Banco
di Pantelleria
Pantelleria, nell’accezione
più accolta del nome, deriva dall’arabo Bent-el-Rion cioè Figlia del
Vento. Non so se l’etimo sia giusto ma certo è azzeccato. Quell’anno
erano più i giorni che eravamo rimasti a riva di quelli che eravamo
riusciti ad uscire. Le giornate allora passavano pigre, svegliandoci,
finalmente, tardi, leggendo a letto e facendo indolenti passeggiate al
porto a vedere il gommone ballonzolare e tirare sugli ormeggi sotto la
sferza del vento che riusciva ad entrare prepotente anche dentro al porto.
Lavoretti di risistemazione, una passata di spugna con acqua quasi dolce,
quella vite da stringere, i motori da controllare una volta di più. Tutto
doveva essere perfetto per il prossimo giorno, vento permettendo,
naturalmente.
Eravamo lì per pescare ancora
sui Banchi al largo ma erano tutti lontani: nel corso degli anni ne
avevamo selezionati tre, a distanze crescenti di 21, 30 e 41 miglia dalla
costa. E miglia del Canale di Sicilia, notoriamente assai pronto a
svegliarsi e a infuriarsi. In generale, per fortuna, i venti dominanti
erano dai quadranti nord, spesso Maestrale e le secche tutte a Nord
dell’isola per cui, partendo presto, anche nell’assolutamente
probabile rinforzo del vento, riuscivamo a tornare se non velocemente
almeno abbastanza confortevolmente con i frangenti al giardinetto di
poppa. I due motori poi erano perfetti per cavalcare le onde formate.
Alcuni banchi sono dei punti in
mezzo al mare, molto difficili da trovare, le indicazioni sulle carte non
è poi che siano talmente precise da portarti proprio sul cappello largo
20 metri dopo una navigazione di trenta o quaranta miglia. Anche
compensando le posizioni sulla carta con le differenti proiezioni
cartografiche usate dal GPS, le prime volte era stata un’avventura. Li
avevamo trovati, anni addietro, con un serio lavoro di cartografia,
navigazione, studio del fondale, e tanta pazienza a scrutare per lungo
tempo il vuoto azzurro di profondità non agibili dagli apneisti.
Naturalmente, una volta trovati, e precipitosamente inserito anche sul log
tenuto per sicurezza e scaramanzia su carta, è facile tornarci.
Altri invece, come il sicuro
prossimo bersaglio della nostra prima uscita al mollare del vento, sono
gigantesche, ampie estensioni di saliscendi, cadute, plateau improduttivi
di roccia bianca, roccioni improvvisamente brulicanti di vita, molto, se
non tutto, ben noto ai locali ma assolutamente sconosciuto i primi anni.
Fondamentale l’uso di ecoscandaglio e GPS, uniti a tanta pazienza, per
tracciarne una geologia approssimata.
Sulle carte “ufficiali”
quest’ultimo Banco è noto come Banco di Pantelleria ma ai pescatori
siciliani è familiarmente più nota come la Barra. Il nome fa ovvio
riferimento all’aspetto sulla carta: una lunga e stretta striscia di
roccia quasi perfettamente orientata con l’asse maggiore in direzione
Est-Ovest.
Preceduta da una notte calma,
con le stelle finalmente ferme e non a ballonzolare pazzamente negli
strati di aria mossi dal vento alto delle perturbazioni, arriva un’alba
senza vento: partiamo.
L’energia recuperata nei
giorni di forzato riposo e repressa finalmente può essere liberata. Non
facciamo fatica a uscire dal letto al primo aprire di uno spiraglio di
tenda e al conseguente urlo “Non c’è vento!”.
Ormai Checco ed io siamo una
coppia affiatata e le necessarie preparazioni vengono svolte in fretta,
scorrevolmente.
Siamo in macchina, le sacche
fatte e controllate, il contenitore termico, con la bottiglia di ghiaccio
da due litri, utile anche nel caso in qualche spaccatura fonda troviamo
qualche aragosta, contiene un po’ di frutta e un paio di pomodori (tutto
semi-acerbo, sennò gli sbattoni fanno un macello). Poca roba da mangiare
perché non si sa mai se, anche terminato il proprio “turno”, non sia
necessario tornare in acqua ad aiutare il compagno.
Destinazione il distributore di
benzina in paese, uno si ferma a riempire millanta taniche e l’altro va
di premura a comprare il pane. Di corsa al porto, scarichiamo in fretta e
anche più in fretta stiviamo il tutto nei consueti posti: la cesta per il
pesce grosso fissata ai tubolari con i moschettoni a fermare l’invasivo
ballonzolare futuro delle sacche, la stuoia da inzuppare per coprire il
pesce molto grosso, che nella cassa non ci sta, arrotolata a poppa,
i serbatoti riempiti, le taniche di riserva controllate, riavvitate e
fissate al meglio. Accendiamo gli strumenti nell’aria ancora fredda, il
bipettio elettronico del corretto funzionamento è sempre rassicurante, il
GPS segnala ottima visione dei satelliti, l’ecoscandaglio segnala cefali
sotto la chiglia, la bussola è fissata, la radio accesa a gracchiare un
momento. Pronti!
Accendiamo i motori e, mentre
brontolano scaldandosi apriamo il gavone di poppa e ci vestiamo per il
viaggio. Ci trattiamo come vecchiette in inverno, per evitare problemi
anche minimi di compensazione: berretto di lana ben incalcato, maglione,
cerata completa. Manca poco allo sciarpone. Per qualche momento creperemo
di caldo ma sappiamo che basterà entrare in planata per sentirsi bene.
Ormeggi mollati, marcia inserita, ci stacchiamo lentamente dalla banchina
e ci dirigiamo in dislocamento verso l’entrata del porto. Qualche ondina
di mare vecchio, residuo della perturbazione dei giorni prima, ancora
batte sugli scogli ma la linea dell’orizzonte, al largo, è bella
piatta, promessa di mare tranquillo, e do tutto motore entrando subito in
planata. Il GPS è regolato sulla Barra, la linea della rotta si perde a
nord oltre il limite del piccolo visore. Basta seguirla, come in un
videogioco.
Ora è il momento del sogno.
Nel lungo viaggio verso la nostra destinazione, così a lungo fantasticata
nei giorni di riposo, nulla resta da fare tranne vivere e sognare e
scrutare il Mare. E sperare-credere che qualche meraviglia di leviatano
bucherà il cielo del suo mondo per balzare a farsi mirabilmente
contemplare per qualche istante nel nostro.
Invece ecco, quasi invisibile
nell’acqua increspata, uno scuro qualcosa a ballonzolare in superficie.
È una tartaruga, ferma a sonnecchiare in superficie, il carapace
bitorzoluto e asciutto, i denti di cane bianchi a brillare al sole.
Ci arriviamo da sopravvento, a
motori spenti e scivolo in acqua, (brivido! senza muta) per cercare di
fotografarla. I primi momenti è ferma, probabilmente ancora insonnolita,
e riesco ad avvicinarla. Qualcosa balugina sotto di lei: è un brancotto
di microscopici carangidi che la usa come una sorta di scogliera
galleggiante. Ma non basta, quando si immerge scorgo un’ombra scura, più
grossa, proprio sotto il piastrone. Bellissimo, è una cernia di profondità
giovane giovane (Polyprion americanus) che talora si trova sotto
oggetti galleggianti. Chissà se il fatto che questa “scogliera” si
immerga spesso e volentieri turberà il tranquillo tran-tran di tutto
questo splendido esempio di associazione ittica? Comunque ho poco tempo
per indugiare, nello spazio di pochi respiri allunga il collo, alza la
testa fuori dall’acqua, compie alcune rumorose inspirazioni profonde, si
immerge e scompare con quel nuoto bizzarro, a grandi palate delle zampe
anteriori, così falsamente pigro.
Unico altro incontro, una delle
gigantesche petroliere che arrancano regolarmente in questo mare sulla
rotta Est-Ovest per il Canale di Suez e viceversa. La prua svasata e la
mole ne fanno un bersaglio ingannevolmente lento ma so che batterla in
velocità per passarle sotto la prua è un gioco che si paga con un
maggior consumo di benzina e talora con un irato colpo di sirena… se
c’è qualcuno a guardare, perché spesso, anche in mari così
“stretti” e affollati, sembra siano navi totalmente robotizzate, a
bordo non si vede anima viva. Passiamo invece a pochi metri a poppa, sotto
l’assurdamente alta, inelegante, parete verticale di acciaio. I
giganteschi propulsori fanno svirgolare pazzamente per un momento la poppa
del gommone nonostante sia in planata e carico. Si allontana dietro di noi
rimpicciolendo gradualmente. Abbiamo ancora diverse miglia prima di
arrivare al Banco. Il GPS segna finalmente meno di dieci miglia al
bersaglio, il visore delle miglia mostra ora la distanza con due decimali
e, contemplando i numeretti rapidamente calanti, sembra quasi di andare più
in fretta.
Il mare si è andato sempre più
calmando, può essere un buon segno ma può anche essere il prepararsi di
un salto di vento verso i quadranti sud, il che sarebbe una solenne
scocciatura per il ritorno. Una montante conoscenza della zona però tende
a screditare questa preoccupazione: ho notato che, stranamente, maggiore
è il vento, anche futuro, minore è la visibilità. La Montagna Grande di
Pantelleria, poco meno di novecento metri, è invece ora, quasi arrivati,
ancora perfettamente in vista, anche se lontana e piccina, già
parzialmente occultata sotto la curvatura dell’orizzonte.
Sarà comunque una
preoccupazione per dopo, l’eccitazione sta montando, stiamo arrivando.
Il bersaglio è il nostro personalissimo Waypoint 45, il primo punto
valido che abbiamo trovato sulla Barra, anni fa.
Il GPS bippa, siamo a meno di
mezzo miglio, rallentiamo. Cominciano i preparativi. Oggi tocca ad andare
in acqua a me per primo. Checco guida mentre tiro fuori la muta dalla
sacca, il pedagno grosso di primo arrivo, maschera, boccaglio e sfilo i
fucili dalla fessura a fianco al tubolare. Arriviamo a 100 metri, il
colore dell’acqua poco oltre cambia, scurendosi drasticamente: siamo
vicini all’orlo. Pedagno a mare prudentemente lontano, un paio di chili
in fondo alla sagola. Lo guardiamo ansiosi: se segnala troppa corrente sarà
difficile pescare. Si srotola velocemente, frullando nell’acqua, tocca
il fondo, si stende alla inevitabile corrente… e rimane a ballonzolare
praticamente tutto emerso. Benone, corrente sì, ma quel tanto che basta a
vivacizzare l’ambiente ma non a costringere alle giostre
un-tuffo-recupero-un-tuffo eccetera. Prepariamo insieme i fucili: sono
ormai talmente pompati che è impossibile caricarli da soli in acqua,
dobbiamo premere in due, in un attimo di pericoloso equilibrio, per
convincere l’asta ad incastrarsi a fondo corsa.
Quasi niente vento, fa caldo a
mettersi, finalmente, la muta in questo ambiente che, fuori dall’acqua,
è quasi africano. Sotto invece, maledizione, è spesso talmente freddo
che dobbiamo infilarci i bermuda nonostante le giacche da 5 mm. In fretta,
l’eccitazione sale. Lo sputo di rito nella maschera, l’ultimo
risciacquo, sono pronto. Checco riaccende i motori e, pianissimo, con un
largo giro sopracorrente, mi porta in zona, le pinne a strusciare in
acqua, il fucile in mano, in un sospeso momento tra due mondi. Vai!
Il segnale quasi mi prende di sprovvista, mi attacco con una mano al
tubolare per scivolare in acqua senza spruzzi, lo sguardo già verso il
fondo. Blu completo, ma è previsto. Mentre faccio uscire l’aria dalla
muta con le consuete contorsioni getto uno sguardo al pedagno che
galleggia rosso a una cinquantina di metri: mi darà le indicazioni,
insieme agli sbracciamenti di Checco, per trovare l’orlo. Una prima
immersione per rompere il fiato, arrivo fino ad una quindicina di metri, e
rimango a testa in giù, le ultime bollicine che gorgogliano uscendo dai
pantaloni, guardando verso il fondo. Niente, ancora. Risalgo guardandomi
attorno, una mano di consueto sul calcio a controllare sicura, massima
potenza e stato di pressione del grilletto in un gesto a tre dita che è
ormai divenuto totalmente automatico e quasi compulsivo.
Una vaga cortina di ombrosità
più avanti, è l’orlo. Spinto dalla corrente ci arrivo immobile
preparandomi alla prima apnea della giornata. Davanti a me c’è il
plateau bianco che si estende per miglia a 20-22 metri; qui invece ha un
ampio incavo cinque o sei metri più sotto con roccette sparse ed un paio
di roccioni con una fessura al di sotto che di solito fanno dotti. La
prima volta che abbiamo trovato questo posto ne ho preso uno mostruoso di
quasi nove chili, sorprendendolo in un attimo di incertezza tra il nuoto
libero e la tana. A chiudere la “radura” c’è di lato un enorme
massone che cade verso il mare libero sulla sabbia a oltre quarantacinque
metri. Una volta, in una immersione folle, tirato giù a precipizio da
un’ancora enorme, sono andato sulla parete esterna a liberare la rete di
un peschereccio che continuava a girare smotorando sul posto. È zona da
qualunque cosa. Abbiamo preso nel corso degli anni ricciole sia a
mezz’acqua sia vagolanti sul plateau, in lento pattugliamento
dell’orlo. Saraghi che neanche guardiamo sono sotto i sassetti nella
radura, di dotti se ne vedono circolare sempre. Più di una volta abbiamo
visto i tonni saltare in vicinanza dell’orlo e talora anche sott’acqua
siamo stati avvicinati da branchi di bestiole di una quintalata
abbondante. Qui è avvenuto l’incontro con un mostro da oltre trecento
chili che è arrivato a siluro dal basso contro le mie pinne per poi
salire a farsi ammirare, immobile, a cinque metri da me, invulnerabile per
le armi che stringevo. Al largo si incontrano abbastanza di frequente
branchi di palamite in giostre frenetiche a confondere il pescatore in una
girandola blu di pesci pazzi.
Un gran fiato e scendo a
mezz’acqua, un primo tuffo esplorativo. Poco o nulla sembra muoversi,
qualche dotto piccolo vagola nervoso sul fondo vicino alle fessure, di
ricciole neanche l’ombra. Acqua fredda sotto, in un taglio che parte dai
quindici metri. Male. Esperienza insegna che anche in posti ricchi come la
Barra il taglio d’acqua gelata castiga quasi totalmente le speranze del
pescatore. Ed infatti. Tuffi ripetuti sul plateau in alto, per pochi metri
dentro all’acqua fredda, non portano che qualche curioso sarago a
sbirciare dalle tane sotto. Mi rifiuto di sparare ad un sarago quando
attorno ci sono potenzialmente prede straordinarie per cui rimango a
guardarne il balletto a poche spanne dalla punta dell’arpione. Qualche
tuffo più sotto mi porta in una ghiacciaia in cui giureresti di vedere
sciarrani con la sciarpa e saraghi in tana col camino acceso. Non si muove
nulla, oggi.
Faccio in tempo solo a fermare,
con un tiro lunghissimo che azzardo solo perché la preda non è
eccezionale, un dotto di tre o quattro chili. Il tiro è talmente al
limite che l’arpione penetra solo nella parte ossea della branchia
destra prima di venire fermato dal rimbalzo della sagola. Risalgo filando
piano il mulinello, il pesce che si arrotola vivissimo sotto i miei piedi.
Prima preda della giornata. Non certo eccezionale.
Checco nel frattempo è rimasto
ad una prudenziale distanza in equilibrio tra il non perdermi di vista
nella superficie increspata e il non disturbarmi le prede potenziali.
Riaccende il motore quando scarrocciando mi ha superato, fa un largo giro
per riportarsi sopravvento, calcola la deriva e spegne il motore. Mi è
passato ondeggiando in silenzio diverse volte a qualche metro.
Un ultimo tentativo. Lo avverto
che mi sposto con un segno della mano e mi allargo ben oltre l’orlo,
nuotando qualche minuto controcorrente. Spero, immergendomi a mezz’acqua
e rimanendo così nella zona calda, di incontrare qualche abitante del
mare freddoloso come me. Una parte di me inguaribilmente ottimista sta
anche pensando che così, forse, lo svantaggio dell’acqua fredda
potrebbe diventare un vantaggio, concentrando, in qualche modo, il pesce
in uno strato superiore… ma oggi non è il caso. Deserto totale
nonostante, qui fuori, io insista: sono le immersioni che preferisco,
libere dalla necessità di raggiungere il fondo, librandomi a
mezz’acqua in uno stato mentale altrettanto sospeso di quello corporeo.
Poi devo rinunciare. Qui si
butta via tempo. Oggi il vecchio Waypoint 45 ha praticamente tradito.
Bisogna cambiare posto.
Invece di saltare subito ad un
posto conosciuto preso dai numerosi registrati sul log decidiamo di
inventare. Ci buttiamo nell’avventura dell’esplorazione. Recuperiamo
Jack, il nostro fedele pedagno, ci spostiamo di quasi un miglio verso
ovest, verso il centro della Barra, troviamo con l’ecoscandaglio
l’orlo nord del Banco e mi butto in acqua fidando che anche qui la
corrente sia verso sud come nel precedente waypoint. Entro in acqua nel
consueto blu delle profondità oltre l’orlo e mi dirigo piano verso la
parete, guidato dai segnali di Checco che è tornato sul ciglio, a cento
metri dal mio probabile punto di contatto. Finalmente vedo davanti
giganteschi sassoni con saraghi a mezz’acqua che girano liberi. Mi
immergo per curiosità e, meraviglia, qui il taglio dell’acqua gelida
non c’è. O perlomeno non c’è alle profondità che posso raggiungere
in apnea. Probabilmente qualche giro di correnti verso l’orlo est della
Barra, dov’è il Waypoint 45, aveva creato quelle particolari condizioni
in maniera locale. Peccato, col senno di poi, diverso tempo buttato via.
Di colpo mi blocco. Un
cernione, ma così grande, ma così nero, ma così tondo che è uno
splendore, è appoggiato di pancia vicino ad una fessura sopra ad uno dei
sassoni. Sono completamente visibile, non posso che giocare allo scoperto.
Un gran fiato affrettato e mi immergo, il fucile tenuto contro il corpo,
la testa che solo parzialmente è voltata verso di lui. Scendo con qualche
pinneggiata e poi mi fermo. Mi avvicino spinto lentamente dalla corrente,
immobile, con grandi volte a foglia morta che talora mi avvicinano e
talora mi allontanano dal cernione. Con la coda dell’occhio l’osservo,
mi ha certamente visto e infatti ha alzato la dorsale ma è ancora fermo
nello stesso punto. Nella voluta successiva, quando ancora sono lontano
dal bersaglio, allungo cautamente il fucile a novanta gradi rispetto al
corpo e piego la testa per poter mirare di lato. Sono quasi a tiro. Per
quanto mi costi fatica trattenermi resto immobile tranne un piccolissimo
angolo dato alle pinne per scendere impercettibilmente più in fretta. Mi
sto allontanando con il corpo ma sta arrivando in mira il braccio destro a
novanta gradi da me. Sono a tiro, chiudo un occhio… e il cernione,
indolentemente, sembra addirittura strisciando il pancione, si infila in
verticale nella fessura nera. Persa l’occasione. Parolacce. Forse,
forse, avrei potuto azzardare il tiro. Ma forse no. Ormai sono a fine
fiato, la mia traiettoria è a questo punto in decisa divergenza con la
tana e risalgo. Sbuffando, in superficie, racconto a Checco la scena. È
sempre molto bello sia raccontare ad un compagno cosa si è visto sotto
sia, a turno, quando si è in gommone, sentirsi raccontare quello che è
accaduto. È come avere un pubblico, in uno sport così inevitabilmente
contrario alla sua presenza.
Per quanto non sia entusiasta
delle cernie come prede, prima di decidere se insistere o andarmene, devo
assolutamente studiare la situazione per un paio di altri tuffi. Se per
caso il cernione è proprio lì, nell’avantana…
Rimango in superficie per un
poco a valutare la corrente e a rilassarmi. Non so perché ma sono sempre
più teso quando so che devo per forza scendere a quella determinata quota
invece di arrivarci, quasi per caso, con una immersione magari più lunga.
Finalmente un grande espirazione e una gran fiato, lento. Sento il
diaframma espandersi verso il basso. Qualche pinneggiata decisa per
arrivare alla quota di sprofondamento, il fucile testo davanti a fare
cuneo idrodinamico, poi continuo a pinneggiare anche se più lentamente:
voglio arrivare in fretta. Ho la testa dritta per cui non vedo bene dove
mi dirigo ma una sbirciata ogni tanto mi conferma che sto arrivando dove
volevo, la corrente mi ha spostato quel tanto che avevo calcolato. Arrivo
un po’ spostato rispetto alla fessura. Il fucile è puntato diritto
dentro ad essa, il dito freme sul grilletto. Ora non c’è più tempo per
i giochini psicologici: se vedo il cernione devo sparare, immediatamente.
Cerco di bucare con gli occhi lo scuro della fessura ma è difficile, non
vedo bene. Ho gli occhi ancora pieni del sole della superficie. Non vedo
niente. Atterro piano piano vicino alla fessura e guardo in giù.
Sprofonda verticale nel buio per almeno tre o quattro metri. Un movimento.
Eccolo! Il cernione si è mosso e ora improvvisamente lo vedo. O, almeno,
vedo un pezzo di lui. Lo guardo sconsolato: si vede benissimo la schiena,
e lui è grosso davvero perché le spine della dorsale eretta sono grosse
come un mio dito… ma è tutto quello che si vede. La parte anteriore del
corpo con tutta la testa e anche la coda sono nascoste dalla roccia,
invisibili e irraggiungibili. Se sparassi lo prenderei di sicuro ma poi
come lo lavoro? Quaggiù poi. Mah?!
Risalgo e racconto la
situazione a Checco che è rimasto vicino per questo tuffo visto che la
bestia era già intanata.
È uno spacco bello fondo e mi
faccio preparare il piombo a sgancio da quattro chili con il sagolone per
il recupero e la cintura speciale. Gli do il fucile e mi faccio consegnare
la torcia. Checco ha già anche preparato, speranzosamente, il pallone per
l’eventuale lavoro sulla cernia sparata. Altro lento rilassamento in
superficie mentre il sagolone blu si srotola lentamente tirato dalla boa
che piano deriva lontana. Gran respiro e giù. Arrivo sulla tana, il
diaframma spinto in gola dalla profondità, accendo la pila e ristudio la
situazione. Non è cambiato nulla, il cernione è sempre lì, in quella
maledetta posizione. Provo a scendere altri tre o quattro metri facendo
scorrere il fascio luminoso sulla parete esterna tentando di trovare un
buco, una fessura orizzontale, qualcosa, che mi dia un altro accesso al
cernione gigante che rimane saldamente sigillato nella sua tana a misura.
Nulla, niente da fare. Con un piccolo movimento della mano faccio
scivolare via il piombo dalla cintura elastica e risalgo, rilassato, senza
quasi nuotare, tirato a galla dalla muta senza zavorra.
Faccio per pignoleria un altro
paio di tuffi sull’altro versante del sassone ma non c’è storia. Il
cernione resterà lì a ingrassare. Buon per lui.
Il tempo passa e bisogna
continuare. Mi faccio ridare il fucile e rendo tristemente a Checco
l’attrezzatura per le discese fonde. Ancora pochi tuffi poi tocca a lui
entrare in acqua.
Riprendo a vagolare in una
direzione a metà fra il pieno favore di corrente e il cercare di restare
lungo l’orlo del Banco. Di colpo, dopo un lungo periodo di vuota parete
a precipizio, quasi ininterrotta da scalini, blu-nera nell’oscurità
dell’alto fondale, una improvvisa risalita a una ventina di metri di un
roccione liscio che scende dall’altra parte per cinque o sei metri in
una specie di sella con una roccia tonda, bianca, che spicca vividamente
sul verde-marrone scuro della vegetazione che ricopre tutte le superfici.
E sopra, a vagolare,
evidentissimi in controluce quando passano sopra la roccia bianca,
inconfondibili sagome di dentici. Il cuore manca un colpo e poi accelera
improvvisamente, una reazione che ho di solito solo sulle ricciole. Devono
essere assolutamente enormi per essere così evidenti a quella profondità.
Mamma mamma… tiro su la testa e racconto con parole spezzate a Checco,
vicino a me in questo giro esplorativo, la roccia, le sagome, i dentici.
Oh mamma. E sono qui sotto. E sono ENORMI. O mamma, Checco.
Nervosissimo, respiro
lentamente, cerco quasi inutilmente di calmare il cuore: anche qui in
superficie non devo nuotare troppo sennò li spavento, ma non posso
nemmeno scadere troppo di corrente… zitto, nuota e respira.
Un gran fiato e scendo. Il
cuore batte troppo in fretta ma cerco di convincermi che va tutto bene.
Scendo senza guardarli, il fucile appiccicato al corpo, un po’ in
obliquo. Così faccio più strada ed è molto fondo per un aspetto lungo
come al solito sono quelli ai dentici, ma se li spavento meno ora sono più
tranquilli quando arrivo sul fondo e risparmio, forse, uno dei giri di
avvicinamento-studio del branco. Oso una sbirciatina, veloce veloce, verso
il basso. Sono sempre lì. Non si sono allontanati. Oh mamma, un branco
vergine, che sia davvero un branco vergine? Mai visto un subacqueo? Mai
visto un fucile? È sbagliato, ma il cuore accelera di nuovo. Arrivo in
perfetta planata, esternamente tranquillissimo, lento, addirittura dal
basso verso l’alto sull’orlo di questo tondo sassone cercando un posto
dove nascondermi.
E qui cominciano i guai. Non
c’è un posto che sia uno dove poter nascondere, non dico me ma nemmeno
il naso della mia maschera. È tutta liscia roccia bianca, per ignote
ragioni pulita dalla vegetazione, ma per il resto completamente aperta. Il
“sassone” non è altro che una parte del fondale piatto, leggermente
sollevato, che non ha alghe sopra come il resto attorno. In ogni caso, qui
sono arrivato, vedremo. Se davvero il branco è vergine, magari non
conta… Mi appiattisco piano sull’orlo e guardo davanti, per un attimo
non vedo pesci ma poi! Un branco serrato di dentici mostruosi parte
sparato da lontano e mi punta contro, le code che battono con quella
velocità e decisione che è il sogno di ogni pescatore. Quando è
indirizzato verso la sua posizione e non al contrario, cioè. Sono quasi
fianco contro fianco, man mano si avvicinano, da azzurri diventano
rossi-rosati, gli occhi cattivi del predatore nel muso pieno di denti,
sono grandi! Il grosso del branco è fatto di pesci di sette-otto chili,
con qualche esemplare dietro che stento a misurare ma è di sicuro più di
dodici-quindici chili. Il mio personale record è di 13,2 chili, pesce che
ancora rivedo davanti alla punta del fucile, prima di sparare, in
quell’attimo di sospensione bellissimo prima che cominci la parte con il
sangue, ed era sicuramente più piccolo di alcuni di questi esemplari. Due
o tre sono così colossali che hanno perfino una specie di scuro bozzo
frontale. Roba solo letta nei libri!
O mamma, arrivano. Davvero. È
proprio vero. Arrivano. Mi appiattisco ancora di più, sbircio con la
testa di lato, il boccaglio schiacciato contro la roccia a disturbare il
meno possibile… e si fermano. Esattamente, esattamente, fuori della
portata del fucile. E restano a incrociare, guardandomi feroci quando si
girano dalla mia parte, giganti, le ombre massicce che si stagliano nette
sulla roccia bianca. Qui dovrei fare un aspetto da urlo… e da
capodoglio, ma non ce la faccio, il cuore batte troppo in fretta, sono
troppo emozionato, la profondità non aiuta: dopo un poco mi ritiro.
Scivolo indietro spingendomi un paio di volte con la mano, alzando le
pinne per non sbattere alla cieca dietro contro qualcosa, mi giro
lentamente, nuoto per un paio di pinnate via dal branco, e mi allontano in
obliquo verso la parete illuminata della superficie. Mi sbircio alla
spalle, e, a farmi ulteriormente sobbalzare in questa troppo densa
immersione, il branco mi sta sciamando dietro, sollevandosi perfino dal
fondo!
Non capisco. E lo dico a un
Checco estasiato, dopo avergli raccontato l’immersione. Il comportamento
non sembra coerente. Ci sono diverse indicazioni di un branco vergine,
facile, ma in realtà non si avvicinano. Profondo, inscrutabile, mistero
ittico.
Mi calmo, devo assolutamente
calmarmi. Respiro profondamente, mi rilasso. Chiudo gli occhi, cosa non
facile con lo spettacolo dei denticioni che mi pattugliano sotto la
pancia, nuoto lentamente per restare sulla zona a dispetto della
correntina che tende a spostarmi. Ristudio dall’alto la situazione. Non
sembrano esserci alternative. Non ci sono zone dove nascondersi nemmeno un
poco. Non ci sono rocce, nemmeno roccette piccole, non c’è alga alta in
cui scomparire, da una parte la sella precipita verso il largo a oltre
quaranta metri, dall’altra scende verso una specie di radura di sabbia e
rocce, fonda. Per di più sono le ore centrali della giornata per cui i
dentici non sono in quella situazione di raccolta e caccia associata al
tramonto, così tante volte e così proficuamente sfruttata in altri
momenti. Mah.
Forse, cerco di convincermi, è
solo la prima titubanza di un branco nuovo. Il secondo tuffo e il terzo
sui dentici, nella mia esperienza, sono quelli buoni. Così (quasi)
rinfrancato, decido di scendere di nuovo sull’orlo del “sassone”,
leggermente più spostato. Calcolo con attenzione la corrente: certo non
voglio, così fondo, dover anche correggere in immersione la rotta
sprecando fiato prezioso. Occhi chiusi per un momento, un mantra
rilassante, una espirazione di purificazione e una grande inspirazione che
parte dal diaframma e si conclude nella testa. Scendo. Il fucile deve
essere contro il corpo e un po’ frena ma non esistono alternative.
Scendo a occhi chiusi, pinneggiando sempre per scendere più in fretta ma
sempre più lentamente, badando a tenere la testa dritta. Sento la
pressione schiacciarmi man mano. Una sbirciata, sono in rotta, il bianco
del roccione è praticamente sotto di me. Arrivo lentissimo, le pinne ad
alettoni che premono sulle caviglie per dirigermi, il fucile che comincia
ad estendersi in avanti. Sono in orizzontale, l’ultima semi
compensazione leggera, alzo la testa: sono in posizione. Dove sono gli
altri attori?
Eccoli, lontani, quasi fermi,
dall’altra parte della roccia bianca. Restiamo a guardarci. I dentici
giganti non ci sono più, rimane comunque un branco di esemplari da
infarto. Lentamente, quasi indolentemente, alcuni esemplari cominciamo a
sgocciolare nella mia direzione. Certo è che se si muovono a quella
velocità per prenderli dovrei rimanere qui sotto venti minuti… di colpo
un movimento appena percepito con la vista laterale, sulla destra. Divento
strabico per guardare senza muovere la testa. O mamma! Eccoli i giganti.
Hanno fatto il giro e mi sono venuti da dietro! Li vedo sfilare a tiro,
che dico, a tiro da Medisten, allontanandosi subito sulla destra. Sono
mostruosi, le sole ombre turberanno i miei sogni negli anni a venire, la
pappagorgia giallo citrino che si vede di solito solo quando hai il pesce
in mano è evidentissima, le scaglie sono monete da cento lire, l’occhio
è feroce. Vedo quello del più grande roteare per continuare a guardarmi
mentre nuota via. Sono completamente spostati rispetto alla posizione del
fucile ma sono così vicini, così vicini… probabilmente sbaglio ma
almeno questi sono in movimento, gli altri, maledizione, sono congelati.
Ritiro verso di me il fucile, lo ruoto sotto di me e lo allungo, piano,
verso di loro. Non so se il brancotto sia semplicemente finito o il
nuotare di altri esemplari sia stato interrotto dal mio movimento ma
quando arrivo a puntare nella nuova direzione, quasi a novanta gradi
rispetto a prima, di dentici non dico a tiro ma nemmeno in vista non ce
n’è manco uno. Gli altri, quelli “piccoli”, sono rimasti dove erano
incrociando indecisi. Né più vicini né più lontani di prima. Resto
immobile: come movimenti ne ho fatti anche troppi per un aspetto ai
dentici come di deve ma non si muove più nulla. In vista il branco a
studiarmi dall’altra parte del sassone bianco, quelli giganti scomparsi.
Situazione sospesa, ma ormai mi manca il fiato: insisto o risalgo?
Risalgo. Piano, al solito allontanandomi prima di mettermi verticale,
raggiungo la superficie. Dal mio vantaggioso punto di vista, respirando,
ristudio la situazione. Credo di avere finito. Il terzo tuffo lo farò
senza dubbio ma le speranze sono vertiginosamente scemate. Il branco è sì
venuto a vedermi da vicino ma è all’erta e non più che tanto
interessato. Vorrei davvero fosse il tramonto. Avrei sicuramente qualche
possibilità in più. Vedo sagome di dentici che ora sono aperti, vagolare
un po’ dappertutto, tutti più fondi, sul sassone bianco non ci sono più.
Il solito gioco dei branchi di dentici, pian piano ti tirano sempre più
in profondità fino a che non sei spompato. Certo è che mi basterebbe una
singola occasione tiro. Con esemplari di questa mole basterebbe…
Tento quella che diverse volte
ha funzionato, quella che chiamo tecnica shrapnel, scendere brutalmente
alla tutto per tutto in centro al branco, nel punto più fondo possibile,
senza più giochini, senza ripari, senza sottigliezze psicologiche. Di
solito si aprono a raggiera (di qui il nome) ma sono come più
incuriositi, più incerti. Tecnica rischiosa, da tentare quando altro non
riesce. Se va bene ne prendi uno. Di solito.
Ok, deciso. Senza tanto
indugiare in superficie, l’immersione è quasi o la va o la spacca. Non
ti metti a fare un aspetto lungo dopo esser sceso così. Individuo il
punto di massima concentrazione di dentici nonostante siano sparsi
alquanto, mi dirigo verso la radura di sabbia, un po’ più mossa e con
qualche riparo anche se quasi sul filo dei trenta metri. Gran fiato e
scendo, il fucile puntato di fronte a me a braccio steso e rilassato per i
primi quindici metri, poi lo ritiro lentamente nella sagoma. Guardo dove
vado a finire, scendo dietro una roccetta, quasi in sabbia. Mi guardo
attorno. Dei dentici per il momento nessuna nuova ma, attorno! Davanti a
me un cernione di poco più piccolo di quello del sassone mi guarda bovino
vicino a un pinnacolo, profondi schiocchi ritmati denunciano un branco di
corvine che intravedo danzare sulla sinistra, tanto grosse da essere
perfino sgraziate. I dentici ci sono ma il branco si è semplicemente
volatilizzato tranne due o tre esemplari che vagolano pallidi sulla
sabbia, lontano. Rimango incantato. Che immersione! Ormai rilassato, senza
più reali speranze di sparare, mi faccio rapire da questa profusione di
vita marina. Come conclusione, proprio mentre risalgo, arriva un branco di
ricciolette da tre o quattro chili che mi inanella attorno un balletto di
curiosità ritrosa accompagnandomi in superficie. Basta, ho finito. Ora
tocca a Checco.
Gli faccio segno prima di
tutto, urgentemente, di memorizzare la posizione sul GPS, poi di
aspettare, di non accendere il motore. Non qui sopra, non con tutto quello
che c’è qui sotto. Vado a nuoto verso il gommone e risalgo. Discussione
e mie considerazioni mentre si veste. Allora, col cavolo che era un branco
vergine. È un comportamento da pesci smaliziati questo. Qui? Chi ci viene
a pescare qui, sul Banco, a dentici, e così fondo? O semplicemente non
era giornata. Che stia arrivando di nuovo maltempo da rendere queste
nervosissime creature così permalose? Breve descrizione della zona, con
l’entusiasmo dei ricordi nuovi nuovi. La cernia è lì, qui ci sono le
corvine, i dentici girano, non sparare alle ricciolette a meno che non
arrivi un mostro, buon divertimento, non scendere fondo subito, fai
qualche tuffo a mezz’acqua per rompere il fiato e studiare la zona. Ecco
il fucile, vai!
Mentre mi svesto lo tengo
costantemente d’occhio. È dura ogni volta guardare un amico scendere
nel blu, da sopra, senza poterlo seguire da sotto acqua. Scompare per
lunghi minuti e non sai dove sia, cosa stia facendo, cosa stia
capitandogli. Purtroppo così al largo non abbiamo però alternative. Sì,
ci dovrebbe essere una terza persona a fare il barcaiolo, ma…
Riemerge molto presto ma non
tira fuori la testa dall’acqua, non deve essere successo nulla di
importante. Inanella una immersione dopo l’altra, con tempi di apnea
crescenti: si sta scaldando. Finalmente, mentre gli passo l’ennesima
volta vicino ballonzolando spinto dal vento alza la testa e mi dice:
-
i dentici sono uno qui uno lì, vengono ogni volta ma si fermano
sempre. Il cernione è sparito. Che faccio, sparo alle corvine?
-
Ma no, dai, in un posto così…
Non risponde e si rimette a
pescare. Io rimango orfano di sensazioni. Dopo le ore passate a pescare in
un’orgia di impressioni e di visioni letteralmente mozzafiato lo stare
in superficie è noioso. Fa caldo, il mare è sempre lo stesso,
ondina qui, ondina lì, un frangente bianco ogni tanto. Pantelleria
all’orizzonte, un paio di pescherecci, semplici puntini bianchi,
lontani: è tutto quello che c’è da vedere. Soffro di deprivazione
sensoriale.
Mi concentro su Checco, il GPS
rimasto acceso indica che è ancora più o meno nella zona dove pescavo io
ma non sembra porti molti frutti. Finalmente alza il braccio per
chiamarmi. Mi da il fucile e risale. Si toglie il boccaglio:
-
nulla da fare, qui perdiamo tempo. Ci torniamo dopo, cosa dici?
OK per me. E cominciamo una
lunga serie di spostamenti su punti noti, ma strano, quasi ovunque c’è
il taglio dell’acqua fredda, tranne nella zona dei denticioni e
sull’orlo sud della Barra dove però la conformazione del fondale è
molto meno interessante. Lunghe orlate quasi piatte che scendono sempre più
fonde senza particolari zone di accentramento. Checco vede un paio di
tonni che lo ignorano totalmente, nuotando via alla loro solita velocità
di crociera che sarebbe un pazzo affrettarsi per qualunque altro pesce.
Non si parla nemmeno di una occasione tiro. Intanto il tempo passa. Nella
mente di tutti e due rimane fisso, inespresso, il posto dei denticioni. Si
saranno calmati? Saranno ancora lì? E, più importante, sarà passato
abbastanza tempo, possiamo osare tornarci?
Sbircio il sole, comincia la
sua parabola discendente, le tinte si fanno man mano più rosse. Non
possiamo indugiare a lungo, l’ideale condizione di pesca al tramonto qui
non la possiamo praticare: abbiamo più di un’ora di gommone prima di
tornare in porto. La tentazione è ogni volta fortissima però. Con
cadenza regolare, vicendevolmente, ci proponiamo: dai, fermiamoci una
notte a dormire qui. Ci portiamo un giorno i sacchi a pelo, e facciamo il
tramonto fin proprio a notte e la mattina dopo facciamo l’alba. Pensa
cosa deve essere l’alba, qui, sul Banco! E vicendevolmente,
alternativamente, ci consigliamo a non fare una simile spettacolosa
pazzia: e se viene su vento? Torni tu a Pantelleria, di notte, con mare
formato, alla cieca? E nella mente di entrambi sempre campeggia la
scampata (di poco!) collisione con un tronco lungo una decina di metri che
avrebbe, in piena planata, certamente danneggiato lo scafo (spiaccicato è
il certamente improprio ma illuminante termine usato da Checco nel
raccontare la scena). Insomma, non l’abbiamo mai fatto.
All’ennesima risalita a vuoto
ci guardiamo e non abbiamo bisogno di parlarci: accendo i motori mentre
Checco risale. Il GPS ci porta in una breve planata di nuovo sul posto.
Calcolo il vento e mi porto sopravvento, spengo tutto e aspetto che GPS ed
ecoscandaglio diano l’OK. Checco è sul bordo, il fucile verticale in
mano, ad occhi chiusi, la muta verde che si dilata ad ogni respiro
profondo. Proprio prima di entrare in acqua gli dico rapidamente: prova
magari a fare il primo tuffo nella radura, sopra non hai proprio riparo…
Un cenno di assenso poi: vai!
Scivola in acqua, lo sguardo già verso il fondo, il fucile verticale a
far uscire le eventuali bollicine. Poche pinneggiate, un gran respiro, si
storce tutto sulla destra a tenere il boccaglio fuori dall’acqua,
all'improvviso galleggia sotto la spinta dei polmoni pienissimi, le pinne
contemporaneamente al cielo: scende.
Aspetto, teso, pronto a poppa
ad accendere i motori nel caso che… Per tenere il punto ho inquadrato,
per quello che vale, un refolo d’acqua sollevato dalle sue prime
pinneggiate. Aspetto sempre, il refolo è da tempo scomparso; il vento
viene da quella direzione per cui ora potrebbe essere più o meno lì: i
calcoli preoccupati di sempre. Ma quanto sta sotto? Aspetto, adesso teso.
Lo so che le apnee da sopra sembrano sempre più lunghe ma…
Di colpo Checco esce fin quasi
alla vita: deve avere forzato in risalita. Ma si rimette il boccaglio e in
superficie lo sento respirare rumorosamente. Il fucile gli galleggia a
fianco. Allora ha sparato! Accendo un motore solo e pianissimo, pronto a
spegnere tutto, mi avvicino. Lui tira fuori la testa dall’acqua, si
aggrappa al gommone e mi dice:
-
un dentice, bello, mi ha fatto dannare a sparargli, si è intanato
in una buca sulla sabbia. Passami il 100.
Gli passo prima, anche se non
l’ha chiesto, il pallone per tenere il fucile in tensione. Poi gli do il
cento a cui ho rapidamente sostituito l’arpione con quello ad alette
corte, da roccia. Riposa molto poco in superficie, un gran fiato e scende
pinneggiando rapidamente. Io da sopra mi infilo la maschera e, tutto
storto e pencoloni sul bordo del gommone, guardo sotto. La sagola del
fucile è tesa e scompare giù in obliquo nel blu. Le pinne di Checco si
vedono ancora ad agitarsi mentre nuota energicamente. Aspetto. Niente.
Cerco di immaginare la scena come deve svolgersi ora, sotto la chiglia: la
sagola che entra in tana, l’immancabile polverone, il tentativo di
tirata per vedere se per caso il pesce esce senza dover sparare ancora.
Esce o non esce? Intanto il vento mi ha spostato e non vedo più il
fucile. Mi ritiro su, la maschera che gocciola. Non posso fare nulla
mentre Checco è sotto. Aspetto. Di colpo buca la superficie, più
spostato rispetto a dove l’aspettavo, deve aver nuotato in orizzontale
sul fondo. Non mi degna di un’occhiata, lo sguardo fisso sul fondo. Lì
sotto come va? Bene o male? Domande inespresse ma urgenti. Resta ancora
poco in superficie, quel tanto che mi basta ad accendere un motore e a
riportarmi sopravvento. Poi scende di nuovo. Maschera di nuovo addosso,
sbircio sott’acqua. Checco è esattamente sotto di me, ora, e lo vedo
meglio. Scende deciso verso un punto preciso, un po’ spostato rispetto
alla sagola: corrente? Tana lunga? Pesce liberato ma ancora in tana? Vedo
malissimo e non resisto. Vincendo una più che decennale riluttanza a
prendere freddo entro silenziosamente in acqua, una mano sul tientibene, a
galleggiare a fianco del gommone che lentamente mi tira via. Di colpo lo
schiocco sordo del fucile pneumatico. Secondo colpo! Di solito sono buone
notizie. Non ho le pinne e comincio con una rana faticosa, le gambe che
sbattono sui tubolari, a trascinarmi dietro il gommone per arrivare sul
suo punto di riemersione. Scruto quasi preoccupato verso il fondo: ma
dov’è? Se ha sparato dovrebbe risalire, anche il cento ha il mulinello.
Finalmente, una forma verde nell’acqua fonda, è Checco che risale. Non
vedo baluginii, dov’è il pesce? Pinneggia deciso, esce a un paio di
metri da me, respira profondamente un paio di volte poi, prima di
rimettersi il boccaglio, si volta verso di me e sorride.
Buone notizie dunque. Comincia
a tirare la sagola e vedo che anche quella dell’altro fucile si imbanda:
risalgono insieme. Improvviso uno scintillio, fondo. Ecco il dentice. È
passato da un colpo alto sulla schiena ma risale senza muoversi.
Finalmente Checco l’ha in mano, mollo il gommone e mi avvicino. È bello!
Rosato, massiccio, il testone con i denti aggressivi, la pappagorgia
gialla. Risaliamo in gommone e mentre mi asciugo sommariamente e tiro
fuori la macchina fotografica Checco lo ammira, lo accarezza, se lo gode,
finalmente respirando.
E mi racconta che era sceso sul
fondo, quasi in sabbia, nascosto dietro una costola sporgente della
paretina di roccia. Aveva aspettato senza vedere nulla intorno, niente
branco di dentici, niente cernia, solo le corvine che erano tornate fuori.
Stava per risalire quando era sbucato fuori questo, da solo, lo aveva
puntato, e si era anch’esso fermato ma questa volta a tiro. Sparo,
reazione cattiva del pesce che si era intanato in un polverone dentro un
buco della roccia. Risalita filando sagola. Discesa successiva, in tana
c’era polverone, a tirare qualcosa veniva ma alla cieca non si era
fidato. La seconda immersione la polvere in tana si era un po’ posata
per cui era riuscito ad intravedere dopo un po’ il testone chiaro, aveva
perfino avuto il tempo di mettere in minima e aveva sparato. Risalita
senza storia filando sagola solo per sicurezza. Infatti il pesce era
uscito dalla tana tirandolo dalla superficie.
Il sorriso smagliante di Checco
è rapidamente immortalato insieme al suo dentice, che è e sarà il suo
record personale.
Ora possiamo tornare a casa.
Mentre Checco si toglie la muta e si asciuga io risistemo sommariamente il
gommone per il lungo ritorno a casa. Spengo l’ecoscandaglio e spengo
perfino il GPS. Pantelleria è visibilissima nella luce ormai radente del
quasi tramonto: oggi navighiamo a vista, rilassati.
Mentre
ci vestiamo, di nuovo con tute, cerate e berretti di lana, stanchi, Checco
con ancora ben visibile il segno della maschera sul viso, ci guardiamo
sorridendo, senza bisogno di parlare. Il pesce nella cesta è rosso, largo
e bellissimo, ma domani tutte le indicazioni dicono sarà senza vento e,
nel grande Mare sotto di noi, proprio ora, stanno nuotando pesci ancora più
grandi e più belli. Domani torneremo.
Riccardo
A. Andreoli