lunga figura grigia sventola un’alta coda un paio di metri sopra al roccione più grande. Indubitabile, uno squalo! Sensazioni ed emozioni degli squali nel Mediterraneo: non te li aspetti, hai un soprassalto; sei felice che esistano e di poterli vedere; sei contento di trovarli lì, la scogliera deve essere ancora tanto ricca da poterli sfamare; sei preoccupato-ansioso, uno squalo in giro uguale zero pesce?; sei impaziente, si avvicinerà? Tutto mischiato in un veloce e confuso susseguirsi di emozioni, sovrapposte, mescolate una dentro all’altra. Poi, un gran fiato, scendo andandogli incontro e tutto si scioglie e si risolve nella semplicità essenziale dell’immersione.

Mi avvicino su una rotta convergente, il fucile nascosto nella sagoma del corpo: sto cacciando lo squalo o lo voglio solo avvicinare? Non è chiaro. In ogni caso dopo poco la situazione si risolve da sola. Faccio in tempo a vedere l’inconfondibile bocca arcuata, l’occhio giallo e le fessure delle branchie agitarsi al passaggio ritmico dell’acqua quando improvvisamente accelera l’andatura, sventola più forte la coda in quell’andatura serpentiforme e, che fa?, scappa? Scappa. Rimango lì a mezz’acqua, di nuovo confuso da multiple sensazioni, a guardarlo sculettare sinuoso via e a confondersi nella caligine.

Risalgo e comunico a Checco:

-          ho visto uno squalo. Probabilmente un grigio (Carcharhinus plumbeus).

Attimo di silenzio. Poi un laconico:

-          Ah. Bene. Grosso?

-          No. Grosso grosso no.

Mi affretto a dire a Checco di memorizzare questa posizione come Talbot e a cancellare quella precedente, di avvicinamento. Poi l’attenzione scivola di nuovo verso il bersaglio più importante: il sommo del Banco. È tutto attorno a me adesso. I costoloni di cui ci avevano parlato sono evidenti, lontani uno dall’altro una ventina di metri. Il fondo è sabbia, quasi pulita. Le sommità dei costoloni sono ad una quindicina di metri, degradanti verso Ovest. E sopra c’è un brulicare di vita. Branchi di piccole salpe gialle ovunque, castagnole, ricciolette, qualche dotto a vagolare, saraghi pizzuti curiosi e timorosi insieme. Poi, appoggiato sull’orlo, in ovvia attesa di schizzare verso il basso, un cernione strano, grosso sì e massiccio, ma lungo, chiaro: una cernia bianca.

Tento un tuffo di avvicinamento, da lontano, nuoticchiando vagamente nella sua direzione. Non regge. Scivola via, alza la coda, scompare oltre l’orlo opposto della costola, non la vedo più. Continuo il tuffo, sperando che magari, dall’altra parte, non abbia una tana vera e propria ma solo un riparo. Insomma, quanti subacquei avrà mai visto, qui, quella cernia? Plano esattamente sull’orlo e sbircio verso il basso, il fucile pronto. La cernia c’è, o meglio c’è ma è già bella lontana e continua a nuotare decisa allontanandosi. È vero che non ci sono tante tane alla base dei roccioni, anzi la maggior parte non ha tana affatto, ma in questo caso gioca a mio sfavore: la cernia sta sì andando verso la sua tana, che magari è anche facile, ma chissà dove. Tento di alzarmi per vedere se riesco a seguirne la traiettoria ma scompare presto dalla vista. Peccato, è un pezzo che non prendo cernie bianche ed era proprio bella.

Continuo l’esplorazione, alternando tuffi lunghi ad aspetti sui sommi. Sono tutte immersioni magnifiche, la lieve corrente semplicemente pettina i pesci, mettendoli in riga con le teste tutte nella stessa direzione, piega la punta delle alghe sulle sommità chiare dei costoloni ma non disturba più che tanto. Attorno i pesci continuano a vivere, ignorando, se non per qualche istante di curiosità, questo strano coso che a intervalli interviene con una massiccia presenza nelle loro faccende. E io mi godo a scrutare ad un palmo dal naso la murena grande quanto un grissino annodata intorno ad uno spuntone minuscolo, le narici microscopicicamente tubolari e i denti così piccoli da essere trasparenti, le castagnole a cacciar via a puntate prepotenti i labridi maschi multicolori, i denticiotti da un chilo che fanno le tigri di questa piccolissima giungla luminosa, in caccia, arrivando in coppia in folgoranti attacchi dal basso contro le prede sui plateau.

Continuo pian piano a spostarmi, le costole man mano sprofondano, il sommo deve essere già passato.

Un movimento, più avanti, colto con la vista laterale, quella parte di attenzione che negli aspettisti funziona così bene. Molti movimenti. Un branco di dentici gioca al limitare della visibilità.

Scivolo spinto dalla correntina nella loro direzione e arrivo immobile su quello che deve essere il termine della formazione geologica del sommo. Sono finiti i costoloni regolari, c’è un ultimo terrazzo prima che il fondo cada sui ventisei, ventisette metri di una spianata aperta, bianca, con sassetti sparsi. Poco sopracorrente c’è un roccione obliquo con uno spacco in mezzo, che scende a sbalzo sui venti metri del terrazzo, piatto tranne un incavo centrale che sembra disegnato apposta avendo in mente un aspettista e una guglia a spirale di roccia all’estremità sinistra.

Attorno i dentici ci sono, eccome, non sono grossissimi ma sono tanti. Un gran fiato e tento subito un tuffo sul roccione, arrivandoci in obliquo, nella convinzione che, così nascosto, il terrazzo possa essere il palcoscenico ideale su cui si svolgerà la scena. Lo sguardo è puntato lì per cui mi coglie totalmente di sorpresa un’esplosione rimbombante ad un metro da me. Sobbalzo spaventato, sento i capelli muoversi contro il cappuccio, i pesci attorno hanno anch’essi un sobbalzo gemello: nella fessura era nascosto un cernione che dopo aver così perentoriamente scodato ora mi guarda, in acqua libera, le pettorali aperte, a dir poco a tiro. Lo guardo per un istante ma un altro movimento mi distrae: a destra, sul palcoscenico, sono arrivati i dentici. Gli esemplari che avevo visto da lontano e dalla superficie non erano che la frangia del branco vero che ora nuota a sei metri da me. Sono tanti, tantissimi, in maggior parte oltre l’orlo del terrazzo, in nuoto libero sopra alla spianata. Io rimango nascosto in precario equilibrio dietro il roccione, in verticale, il fucile speranzosamente puntato nella loro direzione ma sono troppo lontani, il branco non è interessato a me, nuotano soltanto, nemmeno quelli più vicini sembrano accorgersi della mia presenza. In mezzo, dall’alto, ogni tanto cala una forma scura, un dotto dorato.

Così non va. Mi arrotolo per farmi più piccolo, per voltarmi senza spaventarli, mi tiro con le mani per non sventolare le pinne, risalgo lontano dal terrazzo e prendo fiato. Mamma, mamma che posto. Mi giro controcorrente, volgo le spalle al terrazzo così anche da non farmi tentare e a non accelerare i tempi di recupero per la prossima, fatidica immersione, pinneggio lentamente, ad occhi chiusi. Rivedo la scena, la conformazione, pianifico: il prossimo tuffo devo scendere lì. Ho contato fino a quaranta lunghi respiri, sono passati più di tre minuti, sono pronto. Mi volto e mi lascio trasportare di nuovo verso il terrazzo, ventilando gli ultimi profondi respiri.

Sta per avere inizio una delle immersioni più fantastiche che mi ricordi in tanti e tanti anni di Mare.

Arrivo quasi senza guardare alle spalle del roccione, un gran fiato che sento arrivare fino alle sopracciglia, scendo. Questa volta gli scivolo a fianco lasciandolo a sinistra, del cernione non c’è più traccia, e arrivo sul terrazzo. L’incavo centrale è lungo esattamente come me, la distanza dall’orlo è perfetta: a braccio teso, in mira accademica, la punta del fucile è per qualche centimetro all’interno così da evitare preoccupanti oggetti a sporgere. Arrivo a testa bassa, deglutisco per l’ultimo scampolo di compensazione e mi guardo attorno. Non fossi in apnea mi mancherebbe il fiato. I dentici si sono coagulati in un unico flusso di pesci che mi arriva addosso, mi gira di fronte, mi scorre a fianco, mi circonda. Un fiume di dentici spesso tre metri che non riesco a contare, cento, centocinquanta, duecento dentici, chi lo sa? E a chi importa? Sono un fiume continuo, nuotano tutti nella stessa direzione, mi fanno carosello intorno, in un anello che giuro essere continuo, non può essere un unico branco che mi scorre davanti una volta sola. E in un attimo di proiezione extracorporea mi vedo dall’alto, nero sul plateau bianco, le pinne distese, i dentici che mi circondano ad anello, io, l’asse di un fiume azzurro in continua sobbollizione. Dall’alto, come prima, calano ora le lente, scure forme nocciola dei dotti, alcuni enormi, la larga macchia dorata sul fianco a contrastare vividamente. Sono stordito, la caccia è dimenticata, la mente confusa. Abbasso lo sguardo sulla roccia ad un palmo dal mio naso, mi rilasso a contemplare un istante l’indifferente agitarsi degli aculei di un piccolo riccio marrone incuneato a misura in una minuscola fenditura: attorno, maledizione, è una bolgia! Alzo lo sguardo e altri attori si sono nel frattempo uniti alla scena: sono arrivate le ricciole. Gigantesche sagome chiare che scivolano dall’alto nella mia direzione, lente, a mescolarsi quasi al torrente di dentici, come dirigibili tra i piccioni. L’occhio è nero e tondo, si avvicinano come scorressero su rotaie che conducono a me. Per un attimo non so cosa fare, dentici, ricciole, dotti (no, certo che i dotti no) ma la scelta è presto fatta, una delle più grosse del brancotto, un esemplare massiccio, tanto largo da avere la fronte quasi piatta, mi arriva di fronte, vira lentamente, mi porge il fianco, ho quasi il tempo di scegliere la scaglia a cui mirare, sparo.

Nonostante sia relativamente vicina è talmente spessa che l’asta si conficca solo fino a metà, il suono è quello di un colpo sparato nel legno. Attorno è il caos. Scodate a ripetizione come mortaretti segnalano l’abbandono della scena da parte dei dentici; le ricciole sono ancora ferme, anche quella colpita. Mi stacco dal fondo e pinneggio deciso verso la superficie. Il colpo non è stato perfetto, la ricciola non è morta come avevo inteso, devo aver mancato la colonna vertebrale, e, dopo qualche momento di confusione, scappa ancora potente. Ma non va da nessuna parte, l’arpione è surdimensionato e avvitato forte con tre giri di teflon sulla filettatura, la sagola è di un tipo speciale usata per il trave portante della long-line per la pesca professionistica al pesce spada ed è controllata nella sua interezza almeno una volta alla settimana e ogni volta che mi passa per le mani mentre riavvolgo il mulinello. Come collegamento tra asta e sagola e tra sagola e mulinello ci sono robuste gasse doppie con addirittura qualche goccia di neoprene ad evitare in ogni caso assai improbabili slittamenti del nodo. Il mulinello poi è fissato al fucile con due esagerati serratubi in acciaio inox nascosti da qualche giro di nastro adesivo per ragioni di invisibilità e idrodinamicità ed è un modello che non si è mai, assolutamente mai, imparruccato.

Risalgo tranquillo, filando mulinello, il pesce comincia a tirare e lancio il solito allegro OHÌ! di pesce in asta a Checco. Sono così rilassato che rimango per qualche momento a guardarlo, con la testa in superficie, mentre già sento l’acqua cominciare a ruscellarmi intorno sotto la trazione del pesce, mentre si toglie di scatto una maglietta avvolta attorno alla testa a protezione del sole feroce e salta ai motori.

Qualche respiro profondo poi mi rimetto il boccaglio e guardo verso il basso. La ricciola non è morta immediatamente ma nuota scoordinata, a tratti si ferma; l’asta è sempre a metà corpo. La salpo con decisione portandola fino ad una decina di metri di profondità ma di colpo accelera, vedo l’asta scivolare nel corpo, l’arpione aprirsi e fermarla e, all’altra estremità, lo scorrisagola slittare fino al codolo. E qui avviene l’impensabile, il codolo viene semplicemente spinto via, si toglie, cade avvitandosi a perdersi nell’acqua ormai fonda, lo scorrisagola si sfila, le volute della sagola, prima tese, si rilassano in grandi cerchi. La ricciola è libera.

Incredulo, per un istante vedo il pesce, ormai in agonia, fermarsi di nuovo dopo quell’ultimo sforzo e cominciare a scivolare verso il fondo. Mollo il fucile, un gran fiato spezzato e mi tuffo ad inseguire la mia preda che se ne sta andando. Scendo senza compensare, le mani tese in avanti ad afferrarla, arrivo a tre metri. Lei si risveglia ancora e, con un nuoto che fa male al cuore, morente, a sobbalzi e a brividi, se ne va. Non riesco ad avvicinarla, anche così è un potente predone e le sue capacità di nuoto sono incommensurabilmente superiori alle mie. È sempre di poco ma fuori portata, il peso dell’asta la tira verso il fondo. Poi di colpo, di nuovo, sembra risvegliarsi, dà una nuova accelerata brusca, si scuote, si raddrizza, l’asta scivola nel senso inverso, esce dal corpo, si perde sul fondale precipitando dritta sotto il peso dell’arpione. Per un attimo incongruo penso al mio povero arpione, alla botta che deve prendere precipitando sul fondo da quassù, dovrò cambiarlo, e per un attimo mi balena nella mente la scatola rossa degli arpioni con quelli di riserva ordinatamente raccolti. Poi la tragedia della ricciola si reinserisce prepotentemente nella realtà. Non posso fare più nulla. Se ne sta andando, spero di no ma probabilmente a morire, altrove. Il fiato è finito, mi fanno male le orecchie, lei è già lontana. Risalgo cercando di tenerla d’occhio, magari riesco ad inseguirla dalla superficie, ma è inutile, la sagoma già si è diluita nella lontananza. È finita.

Le immersioni a cercare e a raccogliere l’asta sul fondo, con lo sparuto residuo del branco di dentici ad annusare intorno non ve le racconto, fanno troppo male.

Col senno di poi, altro punto da aggiungere alla lunga lista delle cose da controllare, lo stato di avvitamento del codolo (che dovrebbe, di fabbrica, essere non solo avvitato forte ma anche aver inserito nel filetto qualche goccia di colla).

 

Ino ogni caso ora è il turno di Checco, che, dopo i miei racconti che descrivono un posto magico, nonostante siano ovviamente intrisi di tristezza e arrabbiatura, ha ora dispiegate di fronte altre sconosciute zone, vergini di esplorazione.

In superficie, al solito, è drammatico il salto dall’ambiente subacqueo a quello esterno. Da uno in cui sei rilassato, confortevole, in cui non hai o non avverti disagi, ad uno in cui di colpo fa un caldo della malora, non c’è quasi una bava di vento e in cui non hai nulla da fare tranne contemplare la linea dell’orizzonte e un solitario boccaglio che vaga per il mare. E immaginare quello che sta succedendo al proprietario di quel tale boccaglio.

Checco pesca ancora a favore di corrente, ha le pinne quasi ferme tranne quando fa quelle due piccole pinneggiatine subito prima di levarle al cielo per immergersi. E gioco a fare il fine deduttore che lavora su impercettibili indizi, il cercatore di tracce nella mutevolissima superficie del mare. Adesso deve aver visto qualcosa, si è fermato di colpo e ha smesso di respirare. È sul fondo perché ha la testa dritta. Cernia, saraghi, corvine? Ha deciso di immergersi, sta respirando profondamente. Ecco le pinneggiatine, si storge tutto, pinne su, va giù. Scompare. Ora sono solo sulla superficie del mare. Chissà cosa sarà? Aspetto, al caldo. Eccolo in superficie, il fucile gli galleggia di fianco. Accendo un motore e piano mi avvicino. Salpa a grandi bracciate e non sembra fare fatica, non deve essere una preda gigante. In superficie ecco comparire un bel faraone. Checco lo uccide subito e me lo passa. Mi racconta, attaccandosi al tubolare, che ne aveva visti diversi dall’alto, che li aveva visti intanarsi di fianco ad un roccione. Era sceso e aveva scoperto che la tana in realtà era una caverna passante, aveva fatto in tempo a sparare e a prendere l’ultimo del brancotto prima che si volatilizzasse anch’esso uscendo dall’altra parte. Gli passo il fucile che nel frattempo ho ricaricato e riparte.

E così passa il tempo, fra un’immersione e una pinneggiata in superficie, con troppo pochi, dal mio punto di vista, racconti di quello che succede sotto. Pazienza, me li farò raccontare durante il viaggio di ritorno.

Ecco ancora un improvviso arresto. Poi si immerge, senza quasi respirare in superficie. Cosa… rimane sotto poco, poi risale e mi dice, serio:

-          squali. Due questa volta. Uno più grosso e uno più piccolo. Insieme.

Guarda sotto ancora, poi:

-          ero in superficie e sono venuti a vedermi ma appena mi sono immerso sono andati via. Non proprio proprio scappati ma quasi. Sai bene, vero?

So, so bene. Una pacca sulla spalla e ricomincia a pescare, vagando in quello che per me da sopra è una lastra senza vie ma che per lui, da sotto, è una tridimensionale zona di volo.

Improvvisamente lo sento fare un OH! di stupore che risuona sordo dentro al boccaglio. Cos’è, cosa ha visto? È roba di tana di sicuro, sta pinneggiando in punta punta contro la corrente che deve essere leggermente montata. Poi alza la testa e mi svela l’arcano:

-          un cernione. Bello. Si è intanato, ma lento. Non sembra spaventato. È fondo però.

Poi rimette la testa in acqua, si prepara, un gran fiato e scende. Prima di tutto preparo il pallone da cernie, due palloni da calcio in un sacco di vecchia rete rugosa con un moschettone alla fine, non si sa mai, magari può servire. Poi, non posso certo accendere i motori ora, ma prendo il remo di legno e comincio a remigare piano piano, senza tirarlo fuori a sgocciolare dall’acqua. Sono seduto sulla prua, in alto, per cui riesco a vedere, ancora sott’acqua, Checco che si avvicina alla superficie pedalando deciso. Il fucile l’ha in mano, non vedo bene: ha sparato? Riemerge, non si è accorto che sono vicino e da un gran urlo OHÌ!, poi si accorge che gli sono a pochi metri e borbotta:

-          Ah, va bene.

Si rimette il boccaglio e, ancora respirando pesantemente, deve essere stata lunga l’immersione, da un gran tirone e poi salpa a gran bracciate. Ma allora ha preso qualcosa! Sono ora in piedi sulla prua del gommone, in equilibrio precarissimo, appoggiato al remo e riesco a vedere una gran macchia scura che sale dal fondo. Ecco che erompe in superficie un gran cernione, scuro, lucido, a riflettere l’azzurro del cielo. Quasi cado dal mio trespolo nella fretta di scendere per vederlo da vicino, per dare a Checco la tradizionale stretta di mano di “ottima cattura”, per farmi raccontare cosa era successo.

E Checco mi racconta che l’aveva vista dalla superficie. L’aveva seguita per un po’ mentre vagolava verso una direzione ben precisa, forse la sua tana. Poi aveva di colpo accelerato, aveva svoltato e si era infilata non si capiva dove. Ma la roccia era facile da individuare, aveva una gran macchia di sabbia a fianco. Era fondo però per cui, raggiunta la verticale della tana, era rimasto in superficie a respirare e a calmarsi. Poi era sceso, facendo un gran giro per non arrivarle proprio sulla testa, era planato a cinque metri dalla parte della tana dove si era infilata. Niente in vista, poi facendo un saltino in avanti e fermandosi e un altro saltino e fermandosi ancora, era arrivato proprio all’imboccatura. Dentro sembrava non ci fosse nulla. Intanto il tempo passava, fondo era fondo, doveva sbrigarsi. Per cui era entrato deciso nell’imboccatura e, tutto sulla destra, in una camera laterale invisibile dal davanti, si era trovato davanti il cernione, di testa, a guardarlo. Un attimo di indecisione di entrambi, poi Checco reagisce per primo, spara e lo prende esattamente nell’occhio destro. Timoroso di non averla presa bene e anche perché ormai aveva finito il fiato, si arrabatta in fretta a raccogliere le volute di sagola, dà un gran tirone, sente la cernia cedere, retrocede nella camera principale, esce dalla tana e risale cercando, come mi racconta, “di tenere almeno in tensione la sagola”. Durante la lunga risalita aveva sentito però che la sagola si fermava, la cernia sembrava incastrata, per cui aveva filato mulinello e raggiunto la superficie. Il gran tirone era dovuto al tentativo, peraltro riuscito, di disincastrare il cernione che si era in realtà solo messo di traverso nella tana ma non si era davvero incastrato. In superficie il cernione era arrivato morto.

Le foto di rito con Checco che fatica a sollevare la sua preda sono fatte subito, prima che la cernia perda i colori o subisca quello strano processo tipo negativo fotografico, con le pettorali che fanno “ombra” sul corpo, quando la pelle prende luce o si secca, o chissà.

È già quasi ora di ritornare. La zona dovrà ancora essere a lungo esplorata, dobbiamo capire se il sommo sia davvero dove credevo di averlo individuato, se la zona del tornado di dentici sia zona stabile di pesce o sia stato un caso.

Il lungo ritorno a casa è, se possibile, ancora più pacifico dell’andata. Anche per me l’arrabbiatura per la ricciola persa per un così insignificante nonnulla comincia, quasi, ad attenuarsi, stemperato dal ricordo di quella incredibile immersione e delle sue molteplici meraviglie. Il sole, ormai quasi radente, illumina dorato da destra e da dietro le onde lunghe, quasi oleose nella loro lentezza. I motori ronfano sullo sfondo dei racconti che Checco pian piano mi svela, facendomi quasi vivere accanto a lui quelle immersioni.

Di colpo un branco di pesci volanti decolla a dritta di prua e si tuffa più avanti, iscrivendo effimere, sottili tracce sulla liscia pelle del mare.

Chissà cosa ci sta sentendo passare, lì sotto, dove non possiamo vedere?

 

 

Riccardo A. Andreoli

 

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