I
paradisi non esistono più
Erano anni
che inseguivo quella secca. Ne avevo sentito parlare per la prima volta in
un articolo su una rivista francese, poi tradotta in italiano,
nell’ormai lontano 1997. C’era una foto di una ricciola da infarto e
il racconto di una secca in mezzo all’Oceano Atlantico, 50 miglia al
largo delle Azzorre, dalle cui righe schizzavano fuori squali, tonnetti e
una profusione di ricciole di specie diverse. Posto fantastico. Lontano.
Messo da parte. Per la serie: “I Sogni Nel Cassetto”, bellissimi da
cullare nella fantasia… ma.
Il Banco Princesse
Alice, visto su una carta nautica, è un vero posto Da Sogno. È
cinquanta miglia a Sud-Ovest dal gruppo centrale nelle Azzorre, quasi a
metà strada tra Europa ed America, sul confine tra lo zoccolo
continentale europeo e quello americano. Arriva a – 30 metri da profondi
abissi tutto intorno: un miglio nautico dal Banco e il fondo è già a 500
m; neanche tre miglia e la profondità è già di 1000 m, 5 ed è di 2500
m! Balene e capodogli amanti delle profondità sono comuni nella zona. Un
posto che semplicemente DEVE essere frequentato da ogni tipo di pesce…
Seconda
parte. Nell’agosto del 1997 uno sconosciuto, nel mondo dei pescatori
subacquei internazionali, portoghese, tale Paulo Gaspar, aveva catturato
alle Azzorre il tonno Record del Mondo: 296.6
kg. La notizia era filtrata nei canali internazionali solo nella
primavera dell’anno successivo, il 1998.
Io e il
compagno di pesca, Checco, stavamo all’epoca felicemente pescando in
Australia. Altra notizia da inserire nel cassetto dei sogni quindi, nello
stesso della secca però: Azzorre.
Il 1999 ci
aveva visto ancora in Australia. Un po’ di delusione, un po’ di voglia
di cambiare zona, un cresciuto mio appetito verso prede BELLE. Risultato,
i sogni nel cassetto vengono ripresi, assaporati, analizzati.
Nel frattempo
ero (definitivamente) impazzito per i tonni. Mi ero fatto fare in
California, dall’indiscusso maestro, artefice di fucili che hanno più
dello Stradivari che dell’attrezzo di tutti i giorni, un Tuna Gun dal
prezzo e dalle prestazioni allucinanti. Mi ero costruito tutta la doverosa
attrezzatura di contorno e avevo accumulato un bel po’ di know how sulla
pesca al Tonno Mostro in acque libere, al largo, nel blu: la Blue Water
Hunting dei pescatori anglofoni. Nel senso di tonni Grandi davvero,
non quelli che avevo preso qualche anno prima e che ormai avevo declassato
a tonnetti: figurarsi, solo una sessantina di chili!
Anno 2000, e
Azzorre siano, dunque.
Spedizione
fallimentare, a dir poco. Tempo incredibilmente perturbato per UN MESE
intero; i vecchi pescatori dell’isola che scuotevano il capo mormorando
che non ricordavano a memoria d’uomo un luglio così orribile, piovaschi
e vento costanti, acqua gelata e sporca.
La secca era
rimasta nei sogni. Fin dai primi giorni avevamo sì trovato una
imbarcazione che avrebbe dovuto portarci laggiù, ma eravamo rimasti per
l’intero mese in stand by in attesa di condizioni meteorologiche tali da
permettere la trasferta. Inutilmente.
Ho già
raccontato su PescaSub avventure e disavventure del precedente viaggio
alle Azzorre. Non rinverdiamo passati disappunti…
Però, alle
Azzorre avevamo conosciuto un bravo pescatore portoghese, Fernando, che al
Banco c’era stato davvero! E raccontava che, appena trovato il sommo,
subito prima di immergersi, aveva fatto in tempo a vedere nell’acqua
calmissima i branchi di ricciole oceaniche (Seriola rivoliana ) da
50 – 60 chili che pascolavano in superficie. Sotto, le ombre azzurre dei
tonni da oltre un quintale. Unico inconveniente, una volta vestiti e
pronti davvero a immergersi… il motore della malandata imbarcazione non
era più ripartito! Risultato, avevano dovuto chiamare in aiuto un
peschereccio che li aveva trainati in porto. Immersione fallita. Ma il
pesce c’era, dunque.
Anno 2001.
Azzorre ancora, perbacco. La secca è sempre lì che mi aspetta, e nella
fantasia il suo fascino non diminuisce certo, anzi.
Ritroviamo
gli amici dell’anno precedente. Ottime notizie, Victor, il nostro punto
di riferimento e la persona che ci aveva affittato la barca l’anno
prima, ha adesso un fiammante Faeton Moraga di quasi 8 metri, motore
diesel e una poppa bella, larga da dormirci dentro. La secca è più
vicina.
Finalmente,
finalmente, dopo quindici giorni di tempo perturbato e rimandi, con il
costante timore del ripetersi delle condizioni dell’anno precedente, il
via. Domani partiamo. La vigilia viene dedicata al ricontrollo
maniacalmente puntiglioso delle attrezzature subacquee ed alla
preparazione della barca.
Saremo della
spedizione Checco, Fernando, che abbiamo invitato ad assaporare il banco
perduto, ed io. Le barche saranno due, per sicurezza: quella di Victor e
quella del fratello, Amaro, trainista accanito, di poco più piccola ed
equipaggiata di motore diesel pure lei.
Nel tardo
pomeriggio di una liscia giornata di Agosto, dopo aver caricato quelle che
sembrano tonnellate di attrezzature subacquee e fucili in grado di
sviluppare la potenza di fuoco di una piccola portaerei, salpiamo. A bordo
troneggia una cassa frigorifera da 200 litri zeppa di ghiaccio tritato,
destinata, nei sogni di tutti, ad accogliere il pescato. La guardo di
traverso. Speriamo bene.
Dobbiamo
percorrere il canale, una ventina di miglia, che separa S. Jorge, da dove
siamo partiti, da Faial. A metà, avvistiamo delle “balene”. Sono
probabilmente dei grampi (Grampus griseus), cetacei relativamente
comuni nelle profonde acque delle Azzorre. Ma sono un po’ scontrosi e
non si avvicinano più di tanto alle imbarcazioni. Sono comunque animali
magnifici, dell’aperto Oceano, e mi mettono di buon umore. Decido di
interpretarli come auspicio favorevole.
La notte la
passiamo nell’isola di Faial, venti miglia più vicini al Banco rispetto
a S. Jorge. L’ormeggio, nell’affollato porto di Horta, non è facile.
L’unico buco che troviamo è a lato di un catamarano dall’aria vissuta
che batte una sdrucita bandiera inglese. A terra, pizza veloce e a
dormire, presto, che domani il Banco aspetta.
La notte è
lungi dall’ideale. Anche al riparo nel porto il vento riesce ad
intrufolarsi e a far tintinnare le sartie del maledetto catamarano, con un
ritmo irregolare che non permette l’assestarsi in un suono continuo e
ignorabile. E poi, il vento! Ma se le previsioni erano di calma piatta!
Il sonno è
interrotto e irregolare. È disturbato da quello che, nel dormiveglia
agitato, presto battezzo “il fantasma fischiatore”. Qualche fenomeno
di arpa eolia, il vento che risuona e canta in qualche cantuccio di alberi
e sartie, o stradine intorno a noi, mima, quasi alla perfezione, un
lontano suono di qualcuno che fischia, distante. Tanto da non riuscire ad
intuire il motivo ma solo l’esistenza del fischio. E mi ritrovo a
sognare ciò che ora sto facendo, che avrei scritto un racconto e avrei
parlato del “fischiatore”. Arzigogolo assonnato sulle frasi più
adatte per descriverlo, ora dimenticate, in una circolarità futura che
allora mi stordisce e mi permette infine di prendere, quasi, sonno. Checco
non dorme meglio, anzi. Lo sento agitarsi e borbottare e aprire la
cerniera del telone sotto cui dormiamo, e girarsi più e più volte.
Devo tutto
sommato essere riuscito a dormire perché vengo svegliato dal bip-bip
dell’orologio che fa da sveglia. Ore 5.30, notte fondissima, nessun
barlume da nessuna parte dell’orizzonte. Arriva una sventolata di aria,
improvvisamente fredda, quando togliamo il telone e lo stiviamo, pesante e
bagnato dalla condensa.
Accendiamo i
motori e pian piano lasciamo gli ormeggi. Victor è illuminato dalla luce
elettronica degli strumenti. Non sembra particolarmente riposato, nemmeno
lui che ha dormito nella cuccetta del capitano…
Usciamo dal
riparo del porto e, ineludibile dato di fatto, il vento c’è.
Non appena
scapoliamo la punta sud-ovest di Faial, confermata dal GPS ma solo
intravista, una macchia nera contro la debole luminosità del cielo
tuttora completamente notturno, e acceleriamo, cominciano gli sbattoni.
Dal nulla
della notte nera arrivano onde secche, quasi verticali, intraviste, solo
un istante prima di schiantarsi contro la prua, dal vago lucore del
frangente che le sormonta.
La barca
scricchiola, geme e protesta. Il tergicristallo a tratti viene fatto
funzionare per cercare, solo cercare, di vedere qualcosa di più. Siamo in
semi-planata e Victor non osa, giustamente, dare più motore. Io comincio
a preoccuparmi, non sono certo le condizioni ideali per una tratta di 50
miglia in aperto Oceano. E se, alle sei del mattino, i frangenti sono già
così decisi, come saranno alle nove? Cosa deciderà Victor? Dovremo
tornare indietro? A bordo nessuno parla.
Io cerco di
mangiare qualcosa, per evitare di trovarmi, ottimisticamente, in acqua
svuotato di energia. Dire che lo faccio con appetito è certo bugia. Mi
ricorda le pastasciutte ingurgitate perché “bisognava” alle 6 del
mattino prima di qualche maratona.
Intanto,
piano piano arriva l’aurora, prima, e l’alba, poi. L’ambiente, con
la luce, non migliora di molto. I frangenti sono sempre lì, decisi. Il
sereno, tuttavia, si intravede tra le nuvole grigie. Ma spero che il
grigio sia dovuto solo ai colori slavati dell’alba e non alla reale
densità delle nuvole.
Il GPS
intanto segna pian piano miglia calanti all’arrivo. Victor non è
tornato indietro. Allora è vero. Stiamo andando realmente sul Banco.
Fatico a contenere l’eccitazione, risvegliata anche dei primi raggi di
sole, caldi: dopo anni di cassetti e di sogni e un anno di attesa ci sto
arrivando, davvero. Mi rifugio nello yoga, e distolgo lo sguardo dal mare
di prua. Aspetto, sospeso nella respirazione ritmata…
L’allarme
del GPS bippa, siamo a 0.5 miglia dal Banco. La decisione era già stata
presa da tempo. Su una secca nuova si arriva già vestiti, con i fucili se
non carichi pronti, e i motori al minimo. Si arriva sul tetto in abbrivio,
si buttano in acqua i subacquei e, compatibilmente con le condizioni
marine, si spengono i motori e si deriva via in silenzio. C’è tempo
dopo di pedagnare il sommo e smotorare intorno. Quello che non è stato
deciso è quale coppia, dei tre, va in acqua per prima. Un rapido
conciliabolo, una moneta tirata per aria e la decisione è presa: Checco
ed io.
Il rito della
vestizione serve a calmare, un poco, il battito troppo accelerato del
cuore. La bocca è secca; molto, troppo forse, è puntato sui prossimi
minuti. Nella pesca subacquea, si sa, dopo mesi o anni di pianificazione,
contano fondamentali frazioni di secondo: l’istante del tiro. Io le
chiamo le cuspidi decisionali: ci si arrampica fino ad un attimo preciso,
senza ritorno, dalla cui sommità si può scendere per diversi versanti,
tutti unici e tutti diversi tra loro. In questo versante il tonno è
preso, in questo il tiro è troppo corto, in questo è sbagliato…
La
preparazione del Tuna Gun è lunga, il fucile e le attrezzature di
contorno sono complesse. Del resto, come dice Fernando, Oceano aperto,
pesci potenzialmente enormi, possibilità di squali: è una pesca
“estrema”.
Libero e
riavvolgo con attenzione il cavetto di acciaio che collega l’asta alla
sagola del galleggiante, fisso la bandierina al galleggiante stesso,
l’Oceano non è certo calmo e, così al largo, non è di sicuro bene
essere persi di vista dall’imbarcazione.
Intanto il
fondo sotto l’imbarcazione pian piano risale. L’ecoscandaglio segnala
–50, poi –40. Il tetto è –30, ci stiamo avvicinando. Siamo pronti,
Checco ed io, ognuno su una falchetta, il fucile in mano. Il GPS
cartografico ci porta per manina fino al sommo. – 30: contatto!
Scivoliamo in
acqua contemporaneamente. Nemmeno quasi il tempo di bucare la superficie
del mare che un gruppetto di Wahoo (Acanthocybium
solandri), piccoli, sei o sette chili, arriva, in formazione, ad
investigare questa invasione del loro territorio. Mi congelo e li guardo
ma sono senza speranza. Devo ancora caricare i cinque elastici del Tuna
Gun e ci vuole tempo. E diversi ampi movimenti. Scivolano via e si
perdono. Niente da fare. Ma buon segno, il pesce sembra esserci.
Finalmente,
fucile caricato e attrezzatura a posto, posso guardarmi intorno. L’acqua
non è pulita. Il fondo, che si suppone trenta metri sotto di me se non ho
derivato troppo da quando Victor ci ha mollati sul sommo, dalla superficie
è invisibile. Il cuore si è un po’ calmato e comincio ad immergermi.
Non posso scendere molto, con Tuna Gun e sagolone con galleggiante a
traino a frenarmi. Del resto il tipo di pesca da svolgere in acqua aperta
è quella dell’aspetto a mezz’acqua, più a lungo è meglio è. Non
serve scendere fondi. Per cui comincio col mio ritmo, arrivo a
dieci-quindici metri e rimango sospeso, il fucilone vicino al corpo,
nascosto dalla mia sagoma per quanto possibile, imbracciato a due mani e
pronto ad essere allungato in qualunque direzione arrivi la preda. Nemmeno
da qui però si vede il fondo.
Poche
immersioni più tardi un’ombra più scura si materializza
dall’orizzonte subacqueo. Grande. Poi un’altra e un’altra ancora.
Dopo un istante di dubbio realizzo che sono mante. Ma non la “solita”
manta tropicale (Manta birostris) cui siamo abituati, a colori
decisi, nera sopra e bianca sotto. Queste sono a colori più sfumati,
verdino scuro sopra e bianco appannato sotto. Sono mante atlantiche (Mobula
mobular) e sembrano condividere l’opacità dei colori di queste
acque. Nell’immersione successiva riesco ad avvicinarle: mi volteggiano
intorno per poco, poi scivolano via, sfumano nel verde blu dell’Oceano.
Altri pesci, nulla.
Suoni
assenti, a parte il brontolio lontano del motore dell’imbarcazione e il
vento che, anche se in calo, ancora colpisce la superficie dell’Oceano.
Brutto segno.
Checco è
scomparso, l’ho subito perso di vista. Spero che a lui vada meglio ma
non ho sentito lo schiocco secco del suo oleopneumatico ipercarico, per
cui sono sicuro che non ha sparato.
Altre
immersioni si inanellano, senza nulla a turbare le gradazioni di colore
dell’Oceano aperto. Di colpo l’imbarcazione punta decisa su di me e
intravedo Checco già a bordo. Salgo anch’io e Victor ci dice che
avevamo derivato troppo dal sommo, che nel frattempo aveva pedagnato: ci
avrebbe riportati in zona. L’ecoscandaglio, nel generale deserto, aveva
lì segnalato branchi di pesce. Speriamo bene. Identiche, per il momento
sconfortanti, notizie, giungono via radio da Amaro che traina in circolo,
un miglio dal sommo. Nessuna toccata, nessun avvistamento, nessuna traccia
di mangianza in superficie segnalata da uccelli a far ben sperare. Quello
che si profila non è certo Il Giorno, come tutti lo immaginavamo.
Il grosso
parabordo rosso è un punto brillante nel sole improvvisamente fuori dalle
nuvole. Ora scendiamo in acqua in tre. Fernando si è vestito e ha
preparato a propria volta il suo fucile speciale. È l’unico a non usare
una sagola con galleggiante ma un mulinello, sia pur surdimensionato e con
quasi cento metri di kevlar sottile.
Con un punto
di riferimento evidente, improvvisamente ci rendiamo conto della forza
della corrente. Bisognerebbe pinneggiare con decisione per restar vicino
al tetto. Non conviene, naturalmente, così ci facciamo tutti trainare
dalla barca, con una lunga cima fuoribordo, per tornare a monte del
pallone. Certo, così si smotora troppo, ma non ci sono reali alternative.
Qui sul
tetto, in effetti, come segnalato dallo scandaglio, c’è pesce.
Intravedo una gigantesca macchia bruna sotto di me, dai contorni indecisi
e mobili e realizzo che è un branco enorme di barracuda, per la maggior
parte piccoli ma con alcuni esemplari notevoli ai margini inferiori del
branco. Sono abbastanza sospettosi, stranamente, o forse sono innervositi
dal sagolone, perché dopo i primi tuffi in cui riesco ad avvicinarli
tanto da vedere gli occhi collettivi che ruotano per seguirmi, stanno a
distanza. Non che rischino nulla da parte mia, non ho certo intenzione di
scaricare il fucilone su un “misero” barracuda. Tipicamente, quando
qualcosa del genere succede, passa il tonno gigante a un metro dal naso, a
guardare incuriosito quello strano coso con gli elastici penzoloni…
Fernando
sembra essere avvantaggiato dalla mancanza di sagolone. Scende e scende
fondo. Per un po’ siamo vicini, e mi mostra l’orologio-profondimetro
che segna l’ultima immersione: –28. Dice che ha visto le ricciole. Un
branco intero. Sono sul fondo e sembra non abbiano nessuna intenzione di
risalire. Poi rimette la testa in acqua e si prepara per la successiva
immersione. Io resto nelle vicinanze. Anche se non posso raggiungere
quelle quote, pesante come sono, magari, magari, una ricciola arpionata
che sbatte può richiamare altri predatori. O per lo meno creare un centro
di disturbo che possa incrinare questa stasi insopportabile.
Fernando è
ora più sovracorrente rispetto a me, è più leggero e riesce meglio a
contrastarne la forza. Lo vedo prendere un gran respirone, sollevare le
pinne al cielo e scendere a capofitto. Da sotto però non lo vedo, sono
troppo lontano per la visibilità attuale. Comincio a dirigermi, nuotando
lentamente controcorrente, sulla perpendicolare della sua immersione, il
fucile pronto. Il fondo è sempre invisibile. Dopo poco intravedo qualcosa
di scuro e poi, più sotto, una spanciata bianca. È Fernando che risale.
Ha preso qualcosa! Accelero la pinneggiata ma sono ancora lontano quando
mi accorgo che qualcosa non va. Sta risalendo lentissimo, poi mi accorgo
che si è evidentemente incastrato il mulinello e che il pesce rimane a
quattro o cinque metri dalle pinne. Fernando, ora lo vedo meglio, sta
pinneggiando come un pazzo, e ora comincia anche ad aiutarsi con la mano
sinistra. Decisamente non va! Sono quasi esattamente alle sue spalle e non
mi può vedere, accelero ancora e mi immergo per aiutarlo. Intanto i
movimenti sono diventati affannosi, la profondità diminuisce troppo
lentamente. La ricciola, per quanto semimorta, dà ancora qualche scodata
che la fa scendere, tirando giù insieme ad essa il pescatore. Ora ho
paura. Fernando è a cinque metri dalla superficie e non credo possa
raggiungerla senza andare in sincope: un’immersione a quasi 30 metri,
così lunga, faticando tantissimo... Riesco quasi a toccarlo, è a venti
centimetri da me, quando apre la mano, lascia sfuggire fucile e ricciola
e, con un’ultima potente pinneggiata, schizza in superficie. Lo seguo,
raggiungiamo l’aria insieme e prende una gigantesca boccata d’aria con
un urlo inarticolato. Lo guardo bene in faccia, non è freschissimo ma non
è in sincope e vedo che respira a gran singulti. Gli chiedo con un cenno
della mano se vada tutto bene e al segno affermativo cerco di vedere la
ricciola. Si è diretta verso il fondo ed è già una macchia bianca,
confusa, al limite della visibilità. Perduta. E il fucile, tanto curato,
insieme ad essa. Peccato davvero!
Intanto la
giornata si è almeno parzialmente sistemata. Il vento, pur presente, non
crea più i frangenti del mattino e il sole brilla chiaro tra nuvole ora
leggere. La giornata sembrerebbe ideale ma… il pesce manca. Il poco che
c’è sembra concentrato solo nei dintorni immediati del tetto. Lì a
ripetizione vedo il branco dei barracuda ma le ricciole, per non parlare
dei tonni, sono invisibili. Checco non sembra cavarsela meglio di me.
Quando ci incrociamo, alla mia occhiata interrogativa risponde scuotendo
la testa: niente.
A questo
punto sono veramente incerto: cambiare tattica e cominciare a scendere più
fondo, tentando le ricciole? Rimanere con l’attrezzatura pesante e
sperare che passi, prima o poi, uno dei mostri che, poffarbacco, DEVONO
esserci da queste parti? Fino a questo momento ho puntato tutto sul pesce
grosso, nel blu. Cambio, o rimango sperando ma rischiando cappotto?
Checco sembra
aver già affrontato e risolto il dilemma. Avvantaggiato
dall’attrezzatura meno potente ma più leggera, lo vedo scendere sempre
più fondo. Questa tattica gli darà ragione.
Una volta,
mentre è a traino della barca per l’ennesima risalita a monte del
tetto, Victor urla: pesce a -25 metri! Velocissimo, respira a gran
singulti, molla la sagola, lo vedo galleggiare tutto mentre riempie
gradualmente al massimo i polmoni per l’ultima grande inspirazione e
scende.
Dalla
superficie vediamo i palloni rossi al termine del suo sagolone di trenta
metri scivolare sulla superficie, avvicinarsi sempre più al punto di
immersione, rallentare, fermarsi… siamo anche noi in apnea… ed ecco
Checco che riemerge con un gran grido: presa! Ricciola, evidentemente.
Poi si
rimette il boccaglio fra le labbra e afferra il sagolone che ha già
cominciato una pazza corsa in superficie. La velocità è tale che presto
si crea una scia di schiuma sulla superficie. Checco rimane caparbiamente
attaccato e riesce anche a legare il fucile al termine dei galleggianti
potendo così lavorare il sagolone con le due mani. Alle domande ansiose
che gli piovono attorno riesce a rispondere che è presa bene. Poi viene
ancora trascinato via.
Pian piano la
parte del sagolone visibile in superficie diventa sempre più lunga: il
pesce viene tirato in superficie. Checco ora deve fare attenzione alle
grandi volute di cima che lo circondano ma espertamente le butta dietro la
schiena ad ogni gran bracciata. Finalmente si riesce dalla superficie ad
intravedere la prima spanciata del pesce. È un grosso lampo argenteo,
ancora profondo sotto i piedi di Checco. Sta risalendo, però. Dopo pochi
minuti, sotto le capaci mani di Checco, la ricciola è quasi in
superficie. Di colpo si immerge, scende a prenderla per gli ultimi metri e
risale in un grande marasma di scodate e schizzi al cielo. Un veloce colpo
di coltello e la ricciola è domata. Finalmente la barca può avvicinarsi
e imbarcare preda e pescatore.
È una
bellissima, anche se non gigantesca quanto le speranze speravano, ricciola
atlantica (Seriola rivoliana) di una trentina di chili. Sono più
dorate delle nostre, più robuste e combattive, azzarderei perfino più
belle (!). Certo è che fanno sudare di più per portarle in superficie.
Il racconto
è che, sceso nel blu, aveva finalmente avvistato sul tetto il brancotto
che lentamente era salito e lo aveva circondato. Senza fretta aveva mirato
alla più grande e sparato relativamente da vicino. Il colpo è stato
perfetto, da pettorale a pettorale, quasi a novanta gradi.
E questa è,
tristemente, tutta la storia. Pur rimanendo io caparbiamente in acqua a
far una sorta di aspetto in superficie, attaccato ad una lunga cima alla
barca ancorata sul tetto, resterà praticamente il solo pesce preso sul
tanto favoleggiato e atteso Princesse Alice Bank. La gigantesca
cassa frigorifera rimarrà assolutamente, totalmente, desolantemente
vuota. La ricciola è infatti troppo grossa e rimarrà sul ponte, coperta
da sacchi bagnati.
Più tardi,
addirittura, un puntolino all’orizzonte si trasformerà in
un’imbarcazione di una decina di metri proveniente da Horta che ancorerà,
in tutto l’enorme spazio dell’Oceano, a distanza di sputo dalla barca
di Victor e vomiterà in acqua una decina di bombolari a far bianco il
mare. Spedizione finita.
Qualche
considerazione. Il pesce dov’era? Il tempo perturbato potrebbe averlo
tenuto lontano? È vero che la luna piena di quei giorni fa sprofondare il
pesce di passo? Gli australiani giurano di sì ma… non lo sappiamo.
In ogni caso,
non un singolo tonno è stato visto da nessuno in tutta la giornata. Il
Wahoo più grande è stato un esemplare di una ventina di chili, bello ma
sospettoso, troppo lontano anche per il mio fucile. Da parte mia non ho
tirato il grilletto in tutta la giornata. Sapevo che era una decisione
rischiosa usare il Tuna Gun ma io REALMENTE speravo in pesce pelagico in
movimento sul Banco. Anche quando non si vedeva niente continuavo ad
aspettarmi un branco di qualcosa di spettacolare ad ogni momento.
Follemente ottimista o nel vero spirito del Blue Water Hunting?
Riccardo
A. Andreoli