Previous Up Next

PescaSub N. 161 - Febbraio 2003

pescasub161.jpg (16446 byte)

In italiano.

 

Testo originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di:

"Le spigole della barena"

Un labirinto id canali che collega la laguna di Venezia  alla terra; un ambiente perennemente avvolto dall'oscurità, sconquassato da forti correnti di marea, dove nuotano come fantasmi enormi branzini in caccia. Una pesca strana, diversa, fatta di sensazioni sonore, di intuizioni, di sagome che si materializzano all'improvviso...

Anno XVI,  n. 161 – Febbraio 2003 – Pg. 26 –30

 

Le Barene di Venezia

 

La pesca dei branzini (spigole, luassi, ragni, e chi più ne ha più ne metta, in giro per tutt'Italia), in una zona di acque sporche e correntose come quelle di Venezia, è un delicato, raffinato, gioco di equilibrio tra la scelta del posto, quella del tempo, della marea, del vento, della stagione... 

La marea è qui un grande fiume che al pieno della sua forza trascina via qualunque subacqueo, sollevando il fondo in un vorticare di fango e sabbia, riducendo la visibilità in acqua spesso e volentieri a venti-trenta centimetri. Acqua in cui si attorcono, come lenti, languidi fantasmi, grandi foglie di lattuga di mare, pronte ad avvolgersi in volenterosi abbracci non voluti su di voi, sulla vostra maschera (per cui sembra abbiano una predilezione) o peggio sulla punta del fucile, facendo vela alla corrente, moltiplicandone gli effetti in maniera tale da rendere impossibile qualunque mira, ottundendovi la già scarsa visuale. Insomma un disastro. 

È ovvio che in queste condizioni si pesca a memoria, ad intuito, ad orecchio, tutto fuorché a vista. È una specie di "Mezzogiorno di fuoco" subacqueo, in cui il duello è tra i sensi del pesce e quelli del pescatore, tra le velocità di quello a scappare, una volta avvistato il nemico, e la velocità di questo a mirare, si fa per dire, e a sparare.

 

La barena veneziana è per intenderci quella zona in cui la laguna lentamente cede il passo alla terra, aprendosi ancora la via con contorti canali in cui la corrente si attorce e rimbalza da riva a riva nell'alternarsi delle maree. Un ambiente fantasmagorico, difficilmente comunicabile, in cui i canali, prima segnati solo dai pali delle "briccole", in un'immensità d'acqua senza confini, a poco a poco cominciano a scavarsi la strada tra la terra affiorante, ricoperta da erba fruscianti e da una serie di infinita di fiorellini bianchi e azzurri straordinariamente persistenti al volgere delle stagioni. 

Qua e là alcuni "casoni" abbandonati, residuo di concentrazioni umane volte all'allevamento del pesce o alla caccia, spesso ad entrambe, sembrano spuntare direttamente dall'acqua, e molti lo fanno, al giorno d'oggi, realmente. Sono costruzioni massicce, variamente disposte, spesso a due piani, che brillano di lontano con i loro mattoni di un rosso particolare, quasi fiammeggiante, un colore appena velato dalla polvere del tempo.

 

La corrente di marea in barena gioca scherzi strani, sott'acqua. Il fango è particolarmente tenace e si lascia vincere a malincuore dalla forza costante dell'acqua, resistendo fino all'ultimo e creando fantastici canyon in miniatura, spechi, caverne, tetti pronunciati pronti a cadere. E i resti sul fondo dimostrano che spesso lo hanno fatto, crollando in macigni morbidi, che a loro volta incuneandosi uno nell'altro creano volte e grotte, misteriosamente bucherellate dalle tane delle anguille. 

Tutto questo caotico panorama mette a dura prova le capacità di immaginazione del subacqueo, perché se ne riesce a cogliere solo poco ogni volta: scarsi centimetri rubati dall'aguzzar d'occhi nell'acqua torbida per cercare di ricostruire una visione d'insieme. 

In questo caotico ambiente prosperano i branzini di barena, più scuri e sornioni di quelli di mare aperto. Il subacqueo appostato deve immedesimarsi nel gioco della lusinga e, fermo, cercare di cogliere il lampo, il guizzo premonitore che gli segnali la presenza impercettibile della preda. L'immobilità può non essere assoluta, ma a tutto rischio e pericolo del pescatore, perché spesso è il pesce, arrivando senza regola, da tutte le parti e da ogni direzione, il primo a cogliere il movimento e a fuggire. 

Basta pochissimo a far fuggire il branzino, ricordo una volta, un inizio di primavera in una "peocera", un allevamento di mitili, lontana. Trovai una nursery, un giardino d'infanzia di branzini, tutti uguali, tutti in branco, tutti ugualmente curiosi di quello scuro coso che era calato dalla luce a trovarli sul fondo. Ero circondato dai branzini, sopra, di fianco, davanti, soprattutto davanti, come intuissero in qualche modo la posizione (la maschera sembra realmente un occhio?), vicinissimi, quasi a specchiarsi nel vetro, mimando il comportamento di caccia, già aggressivi nelle loro minuscole proporzioni. E mi ricordo che, infastidito dal loro persistente rifiuto di portarmi dal nonno o almeno da papà, mi divertivo a far loro i dispetti. Quando arrivavano vicini, i più coraggiosi davanti, gli altri dietro, trascinati dalla forza di coesione del branco, sbattevo ostentatamente gli occhi, e immediatamente mi rispondeva il crepitio di un'infinità di minuscole code che schioccavano nell'acqua per scappare. Ma immediatamente dopo eccoli di nuovo lì, piccoli e impertinenti a scrutare curiosi, egualmente pronti ad una nuova fuga, se necessario, o a mangiarmi se per caso fossi diventato in qualche modo improvvisamente commestibile. 

E questo succede egualmente con i branzini di tutte le età. Più o meno perché come tutti i predatori, il branzino impara in fretta. 

Ma questo comportamento può essere in qualche modo utile al pescatore accorto, che, ricordando come il "mondo del silenzio" sia mera invenzione libresca, ponendosi in ascolto, riceverebbe utili, anche se forse inaspettate informazioni su quel che gli succede attorno, fuori delle sue possibilità di visione. È quindi ascoltando questo suono di fuga che si può individuare la direzione da cui giungeranno i pesci e che pesci saranno. Il suono della scodata collettiva del branco di branzini è diverso da quello dei cefali, se si ascolta accuratamente, e può evitare lo sparo repentino al primo bersaglio similmente argenteo che forasse palpitando la parete gialla.

 

È un ambiente strano, la barena. Sollevando lo sguardo dall'acqua si rimane per lungo tempo sorpresi nel non trovare mare, intorno, ma un panorama incantato di erbe mormoranti, che talora sembrano esplodere in improvvise fioritura di silenziosi aironi candidi, o gabbiani ugualmente candidi ma raucamente imprecanti, al lontano ronzio, prima avvertito sott'acqua, infine colto anche fuori, di una barca invisibile. Sembrerebbe un panorama di calma lacustre, ma le diversità si sommano in misura tale da non poter ben presto reggere il paragone. 

Non è certo calmo il flusso della corrente che turbina ciangottando tra i residui pali delle "briccole" e non è certo indice di tranquilla "paludosità" il panorama tormentato e contorto in cui si è appena finito di celarsi, e così ben presto la mente, stanca di cercare paragoni che deve subito rifiutare, crea un nuovo cartellino etichettato "barena", in cui inserire ogni nuova esperienza che qui può essere vissuta.

 

Una inspirazione finale, mai troppo forzata visto che sotto le pinne ho quattro, cinque metri di acqua, e scendo. Sono molto negativo, pesco sia con lo schienalino sia con la cintura per cui basta un inizio di capovolta a farmi scendere. L'acqua passa rapidamente dal giallo paglierino in superficie al giallo ocra con dominanti verdi, al marrone, prima sfumato poi ombroso. Scruto con attenzione verso il basso perché il fondo ha lo stesso colore dell'acqua circostante che è anzi nient'altro che fondo diluito e cerco di vedere le conchigliette chiare che lo segnano per evitare di schiantarmici dentro con una discesa troppo energica. Mentre scendo ruoto con il corpo perché, rispetto alla posizione in superficie, con la corrente alle spalle lungo il canale, devo arrivare a novanta gradi rispetto ad essa pena il passare il l'immersione nelle folate di sospensione sollevate dalle mie stesse pinne. 

Ecco il fondo, mi orizzonto ormai istintivamente, la corrente sulla tempia sinistra, ficco la mano sinistra guantata nel fango a tenermi ancorato e adagio mi tiro verso il fondo, cercando di depositare le pinne il più lentamente possibile: meno fango in circolazione, meno rumore, meno sventolamento di ombre scure minacciose. 

Sulla destra, vicino, un'ombra scura di un "sasso" di fango fa refolare la corrente. Mi sistemo sperando che, come talora capita, i branzini vengano contro corrente, il fucile leggermente angolato. 

I primi momenti sono cruciali, se i branzini ci sono, magari in branco, arriveranno in fretta ad investigare. Il braccio con il fucile, con questa visibilità un cinquanta centimetri oleopneumatico carichissimo con fiocinone costruito su nostra ordinazione da un fabbro, è piegato contro il corpo, la mano più arretrata possibile per contenere la punta del fiocinone il più possibile vicino alla sagoma del corpo. Aspetto, teso. La corrente scivola e preme contro il mio corpo e tende a sollevarmi ma la mano piantata nel fango tiene bene. Aguzzo gli occhi alzando al massimo la concentrazione sulla scena pressoché monocromatica che mi sfila davanti: alghe, sabbia sollevata da un refolo di corrente più forte, un solitario granchio che sculetta via per i fatti suoi. Lo seguo con gli occhi, non movendo nemmeno minimamente la testa. Ascolto con estrema attenzione: qualche schiocco leggero, a ripetizione, denuncia che un branco di cefali è nei dintorni. Qui, così dentro in laguna, lontano dal mare, sono probabilmente i piccoli cefali dorati (Mugil auratus). Buon segno, talora se ci sono cefali in giro ci sono anche branzini. Improvvisamente sobbalzo, spaventato, uno schiocco potente, vicinissimo, e una nuvola di fango che mi avvolge in pochi secondi denuncia la presenza di un grosso branzino che è, davvero, arrivato a vedermi ma mi ha scorto per primo ed è istantaneamente scappato sollevando il polverone che ora mi ottunde la vista. Parolacce. Fosse venuto da un'altra direzione… 

Ora la concentrazione è acutissima. Esperienza insegna che talora anche branzini grossi possono essere in brancotti di due o tre esemplari, più o meno della stessa taglia. E, a giudicare dal suono, quello che mi è appena passato accanto è veramente un pesce interessante. Talora, anche se più raramente, può addirittura capitare che il branzino appena scappato ritorni sulle sue pinne, incuriosito nonostante la fuga. A testa immobile gli occhi scrutano freneticamente il fondale cercando di avvistare un coagularsi di colore dorato, un'ombra più scura, un fantasma in movimento non in linea con la corrente… 

Di colpo, a favore di corrente, passa sparato un disincarnato occhio giallo e nero. Rapidamente, istintivamente, ricostruisco la sagoma, la pancia quasi a contatto con il fondo, le scaglie: un branzino. Grosso. Altrettanto istintivamente allungo il braccio e sparo. Preso! Sento l'impatto del fiocinone e la scodata di fuga ma non vedo assolutamente dove l'ho colpito. La sagola bianca si scuote in spire serpentine indicando la direzione di fuga e lo sbattere dell'asta. Facendo forza anche sulla mano schizzo immediatamente all'inseguimento. Sento vagamente un'altra scodata che rimbomba al mio esplodere dal fondo: c'era almeno un altro branzino vicino. Sicuramente vale la pena di rifare un tuffo, se riesco a non fare troppo rumore agguantando questo. Certo è che il pesce non collabora affatto: inseguo il bianco della sagola nascosta da nuvole di fango sollevate dalla grossa coda del branzino in fuga, brancolo cercando di arrivare al pesce senza toccare l'asta, non ho idea di come e dove sia preso. Finalmente fa una svolta di troppo e riesco ad anticiparlo, ad anticipare cioè la nuvola in movimento. Mi ci precipito sopra, intravedo una schiena con una dorsale sollevata dalle grosse spine appuntite, e sbatto la mano un palmo avanti, sento il testone sotto le dita, stringo fortissimo, lo schiaccio contro il fondale. Appena sono sicuro della presa mollo il fucile stretto nell'altra mano e brancolo cercando di trovare le branchie. Ad un convulso sobbalzo mi ruota in mano, mi pianta le spine di non so che parte del corpo, dorsale, anale, branchie, nelle mani, un sobbalzo di dolore improvviso, come una bruciatura, ma ormai l'ho in mano. Preso! Risalgo lentamente in superficie. Checco è per caso in barca poco lontano, in muta, il remo in mano. Sollevo la testa del pesce e glielo mostro, un sorriso che mi solleva la maschera dal viso. È un bel branzino di barena, grasso e lucido, più dorato di quelli di mare aperto. È sicuramente più di quattro chili. Sono soddisfatto ma con Checco, nella nostra amichevole contesa che dura da sempre, non si sa mai... È evidentemente contento anche lui, mi grida bravo e viene lentamente a prendere il pesce. Con uno sforzo sono in barca, ancora gocciolante apro la ghiacciaia per metterci il pesce… e, incurvato per farlo stare tutto dentro, la coda e il testone che quasi escono, un branzinone di sei chili mi gela! Malefico Checco, ancora una volta il pezzo più grande è suo.

 

Novembre inoltrato. La laguna, appena dopo l'alba, è un incanto, acqua ferma, nebbietta, freddo. Bellissimo. 

Al primo tuffo l'acqua morsica. Così dentro in barena la temperatura cala ancora più vistosamente che fuori in mare. E già l'Adriatico è il mare più freddo del Mediterraneo. I piedi diventano rapidamente quasi insensibili ma va bene lo stesso. 

Mi immergo alla Casetta, nel primo posto della nostra complessa e fantasiosa toponomastica, inventata nel corso degli anni per intenderci su quei canali che, fuori, sembrano tutti uguali. Mi sembra, ma sembra solo, di intravedere una coda che scompare verso il basso, nell'oscurità oltre l'orlo del canale. Il tuffo dopo la inseguo, sono sul fondo: ribaltone di alghe (la lattuga di mare) che spazza il fondo in lenti rotoli scuri. Non è zona da branzini. Risalgo lentamente alla luce e continuo a immergermi lungo il canale, a favore di corrente. Nulla. 

Andiamo sul mio adorato Triangolo. Posto difficile da interpretare, tra due canali che si intersecano scavando con le loro diverse correnti convergenti buche invisibili. 

Tento un tuffo di avvicinamento alla punta, vicino alla "buca" più profonda, una decina di metri. Acqua limpida, marroncina al solito, ma meno che d'estate. Quasi quasi potrei tirare fuori il settanta centimetri dalla borsa… Sotto scuro, correntina, fango. Aspetto. Alla fine del fiato deciso un branzinetto da quasi mezzo chilo mi punta di faccia, arriva risoluto, scarta con scodata e nuvola, tranquillamente a tiro. Voglio i nonni! Sciò! Allora qui ci sono. Bene. Studio con cautela il tuffo successivo, sto ancora largo, voglio assaporarmelo questo posto. Mi tuffo e sbaglio zona, finisco in poca acqua, fondo di conchigliette, nessuna corrente. Ho mancato la buca.... Risalgo con risalita a dentice, zitto zitto, piano piano. Ritrovo il punto; già, devo calcolare meglio la corrente, di nuovo studio i punti di riferimento sulla riva: gran fiato e riscendo. 

Il buio avanza, sempre più cupo, ho centrato la buca. Prima ancora di arrivare sul fondo, schiocchi di scodate OVUNQUE. Sembrano fuochi d'artificio. Prima ancora di toccare il fondo intravvedo sagome scure, grosse, che mi scappano da sotto la testa. Arrivo sul fondo e cerco di non sollevare fango con le pinne e con la mano. Branzini dappertutto, che rimbalzano a palla di biliardo con me come sponda. Uno da tre chili scoda e spolvera alla mia destra. Di un altro grosso altrettanto vedo l'occhio giallo che fugge. Gli altri sono di poco più piccoli ma io voglio quelli grandi. E come al solito resti lì imbambolato pensando voglio quello, no! Quello è più vicino, no! Quello è più grosso. Con uno sforzo mi ritraggo da questo caos intricato, rivedo uno di quelli che mi sembrano più grossi. È lontano! Sparo lo stesso! Preso! Male, male, l'asta parte impazzita, la sagola bianca è tutta tesa verso l'alto, io inseguo, poi torna verso il basso, poi si attorciglia, poi il pesce sbatte contro il fondo e solleva un polverone, non so neanche dove l'ho preso, poi riesco a vedere l'asta, la pianto nel fango mollo tutto e abbranco a due mani il branzino. Preso! In coda ma preso. Con un po' di tranquillità risalgo piano, e mi trovo a salire lungo la parete verticale del Triangolo. Non faccio in tempo a rendermene conto che dall'alto, dal plateau sopra, scende, beato come un papa, un branzino grande quanto quello che sto stringendo, mi guarda, pacifico, e sculetta via. Al rallentatore...

 

Checco gioisce. "Allora ci sono!". Scende di nuovo in acqua e si dirige verso il Pullman. Io intanto continuo verso un'altra zona, il Triangolo è ormai disturbato, il branco si è aperto. Qui, sul fondo, sopra alla dorsale scura di fango duro, non c'è niente e di fianco pure. L'ambiente è strano. Imbambolato, congelato. Non c'è rumore, qui i pesci non scodano. I pescetti che d'estate sono presenti in numero spropositato, tanto da godere del nome comune di "pesce popolo" (Atherina beyeri), sono assenti; i cefali sono in dieci centimetri d'acqua; sotto non c'è nulla. L'acqua gelata sembra sospendere tutto in una specie di lento limbo invernale. 

Vado con la barca a riprendere Checco. Non ha visto nulla neanche lui. Facciamo un altro tentativo in un punto in cui, ancora ad agosto, avevamo visto pesce grosso. Sul fondo niente, in poca acqua niente. Sugli affioramenti in centro canale, scoperti da poco, niente. 

Intanto è quasi mezzogiorno e mezzo. Checco, ormai infreddolito, resta in barca. Io insisto su un altro punto ancora. Questo posto non lo conosco bene, è tradizionalmente "fatto" da Checco ma l'ecoscandaglio dà pesce sul fondo in quantità. Proviamo... Ancora niente. Tento un'ultima carta e provo l'agguato, scivolando tra i "roccioni" del fondo. Niente nemmeno così! Sono stufo, intirizzito, ed esco. 

Intanto Checco si è cambiato, aspettiamo che giri la marea, magari con quella calante... Intanto, giusto e solo per divertimento e rimembranza un po' estiva, prendo un po' di vongole, partendo per gioco dalla barca. Checco spinge col remo ed io mi sporgo dalla prua a pescarli dall'asciutto. Poi, è una fatica assurda, è uscito un poco di sole, mi rimetto quel poco che mi ero tolto e mi ributto in acqua, ne prendo una trentina, quanto basta per una pastasciutta. Poi risalgo al sole. La giornata è intanto diventata meravigliosa. Il sole finalmente scalda. Le nuvole, o forse erano solo banchi di nebbia vaganti, sono stati spazzati via. Il poco vento si è completamente arrestato e siamo in calma piatta, in bordo al canale. Con quella voluttà stanca e soddisfatta, che non dipende dal numero di prede, mangiamo qualcosa rilassandoci e scaldandoci: è la festa del rilassamento e del ritorno alla terrestrità. 

La laguna intanto è diventata senza confini. Il colore del cielo e dell'acqua sono esattamente uguali, un grigio perla languido e diluito che sembra recedere all'infinito. Sembra di essere sospesi. Non fosse per le silenziose barene intorno diresti di essere in una sfera costruita da un mago apposta e solo per te.

 

Riccardo A. Andreoli

 

Previous Up Next