Western
Australia - Shark Bay
Tre
giorni di fuoco e di passione, per Checco e me, e di mare a volontà, con
Greg Pickering, campione di pesca subacquea australiano e membro della
squadra australiana ai campionati del mondo di Apnea, qui in Italia, del
1998.
Lungo
viaggio con al solito la barca a traino nel fuoristrada di Greg. 900
chilometri da Perth, capitale dello stato della Western Australia, sparati
in direzione nord. Stop a 200 chilometri dalla destinazione, nell’ultimo
paese, per comprare 75 chili di ghiaccio tritato per le casse frigorifere.
Arrivo
a notte, ore dopo il rapido tramonto australiano e sistemazione in
“bungalow”, recita la scritta del campeggio. In realtà vecchie e
scassate roulotte, ballonzolanti incerte sulle ruote ad ogni movimento
degli occupanti. Ma nel campeggio c’è, lusso sfrenato per gli standard
dei viaggi di pesca australiani, la doccia calda.
Primo
giorno.
Mattino.
Sveglia “tardi”, poco dopo l’alba invernale (a luglio siamo in pieno
inverno) e rapida uscita per procurarsi qualcosa da mangiare per la
giornata: frutta e un paio di panini. Varo della barca di Greg allo
scivolo di Denham, una volta famosa per avere la via principale,
l’unica che c’è, pavimentata con madreperla (in realtà i residui
della sua lavorazione). E naturalmente famosa tutt’oggi per gli squali.
In ogni pub si trovano gigantesche mandibole di squalo tigre, alcune così
vecchie da essere brune, e foto ingiallite di catture mostruose appese
alle pareti.
Greg
avverte, quasi scusandosi, “oggi non pescheremo molto, è il primo
giorno e siamo stanchi dopo il viaggio. Torneremo un po’ prima.”. O.K.
per noi. Secondo l’uso australiano ci si veste già in muta prima di
salire a bordo, qualunque sia il tragitto. Al solito la vestizione è un
po’ uno shock, al freddo alla mattina. Le mute per fortuna sono
asciutte. Partiamo. Dobbiamo fare 25 miglia di mare prima di raggiungere
il luogo di pesca.
Siamo
in una gigantesca laguna interna, centinaia di chilometri
quadrati di laguna, che dobbiamo attraversare prima di raggiungere
l’Oceano. C’è maretta e vento contro e dopo poco, bagnati dagli
spruzzi e investiti dal vento, si sente ben bene il freddo. Sembra una
nostra pescata novembrina. Le mani sono intirizzite e bisogna ricorrere ad
una giacca a vento supplementare sopra alla muta. Il novanta cavalli fa il
suo dovere però e dopo poco più di un’ora viriamo per imboccare il
canale che porta fuori, nell’Oceano. In secca, sulla barra di sabbia a
dritta, rovesciata su un fianco, c’è una barca da pesca in legno
incagliata e con la chiglia sfondata. Chissà le storie che potrebbe
raccontare...
La
lasciamo dietro di noi e ci dirigiamo a destra verso Surf Point, una
parete verticale di roccia di un’ottantina di metri che cade a
perpendicolo per venti e passa metri in acqua. È la punta sud della Dirk
Hartog Island, dal nome del marinaio olandese che lasciò nel 1616 una
targa, prova della prima presenza europea in Australia.
Dobbiamo
andare abbastanza lontano ad ancorare perché l’Oceano è tutto fuorché
calmo e l’onda di andata, che si schianta contro la parte e rimbalza
furiosamente indietro, sbatte contro la montante onda successiva, creando
una superficie a picchi piramidali improvvisi, con schizzi di schiuma
verticali e ondeggiamenti impazziti e violenti in tutte le direzioni.
Appena scesi dalla barca, sotto c’è il blu. L’acqua non è
pulitissima, il fondo, oltre i venti metri, è invisibile. Vengono ad
accoglierci subito un paio di Bronze Whaler (Carcharinus brachyurus), squali elencati come “dangerous” nei
cataloghi dei pesci australiani. Arrivano sparati, virano in velocità e
scompaiono di nuovo. Bisogna andare a pescare più vicino alla costa.
Primi
tuffi. Un brancotto di sparidi, simili alle nostre orate, mi viene
interessato incontro. Li guardo ma non sparo. È sempre una lotta, per
Checco e me, scoprire tra tanti pesci quali sono i “buoni”. Questi avrebbero potuto esserlo, ma non si sa mai. E poi io voglio i grandi
pesci, non quelli solo buoni da mangiare. Greg da sopra guarda. Poi mi
dice che erano davvero pesci pregiati, red snapper (Chrysophrys auratus). Peccato, ma non sono molto dispiaciuto, anche
se i successivi tuffi dimostrano la reale difficoltà nel catturarli.
Pesci schivi, sono difficili da avvicinare. Probabilmente sono anche
infastiditi: quando un’onda più forte si schianta contro la roccia,
rimbalza indietro con un ruggito in una coltre bianca spessa un paio di
metri, investendo e facendo ruotare chi è in superficie e riducendo a
zero la visibilità. Greg, come al solito pesca benissimo e prende alcuni
Spanish Mackerel (Scomberomorus commerson), uno dei migliori “pesci buoni”. Niente
di eccezionale però. Non è molto soddisfatto. Io oggi, per ragioni
ignote, pesco malissimo. Non sono concentrato, decido tardi se un pesce lo
voglio prendere o no e quindi sparo al limite, quando il pesce sta già
andando via. Spesso decido di non prenderlo perché, mah, perché è
piccolo, è messo male, ne ho
visto uno più grande e non gli ho sparato tre tuffi prima… insomma una
giornata no. Checco invece non sembra avere problemi. Inanella una cattura
dopo l’altra, alcuni snapper, diversi carangidi.
La
situazione tuttavia si deteriora molto presto. Gli squali, presenti in
numero sempre maggiore, si fanno via via più aggressivi. Cominciano a
partire in frenesia da cibo con regolarità appena un pesce è sull’asta
e inizia a dibattersi.
Prima
Greg, poi sia io sia Checco perdiamo un pesce sbranato sull’arpione. NON
è divertente. Tu sei lì che tiri come un indiavolato contro un pesce che
sbatte pazzamente, cercando di tirarlo vicino a te il più possibile il più
in fretta possibile, un occhio a lui ed uno a 360 gradi agli squali sempre
più nervosi, fino a che uno più aggressivo rompe l’accerchiamento e
schizza a tutta velocità (che è tanta, quando è all’attacco) contro
il pesce, spalanca la bocca e lo azzanna. Immediatamente si torce come un
forsennato, sbatte il testone e strappa un pezzo del pesce. Altrettanto
immediatamente, partito il primo, partono tutti gli altri in circolazione,
sia quelli che vedevi sia tutti quelli che non vedevi ma che erano nelle
pieghe della cortina blu dell’Oceano, nascosti dall’acqua sporca ma
evidentemente in contatto con gli altri e pienamente consci di quello che
ti succedeva. E già questo, quando ti capita di pensarci, è
preoccupante. Il branco di colpo è composto di grigie forme affusolate
che schizzano a tutta velocità contro qualunque cosa si muova. Il pesce
innanzitutto, che viene fatto letteralmente a pezzi in pochi secondi da
due, tre o, se è grosso, anche più squali, in un gomitolo di sagome
sinuose, di code sferzanti e di molli gole bianche che nascondono
completamente l’orgia. Contro altri squali nelle tipiche puntate
aggressive degli squali che cercano di intimorire i compagni di branco per
mangiare ancora, di più. Contro il pescatore che a questo punto ha come
unica difesa un atteggiamento aggressivo e un fucile scarico. E, si spera,
la testa a posto. Scappare in queste condizioni NON è una buona idea. Lo
è invece allontanare il centro dell’attenzione del branco impazzito,
lasciando filare la sagola con quello che rimane, se ne rimane qualcosa,
del pesce. A Greg, hanno addirittura azzannato la sagola stessa,
tranciandola di netto e facendo precipitare asta, pesce e gruppo frenetico
di squali sul fondo. Tutto dura istanti, mai più di trenta secondi di
pazza frenesia e di batticuore. Poi, quasi di colpo, finito il pesce, in
una nuvola di sangue che si diluisce lentamente, il palcoscenico riprende
l’aspetto di prima dell’attacco. Più o meno. Gli attori sono un po’
più numerosi, un po’ più nervosi e nuotano un po’ più velocemente
di prima. Si può ricominciare a pescare, o a recuperare l’asta
abbandonata sul fondo nel caso di Greg. Fino alla prossima preda.
Dopo
un po’ non si riesce a portare su nessun pesce, la situazione comincia a
diventare obiettivamente pericolosa e decidiamo di mutuo consenso di
abbandonare. Ci spostiamo un po’ più dentro, nel canale che collega la
laguna all’Oceano. Greg parla di una roccia che chiama, per ignote
ragioni, Monkey Rock (roccia delle scimmie?), uno scoglietto tondo e
minuscolo a diverse centinaia di metri dalla costa dove nessuna scimmia
avrebbe mai potuto metter coda. Il canale profondo è vicino, dice, e ci
sono sul bordo grandi caverne dove è possibile trovare anche pesci di
fondo. Come al solito, O.K. per noi. Avvicinandoci a Monkey Rock vediamo
una barca ancorata con qualcosa galleggiante a pelo d’acqua a poppa e un
subacqueo (rara vista in Western Australia) vestito. Gli occupanti ci
fanno cenno di avvicinarci. Sono un team di fotografi del National
Geographic Magazine americano che, bontà loro, non hanno trovato nessun
posto migliore nel mondo che questo per venire a fotografare i grandi
Squali Tigre. Ci avvertono gentilmente che per richiamarli hanno un paio
di pecore sgozzate legate a poppa e che di conseguenza è pericoloso
immergersi nelle vicinanze. “Loro” hanno pronta una bella gabbia, il
“qualcosa” galleggiante a poppa.
Greg
imperturbabile li ringrazia… e ancora a cinquanta metri. Dopotutto la
caverne sono qui sotto, spiega.
Nuota
un po’ in superficie, cerca evidentemente un punto, poi si immerge e
risale un paio di minuti dopo con un bellissimo Mulloway (Argyrosomus hololepidotus) di oltre una dozzina di chili, il
corrispettivo australiano del nostro Boccadoro (Argyrosomus regius). In pratica una corvina gigante, dorata. Pesce
magnifico. Checco schizza in acqua alla ricerca del resto del branco
avvistato da Greg, e ne prende un altro prima che il branco
definitivamente si volatilizzi.
Qui,
pescando a fondo e non più nel blu, vediamo finalmente in tutto lo
splendore la barriera corallina e i suoi occupanti. Improvvisamente come
un sipario gli onnipresenti pescetti colorati si abbassano e da sotto,
dalle caverne, compare veloce una cernia che è poco definire gigantesca.
È certamente più lunga di me e ha il diametro di una botte. Potrebbe
tranquillamente pesare 200-300 chili e non è ancora completamente
cresciuta, la piccina. È una Queensland Groper (Promicrops
lanceolatus) e a pieno sviluppo può raggiungere i quattro metri. Si
lascia ammirare galleggiando ad un metro dai coralli, occhieggiando però
attenta i carangidi che catturiamo. Non c’è il minimo dubbio che,
nonostante la sua aria sorniona, sia un predatore in caccia.
Dopo
il primo momento di ammirazione incantata, schizzo in barca e afferro la
Nikonos. Non c’è nessuno intorno per poterla fotografare con un umano
di sfondo, a rendere giustizia delle sue dimensioni, ma scatto lo stesso.
Per dare un’idea, i “pescetti” attorno a lei nella foto sono
carangidi di almeno due o tre chili…
Vaghiamo
a lungo poi decidiamo di chiudere la giornata, abbiamo ancora più di
un’ora di viaggio di ritorno. Torniamo alla barca e troviamo la
sorpresa. Il Mulloway di Checco, appeso al solito alla catena d’acciaio
legata sotto il galleggiante collegato a poppa della barca è ridotto alla
sola testa. Qualcosa di grande l’ha azzannato da dietro e con un solo
morso l’ha decapitato, portandosi via tutto il corpo al di sotto delle
branchie. Peccato!
Il
ritorno ci mostra, nell’acqua ora calmissima, branchi di delfini che
giocano in tre metri di fondo. Si vedono benissimo nella luce radente del
tramonto i corpi e le ombre che volano gemelli sulla sabbia bianca.
Secondo
giorno
Sveglia
a buio nella roulotte che oscilla al movimento di Greg che scende dal
letto. Un boccone ingurgitato in fretta, comprato il giorno prima, non ci
fermiamo ad indugiare, oggi, e scrolliamo le mute appese speranzosamente
fuori dalla roulotte ad “asciugare”. È inverno però, la rugiada ha
ben ben ricoperto tutte le superfici esposte. Di asciutto non c’è
nulla. Per fortuna le nuove spettacolose mute in spaccato e titanio non si
inzuppano come le foderate e soprattutto necessitano di uno strato di
talco per indossarle. Basta quindi abbondare e il grosso della sensazione
di umido svanisce. Greg mette la sua mimetica in spaccato con una
soluzione di acqua e sapone. È stoico e non dice nulla, ma le sensazioni
non devono essere piacevolissime a giudicare dai sobbalzi quando la muta
bagnata tocca zone particolarmente sensibili. E calde. La vestizione è
come il giorno prima allo scivolo ed è appena chiaro quando ci stacchiamo
dal moletto.
La
giornata si presenta magnifica. Il vento è assente, la laguna è
calmissima, appena striata da qualche refolo passeggero. I delfini si
vedono saltare da lontano, minuscole sagome arcuate, un istante
incastonato nella luce dell’alba. Asciutti, non abbiamo oggi bisogno
della giacca a vento anche se andiamo più veloci. Virata alla boa che
porta al canale di uscita nell’Oceano e consultazione. Se è calmo, dice
Greg, possiamo osare le
Zuytdorp Cliffs e pescare in pieno Oceano. È raro riuscirci. Lo swell,
l’onda di risacca oceanica, arriva qui con una rincorsa che comincia in
Sud Africa, non incontra nulla che la freni se non qualche relitto
galleggiante e si schianta contro le pareti verticali con costante
cattiveria. Al solito, O.K. per noi. Virata a sinistra e usciamo dal
canale.
La
situazione oggi è “tranquilla”, sempre secondo l’interpretazione
australiana, ma la superficie, durante il viaggio di
quattro o cinque miglia, è ben ben agitata. La base delle Cliffs
(scogliere) è frammentata dall’urto costante dell’Oceano ed è a
tratti traforata. Un’onda più massiccia delle altre ogni tanto si
schianta sulla base e, imprigionata improvvisamente contro una parete di
roccia che non cede, spinta da tutto il peso delle tonnellate d’acqua
delle onde che la seguono e che ancora si precipitano in avanti, incontra
una improvvisa via di sfogo in una fessura che porta verso l’alto. Si
slancia allora verso il cielo in uno schizzo di spuma alto diverse decine
di metri che riluce bianchissimo contro le rocce, rimane in bilico un
istante e crolla con uno scroscio su sé stessa, provocando sott’acqua
un’onda di bollicine minuscole che si allarga velocissima per metri,
rendendo la visibilità nulla.
Ancoriamo
obbligatoriamente al largo. L’acqua è un po’ più limpida di ieri, il
fondo di sabbia, a circa venticinque metri, si riesce ad intravedere.
Dobbiamo avvicinarci alla parete, schivando le ondate di ritorno e i
fiotti di bollicine. Brancotti di carangidi vagano attorno e ne catturiamo
un po’. Arriva di colpo anche un branco di tonnetti di taglia
interessante. Coloratissimi, con una doppia striscia gialla fluorescente e
azzurro neon, qui li chiamano Rainbow Runner (Elegatis
bipinnulata), qualcosa come corridori dell’arcobaleno. Sparo a uno
dei più grossi, sui 6-7 chili, in testa al branco, mentre mi mulinano
intorno a tutta velocità. Prontamente mi srotola metà mulinello.
Litigando un po’, ma lavorando velocemente per evitare le prime puntate
interessate degli squali, riesco ad afferrarlo e a portarlo alla boa.
Checco mi fa segno di incertezza ondulando la mano. Sì lo so che non è
un pesce “buono” ma a me piace un sacco il Blue Water Fish (pesce,
letteralmente, d’acqua blu, nel senso di acque libere) per cui va bene
lo stesso. Scoprirò a fine giornata che, a detta di Greg, poteva essere
un possibile record. Dieci minuti più tardi, tornando alla barca, non lo
trovo più, mangiato da qualche squalo di passaggio. Peccato!
Ogni
tanto passa muscolosa una coppia di Giant Trevally (Caranx ignobilis) che ci guardiamo bene dal disturbare. Sono pesci
anche di una cinquantina di chili con un temperamento vulcanico quando
arpionati e una forza motrice degna di una vaporiera. Non sono comunque
pesci “buoni” per cui non vale la pena di rischiare danneggiamenti o
perdite di attrezzature qui insostituibili (abbiamo avuto qualche
precedente scontro alquanto “didattico”…). Pesci dignitosi,
incrociano tenendoci d’occhio prima di svanire.
I
bei Red Snapper del giorno prima sono presenti sul fondo in quantità e
Checco si lancia nella cattura. Non è facile avvicinarli, bisogna
calcolare con attenzione la deriva della corrente: se sbagli direzione
plani inutilmente fin sulla sabbia senza risultati. Naturalmente
l’aspetto è impensabile. Lo swell è tale che tentandolo, più per amor
di firma che altro, anche a venticinque metri dalla superficie si viene
sballottati malamente. Bisogna quindi svolgere un’azione di caccia a metà
tra la caduta e l’aspetto a mezz’acqua, planando indifferenti fino a
che un pesce non schizza improvvisamente incuriosito fuori dal branco. Il
tiro è sempre difficilissimo perché è quasi sempre dall’alto, con un
bersaglio ridotto. Checco però sfrutta magistralmente il brandeggio del
Cyrano 110 e inanella catture su catture. Io vagolo cercando altre prede
importanti. Capito nei dintorni di Greg e gli vedo fare una cosa secondo
me impressionante. Prende fiato per una normale immersione. Scende
lentissimo, planando e guardandosi attorno. Arriva a quindici, diciotto
metri e si mette in verticale, pinneggiando lentamente, con il fucile
imbracciato a metà fusto, un occhio agli squali ed uno alle potenziali
prede. Rimane lì un bel po’. Sono già impressionato quando comincia a
risalire, lento. Qualche colpo di pinna poi, di colpo, guardandosi
attorno, deve aver visto qualcosa che io, dalla superficie, non vedo,
perché interrompe la risalita, si volta e ridiscende! Fatto da un
qualunque altro mortale lo definirei un errore e sarei già preoccupato.
Lui invece estende lentamente il fucile, a braccio testo mira qualcosa in
una fessura a contatto con il fondo, esita un attimo, prende evidentemente
meglio la mira e spara. Vedo il sagolino estendersi nella frustata dei
massicci elastici e l’asta (due metri) scomparire quasi totalmente nella
fessura. Tiro il fiato. Risalirà adesso, penso. Il pesce è preso, filerà
sagolino e verrà su a prender aria. Nossignore. Tranquillissimo scende
ancora, entra nella “fessura”, che evidentemente è più grande di
quello che sembrava da quassù, armeggia, vedo la coda dell’asta
comparire, si allunga tutto e afferra evidentemente il pesce perché lo
vedo scosso dalla sforzo di contrastarne la reazione, poi, sempre
tranquillamente, stringendo il pesce alza lo sguardo verso la superficie e
comincia a risalire. IO, sono senza fiato. Lui risale sorridendo. In
superficie mi mostra contento il pesce, quasi otto chili, dice che è un
Western Australian Jewfish (Glaucosoma
hebraicum), molto raro così a nord. Lo si trova più o meno
comunemente nei dintorni di Perth, quasi mille chilometri più a sud, e da
mangiare è buonissimo!
Mi
sposto più al largo, sempre sperando in qualche pesce da sogno. Non tanto
segretamente spero nel magnifico pesce vela. Un paio di settimane prima ne
era passato uno gigante a 200 metri da dove pescavo ed era stato visto da
un compagno di pesca. Non aveva potuto spararci perché in quel momento
impegnato in un’eruzione di squali…
Lunghe
planate in mezzo agli onnipresenti pesciotti colorati. Improvvisamente
vedo a mezz’acqua qualcosa che sembra uno Spanish di buona taglia, una
ventina di chili. Niente di eccezionale ma un bel pesce comunque. Gran
fiato, veloce, e scendo. Faccio finta di ignorarlo e mi metto su una rotta
che convergerà sulla sua una ventina di metri avanti. Il fucile è nella
sagoma del corpo, non lo sto guardando che con la coda dell’occhio, la
testa girata verso il basso per non far scintillare l’“occhio”, la
maschera. Lui mi guarda, molto poco incuriosito e accenna ad una vaga
virata per venirmi a vedere. Io rispondo allontanandomi ancor più dalla
sua, nuova, rotta. Adesso sono più vicino e lo vedo bene. Il corpo è
affusolato, più di uno Spanish, molto più chiaro, la coda è perfino più
grande di quella dello Spanish, è, deve essere, un Wahoo (Acanthocybium solandri). Mai visto dal vero, solo dalle immagini. So
solo che è anche più difficile dello Spanish, meno incuriosibile e molto
più facilmente spaventabile. In effetti la nostra rotta sta già
divergendo. Io, assolutamente immobile e ormai nella zona di negatività,
anche se orizzontale, continuo a scendere. Il fondo, a circa
venticinque metri, è ora molto vicino. Tento una timida pinneggiata
direzionale, appena appena le caviglie, e già lui si allontana. È al
limite del tiro per il mio oleopneumatico, anche se ben pompato. Ci
vorrebbe uno dei mostri australiani. Il momento della verità si avvicina
velocemente, scandito dal battito rallentato del mio cuore. Lui, quasi
immobile, scivola via, sempre scendendo. Si allontana, se ne va,
improvvisamente realizzo. Senza più tempo né opzioni a disposizione
tento il tutto per tutto, do due pinneggiate brusche, accelero, mi allungo
tutto, ruotando il corpo fino a quel momento parallelo al Wahoo e sparo.
Preso! In centro corpo. Mamma! Basso. È troppo basso. Non faccio in tempo
a farmi balenare questi pensieri in mente che il pesce non nuota via,
semplicemente scompare dalla visuale. Il mulinello srotola a tutta velocità
i suoi cinquanta metri di
sagolino bianco e io accenno a risalire. I metri sono tanti…
Ora,
intendiamoci, una volta sono addirittura riuscito a scottarmi la mano,
sott’acqua e coperta dal guanto, cercando di frenare il mulinello che si
srotolava troppo in fretta con l’altra estremità attaccata ad un tonno
corposo che pesava oltre il triplo di questo pesce. Qui non riesco nemmeno
a toccarlo, il mulinello, che la sagola di colpo finisce e vengo
strattonato in avanti come se dall’altra parte ci fosse improvvisamente
un motoscafo. Se per lunga abitudine non avessi ben stretto il fucile
l’avrei perso immediatamente. Il cappuccio mi si dilata di colpo sotto
la trazione e una secchiata di acqua gelata mi entra nella muta. Il
boccaglio di colpo scompare dalla sua solita posizione a sinistra e lo
ritroverò poi tastando convulsamente dietro la nuca. Il traino è tale
che se non tenessi il viso perfettamente dritto la maschera mi verrebbe
strappata. L’unica cosa che riesco ad accennare è irrigidire e angolare
il corpo verso la superficie, come un alettone. In superficie. La
respirazione è un’avventura, il boccaglio non c’è più, devo alzare
il viso, cercando di superare la schiuma delle onde prodotte dal mio
forsennato movimento. Non c’è nemmeno da pensarci a lavorare il pesce.
Riesco solo a respirare a tratti, affannosamente, stare attaccato al
fucile e preoccuparmi di dove mi tirerà ‘sta locomotiva e per quanto
tempo. Per fortuna di squali non ne vedo, per quel poco che riesco a
vedere sott’acqua. In un momento di lucidità, in superficie, riesco ad
arrotolare un paio di volte la sagola sulla canna del fucile per evitare
che la trazione si scarichi solo sul mulinello.
Per
fortuna è partito controcorrente, vedo la barca ancorata sfilare a
sinistra. Lo perdo, lo so che lo perdo. Sta tirando troppo, è preso in
pancia. Non tiene. Lo perdo. Cerco di essere il più idrodinamico
possibile, ho finalmente, brancicando, trovato il boccaglio e riesco a
ragionare in maniera più lucida. Improvvisamente compie una grande virata
e dà un po’ di bando alla sagola. Cercando di tenere costante la
pressione recupero speranzosamente. I guanti nuovi, regalo di Checco,
hanno un grip eccezionale e riesco a guadagnare tre o quattro bracciate.
Poi lui cambia ancora rotta e non riesco più a tenere la presa. Siamo da
capo, anzi peggio perché le volte del sagolino sulla canna se ne sono
andate e tutto il tiro si scarica sugli anelloni, surdimensionati e inox
per fortuna, che legano il mulinello al fucile. Lo perdo. Sicuro. Litania
a metà tra lo scaramantico e la preparazione alla più o meno inevitabile
realtà.
Il
sagolino si perde davanti, dritto nell’orizzonte altalenante delle onde
viste da sotto, nascosto a tratti dalla schiuma.
Lui,
il Wahoo, non l’ho più visto da quando gli ho sparato, ormai più di
cinque minuti fa. Il cambio di rotta e l’imbando si ripetono. Riesco a
recuperare. Ho in mano gugliate di sagolino, attento a non rimanere
accalappiato. Il fucile galleggia in superficie, da qualche parte dietro,
nella scia.
Nei
vagabondaggi non so più dove sono per cui è con stupore che vedo
qualcosa di bianco e dritto comparire davanti. È la cima dell’ancora!
Siamo tornati indietro. Con una mano tengo disperatamente il sagolino, con
l’altra cerco di recuperare l’imbando del fucile dietro. Troppo tardi.
Di colpo sento che si arresta. Si è incastrato nella cima. Il cavetto,
improvvisamente teso, mi viene strappato dalle mani. Lo perdo. Adesso è
sicuro davvero. Ha un punto fermo su cui fare leva e strapperà tutto. Con
una ferita in pancia andrà a morire in bocca al primo squalo. Peccato.
Peccato. Tento l’ultima possibilità, è un rischio ma... Mollo tutto,
tanto il pesce sta tentando di disancorare la barca, nuoto a razzo in
superficie e raggiungo la cima dell’ancora. Disincastro con rabbia il
fucile e tiro il sagolino di nuovo. Nessun peso. Lo sapevo. È andato.
Parolacce. Tiro ancora. Improvvisamente sento un peso dall’altra parte
ma nessun tiro. Mah! Tiro più in fretta e di colpo vedo qualcosa sotto di
me. Il baluginare di una pancia. Il pesce viene su piatto, morto. Ormai in
incredulo orgasmo scendo e gli metto le mani in branchia. È mio! Risalgo
estenuato. La barca è vicina (ma no), la corrente mi ci sta portando.
Questo non mi fido a metterlo nella boa e a lasciarlo in acqua, cerco di
metterlo a bordo. È troppo pesante e non riesco con un braccio solo a
farlo scivolare sopra la falchetta. Allora salgo a bordo, tenendolo con un
braccio in acqua e poi mi inarco e riesco, affannato, a farlo scivolare
dentro. Come tocca il plancito l’asta, malamente piegata, tintinna e si
stacca. Mi siedo. Ho il fiatone, la testa leggera ma ho finalmente il
tempo di guardarlo.
È
magnifico. La coda gigante è come in tutti i pelagici carenata. Non ha le
mandibole pesanti dello Spanish e nemmeno le sue zebrature, è un
ininterrotto, idrodinamicissimo siluro argento lucido. Nelle foto sarà
impossibile evitare la “specchiatura” ma è fantastico, un vero pesce
da Blue Water. Sono felicissimo!
Intanto
Greg e Checco pescano sempre Snapper. Io devo cambiare asta, ben storta, e
spostare l’arpione maxi (fatto apposta da un amico australiano il giorno
prima della partenza) da un’asta all’altra e ravvoltolare
ordinatamente tutto il sagolino.
Finalmente
entro in acqua. Riesco a malapena ad avvicinarmi che sono immediatamente
spettatore di un’azione di caccia un po’ convulsa ma notevole. Di
colpo dalla cortina blu dell’Oceano compare una dozzina di forme a
siluro che si gettano a razzo nella mischia: sono tonni pinne gialle di
una ventina di chili che incrociano alla consueta folle velocità dei
tonni all’attacco. Greg con una fucilata magistrale riesce a passarne
uno che immediatamente impazza a velocità ulteriormente accresciuta. Gli
squali evidentemente considerano il tonno pesce prelibato perché partono
anch’essi a missile cercando di afferrare il pesce ferito, costretto a
circoli sempre più stretti dalla sagola salpata dal pescatore. In pochi
momenti di tensione e di corpi guizzanti Greg riesce a stringere il pesce
al petto. È fatta, penso. Per nulla. Incredibilmente il tonno sguscia
dalle mani brancolanti di Greg e ricomincia a nuotare come un forsennato.
Gli squali impazzano. Checco, cercando di difendere il pesce e conscio che
il suo fucile, in minima, come è già successo, non riesca a passare la
spessa pelle dello squalo, si caccia in mezzo e proprio mentre uno squalo
più aggressivo riesce a raggiungere la coda falcata del tonno e ad
azzannarne le due estremità gli spara. In pancia.
L’arpione
penetra! Sott’acqua gli vedo fare istintivamente UH??? prima di venire
trascinato via dallo squalo che ora nuota a tutta velocità per scappare.
Riesce a filare mulinello e a risalire ma viene trascinato via dal teatro
dell’azione. Mentre lo inseguo per aiutarlo, con la coda dell’occhio
vedo che la fucilata di Checco ha risolto la situazione. Gli squali si
sono momentaneamente allontanati e Greg riesce a fermare il tonno.
Intanto
Checco viene trainato dallo squalo che presto però, sembra perdere
energie e comincia a nuotare lentamente, semi rovesciato. È comunque un
pesce di ben oltre un quintale per cui anche con una scodata ogni tanto fa
quello che vuole del pescatore in superficie. D’altra parte non è certo
prudente tirarlo su, vicino a noi, per cui rimane filato ad una decina di
metri di profondità. Il ritorno alla barca, controcorrente, è una
faticata da dimenticare: la bestia che affonda e che ogni tanto si
risveglia e scoda via facendoti perdere metri preziosi, il sagolino che
taglia nonostante i guanti, la barca che non si avvicina mai. Tiriamo a
turno, lentamente, fino a che non arriviamo alla barca ancorata. Greg ci
ha facilmente preceduti, tonno e tutto, e ci aiuta filandoci un sagolino
legato alla poppa. Poi, consiglio di guerra. Nessuno vuole lo squalo, ma
Checco rivuole indietro il maxi-arpione e l’asta. Come fare? Dobbiamo
ammazzarlo. Svito l’arpione e ad asta nuda, dico, sparo sul testone
finché non muore. Proviamo.
Qui
in acqua fonda, realizzo improvvisamente, c’è anche il pericolo di
perdere l’asta perché lo scorrisagola non è più fermato
dall’arpione. Cavoli, è anche l’ultima asta che ho, l’altra è
quella del Wahoo. Boh. Greg e Checco in barca tengono la sagola, io mi
avvicino allo squalo che sembra innervosito dalla mia presenza e
ricomincia a scodare in maniera molto meno fiacca di prima. Il tiro non è
facile, devo centrarlo in un punto ben preciso, un triangolino ridotto che
ha per apice gli occhi. Gli giro attorno ma continua a muoversi. Torno in
superficie. Cerco di arrivargli alle spalle per non farmi vedere ma
continua a scodare nuotando in cerchio. Alla fine sparo. Non l’ho
fulminato per cui tiro la sagola e libero l’asta per riprovare. Lo
squalo improvvisamente impazzisce e a gola aperta parte sparato verso il
suo tormentatore (come dargli torto). Greg e Checco nella barca, sorpresi,
lasciano filare per qualche metro la sagola poi stringono la presa e lo
squalo si arresta più o meno a qualche sgradevole decina di centimetri
dal sottoscritto che ha l’interessante veduta del blu dell’Oceano attraverso
la linea di visione bocca/branchie dello squalo. In barca sento parolacce
a stringa perché qualcuno si è tagliato le mani nell’improvvisa
carica. NON penso che sia una buona riprovare. Greg e Checco in barca
decidono di tirare lo squalo, che di nuovo nuota fiacco, fin sotto la
chiglia e di decidere poi. Detto fatto cominciano a salpare. Lo squalo
risale, tutto storto, ma è ancora tutta apparenza. Al momento del
contatto del dorso con la chiglia si risveglia di nuovo e scoda,
violentemente. In un mare di schiuma vedo l’asta avvoltolarsi come
stagno attorno all’albero del motore in una curva da cavaturaccioli e lo
squalo improvvisamente liberarsi e nuotare energicamente verso il fondo.
Scompare.
Bè.
Basta per la giornata. Il tramonto australiano non è molto lontano e
durante il ritorno nella laguna calmissima dugonghi e delfini lasciano
effimere tracce azzurro rossastre nell’alternarsi delle onde illuminate
dalla luce radente.
A
terra l’ultimo atto di questa giornata. Greg pesa il Wahoo. È lui il
detentore degli ultimi record per il pesce in Western Australia ed è
convinto che questo possa averlo battuto. Il tentennare della bilancia mi
strazia ma alla fine si ferma su un peso, di poco, superiore. È record!
Incredulo, esterrefatto e felicissimo mi sottopongo alle foto di rito e
riempio il modulo che mi confermerà il record. Dire che sono soddisfatto
è, come dicono gli australiani, un understatement.
Terzo
giorno.
Sveglia
ancora la mattina prima dell’alba. Ormai, per la facile familiarità
degli australiani, siamo facce conosciute, per cui veniamo salutati da
diversi campeggiatori mentre ci avviamo alle rapide abluzioni mattutine.
Qui in campeggio, in pieno inverno, ci sono quasi solo vecchietti solitari
abbronzatissimi, ovviamente quasi tutti qui per pescare. Sopra acqua,
loro. Le tende e le roulotte pullulano di canne e mulinelli. Avessimo
tempo sarebbe anche bello fermarsi a chiacchierare e sentire le loro
storie di pesca. In un posto come Shark Bay devono per forza essere, per
noi mediterranei, al limite dell’incredibile. E sono convinto, in
qualche caso, anche al di là.
La
giornata sembra bellissima. Nessuna nuvola, vento quasi zero. Fa sempre
freddo, però, a mettersi le mute che la notte non riescono ad asciugare.
Mattinata
dedicata, per una volta, ai pesci di fondo. Si pescano i Baldchin Groper (Choerodon
rubescens). Il nome, tradotto, vuol dire più o meno cernia dal mento
glabro e in realtà la colorazione della vistosa mandibola è di un bianco
smagliante. Come pesci sono abbastanza piccolini. I Baldchin Groper,
infatti, raggiungono al massimo la decina di kg, con pesi medi ben
inferiori. Sono però buonissimi da mangiare. Un po’ come le nostre
orate, ma con carni meno stoppose negli esemplari grandi.
Sono
tutto sommato pesci facili da pescare, se si sfrutta la tecnica nostrana
dell’aspetto, swell oceanico permettendo. Ma visto che peschiamo
all’interno del canale non ci sono troppi problemi. La tecnica
australiana è più complessa, si pesca in caduta, con i pesci che al
solito si spaventano se ci si avvicina troppo, richiedendo quindi tiri
lunghi a sagome ridotte.
Ci
spostiamo poi in un posto che Greg conosce, l’orlata più esterna del
canale che porta all’Oceano aperto. Prima, al solito, passaggio vicino
alla ormai consueta postazione dei fotografi del National Geographic
Magazine con la loro domanda di rito “Have you seen any tiger today?”,
nessun Tigre oggi? Risposta altrettanto di rito: “Not yet”, non
ancora.
Lì,
anche non volendolo, ci separiamo. Io mi trovo a pescare da solo
sull’orlo profondo che dà sul canale. Il fondale quasi non si vede.
Provo una tecnica che ho appena inventato. Spinnazzando alla principiante,
con le pinne fuori dall’acqua, ragiono, si dovrebbe creare un disturbo
tale da attirare i predatori. Detto fatto, un po’ vergognandomi, i
riflessi acquisiti in tanti anni sono difficili da perdere, parto
schizzando e spruzzando ad ogni colpo di pinna. Il fucile è puntato in
avanti e nascosto nella sagoma del corpo e mi guardo ben bene attorno. Per
guardarmi dietro, la direzione di arrivo più probabile per tutti i
predatori, invece di ruotare lateralmente tutto il corpo, guardo in basso
in mezzo alle pinne. Ed è proprio così che vedo incorniciato dalle pinne
un bello Spanish Mackerel di circa 25 chili in acceso inseguimento di
quello strano rumore. Non ho tempo di voltarmi e di fronteggiare il pesce
così faccio la capovolta dando le pinne al pesce, continuando la
rotazione fino a che non lo fronteggio. Mi trovo però così a pancia in
su, una posizione certamente scomoda, ma il pesce è troppo vicino e non
oso muovermi troppo, scapperebbe. Così eseguo tutto il complesso balletto
di lusinghe e di avvicinamento al pesce a pancia all’aria, tanto sono
nero nella stessa maniera sopra e sotto e per lui sarei strano allo stesso
modo. Alla fine riesco ad avvicinarlo, sparo e lo prendo bene, nonostante
i dubbi al momento di tirare il grilletto sulla mancanza di automatismi
dovuti alla inusuale posizione. Lo Spanish parte al solito sparato ma, per
fortuna, degli squali in giro nessuno sembra troppo interessato a questo
energumeno in fuga folle. Solito traino a motoscafo, dove finalmente
riesco a raddrizzarmi, ma per poco. Quasi subito la fuga si spegne e
riesco a mettergli le mani in branchia. Lo lego, alla australiana, al
calcio del fucile. Certo ingombra ma meno di quello che si potrebbe
credere e del resto nessuno qui osa legarsi il pesce in cintura. Torno
felice e spinnazzante alla barca e lego lo Spanish alla boa.
Degli
altri nessuna traccia nei dintorni ma vedo due boccagli ballonzolare
insieme, lontano. Visto che questa tecnica pazza sembra funzionare,
riproviamo. Parto di bel nuovo, schizzando che sembro un offshore,
guardandomi sempre in mezzo alle pinne per scoprire pesci inseguitori ma
per un po’ nulla. Mi sento un po’ ridicolo, a dire il vero. Comunque
ho ormai raggiunto un ritmo nello scandagliare i dintorni in cerca di
pesci. Sotto per un po’, poi, a rotazione, sinistra, sotto ancora,
destra e dietro. Sotto-sinistra-sotto-destra-dietro… di colpo proprio
dietro compare una sagoma argento e blu oltremare a zebrature appena più
chiare, il rostro aggressivo nella mia direzione. Un pesce vela (Istiophorus
platypterus)! Uno dei miei sogni che si avvera. Non è grossissimo, lo
stimo una quindicina di chili ma è assolutamente meraviglioso. Per
guardarlo meglio smetto istintivamente di pinneggiare e accenno a girarmi
ma, se quello che lo aveva attirato fin qui era il rumore degli schizzi,
questo è probabilmente un errore. Immediatamente infatti si allarma.
Innalza la gigantesca pinna dorsale, un metro di cobalto fuori
dall’acqua, e accenna a voltarsi. Io mi gelo a metà movimento ma lui è
ormai spaventato. Ruota tutto il corpo, mi mostra la coda gigantesca e,
sempre con la vela alzata, fa per andarsene. A questo punto non so più
cosa fare. Se il fermarmi è stato un errore allora provo a muovermi, ma
non direttamente nella sua direzione, sarebbe minaccioso. Niente da fare.
Abbassa è vero la dorsale, segnale che il pesce è più tranquillo, ma
ormai ha deciso e senza voltarsi indietro scompare. Il mio vela! Andato.
Così scontrosi i vela? Mah!
Gli
altri intanto sono alla barca per cui rientro anch’io. Proviamo a
spostarci un poco più in là. Checco ed io peschiamo
ancora insieme. Questa nuova orlata è più fonda e gli squali più
numerosi ma ci sono diversi Snapper che pascolano massicci sul fondo, per
cui restiamo. Man mano gli squali si fanno però sempre più fastidiosi.
È sempre più difficile tirare su un pesce, prima intero poi un pesce del
tutto. Man mano, nell’acqua sempre più scura per l’approssimarsi del
tramonto, gli squali si alzano e fanno decise puntate verso di noi. È
tempo o di sparar loro o di tornare alla barca. A proposito, un’occhiata
in quella direzione mostra Greg in piedi a bordo che fa cenni nella nostra
direzione. Si vede che vuole tornare a riva. O.K. per noi al solito. Pian
piano abbandoniamo l’orlata e ci avviciniamo alla barca. Gli squali dopo
un ultimo scocciante accerchiamento, restano indietro. Greg ci urla: “A
BIG tiger shark”. Ci guardiamo. Se Greg, che è Greg, è uscito
dall’acqua per uno squalo, che ci facciamo noi dentro? Guardandoci con
sempre più attenzione sotto i piedi ci avviciniamo. Di colpo Greg non è
più a bordo. Non capiamo. Lo vediamo in acqua diretto verso di noi con al
collo la Nikonos. Si avvicina e ci dice, con un sorrisone da
trecentosessanta gradi: “It’s BIG and it’s very near!”, è GRANDE
ed è molto vicino! Incrocio lo sguardo di Checco ma nessuno dice nulla.
Era andato a bordo solo per prendere la macchina fotografica…
Riprendiamo insieme a guardare il fondo con attenzione.
Nulla.
Alzo lo sguardo per chiedere a Greg in che direzione l’aveva visto e mi
blocco. Lo squalo è in superficie! Grosso lo è davvero, massiccio, e
largo, tanto! E vicino. Ha la pinna dorsale fuori dall’acqua ed è
circondato da una nuvola di pescetti, come un grande relitto. Remore,
carangidi e pesci pilota gli fanno scorta e ne ingrandiscono ulteriormente
la sagoma. Il muso camuso, con i tipici grandi opercoli nasali è puntato
esattamente contro il nostro gruppetto di subacquei. L’occhio nero è
fisso su di noi, impassibile, e la bocca è semiaperta, al solito. È una
vista impressionante, resa ancora più tale dalla grande coda che, dal
nostro punto di vista subito dietro il testone, spinge questa gran massa
lentamente ma decisamente contro di noi. In realtà la lentezza è
un’impressione, le ondine in superficie intorno alla dorsale tradiscono
la reale velocità con cui riduce le distanze. Si avvicina. E si avvicina
ancora. Lo fronteggiamo tutti e tre con i fucili puntati. È ridicola,
penso fulmineamente, questa differenza tra le “armi” e la massa dello
squalo in arrivo.
Greg
abbassa il fucile, lo lascia penzolare dalla cintura, alza la Nikonos e lo
fotografa. Il Tigre è vicinissimo, si vedono distintamente la rugosità
della pelle e la forma dei denti seminascosti dalle pieghe della pelle
bianca e rugosa della mandibola. Senza variare la velocità arriva a
contatto con la punta del mio Sten 130. Io mi trovo improvvisamente a
premere contro il muso dello squalo che continua a nuotare, il braccio
piegato dalla spinta enorme. La sensazione è quella di premere contro un
muro rivestito di gomma. Poi inesorabilmente comincio a muovermi indietro,
spostato dallo squalo. Forse l’arpione deve dargli un po’ di fastidio
perché lentamente, con indifferenza, gira il testone alla sua destra e ci
fa sfilare davanti la parete massiccia del corpo, sempre sospinto
dall’ingannevolmente lento movimento della coda. Il fianco è zebrato di
striature verticali di grigio più scuro, facendolo assomigliare ad una
versione in bianco e nero del grande felino di cui ha ereditato il nome.
In un lampo confuso di acqua mossa passa la grande coda circondata da un
branco intero di carangidi. È andato. Si allontana lasciandoci senza
fiato, svanendo adagio nel grigio-blu dell’Oceano.
Ci
guardiamo straniti. Greg col sorrisone, Checco ed io ancora in apnea. Di
colpo parto a razzo verso la barca. Perdiana, ho anch’io la Nikonos.
Voglio anch’io le foto di questa incredibile avventura.
E
da allora in poi è un incontro ravvicinato con il grande Tigre, uno delle
tre specie di requiem shark nel
mondo, che si svilupperà per diversi incredibili minuti in quest’acqua
fosca di un’orlata profonda che sfocia nell’Oceano australiano.
Tre
minuti di attesa in cui temiamo che lo squalo, appagata la curiosità, sia
scomparso. Poi riappare, sul fondo questa volta, ma ci rimane poco, si
alza subito e viene ancora verso di noi. Facciamo in tempo ora a valutarne
le reali dimensioni. Non raggiunge i cinque metri ma è LARGO. E
soprattutto cominciamo a capire qualcosa, per quello che è possibile, del
suo comportamento. Dopo tutto è anche lui un pesce e di pesci ne abbiamo
visti e studiati tanti. È vero, con lo scopo di avvicinarli il più
possibile nell’ottica dell’essere noi i predatori ma… È
incuriosito, non spaventato, e non è minaccioso. Non è in caccia.
Continua a girarci intorno, prima molto vicino, permettendo foto da
infarto, poi, man mano, soddisfatta parzialmente la curiosità di queste
strane cose galleggianti, più lontano.
Io
scatto, freneticamente all’inizio, cercando solo di fissare l’immagine
di questa incredibile creatura sulla pellicola. Poi, visto che non sembra
disposta ad allontanarsi subito, con un po’ più di razionalità,
cercando l’inquadratura che tenti, vanamente, lo so, di rendere il senso
della presenza della bestia. Greg pure scatta a ripetizione. Dopo un
po’, presa, come dire, confidenza, ci allontaniamo gli uni dagli altri,
per cercare di avvicinarci di più, per fotografarne i particolari e non
solo la sagoma. Per cercare, inutilmente, la difficilissima inquadratura
con un essere umano nella stessa immagine, per rendere giustizia alle
dimensioni del Tigre.
Non
che sia peraltro una bestia che rifiuti un facile boccone. A poppa della
barca, poco lontano, penzolano tre carangidi tra gli otto e i dieci chili
legati per le branchie alla catena d’acciaio della boa. Al quarto o
quinto giro si avvicina ai pesci, indolente li sfiora con il muso e se ne
va. La virata non è più stretta delle precedenti, ma torna,
apparentemente ad invariata velocità, sulla boa. Punta diretto sulle
prede, spalanca la bocca, un’immagine fortunata fissa incredibilmente
l’attimo in cui la palpebra nittitante risale a proteggere il
vulnerabile occhio, l’attimo in pieno attacco in cui lo squalo è cieco,
e le ingoia. Fa per nuotare via ma la catena si tende e lo ferma. Non più
che infastidito, sembra, scuote il testone. Le prede non vengono.
Massicciamente, non ho altro modo per descrivere l’azione, cerca di
strappare queste preda così riluttante. Inarca il corpo, scuote la coda,
si arrotola nell’acqua nello sforzo e improvvisamente ci rendiamo conto
della potenza mostruosa di questa bestia in cui già l’abitudine aveva
cominciato a smussarne i contorni di gigante quale in realtà è. La massa
d’acqua mossa è enorme, gli schizzi soli sono alti cinque o sei metri.
La barca, sei metri di vetroresina con un massiccio 90 cavalli, sembra un
turacciolo. Il beccheggio è enorme Una falchetta imbarca acqua ad una
imbardata più potente delle altre. Nell’acqua impazzita la boa rimbalza
fuori dall’acqua. Poi qualcosa deve cedere e cede. I tre carangidi
vengono strappati insieme appena sotto le branchie. Le tre teste rimangono
penzoloni, ancora legate alla catena d’acciaio.
Il
Tigre ingoia. È talmente vicino che vedo le grinzine della molle pelle
bianca della gola stendersi al passaggio del boccone. Riprende a nuotare
alla velocità di prima e lentamente scende a scomparire in direzione
dell’orlo fondo.
Incontro
concluso, crediamo. Ha soddisfatto sia la curiosità sia la fame. Ora non
ha più nessuna ragione per restarci intorno, ci diciamo l’un altro.
Sbagliato. Un paio di minuti, poi è di nuovo sotto i piedi. Leggermente
più disinteressato, sembra, o così leggiamo noi del suo comportamento,
proiettando le nostre menti nel suo modo di agire. Certo è invece che ha
un comportamento più complesso di quello che viene creduto possibile per
uno squalo, spesso visto come una macchina programmata e dal rigido
comportamento. È sempre curioso, anche se in maniera più distaccata. Ci
gira intorno un po’ più lontano, un po’ più profondo di prima.
Ripassa dopo un altro paio di giri di fronte alla boa. Sfiora ancora una
volta col muso le teste dei carangidi ma non tenta nemmeno di mordere.
Scivola
via. Lentamente scompare. La tigratura grigia è perfetta per farlo
confondere nello sfondo. Svanisce e non sai se quello che ti rimane per
ultimo negli occhi sia davvero un parte dello squalo o un’immagine
fantasma a tutti i costi voluta e inconsciamente ricostruita.
Il
fondale non è rimasto completamente inerte, anche se gli altri squali
sono improvvisamente stati ridimensionati a povere comparse. Certo è che
stanno ben lontani dal palcoscenico principale.
Improvvisamente
uno Spanish Mackerel compare sparato sulla scena. Scatta improvviso
l’istinto di caccia sopito finora dalla meraviglia, parto velocissimo
all’inseguimento, arrivo a tiro, sparo e lo prendo a metà corpo. Lui
schizza via, puntando verso l’orlata ma non è grosso, a stento una
decina di chili, e riesco abbastanza facilmente a contrastarne la
reazione. È mio. Ma nulla è mai così facile come sembra. Attirata dalla
confusione schizza, comparendo dall’orlo, un cernione di una settantina
di chili che parte in caccia furiosa dello Spanish. Lo insegue, ne copia
le evoluzioni circolo dopo circolo, ne intercetta con sicurezza la rotta e
lo ingoia. Se ne va quindi decisa verso l’orlo con il pesce di traverso
nella bocca. Il tirone che ricevo è improvviso e brutale. È come se
avessi sparato a lui, al cernione, con in più lo svantaggio di avere
dall’altra parte, a tirare, un pesce per nulla ferito e pieno di
energie. Mi strapazza ben bene. Io sono a fondo filo del mulinello e posso
contrastare solo restando attaccato caparbiamente al fucile e pinneggiando
freneticamente. Il mio unico vantaggio è la posizione dell’asta che,
così verticale, impedisce la deglutizione completa dello Spanish. Il
cernione inesorabilmente, e devo dire abbastanza facilmente, si dirige
verso l’orlo. Se supera il ciglio, ragiono, il cavetto struscerà contro
i coralli e si spezzerà in frettissima, soprattutto sotto questo tipo di
trazione. E devo ringraziare le alette maxi fatte qui in Australia e
montate per l’occasione appena prima della partenza se non ho ancora
strappato tutto. Tiro ancora più rabbiosamente, a strattoni. E questo in
qualche modo sembra disturbarlo di più. Riesco a spostare la preda ad un
angolo della bocca. Ad un ultimo tirone rabbioso riesco a strappar via il
povero Spanish. O forse è il cernione che ha mollato una preda dal
comportamento così poco dabbene.
Giornata
finita. Sott’acqua i colori sono ormai fumosi. Il sole è basso
sull’orizzonte e dobbiamo ancora attraversare tutta la laguna interna.
Il ritorno è ancora più spettacolare dei giorni precedenti. Nuvole basse
coprono il Sole fin quasi all’orizzonte, per poi lasciarlo di colpo
libero di incendiare la costa e le sommità delle onde di poppa. Sulla
sinistra sfila un gigantesco, disordinato, nido di falco marino, con
l’occupante ritto orgogliosamente sul bordo a guardarci passare
sfiorando con un ronzio l’acqua liscissima.

Riccardo
A. Andreoli