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PescaSub N. 139 - Aprile 2001

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In italiano.

 

Originale, poi trasformato per un articolo pubblicato su PescaSub con il titolo di

“Difficili Azzorre – Quando il tempo ci mette lo zampino”

 

Anno XIV, PescaSub n. 139, Aprile 2001. pg. 34-41

 

Luglio-Inverno alle Azzorre

 

Le Azzorre sono difficilissime, sembra, da raggiungere. Per entrarci ci abbiamo messo due giorni, per uscirne tre. Volo da Venezia fino a Francoforte, tutto bene. Da Francoforte a Lisbona, altrettanto bene. Lì tappa obbligata: i voli per le Azzorre partono solo la mattina dopo.

Appuntamento mancato in aeroporto con Américo, l’amico portoghese, proprio di Lisbona. Comunque riusciamo a contattarlo e ci dà appuntamento all’albergo che ci ha prenotato. Persona conviviale, ci trascina per locali fino a tarda notte in giro per Lisbona vecchia insieme a Cristina, la fidanzata.

La mattina sveglia presto, l’aereo parte alle 9. Il casino dei bagagli si ripete. Ho comprato per cifre irriferibili un “tuna gun” dai maestri californiani. Garantisce un tiro teso fino a 9 metri mandando, laggiù, un’asta di un chilo OLTRE un tonno di almeno una quintalata. Con due aste e ammennicoli-armi segrete varie pesa da solo quasi quanto un bagaglio sui voli internazionali e viaggia dentro ad una sacca da sci da due metri. Visto che un mulinello è improponibile con le bestie sperate, nel bagaglio che mi trascino dietro c’è anche un mega-galleggiante in schiuma poliuretanica ad altissima densità, garantita antischiacciamento così da assicurare costanza di galleggiamento fino a 100 m, dovesse il mostro tirare fin là…

Siamo la favola degli aeroporti. Scusi, lei va alle Azzurre a sciare? Questa è la slitta, vero?

In ogni caso sono bagagli surdimensionati e dobbiamo ogni volta passare per le consegne speciali. Meno problemi qui a Lisbona invece, grazie anche alla presenza di Américo, con le attrezzature “normali”, cintura di zavorra impudentemente agganciata in vita, compresa.

Volo breve, e, finalmente, l’aereo scende… tra la pioggia. L’isola di Pico, un vulcano di oltre duemila metri cui dobbiamo per forza volare a fianco, è completamente invisibile. Creste bianche, cielo basso e grigio, vento. Dobbiamo controllare le date, primo luglio, per essere sicuri di non essere finiti in Novembre. E non sarà l’ultima volta!

La saga del fucilone continua. L’aeroporto è ad una decina di chilometri da Horta e dobbiamo aspettare un pulmino che accolga lui e noi insieme. Prime impressioni, non fa caldo, verde ovunque e ovunque un sacco di mucche (bianche e nere – Svizzera?), case basse, poca gente. Arriviamo al porto di Horta. Dobbiamo fare i permessi per pescare. Alla capitaneria c’è solo un addetto, gentilissimo, che però non può ovviare alle nostre richieste. Appesa alla parete c’è finalmente la carta nautica portoghese dei famosi banchi, la ragione segretamente vera del nostro arrivo fin qui. Banco Princess Alice e Banco dos Açores, nomi fatati per tutti i reali appassionati di Blue Water Hunting, la caccia in acque libere alle prede finali che la pesca subacquea possa permettere. Le carte dell’Ammiragliato Britannico, comprate in Italia a caro prezzo e finora ritenute eccelse per ogni parte del mondo, non sono all’altezza, complice forse anche la sensibile differenza di scala. Comprare quella carta? Spiacenti, qui nell’isola non si trova, forse a Lisbona…

Intanto continua il viaggio. Prendiamo un piccolo traghetto che ci trasporta alla dirimpettaia Pico, poche miglia. I bagagli sono coperti dai prudenti inservienti da ampi teli impermeabili: la pioggia, imperterrita, continua.

Gli azoreani sono tutti realmente di una gentilezza affascinante. A Pico non esiste all’arrivo del traghetto un deposito bagagli dove possa sistemare il tuna gun così aprono apposta per noi l’infermeria. Vaghiamo per il paesino all’inseguimento di un ristorante, ben presente nei ricordi di Américo ma, sembra, non così facile da trovare nella realtà. Anche se la sensazione di poca gente aumenta, per noi stranieri va bene lo stesso: vaghiamo immagati a traino per le viuzze strette e con i ciottoli lucidi di pioggia. La gigantesca montagna che la geografia indica sopra di noi rimane invisibile.

Trovato il ristorante, dramma, è TUTTO occupato da una festa di matrimonio. Tutto? Américo e la gentilezza azoreana fanno il miracolo: ci trovano un posticino in bordo ai convitati. E alla fine riceveremo anche noi una fetta di torta ed uno dei portaconfetti dalla sposa felice. È e rimarrà sul mio comodino, a fianco della casetta bianca e azzurra, ricordo delle Cicladi.

Al porto finalmente ci sono i taxi. E il fucilone colpisce ancora: dobbiamo prenderne due, uno per noi l’altro solo per i bagagli, per l’ultimo tratto di strada, poi ci aspetta il trasbordo via barca alla terza ed ultima isola.

Arriviamo a São Roque do Pico dove, davanti al museo delle attività baleniere, un monumento in scala naturale ci permette di apprezzare le dimensioni, ridottissime!, delle barche a remi con cui i pescatori insidiavano fino a poco tempo fa di i giganti dell’Oceano. Non sempre con esiti favorevoli. Al ritorno vedremo allo Scrimshaw Museum di Horta denti di capodoglio con graffiti mostranti barche simili scagliate metri sopra le onde da code possenti, con le figurine dei vogatori, piccine, a mezz’aria.

Aspettiamo pazientemente l’arrivo della barca di Victor, il nostro barcaiolo per i giorni a venire, che deve superare il canale, una dozzina di miglia, che ci separa da São Jorge, la nostra ultima (finalmente) destinazione.

Mi aspetto una barca di legno, anzianotta e pontata, come quelle che vedo nel porticciolo, e mi preparo ad un viaggio decisamente umido, l’Oceano è rimasto ben ben crestato, ma arriva sparata un nuovissimo Sessa Key West 20 con un fiammante 150 cv.

Senza storia, anche se sobbalzante, il canale e finalmente arriviamo a Manadas dove abbiamo fissato la casa. Con nostro stupore la barca intera viene alata, borse, fucili e tutto, con il verricello pubblico e messa sul carrello: ci seguirà alla casa (bellissima, appena restaurata, con ancora il profumo di vernice fresca) come carrello portabagagli. Siamo arrivati.

 

Rimarremo un mese alle Azzorre per tentare di cacciare anche noi i giganti dell’Oceano. Non ovviamente balene e capodogli ma tonni, sia i più piccoli “pinnagialla” (Thunnus albacares) sia i grandi tonni “rossi” (Thunnus thynnus), e Wahoo (Acanhtocibium solandri) e ricciole giganti (Seriola, con un paio di specie comuni). Informazioni internazionali dicono che i Banchi sono certamente i luoghi migliori ma anche attorno a São Jorge ci sono posti notevoli.

Le Azzorre sono RIPIDE, sia sopra sia sotto l’acqua. Pico è alta 2350 m, le falde precipitano in mare e continuano a scendere per altri 1200 m prima di ricominciare a salire fino a uscire dall’acqua e a raggiungere la sommità di São Jorge, a oltre 1000 metri di nuovo. Il fondale è ugualmente tormentato ovunque. Correnti di fondo spazzano i fondali garantendo una circolazione ottimale delle acque profonde ricche di nutrienti che assicurano plancton in abbondanza. La mancanza di pesanti attività industriali e i pochi subacquei che si avventurano al largo dovrebbero, almeno nei nostri sogni, assicurare pescate da record.

 

Dobbiamo prima di tutto fare i permessi di pesca. A Velas, la città principale dell’isola, andiamo alla Capitania do Porto dove l’ufficiale incaricato, con un tatuaggio sull’avambraccio che deve rappresentare l’archetipo dei tatuaggi marini, una sirena con due code e le tette di fuori, stila le autorizzazioni a praticare la “caça submarina nas costas das ilhas Faial, Pico e São Jorge”. Costano poco meno di 1700 escudos, circa 16000 lire e valgono per l’anno corrente. Le regolamentazioni sulla pesca sono abbastanza liberali, l’unica restrizione sono le cernie: sono assolutamente vietate. Se si viene sorpresi con una cernia presa sott’acqua sequestrano TUTTO, se sei in barca sequestrano pesce, attrezzature, barca e motore. Se sei in macchina sequestrano anche quella. Victor, come proprietario, sottolineerà chiaramente la proibizione nei giorni a venire. Nessun problema per noi. I nostri bersagli sono ben altri e si trovano in altre zone.

 

Le prime immersioni sono nel lato sud dell’isola, il più riparato dal vento dominante. Le sensazioni fisiche non sono proprio incoraggianti. Anche se il tempo sembra essersi parzialmente rimesso l’acqua è fredda. Dopo il primo giorno passato a tremare infiliamo i bermuda di neoprene sopra la muta ma nonostante questo e le spettacolose giacche in spaccato da 5 mm la permanenza in acqua è ridotta. È strano perché le temperature medie superficiali per luglio dovrebbero essere di 3 o 4 gradi superiori. L’acqua, anche a causa del vento onnipresente, non è pulita: una quindicina scarsa di metri di visibilità. In peggioramento. Tutto questo sottocosta, speriamo che le condizioni altrove, soprattutto sulle secche, siano diverse…

L’ambiente subacqueo è fonte invece di tutt’altro entusiasmo. Innanzitutto è molto Mediterraneo, sembrano pescate autunnali sui banchi al largo delle coste sardo/siciliane. Tranne che siamo finiti in una macchina del tempo che ci ha sparati nel Mediterraneo di quarant’anni fa! Innanzitutto saraghi maggiori dappertutto. Ho in memoria una pescata, sul lato nord. Fondo poco meno di una ventina di metri, sabbia grigio scuro, compatta. Roccioni alti 3-4 m, con attorno roccette più piccole. Molta falsa tana. Tentavo aspetti volanti con il fucile “normale”, lunghe planate in cerca di pesce di passo: palamite (Sarda sarda) e gli onnipresenti branchi dei barracuda locali (Sphyraena viridensis). La zona non era di sicuro ideale, la barca ancorata era ancora lontana e avevo già freddo per cui l’apnea non era certo al massimo. Ma, raggiunto per l’ennesima volta un nuovo gruppetto di massi, mentre calavo lentamente con l’intenzione di tentare un aspetto, un branco di pesci si è staccato dal fondo e si è alzato verso di me. Saranno stati duecento, tutti saraghi maggiori, con alcuni esemplari di chiaro formato vocabolario: vecchi nonni alti e larghi così, con i denti consumati e gialli, che spiccavano per le loro dimensioni perfino in mezzo a quel gruppo. Un nugolo di saraghi che lentamente mi è salito incontro, è disceso sul fondo di nuovo mentre scendevo incredulo, girando la testa qua e là per vedere tutto quell’incredibile ammasso, mi è rimasto attorno per la breve apnea concessami dai brividi e mi ha riportato in superficie. Una branco spesso 3 o 4 pesci, a parete attorno a me, che mi circondava nuotando lentamente. Una visione che avevo avuto solo qualche volta, guardando in qualche tana mitica, ma al buio, con gli scintilli dei fianchi argentati a rivelare la massa di pesce, non un muro come ora! Una spettacolo da far venire l’infarto ai cacciatori che in Italia intravvedono solo, ogni tanto, un paio di code scure che schizzano a zig zag tra i massi del fondo.

E cernie. Cernie ovunque, ancora di più di come ricordavo nelle prime, ingenue, pescate nelle acqua di Lampedusa dei primi anni ’70. Cernioni profondi che ti guardano neri e bovini dai massi sul fondo. Cernie nocciola in quindici metri d’acqua che in candela alzano e abbassano la dorsale ma non si muovono. Cernie in 3 metri d’acqua, nei sassoni accatastato sulla riva, in tane che una bennata cernia mediterranea del giorno d’oggi non considererebbe nemmeno come tana di passaggio, men che meno come tana di caccia o addirittura permanente. A volerle prendere davvero si farebbe una strage. E questa è sicuramente la ragione per cui ne è proibita la pesca.

Ma, anche se le cernie non sono mai state uno dei miei pesci preferiti, è sempre divertente, in mancanza di altre prede più stimolanti, giocare al cacciatore. Si scende fondi, la “preda” dall’alto, causa l’acqua sporca, non è visibile. Un tuffo su cinque, nelle zone giuste, trovi il cernione in candela che ti aspetta. Arrivi sul fondo a 4-5 metri di distanza e cominci a fare il Gatto Silvestro: avete presente quando, movendo solo la punta delle dita, avanza in caccia dell’elusivo canarino? Fucile teso si fa lo stesso con la mano libera. Ci si avvicina in piena vista fino ad arrivare a tiro. Questo se stai cacciando davvero. Qui la gara è riuscire ad avvicinarsi il più possibile. Più di una volta sono arrivato così vicino che ho dovuto appoggiare il fucile sul fondo perché altrimenti la toccavo con la punta dell’arpione mentre io ero ancora a più di un metro di distanza. Le apnee, devo dire, diventano interminabili perché non hai l’adrenalina della caccia ma solo la necessità di essere il più rilassati, sciolti e meno minacciosi possibile. Una volta sono arrivato con la mano a 30 centimetri da un cernione, nero come il tabarro del diavolo, che guardava ME negli occhi, e non la mano, minaccioso e gonfio dall’avantana. Sono convinto che, anche se personalmente disapprovo, a trovare qualche polpo vagante riusciresti a toccarne davvero qualcuna. Tipo le scene un po’ da circo delle cernie di Lavezzi, per intendersi.

Con nostro vero dispiacere scopriamo invece che sua scontrosa maestà il Dentice è completamente assente da queste acque. Peccato peccato.

 

Américo pesca invece sottocosta. In Portogallo continentale l’acqua è spesso sporca per via dell’onda oceanica (ci sono però branzini GIGANTI) per cui si pesca nella schiuma. È armato di un arbalète europeo, con fusto da 90 cm in alluminio e mulinello su cui monta il monofilo. Si sta allenando per la stagione di gare per cui tiene alto il ritmo delle immersioni, corte le apnee e tende a sparare molto per migliorare brandeggio e mira. Non scende oltre i 15 metri e svolge un’azione di caccia variando tra schiuma/agguato e aspetto. Le prede sono le onnipresenti palamite, i barracuda e anche qualche strano pesciotto che giura sia buonissimo da mangiare ma dalla sospetta aria di pesce pappagallo. I carnieri sono però nutriti per cui è una pesca evidentemente redditizia.

 

Intanto il tempo non migliora e le condizioni subacquee continuano a peggiorare lentamente ma costantemente: acqua sempre più fredda e sempre più sporca. Per di più sono arrivate le meduse. Branchi di Pelagia noctiluca, la comune medusa rosa/arancione a quattro tentacoli, in branchi sterminati, semimorte ma ancora capaci di frustarti ben bene se non stai attento. L’immersione e l’emersione diventano un labirinto in cui devi trovare la via d’uscita senza penalità. L’emersione soprattutto, quando hai, magari, più fretta… Tutti lamentiamo, chi prima chi poi, qualche tentacolata in faccia, l’unica parte scoperta, che fa smoccolare per giorni.

 

Di banchi al largo non se ne parla. Abbiamo trovato e fissato già nei primi giorni una bella barca, completamente rifatta dal proprietario, adatta al Big Game, con cuccette e cucina. Dieci metri di imbarcazione, dovrebbe essere l’ideale per raggiungere, e magari rimanere (sogno erotico), sui famosi Banchi. Stiamo costantemente in stand by, in attesa della chiamata al cellulare che non arriva.

C’è però una bella secca a tre miglia da Ponta dos Rosais, la punta ovest di São Jorge. Victor ne parla molto bene per cui decidiamo di tentare la sorte nonostante il tempo sia al solito brutto, sfidando l’Oceano che scapola la punta, spinto dal vento di nord. Decido di tentare il tuna gun. Non so se ci saranno pesci “degni” ma non posso tirare il grilletto per la prima volta in assoluto con il pesce della vita davanti, no? Già caricarlo in barca con tutta la sacca è complesso, non parliamo poi di tirar fuori lui, la “sagola” d’acciaio di 11 m, il galleggiante, il collegamento tra fucile e galleggiante e montare il tutto: farlo, con la muta già addosso, in una barca che balla nell’Oceano battuto dalla pioggia e decisamente mosso non è (eufemismo) facile. Finalmente sott’acqua.

Prima buona notizia, il fucilone non è così mostruoso da caricare come temevo. Ci si mette un po’, è vero, non è certo il fucile da tiri rapidi che alla bisogna carichi anche sott’acqua per un secondo colpo veloce, ma le prede sono di sicuro ben diverse. È muscolarmente impegnativo ma basta sviluppare, come del resto per tutti gli altri fucili, una tecnica. Poi, nonostante la mole, è decisamente facile da brandeggiare. Disturba invece un po’ il galleggiante che, pur piatto, tira sopra la testa nel vento e nelle onde, soprattutto nei frangenti. Probabilmente dovrò allungare il collegamento ad una trentina di metri.

Mi hanno raccomandato di sparare con due mani, la seconda a tenere ben fermo il calcio onde evitare rinculi selvaggi con gran danni alla maschera (e al naso contenuto) e al polso. Provo a vuoto qualche volta: il fucile scivola bene in avanti, non tende a “picchiare” come temevo vista la mole. Probabilmente funzionano egregiamente le zavorre in piombo inserite vicino al calcio a bilanciare la lunghezza di affusto e asta. Insomma, la goffaggine di uno strumento nato e pensato per un altro ambiente, così evidente in aria, scompare in acqua. Comincio a rilassarmi. Funziona!

Intanto la corrente mi ha portato sul punto segnalato dai giri della barca di Victor. Non abbiamo osato, giustamente, pedagnare la zona col rischio di far fuggire proprio le prede che cerchiamo, le più facili da allontanare, i predatori del blu.

È un pinnacolo, piccolissimo, col tetto ad una quindicina di metri, che precipita ai lati in quasi assoluta verticale fino negli abissi. L’ecoscandaglio segnava, a 20 metri dal picco, già cinquanta metri. Mi avvicino lentamente nell’acqua scura. Il tetto si vede bene, qui al largo l’acqua è evidentemente un po’ più limpida. I fianchi però rapidamente diventano prima verde-grigio poi invisibili. Io cerco di guardare dappertutto, tentando di individuare qualche sagoma, blusublu, che scivoli nella penombra. La trepidazione e la tensione sono alle stelle. Qui non si “gioca” più a pescare. Tutta la pianificazione, il lungo viaggio fin qui, il fucilone stesso che stringo tra le mani, sono dei memento al fatto che in un istante può arrivare, e svanire, la possibilità del vero “mostro” che cerco. Checco è subito dietro di me, il fucile pronto anche lui. I mesi passati in Australia negli anni scorsi a pescare “nel blu”, che sottocosta erano solo cari ricordi, ora improvvisamente hanno tutta la nitidezza di tecniche ben note e da mettere in pratica con precisione. I primi pesci sono un branco di Encharéu (Pseudocaranx dentex), un piccolo carangide di massimo 3-5 chili. Si avvicinano e sciamano via. Siamo sulla verticale del picco, in giro nulla. Checco scende e tenta un aspetto sulla balza inferiore, sui venti metri. Non lo si vede chiaramente nell’acqua grigia ma mi sembra che ruoti la testa, guardandosi attorno: brutto segno. Risale tuttavia velocemente e fa cenni enfatici con le mani. Le ricciole ci sono! Ha visto una coppia di Írio (Seriola rivoliana) che però è arrivata da dietro, dalla parete e non dal largo dove stava puntando il fucile. Sono belle ma non grosse, sui 20-25 chili.

Non provo, devo dire, questo grande entusiasmo. Sembra sempre più evidente che i famosi predatori del blu sono sovranamente assenti. Scendo comunque. L’aspetto, con tutto questo armamentario, non è pensabile, a parte il fatto che a venti metri il collegamento galleggiante-fucile è quasi completamente teso e rende il tutto non solo rumoroso ma anche difficile per il posizionamento. Scendo in lenta planata a fianco delle pareti, il tuna gun imbracciato e pronto. Qualche metro sopra la profondità dell’aspetto di Checco mi livello e smetto di pinneggiare. Scendo lentamente. Attorno nulla. Pian piano arriva di nuovo il branco di Encharéu che mi circonda, a rilento. Dietro compaiono adagio lunghe sagome a siluro: sono i barracuda che sempre pattugliano queste acque. Qualcuno è decisamente massiccio, certamente oltre i dieci – dodici chili, ma restano indifferenti, oltre il tiro perfino del mio tuna gun. Degli Írio nessuna traccia. La risalita è al solito un po’ goffa, il fucilone pesante e col freno del cavo di collegamento, teso al termine dell’immersione.

Checco ridiscende, più fondo. L’aspetto è lunghissimo, da sopra al solito non si vede quasi niente, poi stende il braccio e spara. Qualcosa ha certamente preso perché si distingue nettamente la frustata argentea di una pancia nell’oscurità. Risale senza filare sagola. Non capisco e un po’ mi preoccupo, sta faticando a tirar su direttamente il pesce a fine fiato, qualunque cosa sia. Gli vado incontro a mezz’acqua ma sembra tranquillo e lo seguo fino alla superficie. Continuando a salpare il sagolino finalmente, con gran spruzzi, l’Írio raggiunge la superficie. Con abilità consumata Checco gli infila la mano in branchia e lo uccide con un rapido colpo di coltello. Possiamo finalmente guardarlo. Si vede che tutto sommato è una ricciola, è solo un po’ più larga di quelle mediterranee ed è un po’ più bronzea ma ha quasi la stessa testa e ha soprattutto la stessa coda potente. Checco racconta che l’ha tirata su di forza perché ha visto anche l’altra e non voleva che questa sbattesse spaventandola. Erano in mezzo agli Encharéu. Dobbiamo imparare di nuovo le associazioni di animali. Ogni mare nuovo ha le sue regole. Per esempio, abbiamo poi scoperto che proprio gli Encharéu, nonostante siano a tutti gli effetti carangidi (come le ricciole e le lecce), si pescano anche in grotta. Pare che entrino nelle caverne profonde vicino alla costa in branchi anche numerosi, col mare mosso, a mangiare i gamberetti che si rifugiano lì dentro. Si pescano con fucili non lunghissimi ma forniti di mulinello, e con la pila!

Le foto all’Írio però le faremo poi, sotto costa, al riparo dal vento e dall’Oceano che sembra stia ancora montando. Scendo ancora, il fucilone pronto, ma la sensazione di possibilità di prede eccezionali è svanita. Restano solo i barracuda, che arrivano ogni volta ma ogni volta più profondi e più cauti. Tento addirittura un richiamo secondo una tecnica da mari tropicali. Mi faccio prestare l’oleopneumatico da Checco, prendo un Encharéu e lo sventro per farne richiamo. Niente. Tutto sembra sospeso, inchiodato. Gelato. Nemmeno i barracuda, che in acque tropicali sono così famelici, reagiscono allo stimolo. Ho inutilmente sacrificato un innocente pesciotto ma era un tentativo da fare.

Basta. Andiamo via. La secca non ha mantenuto quello che prometteva. Victor è dispiaciuto e incredulo. Ricorda, e la cosa fa ancora più male, le volte in cui, con mare calmo, sole e acqua calda (!), già da sopra vedeva i branchi di Írio a passeggio sul tetto. E più di una volta anche le ombre azzurre dei tonni. Che nessuno nemmeno tentava di insidiare perché nessuno qui ha le attrezzature adatte.

E bisogna dire che i tonni alle Azzorre ci sono. È ancora un posto in cui sono attive, e produttive, le barche di pesca professionistica del tonno catturato non con le reti ma con le CANNE, uno per uno! Le ho viste queste barche nel porto di Velas, nelle numerose pause obbligate dal cattivo tempo. Sono belle barche moderne, in acciaio, lunghe anche una quindicina-ventina di metri. Hanno larghi ponti a poppa, grandi vasche per le esche vive e lunghe rastrelliere con le robuste canne in bambù ordinatamente accatastate. Fanno impressione i randelli in legno robusto legati ad ogni postazione per finire il tonno. A poppa hanno anche i tubi d’acqua sotto pressione per simulare con la “pioggia” il saltare sull’acqua delle piccole prede frenetiche, un ottimo richiamo per i tonni. E pescano tutte.

Anche loro però sono spesso ferme, dicono le informazioni locali, a causa di questo incredibile e persistente brutto tempo.

Nel frattempo la situazione subacquea si è a tal punto deteriorata che l’acqua ha raggiunto a quindici metri i 16 gradi centigradi (a luglio!) e la visibilità non è ormai superiore agli 8-10 m. Il papà di Victor ogni volta che ci vede scuote la testa, indica con una mano le onnipresenti nuvole e mormora “Invierno, invierno”. Non abbiamo bisogno di conoscere la lingua per la traduzione. Victor conferma, nemmeno nelle memorie dei più vecchi pescatori si ricorda un luglio così.

 

Un giorno proviamo perfino sottocosta. Dietro consiglio di Victor, tentiamo di catturare il Pesce serra (Pomatomus saltator) che in Italia avevo preso solo una volta, diversi anni fa, in acqua libera al largo di Lampedusa. Qui invece bisogna fare attenzione alle onde oceaniche che arrivano dall’orizzonte con ingannevole lentezza e si schiantano, improvvisamente bianche e fragorose, furiose, sui massi della costa. Bisogna sentire il respiro dell’Oceano, il suo ritmo, e quando improvvisamente si viene abbassati più del normale, dal risucchio della grande onda che sta arrivando,  bisogna nuotare in tutta fretta verso il largo, guadagnar fondo, pena l’essere presi e rotolati nell’acqua di colpo impazzita, con le sagome scure degli scogli che si materializzano di colpo, pericolosamente vicini, in posizioni tridimensionalmente assurde.

Acqua bianca, con un sacco di materiale in sospensione, resa ancora più impenetrabile dalla quantità inverosimile di avannotti - acciughine - pescetti vari che riempiono totalmente il campo di visione. È una cortina che si muove all’unisono con le onde, ipnotica sullo sfondo dei massi scuri immobili. Si pesca con un misto di agguato e di aspetto in poca acqua, aggrappati a qualunque appiglio (se c’è) sembri solido a sufficienza da resistere all’andirivieni della risacca. Non abbiamo pianificato questo tipo di pesca e non siamo attrezzati. Ci vorrebbero gli schienalini di piombo e fucili più corti ma è giocoforza usare quello che abbiamo.

Dopo esser stato rotolato un paio di volte dalle onde che mi avevano nonostante tutto sorpreso e aver collezionato alcuni lividi degni di futura attenzione, pesco sul bordo esterno del branco, rivolto al largo, nell’acqua fonda un metro. Hai un minimo di preavviso perché le acciughe fanno un buco improvviso dove arrivano i predatori, tipicamente due o tre esemplari di palamita di grossa taglia, che ti vengono a trovare sul fondo. Ma è una pesca nervosa, di brandeggio, e il lungo e potente oleopneumatico, ideale per la grandi prede qui non brilla certo. Ma i serra che ha preso Victor un chilometro prima, sulla stessa costa, dove sono?

Checco è avanti a me e lo sento sparare due o tre volte. A cosa? In un momento di pausa tiro fuori la testa dall’acqua e vedo il suo boccaglio proprio nella risacca, molto più vicino di me a riva. Che abbia trovato il “verso” giusto di ‘sto pesce? Nuoto un centinaio di metri in avanti, il pesce in quella zona mi aveva già visto e rivisto, studio le onde, e mi butto a riva in 40 centimetri d’acqua. Sono in mezzo  a migliaia di pescetti che si strusciano, volenti o nolenti, contro la muta, pressati dai vicini. Al primo aspetto nulla. Al secondo un fruscio improvviso, nonostante il pur tonante rumore di fondo, mi fa spostare lo sguardo di colpo sulla destra. Il solito “buco” di minutaglia mi rivela il muso aggressivo di un serra pasciuto, sui 4-5 chili, che avanza nella mia direzione arrivando da ancora meno acqua. Non sembra né incuriosito né impaurito. Avanza soltanto. In fretta alzo il fucile troppo lungo, ruoto il polso, movendo vistosamente la punta. Lui non sembra reagire, mi passa accanto senza cambiare la velocità. Ora o lo perdo. E sparo. Alto. Sbagliato. Schizza via. Finalmente riconosce la mia presenza, penso assurdamente mentre vedo l’asta scendere di coda sul fondo. I pescetti si sono rinchiusi a sipario dietro la coda del serra, sta arrivando un’onda grossa e striscio poco dignitosamente verso il largo a respirare. Ho capito, forse, come funziona. Il tuffo successivo è poco più avanti, vicino ad un roccione verticale che sbuca a tratti dalle onde. Altro aspetto precario… eccone un altro, più piccolo, sui 3-4 chili. Sembra indifferente alla strettoia tra me e lo scoglio che lo obbliga a compiere la sua traiettoria. Passa, indifferente come l’altro. Sparo. Preso. La reazione è violenta. Le acciughe schizzano via in lunghi lembi argentati. Strisciando sul fondo, col pesce in mano, mi allontano dalla turbolenza e lo guardo bene. È un bel pesce, il serra, la testa da ricciola e la coda da branzino.

Checco ne ha presi tre, il più bello sui 4-5 chili e conferma che li ha trovati solo quando è arrivato dove la risacca è più violenta. Victor, e l’esperienza successiva, confermeranno. I serra alle Azzorre si prendono in 30 cm d’acqua, quando c’è tantissima minutaglia, sia nella schiuma quando c’è mare mosso, e allora sono più avvicinabili, sia con acqua calma, ma allora fanno un giro solo e non tornano. Possono raggiungere taglie notevoli. Victor parla con tranquillità di catture di pesci da 8-9 chili, con esemplari più grandi fino ad oltre una dozzina di chili. Surdimensionati, come tutti gli altri pesci delle Azzorre.

 

Il mese si trascina, un paio di altre pescate alla secca della Ponta dos Rosais ma gli Írio sono assenti nell’acqua sempre più sporca. I grandi barracuda ci sono ancora ma sono sempre totalmente indifferenti. Il lato nord lo affrontiamo un paio di volte, nonostante l’Oceano mosso ma i fondali non sono entusiasmanti per le grandi prede: acqua relativamente bassa, poca tana, nessuna caduta importante. Tante cernie e tanti saraghi (che non sono minimamente considerati dal punto di vista culinario alle Azzorre). Gli unici pesci davvero divertenti sono le palamite, presenti in numero spropositato alle Azzorre. Si trovano in poca acqua, a far da predatori nella schiuma, a far, insomma, da branzini, assenti laggiù. Si trovano anche appena il fondale comincia ad animarsi, soprattutto al largo di Ponta dos Rosais, in branchi giganti, che creano un animato carosello di forme affusolate a forma (ma non a dimensioni!) di tonno, che nuotano rapide in larghi circoli. È al solito necessario polso fermo e mira rapida per prenderne alcune. E, in filetti debitamente puliti, sono proprio buone.

 

Conclusioni finali. La preda top di tutto il mese resterà l’Írio di Checco. A dire il vero ne abbiamo avvistato un altro, di ben altra taglia, oltre trenta chili, ma, nell’acqua gelata, ha tentennato indeciso su una rotta circolare 4 metri davanti al fucile (NON, naturalmente!, il tuna gun) ed è scomparso lentamente. Il mio pesce più grosso sarà invece un barracuda di 6-7 chili, non pesato e nemmeno fotografato, preso in aspetto profondo. Ne avevo catturato uno più grosso perfino in Italia, a Serpentara. L’unica volta che ho tirato il grilletto del fucilone sarà la seconda giornata d’uso, su alcune cadute al largo della costa, con bersaglio un brancotto di Encharéu: ne ho presi due nell’unico colpo, di 4-5 chili ciascuna, entrambe insagolate. Non un brutto colpo, per il Mediterraneo. Qui invece balza alla mente l’immagine del cannone per i passeri.

La chiamata telefonica per la spedizione ai banchi lontani, tanto attesa, non giungerà mai. E sì che sui Banchi il pesce è vero che c’è. Abbiamo incontrato Fernando, un validissimo subacqueo portoghese, che parla un buon italiano, gentilissimo, che ci ha raccontato, mentre andavamo a pescare insieme, come lui, l’anno precedente, sui banchi era davvero riuscito ad andarci. Ci era arrivato con un vecchio barcone un po’ malandato ma aveva trovato con l’ecoscandaglio, con un po’ di pazienza, il tetto a 30 metri del Banco Princess Alice. Nell’acqua calmissima si vedevano i branchi di Írio da 50 – 60 chili che pascolavano in superficie. Sotto, le ombre azzurre dei tonni da oltre un quintale incrociavano tranquille in mezzo a branchi giganti di mangianza. Una visione da infarto. Ferma, spegni il motore, ci vestiamo in silenzio.

Nel momento in cui, mute addosso, fucili pronti, cuore impazzito e occhi pieni del pesce visto poco prima tentano di accendere il motore per tornare sul tetto… questo non parte più. E non è ripartito. Punto. Hanno dovuto spogliarsi (non riesco ad immaginare cosa deve aver provato Fernando…) attaccarsi al canale 16 del VHF e chiamare aiuto. Che hanno per fortuna trovato ma che hanno dovuto pagare a caro prezzo per indennizzare una intera giornata persa al peschereccio che li ha trainati fino in porto.

I favoleggiati Wahoo, la cui presenza ci è stata confermata da chi li ha realmente visti, i tonni pinna gialla eccetera, non li vedremo mai. L’acqua fredda ha certamente rivoluzionato le loro rotte e li ha tenuti lontani dalle coste. Dulcis in fundo, il brutto tempo allungherà una mano possente anche per il ritorno, rendendolo di un intero giorno più lungo per l’annullamento di un volo.

 

Torneremo?

 

Riccardo A. Andreoli

 

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