Le Barene di Venezia
La pesca dei branzini (spigole,
luassi, ragni, e chi più ne ha più ne metta, in giro per tutt'Italia),
in una zona di acque sporche e correntose come quelle di Venezia, è un
delicato, raffinato, gioco di equilibrio tra la scelta del posto, quella
del tempo, della marea, del vento, della stagione...
La marea è qui un grande fiume
che al pieno della sua forza trascina via qualunque subacqueo, sollevando
il fondo in un vorticare di fango e sabbia, riducendo la visibilità in
acqua spesso e volentieri a venti-trenta centimetri. Acqua in cui si
attorcono, come lenti, languidi fantasmi, grandi foglie di lattuga di
mare, pronte ad avvolgersi in volenterosi abbracci non voluti su di voi,
sulla vostra maschera (per cui sembra abbiano una predilezione) o peggio
sulla punta del fucile, facendo vela alla corrente, moltiplicandone gli
effetti in maniera tale da rendere impossibile qualunque mira,
ottundendovi la già scarsa visuale. Insomma un disastro.
È ovvio che in queste
condizioni si pesca a memoria, ad intuito, ad orecchio, tutto fuorché a
vista. È una specie di "Mezzogiorno di fuoco" subacqueo, in cui
il duello è tra i sensi del pesce e quelli del pescatore, tra le
velocità di quello a scappare, una volta avvistato il nemico, e la
velocità di questo a mirare, si fa per dire, e a sparare.
La barena veneziana è per
intenderci quella zona in cui la laguna lentamente cede il passo alla
terra, aprendosi ancora la via con contorti canali in cui la corrente si
attorce e rimbalza da riva a riva nell'alternarsi delle maree. Un ambiente
fantasmagorico, difficilmente comunicabile, in cui i canali, prima segnati
solo dai pali delle "briccole", in un'immensità d'acqua senza
confini, a poco a poco cominciano a scavarsi la strada tra la terra
affiorante, ricoperta da erba fruscianti e da una serie di infinita di
fiorellini bianchi e azzurri straordinariamente persistenti al volgere
delle stagioni.
Qua e là alcuni "casoni"
abbandonati, residuo di concentrazioni umane volte all'allevamento del
pesce o alla caccia, spesso ad entrambe, sembrano spuntare direttamente
dall'acqua, e molti lo fanno, al giorno d'oggi, realmente. Sono
costruzioni massicce, variamente disposte, spesso a due piani, che
brillano di lontano con i loro mattoni di un rosso particolare, quasi
fiammeggiante, un colore appena velato dalla polvere del tempo.
La corrente di marea in barena
gioca scherzi strani, sott'acqua. Il fango è particolarmente tenace e si
lascia vincere a malincuore dalla forza costante dell'acqua, resistendo
fino all'ultimo e creando fantastici canyon in miniatura, spechi, caverne,
tetti pronunciati pronti a cadere. E i resti sul fondo dimostrano che
spesso lo hanno fatto, crollando in macigni morbidi, che a loro volta
incuneandosi uno nell'altro creano volte e grotte, misteriosamente
bucherellate dalle tane delle anguille.
Tutto questo caotico panorama
mette a dura prova le capacità di immaginazione del subacqueo, perché se
ne riesce a cogliere solo poco ogni volta: scarsi centimetri rubati
dall'aguzzar d'occhi nell'acqua torbida per cercare di ricostruire una
visione d'insieme.
In questo caotico ambiente
prosperano i branzini di barena, più scuri e sornioni di quelli di mare
aperto. Il subacqueo appostato deve immedesimarsi nel gioco della lusinga
e, fermo, cercare di cogliere il lampo, il guizzo premonitore che gli
segnali la presenza impercettibile della preda. L'immobilità può non
essere assoluta, ma a tutto rischio e pericolo del pescatore, perché
spesso è il pesce, arrivando senza regola, da tutte le parti e da ogni
direzione, il primo a cogliere il movimento e a fuggire.
Basta pochissimo a far fuggire
il branzino, ricordo una volta, un inizio di primavera in una "peocera",
un allevamento di mitili, lontana. Trovai una nursery, un giardino
d'infanzia di branzini, tutti uguali, tutti in branco, tutti ugualmente
curiosi di quello scuro coso che era calato dalla luce a trovarli sul
fondo. Ero circondato dai branzini, sopra, di fianco, davanti, soprattutto
davanti, come intuissero in qualche modo la posizione (la maschera sembra
realmente un occhio?), vicinissimi, quasi a specchiarsi nel vetro, mimando
il comportamento di caccia, già aggressivi nelle loro minuscole
proporzioni. E mi ricordo che, infastidito dal loro persistente rifiuto di
portarmi dal nonno o almeno da papà, mi divertivo a far loro i dispetti.
Quando arrivavano vicini, i più coraggiosi davanti, gli altri dietro,
trascinati dalla forza di coesione del branco, sbattevo ostentatamente gli
occhi, e immediatamente mi rispondeva il crepitio di un'infinità di
minuscole code che schioccavano nell'acqua per scappare. Ma immediatamente
dopo eccoli di nuovo lì, piccoli e impertinenti a scrutare curiosi,
egualmente pronti ad una nuova fuga, se necessario, o a mangiarmi se per
caso fossi diventato in qualche modo improvvisamente commestibile.
E questo succede egualmente con
i branzini di tutte le età. Più o meno perché come tutti i predatori,
il branzino impara in fretta.
Ma questo comportamento può
essere in qualche modo utile al pescatore accorto, che, ricordando come il
"mondo del silenzio" sia mera invenzione libresca, ponendosi in
ascolto, riceverebbe utili, anche se forse inaspettate informazioni su
quel che gli succede attorno, fuori delle sue possibilità di visione. È
quindi ascoltando questo suono di fuga che si può individuare la
direzione da cui giungeranno i pesci e che pesci saranno. Il suono della
scodata collettiva del branco di branzini è diverso da quello dei cefali,
se si ascolta accuratamente, e può evitare lo sparo repentino al primo
bersaglio similmente argenteo che forasse palpitando la parete gialla.
È un ambiente strano, la
barena. Sollevando lo sguardo dall'acqua si rimane per lungo tempo
sorpresi nel non trovare mare, intorno, ma un panorama incantato di erbe
mormoranti, che talora sembrano esplodere in improvvise fioritura di
silenziosi aironi candidi, o gabbiani ugualmente candidi ma raucamente
imprecanti, al lontano ronzio, prima avvertito sott'acqua, infine colto
anche fuori, di una barca invisibile. Sembrerebbe un panorama di calma
lacustre, ma le diversità si sommano in misura tale da non poter ben
presto reggere il paragone.
Non è certo calmo il flusso
della corrente che turbina ciangottando tra i residui pali delle
"briccole" e non è certo indice di tranquilla "paludosità"
il panorama tormentato e contorto in cui si è appena finito di celarsi, e
così ben presto la mente, stanca di cercare paragoni che deve subito
rifiutare, crea un nuovo cartellino etichettato "barena", in cui
inserire ogni nuova esperienza che qui può essere vissuta.
Una inspirazione finale, mai
troppo forzata visto che sotto le pinne ho quattro, cinque metri di acqua,
e scendo. Sono molto negativo, pesco sia con lo schienalino sia con la
cintura per cui basta un inizio di capovolta a farmi scendere. L'acqua
passa rapidamente dal giallo paglierino in superficie al giallo ocra con
dominanti verdi, al marrone, prima sfumato poi ombroso. Scruto con
attenzione verso il basso perché il fondo ha lo stesso colore dell'acqua
circostante che è anzi nient'altro che fondo diluito e cerco di vedere le
conchigliette chiare che lo segnano per evitare di schiantarmici dentro
con una discesa troppo energica. Mentre scendo ruoto con il corpo perché,
rispetto alla posizione in superficie, con la corrente alle spalle lungo
il canale, devo arrivare a novanta gradi rispetto ad essa pena il passare
il l'immersione nelle folate di sospensione sollevate dalle mie stesse
pinne.
Ecco il fondo, mi orizzonto
ormai istintivamente, la corrente sulla tempia sinistra, ficco la mano
sinistra guantata nel fango a tenermi ancorato e adagio mi tiro verso il
fondo, cercando di depositare le pinne il più lentamente possibile: meno
fango in circolazione, meno rumore, meno sventolamento di ombre scure
minacciose.
Sulla destra, vicino, un'ombra
scura di un "sasso" di fango fa refolare la corrente. Mi sistemo
sperando che, come talora capita, i branzini vengano contro corrente, il
fucile leggermente angolato.
I primi momenti sono cruciali,
se i branzini ci sono, magari in branco, arriveranno in fretta ad
investigare. Il braccio con il fucile, con questa visibilità un cinquanta
centimetri oleopneumatico carichissimo con fiocinone costruito su nostra
ordinazione da un fabbro, è piegato contro il corpo, la mano più
arretrata possibile per contenere la punta del fiocinone il più possibile
vicino alla sagoma del corpo. Aspetto, teso. La corrente scivola e preme
contro il mio corpo e tende a sollevarmi ma la mano piantata nel fango
tiene bene. Aguzzo gli occhi alzando al massimo la concentrazione sulla
scena pressoché monocromatica che mi sfila davanti: alghe, sabbia
sollevata da un refolo di corrente più forte, un solitario granchio che
sculetta via per i fatti suoi. Lo seguo con gli occhi, non movendo nemmeno
minimamente la testa. Ascolto con estrema attenzione: qualche schiocco
leggero, a ripetizione, denuncia che un branco di cefali è nei dintorni.
Qui, così dentro in laguna, lontano dal mare, sono probabilmente i
piccoli cefali dorati (Mugil auratus). Buon segno, talora se ci sono
cefali in giro ci sono anche branzini. Improvvisamente sobbalzo,
spaventato, uno schiocco potente, vicinissimo, e una nuvola di fango che
mi avvolge in pochi secondi denuncia la presenza di un grosso branzino che
è, davvero, arrivato a vedermi ma mi ha scorto per primo ed è
istantaneamente scappato sollevando il polverone che ora mi ottunde la
vista. Parolacce. Fosse venuto da un'altra direzione…
Ora la concentrazione è
acutissima. Esperienza insegna che talora anche branzini grossi possono
essere in brancotti di due o tre esemplari, più o meno della stessa
taglia. E, a giudicare dal suono, quello che mi è appena passato accanto
è veramente un pesce interessante. Talora, anche se più raramente, può
addirittura capitare che il branzino appena scappato ritorni sulle sue
pinne, incuriosito nonostante la fuga. A testa immobile gli occhi scrutano
freneticamente il fondale cercando di avvistare un coagularsi di colore
dorato, un'ombra più scura, un fantasma in movimento non in linea con la
corrente…
Di colpo, a favore di corrente,
passa sparato un disincarnato occhio giallo e nero. Rapidamente,
istintivamente, ricostruisco la sagoma, la pancia quasi a contatto con il
fondo, le scaglie: un branzino. Grosso. Altrettanto istintivamente allungo
il braccio e sparo. Preso! Sento l'impatto del fiocinone e la scodata di
fuga ma non vedo assolutamente dove l'ho colpito. La sagola bianca si
scuote in spire serpentine indicando la direzione di fuga e lo sbattere
dell'asta. Facendo forza anche sulla mano schizzo immediatamente
all'inseguimento. Sento vagamente un'altra scodata che rimbomba al mio
esplodere dal fondo: c'era almeno un altro branzino vicino. Sicuramente
vale la pena di rifare un tuffo, se riesco a non fare troppo rumore
agguantando questo. Certo è che il pesce non collabora affatto: inseguo
il bianco della sagola nascosta da nuvole di fango sollevate dalla grossa
coda del branzino in fuga, brancolo cercando di arrivare al pesce senza
toccare l'asta, non ho idea di come e dove sia preso. Finalmente fa una
svolta di troppo e riesco ad anticiparlo, ad anticipare cioè la nuvola in
movimento. Mi ci precipito sopra, intravedo una schiena con una dorsale
sollevata dalle grosse spine appuntite, e sbatto la mano un palmo avanti,
sento il testone sotto le dita, stringo fortissimo, lo schiaccio contro il
fondale. Appena sono sicuro della presa mollo il fucile stretto nell'altra
mano e brancolo cercando di trovare le branchie. Ad un convulso sobbalzo
mi ruota in mano, mi pianta le spine di non so che parte del corpo,
dorsale, anale, branchie, nelle mani, un sobbalzo di dolore improvviso,
come una bruciatura, ma ormai l'ho in mano. Preso! Risalgo lentamente in
superficie. Checco è per caso in barca poco lontano, in muta, il remo in
mano. Sollevo la testa del pesce e glielo mostro, un sorriso che mi
solleva la maschera dal viso. È un bel branzino di barena, grasso e
lucido, più dorato di quelli di mare aperto. È sicuramente più di
quattro chili. Sono soddisfatto ma con Checco, nella nostra amichevole
contesa che dura da sempre, non si sa mai... È evidentemente contento
anche lui, mi grida bravo e viene lentamente a prendere il pesce. Con uno
sforzo sono in barca, ancora gocciolante apro la ghiacciaia per metterci
il pesce… e, incurvato per farlo stare tutto dentro, la coda e il
testone che quasi escono, un branzinone di sei chili mi gela! Malefico
Checco, ancora una volta il pezzo più grande è suo.
Novembre inoltrato. La laguna,
appena dopo l'alba, è un incanto, acqua ferma, nebbietta, freddo.
Bellissimo.
Al primo tuffo l'acqua morsica.
Così dentro in barena la temperatura cala ancora più vistosamente che
fuori in mare. E già l'Adriatico è il mare più freddo del Mediterraneo.
I piedi diventano rapidamente quasi insensibili ma va bene lo
stesso.
Mi immergo alla Casetta, nel
primo posto della nostra complessa e fantasiosa toponomastica, inventata
nel corso degli anni per intenderci su quei canali che, fuori, sembrano
tutti uguali. Mi sembra, ma sembra solo, di intravedere una coda che
scompare verso il basso, nell'oscurità oltre l'orlo del canale. Il tuffo
dopo la inseguo, sono sul fondo: ribaltone di alghe (la lattuga di mare)
che spazza il fondo in lenti rotoli scuri. Non è zona da branzini.
Risalgo lentamente alla luce e continuo a immergermi lungo il canale, a
favore di corrente. Nulla.
Andiamo sul mio adorato
Triangolo. Posto difficile da interpretare, tra due canali che si
intersecano scavando con le loro diverse correnti convergenti buche
invisibili.
Tento un tuffo di avvicinamento
alla punta, vicino alla "buca" più profonda, una decina di
metri. Acqua limpida, marroncina al solito, ma meno che d'estate. Quasi
quasi potrei tirare fuori il settanta centimetri dalla borsa… Sotto
scuro, correntina, fango. Aspetto. Alla fine del fiato deciso un
branzinetto da quasi mezzo chilo mi punta di faccia, arriva risoluto,
scarta con scodata e nuvola, tranquillamente a tiro. Voglio i nonni!
Sciò! Allora qui ci sono. Bene. Studio con cautela il tuffo successivo,
sto ancora largo, voglio assaporarmelo questo posto. Mi tuffo e sbaglio
zona, finisco in poca acqua, fondo di conchigliette, nessuna corrente. Ho
mancato la buca.... Risalgo con risalita a dentice, zitto zitto, piano
piano. Ritrovo il punto; già, devo calcolare meglio la corrente, di nuovo
studio i punti di riferimento sulla riva: gran fiato e riscendo.
Il buio avanza, sempre più
cupo, ho centrato la buca. Prima ancora di arrivare sul fondo, schiocchi
di scodate OVUNQUE. Sembrano fuochi d'artificio. Prima ancora di toccare
il fondo intravvedo sagome scure, grosse, che mi scappano da sotto la
testa. Arrivo sul fondo e cerco di non sollevare fango con le pinne e con
la mano. Branzini dappertutto, che rimbalzano a palla di biliardo con me
come sponda. Uno da tre chili scoda e spolvera alla mia destra. Di un
altro grosso altrettanto vedo l'occhio giallo che fugge. Gli altri sono di
poco più piccoli ma io voglio quelli grandi. E come al solito resti lì
imbambolato pensando voglio quello, no! Quello è più vicino, no! Quello
è più grosso. Con uno sforzo mi ritraggo da questo caos intricato,
rivedo uno di quelli che mi sembrano più grossi. È lontano! Sparo lo
stesso! Preso! Male, male, l'asta parte impazzita, la sagola bianca è
tutta tesa verso l'alto, io inseguo, poi torna verso il basso, poi si
attorciglia, poi il pesce sbatte contro il fondo e solleva un polverone,
non so neanche dove l'ho preso, poi riesco a vedere l'asta, la pianto nel
fango mollo tutto e abbranco a due mani il branzino. Preso! In coda ma
preso. Con un po' di tranquillità risalgo piano, e mi trovo a salire
lungo la parete verticale del Triangolo. Non faccio in tempo a rendermene
conto che dall'alto, dal plateau sopra, scende, beato come un papa, un
branzino grande quanto quello che sto stringendo, mi guarda, pacifico, e
sculetta via. Al rallentatore...
Checco gioisce. "Allora ci
sono!". Scende di nuovo in acqua e si dirige verso il Pullman. Io
intanto continuo verso un'altra zona, il Triangolo è ormai disturbato, il
branco si è aperto. Qui, sul fondo, sopra alla dorsale scura di fango
duro, non c'è niente e di fianco pure. L'ambiente è strano. Imbambolato,
congelato. Non c'è rumore, qui i pesci non scodano. I pescetti che
d'estate sono presenti in numero spropositato, tanto da godere del nome
comune di "pesce popolo" (Atherina beyeri), sono assenti; i
cefali sono in dieci centimetri d'acqua; sotto non c'è nulla. L'acqua
gelata sembra sospendere tutto in una specie di lento limbo
invernale.
Vado con la barca a riprendere
Checco. Non ha visto nulla neanche lui. Facciamo un altro tentativo in un
punto in cui, ancora ad agosto, avevamo visto pesce grosso. Sul fondo
niente, in poca acqua niente. Sugli affioramenti in centro canale,
scoperti da poco, niente.
Intanto è quasi mezzogiorno e
mezzo. Checco, ormai infreddolito, resta in barca. Io insisto su un altro
punto ancora. Questo posto non lo conosco bene, è tradizionalmente
"fatto" da Checco ma l'ecoscandaglio dà pesce sul fondo in
quantità. Proviamo... Ancora niente. Tento un'ultima carta e provo
l'agguato, scivolando tra i "roccioni" del fondo. Niente nemmeno
così! Sono stufo, intirizzito, ed esco.
Intanto Checco si è cambiato,
aspettiamo che giri la marea, magari con quella calante... Intanto, giusto
e solo per divertimento e rimembranza un po' estiva, prendo un po' di
vongole, partendo per gioco dalla barca. Checco spinge col remo ed io mi
sporgo dalla prua a pescarli dall'asciutto. Poi, è una fatica assurda, è
uscito un poco di sole, mi rimetto quel poco che mi ero tolto e mi ributto
in acqua, ne prendo una trentina, quanto basta per una pastasciutta. Poi
risalgo al sole. La giornata è intanto diventata meravigliosa. Il sole
finalmente scalda. Le nuvole, o forse erano solo banchi di nebbia vaganti,
sono stati spazzati via. Il poco vento si è completamente arrestato e
siamo in calma piatta, in bordo al canale. Con quella voluttà stanca e
soddisfatta, che non dipende dal numero di prede, mangiamo qualcosa
rilassandoci e scaldandoci: è la festa del rilassamento e del ritorno
alla terrestrità.
La laguna intanto è diventata
senza confini. Il colore del cielo e dell'acqua sono esattamente uguali,
un grigio perla languido e diluito che sembra recedere all'infinito.
Sembra di essere sospesi. Non fosse per le silenziose barene intorno
diresti di essere in una sfera costruita da un mago apposta e solo per te.
Riccardo
A. Andreoli