Luglio-Inverno
alle Azzorre
Le
Azzorre sono difficilissime, sembra, da raggiungere. Per entrarci ci
abbiamo messo due giorni, per uscirne tre. Volo da Venezia fino a
Francoforte, tutto bene. Da Francoforte a Lisbona, altrettanto bene. Lì
tappa obbligata: i voli per le Azzorre partono solo la mattina dopo.
Appuntamento
mancato in aeroporto con Américo, l’amico portoghese, proprio di
Lisbona. Comunque riusciamo a contattarlo e ci dà appuntamento
all’albergo che ci ha prenotato. Persona conviviale, ci trascina per
locali fino a tarda notte in giro per Lisbona vecchia insieme a Cristina,
la fidanzata.
La
mattina sveglia presto, l’aereo parte alle 9. Il casino dei bagagli si
ripete. Ho comprato per cifre irriferibili un “tuna gun” dai maestri
californiani. Garantisce un tiro teso fino a 9 metri mandando, laggiù,
un’asta di un chilo OLTRE un tonno di almeno una quintalata. Con due
aste e ammennicoli-armi segrete varie pesa da solo quasi quanto un
bagaglio sui voli internazionali e viaggia dentro ad una sacca da sci da
due metri. Visto che un mulinello è improponibile con le bestie sperate,
nel bagaglio che mi trascino dietro c’è anche un mega-galleggiante in
schiuma poliuretanica ad altissima densità, garantita antischiacciamento
così da assicurare costanza di galleggiamento fino a 100 m, dovesse il
mostro tirare fin là…
Siamo
la favola degli aeroporti. Scusi, lei va alle Azzurre a sciare? Questa è
la slitta, vero?
In
ogni caso sono bagagli surdimensionati e dobbiamo ogni volta passare per
le consegne speciali. Meno problemi qui a Lisbona invece, grazie anche
alla presenza di Américo, con le attrezzature “normali”, cintura di
zavorra impudentemente agganciata in vita, compresa.
Volo
breve, e, finalmente, l’aereo scende… tra la pioggia. L’isola di
Pico, un vulcano di oltre duemila metri cui dobbiamo per forza volare a
fianco, è completamente invisibile. Creste bianche, cielo basso e grigio,
vento. Dobbiamo controllare le date, primo luglio, per essere sicuri di
non essere finiti in Novembre. E non sarà l’ultima volta!
La
saga del fucilone continua. L’aeroporto è ad una decina di chilometri
da Horta e dobbiamo aspettare un pulmino che accolga lui e noi insieme.
Prime impressioni, non fa caldo, verde ovunque e ovunque un sacco di
mucche (bianche e nere – Svizzera?), case basse, poca gente. Arriviamo
al porto di Horta. Dobbiamo fare i permessi per pescare. Alla capitaneria
c’è solo un addetto, gentilissimo, che però non può ovviare alle
nostre richieste. Appesa alla parete c’è finalmente la carta nautica
portoghese dei famosi banchi, la ragione segretamente vera del nostro
arrivo fin qui. Banco Princess Alice e Banco dos Açores, nomi fatati per
tutti i reali appassionati di Blue Water Hunting, la caccia in acque
libere alle prede finali che la pesca subacquea possa permettere. Le carte
dell’Ammiragliato Britannico, comprate in Italia a caro prezzo e finora
ritenute eccelse per ogni parte del mondo, non sono all’altezza,
complice forse anche la sensibile differenza di scala. Comprare quella
carta? Spiacenti, qui nell’isola non si trova, forse a Lisbona…
Intanto
continua il viaggio. Prendiamo un piccolo traghetto che ci trasporta alla
dirimpettaia Pico, poche miglia. I bagagli sono coperti dai prudenti
inservienti da ampi teli impermeabili: la pioggia, imperterrita, continua.
Gli
azoreani sono tutti realmente di una gentilezza affascinante. A Pico non
esiste all’arrivo del traghetto un deposito bagagli dove possa sistemare
il tuna gun così aprono apposta per noi l’infermeria. Vaghiamo per il
paesino all’inseguimento di un ristorante, ben presente nei ricordi di
Américo ma, sembra, non così facile da trovare nella realtà. Anche se
la sensazione di poca gente aumenta, per noi stranieri va bene lo stesso:
vaghiamo immagati a traino per le viuzze strette e con i ciottoli lucidi
di pioggia. La gigantesca montagna che la geografia indica sopra di noi
rimane invisibile.
Trovato
il ristorante, dramma, è TUTTO occupato da una festa di matrimonio.
Tutto? Américo e la gentilezza azoreana fanno il miracolo: ci trovano un
posticino in bordo ai convitati. E alla fine riceveremo anche noi una
fetta di torta ed uno dei portaconfetti dalla sposa felice. È e rimarrà
sul mio comodino, a fianco della casetta bianca e azzurra, ricordo delle
Cicladi.
Al
porto finalmente ci sono i taxi. E il fucilone colpisce ancora: dobbiamo
prenderne due, uno per noi l’altro solo per i bagagli, per l’ultimo
tratto di strada, poi ci aspetta il trasbordo via barca alla terza ed
ultima isola.
Arriviamo
a São Roque do Pico dove, davanti al museo delle attività baleniere, un
monumento in scala naturale ci permette di apprezzare le dimensioni,
ridottissime!, delle barche a remi con cui i pescatori insidiavano fino a
poco tempo fa di i giganti dell’Oceano. Non sempre con esiti favorevoli.
Al ritorno vedremo allo Scrimshaw Museum di Horta denti di capodoglio con
graffiti mostranti barche simili scagliate metri sopra le onde da code
possenti, con le figurine dei vogatori, piccine, a mezz’aria.
Aspettiamo
pazientemente l’arrivo della barca di Victor, il nostro barcaiolo per i
giorni a venire, che deve superare il canale, una dozzina di miglia, che
ci separa da São Jorge, la nostra ultima (finalmente) destinazione.
Mi
aspetto una barca di legno, anzianotta e pontata, come quelle che vedo nel
porticciolo, e mi preparo ad un viaggio decisamente umido, l’Oceano è
rimasto ben ben crestato, ma arriva sparata un nuovissimo Sessa Key West
20 con un fiammante 150 cv.
Senza
storia, anche se sobbalzante, il canale e finalmente arriviamo a Manadas
dove abbiamo fissato la casa. Con nostro stupore la barca intera viene
alata, borse, fucili e tutto, con il verricello pubblico e messa sul
carrello: ci seguirà alla casa (bellissima, appena restaurata, con ancora
il profumo di vernice fresca) come carrello portabagagli. Siamo arrivati.
Rimarremo
un mese alle Azzorre per tentare di cacciare anche noi i giganti
dell’Oceano. Non ovviamente balene e capodogli ma tonni, sia i più
piccoli “pinnagialla” (Thunnus albacares) sia i grandi tonni
“rossi” (Thunnus thynnus), e Wahoo (Acanhtocibium solandri)
e ricciole giganti (Seriola, con un paio di specie comuni).
Informazioni internazionali dicono che i Banchi sono certamente i luoghi
migliori ma anche attorno a São Jorge ci sono posti notevoli.
Le
Azzorre sono RIPIDE, sia sopra sia sotto l’acqua. Pico è alta 2350 m,
le falde precipitano in mare e continuano a scendere per altri 1200 m
prima di ricominciare a salire fino a uscire dall’acqua e a raggiungere
la sommità di São Jorge, a oltre 1000 metri di nuovo. Il fondale è
ugualmente tormentato ovunque. Correnti di fondo spazzano i fondali
garantendo una circolazione ottimale delle acque profonde ricche di
nutrienti che assicurano plancton in abbondanza. La mancanza di pesanti
attività industriali e i pochi subacquei che si avventurano al largo
dovrebbero, almeno nei nostri sogni, assicurare pescate da record.
Dobbiamo
prima di tutto fare i permessi di pesca. A Velas, la città principale
dell’isola, andiamo alla Capitania do Porto dove l’ufficiale
incaricato, con un tatuaggio sull’avambraccio che deve rappresentare
l’archetipo dei tatuaggi marini, una sirena con due code e le tette di
fuori, stila le autorizzazioni a praticare la “caça submarina nas
costas das ilhas Faial, Pico e São Jorge”. Costano poco meno di 1700
escudos, circa 16000 lire e valgono per l’anno corrente. Le
regolamentazioni sulla pesca sono abbastanza liberali, l’unica
restrizione sono le cernie: sono assolutamente vietate. Se si viene
sorpresi con una cernia presa sott’acqua sequestrano TUTTO, se sei in
barca sequestrano pesce, attrezzature, barca e motore. Se sei in macchina
sequestrano anche quella. Victor, come proprietario, sottolineerà
chiaramente la proibizione nei giorni a venire. Nessun problema per noi. I
nostri bersagli sono ben altri e si trovano in altre zone.
Le
prime immersioni sono nel lato sud dell’isola, il più riparato dal
vento dominante. Le sensazioni fisiche non sono proprio incoraggianti.
Anche se il tempo sembra essersi parzialmente rimesso l’acqua è fredda.
Dopo il primo giorno passato a tremare infiliamo i bermuda di neoprene
sopra la muta ma nonostante questo e le spettacolose giacche in spaccato
da 5 mm la permanenza in acqua è ridotta. È strano perché le
temperature medie superficiali per luglio dovrebbero essere di 3 o 4 gradi
superiori. L’acqua, anche a causa del vento onnipresente, non è pulita:
una quindicina scarsa di metri di visibilità. In peggioramento. Tutto
questo sottocosta, speriamo che le condizioni altrove, soprattutto sulle
secche, siano diverse…
L’ambiente
subacqueo è fonte invece di tutt’altro entusiasmo. Innanzitutto è
molto Mediterraneo, sembrano pescate autunnali sui banchi al largo delle
coste sardo/siciliane. Tranne che siamo finiti in una macchina del tempo
che ci ha sparati nel Mediterraneo di quarant’anni fa! Innanzitutto
saraghi maggiori dappertutto. Ho in memoria una pescata, sul lato nord.
Fondo poco meno di una ventina di metri, sabbia grigio scuro, compatta.
Roccioni alti 3-4 m, con attorno roccette più piccole. Molta falsa tana.
Tentavo aspetti volanti con il fucile “normale”, lunghe planate in
cerca di pesce di passo: palamite (Sarda sarda) e gli onnipresenti
branchi dei barracuda locali (Sphyraena viridensis). La zona non
era di sicuro ideale, la barca ancorata era ancora lontana e avevo già
freddo per cui l’apnea non era certo al massimo. Ma, raggiunto per
l’ennesima volta un nuovo gruppetto di massi, mentre calavo lentamente
con l’intenzione di tentare un aspetto, un branco di pesci si è
staccato dal fondo e si è alzato verso di me. Saranno stati duecento,
tutti saraghi maggiori, con alcuni esemplari di chiaro formato
vocabolario: vecchi nonni alti e larghi così, con i denti consumati e
gialli, che spiccavano per le loro dimensioni perfino in mezzo a quel
gruppo. Un nugolo di saraghi che lentamente mi è salito incontro, è
disceso sul fondo di nuovo mentre scendevo incredulo, girando la testa qua
e là per vedere tutto quell’incredibile ammasso, mi è rimasto attorno
per la breve apnea concessami dai brividi e mi ha riportato in superficie.
Una branco spesso 3 o 4 pesci, a parete attorno a me, che mi circondava
nuotando lentamente. Una visione che avevo avuto solo qualche volta,
guardando in qualche tana mitica, ma al buio, con gli scintilli dei
fianchi argentati a rivelare la massa di pesce, non un muro come ora! Una
spettacolo da far venire l’infarto ai cacciatori che in Italia
intravvedono solo, ogni tanto, un paio di code scure che schizzano a zig
zag tra i massi del fondo.
E
cernie. Cernie ovunque, ancora di più di come ricordavo nelle prime,
ingenue, pescate nelle acqua di Lampedusa dei primi anni ’70. Cernioni
profondi che ti guardano neri e bovini dai massi sul fondo. Cernie
nocciola in quindici metri d’acqua che in candela alzano e abbassano la
dorsale ma non si muovono. Cernie in 3 metri d’acqua, nei sassoni
accatastato sulla riva, in tane che una bennata cernia mediterranea del
giorno d’oggi non considererebbe nemmeno come tana di passaggio, men che
meno come tana di caccia o addirittura permanente. A volerle prendere
davvero si farebbe una strage. E questa è sicuramente la ragione per cui
ne è proibita la pesca.
Ma,
anche se le cernie non sono mai state uno dei miei pesci preferiti, è
sempre divertente, in mancanza di altre prede più stimolanti, giocare
al cacciatore. Si scende fondi, la “preda” dall’alto, causa
l’acqua sporca, non è visibile. Un tuffo su cinque, nelle zone giuste,
trovi il cernione in candela che ti aspetta. Arrivi sul fondo a 4-5 metri
di distanza e cominci a fare il Gatto Silvestro: avete presente quando,
movendo solo la punta delle dita, avanza in caccia dell’elusivo
canarino? Fucile teso si fa lo stesso con la mano libera. Ci si avvicina
in piena vista fino ad arrivare a tiro. Questo se stai cacciando davvero.
Qui la gara è riuscire ad avvicinarsi il più possibile. Più di una
volta sono arrivato così vicino che ho dovuto appoggiare il fucile sul
fondo perché altrimenti la toccavo con la punta dell’arpione mentre io
ero ancora a più di un metro di distanza. Le apnee, devo dire, diventano
interminabili perché non hai l’adrenalina della caccia ma solo la
necessità di essere il più rilassati, sciolti e meno minacciosi
possibile. Una volta sono arrivato con la mano a 30 centimetri da un
cernione, nero come il tabarro del diavolo, che guardava ME negli occhi, e
non la mano, minaccioso e gonfio dall’avantana. Sono convinto che, anche
se personalmente disapprovo, a trovare qualche polpo vagante riusciresti a
toccarne davvero qualcuna. Tipo le scene un po’ da circo delle cernie di
Lavezzi, per intendersi.
Con
nostro vero dispiacere scopriamo invece che sua scontrosa maestà il
Dentice è completamente assente da queste acque. Peccato peccato.
Américo
pesca invece sottocosta. In Portogallo continentale l’acqua è spesso
sporca per via dell’onda oceanica (ci sono però branzini GIGANTI) per
cui si pesca nella schiuma. È armato di un arbalète europeo, con fusto
da 90 cm in alluminio e mulinello su cui monta il monofilo. Si sta
allenando per la stagione di gare per cui tiene alto il ritmo delle
immersioni, corte le apnee e tende a sparare molto per migliorare
brandeggio e mira. Non scende oltre i 15 metri e svolge un’azione di
caccia variando tra schiuma/agguato e aspetto. Le prede sono le
onnipresenti palamite, i barracuda e anche qualche strano pesciotto che
giura sia buonissimo da mangiare ma dalla sospetta aria di pesce
pappagallo. I carnieri sono però nutriti per cui è una pesca
evidentemente redditizia.
Intanto
il tempo non migliora e le condizioni subacquee continuano a peggiorare
lentamente ma costantemente: acqua sempre più fredda e sempre più
sporca. Per di più sono arrivate le meduse. Branchi di Pelagia
noctiluca, la comune medusa rosa/arancione a quattro tentacoli, in
branchi sterminati, semimorte ma ancora capaci di frustarti ben bene se
non stai attento. L’immersione e l’emersione diventano un labirinto in
cui devi trovare la via d’uscita senza penalità. L’emersione
soprattutto, quando hai, magari, più fretta… Tutti lamentiamo, chi
prima chi poi, qualche tentacolata in faccia, l’unica parte scoperta,
che fa smoccolare per giorni.
Di
banchi al largo non se ne parla. Abbiamo trovato e fissato già nei primi
giorni una bella barca, completamente rifatta dal proprietario, adatta al
Big Game, con cuccette e cucina. Dieci metri di imbarcazione, dovrebbe
essere l’ideale per raggiungere, e magari rimanere (sogno erotico), sui
famosi Banchi. Stiamo costantemente in stand by, in attesa della chiamata
al cellulare che non arriva.
C’è
però una bella secca a tre miglia da Ponta dos Rosais, la punta ovest di
São Jorge. Victor ne parla molto bene per cui decidiamo di tentare la
sorte nonostante il tempo sia al solito brutto, sfidando l’Oceano che
scapola la punta, spinto dal vento di nord. Decido di tentare il tuna gun.
Non so se ci saranno pesci “degni” ma non posso tirare il grilletto
per la prima volta in assoluto con il pesce della vita davanti, no? Già
caricarlo in barca con tutta la sacca è complesso, non parliamo poi di
tirar fuori lui, la “sagola” d’acciaio di 11 m, il galleggiante, il
collegamento tra fucile e galleggiante e montare il tutto: farlo, con la
muta già addosso, in una barca che balla nell’Oceano battuto dalla
pioggia e decisamente mosso non è (eufemismo) facile. Finalmente
sott’acqua.
Prima
buona notizia, il fucilone non è così mostruoso da caricare come temevo.
Ci si mette un po’, è vero, non è certo il fucile da tiri rapidi che
alla bisogna carichi anche sott’acqua per un secondo colpo veloce, ma le
prede sono di sicuro ben diverse. È muscolarmente impegnativo ma basta
sviluppare, come del resto per tutti gli altri fucili, una tecnica. Poi,
nonostante la mole, è decisamente facile da brandeggiare. Disturba invece
un po’ il galleggiante che, pur piatto, tira sopra la testa nel vento e
nelle onde, soprattutto nei frangenti. Probabilmente dovrò allungare il
collegamento ad una trentina di metri.
Mi
hanno raccomandato di sparare con due mani, la seconda a tenere ben fermo
il calcio onde evitare rinculi selvaggi con gran danni alla maschera (e al
naso contenuto) e al polso. Provo a vuoto qualche volta: il fucile scivola
bene in avanti, non tende a “picchiare” come temevo vista la mole.
Probabilmente funzionano egregiamente le zavorre in piombo inserite vicino
al calcio a bilanciare la lunghezza di affusto e asta. Insomma, la
goffaggine di uno strumento nato e pensato per un altro ambiente, così
evidente in aria, scompare in acqua. Comincio a rilassarmi. Funziona!
Intanto
la corrente mi ha portato sul punto segnalato dai giri della barca di
Victor. Non abbiamo osato, giustamente, pedagnare la zona col rischio di
far fuggire proprio le prede che cerchiamo, le più facili da allontanare,
i predatori del blu.
È
un pinnacolo, piccolissimo, col tetto ad una quindicina di metri, che
precipita ai lati in quasi assoluta verticale fino negli abissi.
L’ecoscandaglio segnava, a 20 metri dal picco, già cinquanta metri. Mi
avvicino lentamente nell’acqua scura. Il tetto si vede bene, qui al
largo l’acqua è evidentemente un po’ più limpida. I fianchi però
rapidamente diventano prima verde-grigio poi invisibili. Io cerco di
guardare dappertutto, tentando di individuare qualche sagoma, blusublu,
che scivoli nella penombra. La trepidazione e la tensione sono alle
stelle. Qui non si “gioca” più a pescare. Tutta la pianificazione, il
lungo viaggio fin qui, il fucilone stesso che stringo tra le mani, sono
dei memento al fatto che in un istante può arrivare, e svanire, la
possibilità del vero “mostro” che cerco. Checco è subito dietro di
me, il fucile pronto anche lui. I mesi passati in Australia negli anni
scorsi a pescare “nel blu”, che sottocosta erano solo cari ricordi,
ora improvvisamente hanno tutta la nitidezza di tecniche ben note e da
mettere in pratica con precisione. I primi pesci sono un branco di Encharéu
(Pseudocaranx dentex), un piccolo carangide di massimo 3-5 chili.
Si avvicinano e sciamano via. Siamo sulla verticale del picco, in giro
nulla. Checco scende e tenta un aspetto sulla balza inferiore, sui venti
metri. Non lo si vede chiaramente nell’acqua grigia ma mi sembra che
ruoti la testa, guardandosi attorno: brutto segno. Risale tuttavia
velocemente e fa cenni enfatici con le mani. Le ricciole ci sono! Ha visto
una coppia di Írio (Seriola rivoliana) che però è arrivata da
dietro, dalla parete e non dal largo dove stava puntando il fucile. Sono
belle ma non grosse, sui 20-25 chili.
Non
provo, devo dire, questo grande entusiasmo. Sembra sempre più evidente
che i famosi predatori del blu sono sovranamente assenti. Scendo comunque.
L’aspetto, con tutto questo armamentario, non è pensabile, a parte il
fatto che a venti metri il collegamento galleggiante-fucile è quasi
completamente teso e rende il tutto non solo rumoroso ma anche difficile
per il posizionamento. Scendo in lenta planata a fianco delle pareti, il
tuna gun imbracciato e pronto. Qualche metro sopra la profondità
dell’aspetto di Checco mi livello e smetto di pinneggiare. Scendo
lentamente. Attorno nulla. Pian piano arriva di nuovo il branco di Encharéu
che mi circonda, a rilento. Dietro compaiono adagio lunghe sagome a
siluro: sono i barracuda che sempre pattugliano queste acque. Qualcuno è
decisamente massiccio, certamente oltre i dieci – dodici chili, ma
restano indifferenti, oltre il tiro perfino del mio tuna gun. Degli Írio
nessuna traccia. La risalita è al solito un po’ goffa, il fucilone
pesante e col freno del cavo di collegamento, teso al termine
dell’immersione.
Checco
ridiscende, più fondo. L’aspetto è lunghissimo, da sopra al solito non
si vede quasi niente, poi stende il braccio e spara. Qualcosa ha
certamente preso perché si distingue nettamente la frustata argentea di
una pancia nell’oscurità. Risale senza filare sagola. Non capisco e un
po’ mi preoccupo, sta faticando a tirar su direttamente il pesce a fine
fiato, qualunque cosa sia. Gli vado incontro a mezz’acqua ma sembra
tranquillo e lo seguo fino alla superficie. Continuando a salpare il
sagolino finalmente, con gran spruzzi, l’Írio raggiunge la superficie.
Con abilità consumata Checco gli infila la mano in branchia e lo uccide
con un rapido colpo di coltello. Possiamo finalmente guardarlo. Si vede
che tutto sommato è una ricciola, è solo un po’ più larga di quelle
mediterranee ed è un po’ più bronzea ma ha quasi la stessa testa e ha
soprattutto la stessa coda potente. Checco racconta che l’ha tirata su
di forza perché ha visto anche l’altra e non voleva che questa
sbattesse spaventandola. Erano in mezzo agli Encharéu. Dobbiamo imparare
di nuovo le associazioni di animali. Ogni mare nuovo ha le sue regole. Per
esempio, abbiamo poi scoperto che proprio gli Encharéu, nonostante siano
a tutti gli effetti carangidi (come le ricciole e le lecce), si pescano
anche in grotta. Pare che entrino nelle caverne profonde vicino alla costa
in branchi anche numerosi, col mare mosso, a mangiare i gamberetti che si
rifugiano lì dentro. Si pescano con fucili non lunghissimi ma forniti di
mulinello, e con la pila!
Le
foto all’Írio però le faremo poi, sotto costa, al riparo dal vento e
dall’Oceano che sembra stia ancora montando. Scendo ancora, il fucilone
pronto, ma la sensazione di possibilità di prede eccezionali è svanita.
Restano solo i barracuda, che arrivano ogni volta ma ogni volta più
profondi e più cauti. Tento addirittura un richiamo secondo una tecnica
da mari tropicali. Mi faccio prestare l’oleopneumatico da Checco, prendo
un Encharéu e lo sventro per farne richiamo. Niente. Tutto sembra
sospeso, inchiodato. Gelato. Nemmeno i barracuda, che in acque tropicali
sono così famelici, reagiscono allo stimolo. Ho inutilmente sacrificato
un innocente pesciotto ma era un tentativo da fare.
Basta.
Andiamo via. La secca non ha mantenuto quello che prometteva. Victor è
dispiaciuto e incredulo. Ricorda, e la cosa fa ancora più male, le volte
in cui, con mare calmo, sole e acqua calda (!), già da sopra vedeva i
branchi di Írio a passeggio sul tetto. E più di una volta anche le ombre
azzurre dei tonni. Che nessuno nemmeno tentava di insidiare perché
nessuno qui ha le attrezzature adatte.
E
bisogna dire che i tonni alle Azzorre ci sono. È ancora un posto in cui
sono attive, e produttive, le barche di pesca professionistica del tonno
catturato non con le reti ma con le CANNE, uno per uno! Le ho viste queste
barche nel porto di Velas, nelle numerose pause obbligate dal cattivo
tempo. Sono belle barche moderne, in acciaio, lunghe anche una
quindicina-ventina di metri. Hanno larghi ponti a poppa, grandi vasche per
le esche vive e lunghe rastrelliere con le robuste canne in bambù
ordinatamente accatastate. Fanno impressione i randelli in legno robusto
legati ad ogni postazione per finire il tonno. A poppa hanno anche i tubi
d’acqua sotto pressione per simulare con la “pioggia” il saltare
sull’acqua delle piccole prede frenetiche, un ottimo richiamo per i
tonni. E pescano tutte.
Anche
loro però sono spesso ferme, dicono le informazioni locali, a causa di
questo incredibile e persistente brutto tempo.
Nel
frattempo la situazione subacquea si è a tal punto deteriorata che
l’acqua ha raggiunto a quindici metri i 16 gradi centigradi (a luglio!)
e la visibilità non è ormai superiore agli 8-10 m. Il papà di Victor
ogni volta che ci vede scuote la testa, indica con una mano le
onnipresenti nuvole e mormora “Invierno, invierno”. Non abbiamo
bisogno di conoscere la lingua per la traduzione. Victor conferma, nemmeno
nelle memorie dei più vecchi pescatori si ricorda un luglio così.
Un
giorno proviamo perfino sottocosta. Dietro consiglio di Victor, tentiamo
di catturare il Pesce serra (Pomatomus saltator) che in Italia
avevo preso solo una volta, diversi anni fa, in acqua libera al largo di
Lampedusa. Qui invece bisogna fare attenzione alle onde oceaniche che
arrivano dall’orizzonte con ingannevole lentezza e si schiantano,
improvvisamente bianche e fragorose, furiose, sui massi della costa.
Bisogna sentire il respiro dell’Oceano, il suo ritmo, e quando
improvvisamente si viene abbassati più del normale, dal risucchio della
grande onda che sta arrivando,
bisogna nuotare in tutta fretta verso il largo, guadagnar fondo,
pena l’essere presi e rotolati nell’acqua di colpo impazzita, con le
sagome scure degli scogli che si materializzano di colpo, pericolosamente
vicini, in posizioni tridimensionalmente assurde.
Acqua
bianca, con un sacco di materiale in sospensione, resa ancora più
impenetrabile dalla quantità inverosimile di avannotti - acciughine -
pescetti vari che riempiono totalmente il campo di visione. È una cortina
che si muove all’unisono con le onde, ipnotica sullo sfondo dei massi
scuri immobili. Si pesca con un misto di agguato e di aspetto in poca
acqua, aggrappati a qualunque appiglio (se c’è) sembri solido a
sufficienza da resistere all’andirivieni della risacca. Non abbiamo
pianificato questo tipo di pesca e non siamo attrezzati. Ci vorrebbero gli
schienalini di piombo e fucili più corti ma è giocoforza usare quello
che abbiamo.
Dopo
esser stato rotolato un paio di volte dalle onde che mi avevano nonostante
tutto sorpreso e aver collezionato alcuni lividi degni di futura
attenzione, pesco sul bordo esterno del branco, rivolto al largo,
nell’acqua fonda un metro. Hai un minimo di preavviso perché le
acciughe fanno un buco improvviso dove arrivano i predatori, tipicamente
due o tre esemplari di palamita di grossa taglia, che ti vengono a trovare
sul fondo. Ma è una pesca nervosa, di brandeggio, e il lungo e potente
oleopneumatico, ideale per la grandi prede qui non brilla certo. Ma i
serra che ha preso Victor un chilometro prima, sulla stessa costa, dove
sono?
Checco
è avanti a me e lo sento sparare due o tre volte. A cosa? In un momento
di pausa tiro fuori la testa dall’acqua e vedo il suo boccaglio proprio
nella risacca, molto più vicino di me a riva. Che abbia trovato il
“verso” giusto di ‘sto pesce? Nuoto un centinaio di metri in avanti,
il pesce in quella zona mi aveva già visto e rivisto, studio le onde, e
mi butto a riva in 40 centimetri d’acqua. Sono in mezzo
a migliaia di pescetti che si strusciano, volenti o nolenti, contro
la muta, pressati dai vicini. Al primo aspetto nulla. Al secondo un
fruscio improvviso, nonostante il pur tonante rumore di fondo, mi fa
spostare lo sguardo di colpo sulla destra. Il solito “buco” di
minutaglia mi rivela il muso aggressivo di un serra pasciuto, sui 4-5
chili, che avanza nella mia direzione arrivando da ancora meno acqua. Non
sembra né incuriosito né impaurito. Avanza soltanto. In fretta alzo il
fucile troppo lungo, ruoto il polso, movendo vistosamente la punta. Lui
non sembra reagire, mi passa accanto senza cambiare la velocità. Ora o lo
perdo. E sparo. Alto. Sbagliato. Schizza via. Finalmente riconosce la mia
presenza, penso assurdamente mentre vedo l’asta scendere di coda sul
fondo. I pescetti si sono rinchiusi a sipario dietro la coda del serra,
sta arrivando un’onda grossa e striscio poco dignitosamente verso il
largo a respirare. Ho capito, forse, come funziona. Il tuffo successivo è
poco più avanti, vicino ad un roccione verticale che sbuca a tratti dalle
onde. Altro aspetto precario… eccone un altro, più piccolo, sui 3-4
chili. Sembra indifferente alla strettoia tra me e lo scoglio che lo
obbliga a compiere la sua traiettoria. Passa, indifferente come l’altro.
Sparo. Preso. La reazione è violenta. Le acciughe schizzano via in lunghi
lembi argentati. Strisciando sul fondo, col pesce in mano, mi allontano
dalla turbolenza e lo guardo bene. È un bel pesce, il serra, la testa da
ricciola e la coda da branzino.
Checco
ne ha presi tre, il più bello sui 4-5 chili e conferma che li ha trovati
solo quando è arrivato dove la risacca è più violenta. Victor, e
l’esperienza successiva, confermeranno. I serra alle Azzorre si prendono
in 30 cm d’acqua, quando c’è tantissima minutaglia, sia nella schiuma
quando c’è mare mosso, e allora sono più avvicinabili, sia con acqua
calma, ma allora fanno un giro solo e non tornano. Possono raggiungere
taglie notevoli. Victor parla con tranquillità di catture di pesci da 8-9
chili, con esemplari più grandi fino ad oltre una dozzina di chili.
Surdimensionati, come tutti gli altri pesci delle Azzorre.
Il
mese si trascina, un paio di altre pescate alla secca della Ponta dos
Rosais ma gli Írio sono assenti nell’acqua sempre più sporca. I grandi
barracuda ci sono ancora ma sono sempre totalmente indifferenti. Il lato
nord lo affrontiamo un paio di volte, nonostante l’Oceano mosso ma i
fondali non sono entusiasmanti per le grandi prede: acqua relativamente
bassa, poca tana, nessuna caduta importante. Tante cernie e tanti saraghi
(che non sono minimamente considerati dal punto di vista culinario alle
Azzorre). Gli unici pesci davvero divertenti sono le palamite, presenti in
numero spropositato alle Azzorre. Si trovano in poca acqua, a far da
predatori nella schiuma, a far, insomma, da branzini, assenti laggiù. Si
trovano anche appena il fondale comincia ad animarsi, soprattutto al largo
di Ponta dos Rosais, in branchi giganti, che creano un animato carosello
di forme affusolate a forma (ma non a dimensioni!) di tonno, che nuotano
rapide in larghi circoli. È al solito necessario polso fermo e mira
rapida per prenderne alcune. E, in filetti debitamente puliti, sono
proprio buone.
Conclusioni
finali. La preda top di tutto il mese resterà l’Írio di Checco. A dire
il vero ne abbiamo avvistato un altro, di ben altra taglia, oltre trenta
chili, ma, nell’acqua gelata, ha tentennato indeciso su una rotta
circolare 4 metri davanti al fucile (NON, naturalmente!, il tuna gun) ed
è scomparso lentamente. Il mio pesce più grosso sarà invece un
barracuda di 6-7 chili, non pesato e nemmeno fotografato, preso in aspetto
profondo. Ne avevo catturato uno più grosso perfino in Italia, a
Serpentara. L’unica volta che ho tirato il grilletto del fucilone sarà
la seconda giornata d’uso, su alcune cadute al largo della costa, con
bersaglio un brancotto di Encharéu: ne ho presi due nell’unico colpo,
di 4-5 chili ciascuna, entrambe insagolate. Non un brutto colpo, per il
Mediterraneo. Qui invece balza alla mente l’immagine del cannone per i
passeri.
La
chiamata telefonica per la spedizione ai banchi lontani, tanto attesa, non
giungerà mai. E sì che sui Banchi il pesce è vero che c’è. Abbiamo
incontrato Fernando, un validissimo subacqueo portoghese, che parla un
buon italiano, gentilissimo, che ci ha raccontato, mentre andavamo a
pescare insieme, come lui, l’anno precedente, sui banchi era davvero
riuscito ad andarci. Ci era arrivato con un vecchio barcone un po’
malandato ma aveva trovato con l’ecoscandaglio, con un po’ di
pazienza, il tetto a 30 metri del Banco Princess Alice. Nell’acqua
calmissima si vedevano i branchi di Írio da 50 – 60 chili che
pascolavano in superficie. Sotto, le ombre azzurre dei tonni da oltre un
quintale incrociavano tranquille in mezzo a branchi giganti di mangianza.
Una visione da infarto. Ferma, spegni il motore, ci vestiamo in silenzio.
Nel
momento in cui, mute addosso, fucili pronti, cuore impazzito e occhi pieni
del pesce visto poco prima tentano di accendere il motore per tornare sul
tetto… questo non parte più. E non è ripartito. Punto. Hanno dovuto
spogliarsi (non riesco ad immaginare cosa deve aver provato Fernando…)
attaccarsi al canale 16 del VHF e chiamare aiuto. Che hanno per fortuna
trovato ma che hanno dovuto pagare a caro prezzo per indennizzare una
intera giornata persa al peschereccio che li ha trainati fino in porto.
I
favoleggiati Wahoo, la cui presenza ci è stata confermata da chi li ha
realmente visti, i tonni pinna gialla eccetera, non li vedremo mai.
L’acqua fredda ha certamente rivoluzionato le loro rotte e li ha tenuti
lontani dalle coste. Dulcis in fundo, il brutto tempo allungherà una mano
possente anche per il ritorno, rendendolo di un intero giorno più lungo
per l’annullamento di un volo.
Torneremo?
Riccardo
A. Andreoli