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PescaSub N. 135 - Dicembre 2000

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In italiano.

 

Originale, poi trasformato per un articolo di PescaSub con il titolo di:

"Nella baia degli squali"

 - Tuffi in pieno oceano, lungo profonde orlate spazzate da una risacca violentissima, a caccia di wahoo, spanish mackerel e red snapper. -

Anno XIII, n. 135 Dicembre 2000. Pg. 26-35.

A firma Riccardo Andreoli. Foto Riccardo Andreoli e Greg Pickering.

Western Australia - Shark Bay

 

Tre giorni di fuoco e di passione, per Checco e me, e di mare a volontà, con Greg Pickering, campione di pesca subacquea australiano e membro della squadra australiana ai campionati del mondo di Apnea, qui in Italia, del 1998.

Lungo viaggio con al solito la barca a traino nel fuoristrada di Greg. 900 chilometri da Perth, capitale dello stato della Western Australia, sparati in direzione nord. Stop a 200 chilometri dalla destinazione, nell’ultimo paese, per comprare 75 chili di ghiaccio tritato per le casse frigorifere.

Arrivo a notte, ore dopo il rapido tramonto australiano e sistemazione in “bungalow”, recita la scritta del campeggio. In realtà vecchie e scassate roulotte, ballonzolanti incerte sulle ruote ad ogni movimento degli occupanti. Ma nel campeggio c’è, lusso sfrenato per gli standard dei viaggi di pesca australiani, la doccia calda.

 

Primo giorno.

Mattino. Sveglia “tardi”, poco dopo l’alba invernale (a luglio siamo in pieno inverno) e rapida uscita per procurarsi qualcosa da mangiare per la giornata: frutta e un paio di panini. Varo della barca di Greg allo scivolo di Denham, una volta famosa per avere la via principale, l’unica che c’è, pavimentata con madreperla (in realtà i residui della sua lavorazione). E naturalmente famosa tutt’oggi per gli squali. In ogni pub si trovano gigantesche mandibole di squalo tigre, alcune così vecchie da essere brune, e foto ingiallite di catture mostruose appese alle pareti.

Greg avverte, quasi scusandosi, “oggi non pescheremo molto, è il primo giorno e siamo stanchi dopo il viaggio. Torneremo un po’ prima.”. O.K. per noi. Secondo l’uso australiano ci si veste già in muta prima di salire a bordo, qualunque sia il tragitto. Al solito la vestizione è un po’ uno shock, al freddo alla mattina. Le mute per fortuna sono asciutte. Partiamo. Dobbiamo fare 25 miglia di mare prima di raggiungere il luogo di pesca.

Siamo in una gigantesca laguna interna, centinaia di chilometri quadrati di laguna, che dobbiamo attraversare prima di raggiungere l’Oceano. C’è maretta e vento contro e dopo poco, bagnati dagli spruzzi e investiti dal vento, si sente ben bene il freddo. Sembra una nostra pescata novembrina. Le mani sono intirizzite e bisogna ricorrere ad una giacca a vento supplementare sopra alla muta. Il novanta cavalli fa il suo dovere però e dopo poco più di un’ora viriamo per imboccare il canale che porta fuori, nell’Oceano. In secca, sulla barra di sabbia a dritta, rovesciata su un fianco, c’è una barca da pesca in legno incagliata e con la chiglia sfondata. Chissà le storie che potrebbe raccontare...

 

La lasciamo dietro di noi e ci dirigiamo a destra verso Surf Point, una parete verticale di roccia di un’ottantina di metri che cade a perpendicolo per venti e passa metri in acqua. È la punta sud della Dirk Hartog Island, dal nome del marinaio olandese che lasciò nel 1616 una targa, prova della prima presenza europea in Australia.

Dobbiamo andare abbastanza lontano ad ancorare perché l’Oceano è tutto fuorché calmo e l’onda di andata, che si schianta contro la parte e rimbalza furiosamente indietro, sbatte contro la montante onda successiva, creando una superficie a picchi piramidali improvvisi, con schizzi di schiuma verticali e ondeggiamenti impazziti e violenti in tutte le direzioni. Appena scesi dalla barca, sotto c’è il blu. L’acqua non è pulitissima, il fondo, oltre i venti metri, è invisibile. Vengono ad accoglierci subito un paio di Bronze Whaler (Carcharinus brachyurus), squali elencati come “dangerous” nei cataloghi dei pesci australiani. Arrivano sparati, virano in velocità e scompaiono di nuovo. Bisogna andare a pescare più vicino alla costa.

Primi tuffi. Un brancotto di sparidi, simili alle nostre orate, mi viene interessato incontro. Li guardo ma non sparo. È sempre una lotta, per Checco e me, scoprire tra tanti pesci quali sono i “buoni”. Questi avrebbero potuto esserlo, ma non si sa mai. E poi io voglio i grandi pesci, non quelli solo buoni da mangiare. Greg da sopra guarda. Poi mi dice che erano davvero pesci pregiati, red snapper (Chrysophrys auratus). Peccato, ma non sono molto dispiaciuto, anche se i successivi tuffi dimostrano la reale difficoltà nel catturarli. Pesci schivi, sono difficili da avvicinare. Probabilmente sono anche infastiditi: quando un’onda più forte si schianta contro la roccia, rimbalza indietro con un ruggito in una coltre bianca spessa un paio di metri, investendo e facendo ruotare chi è in superficie e riducendo a zero la visibilità. Greg, come al solito pesca benissimo e prende alcuni Spanish Mackerel (Scomberomorus commerson), uno dei migliori “pesci buoni”. Niente di eccezionale però. Non è molto soddisfatto. Io oggi, per ragioni ignote, pesco malissimo. Non sono concentrato, decido tardi se un pesce lo voglio prendere o no e quindi sparo al limite, quando il pesce sta già andando via. Spesso decido di non prenderlo perché, mah, perché è piccolo, è messo male,  ne ho visto uno più grande e non gli ho sparato tre tuffi prima… insomma una giornata no. Checco invece non sembra avere problemi. Inanella una cattura dopo l’altra, alcuni snapper, diversi carangidi.

La situazione tuttavia si deteriora molto presto. Gli squali, presenti in numero sempre maggiore, si fanno via via più aggressivi. Cominciano a partire in frenesia da cibo con regolarità appena un pesce è sull’asta e inizia a dibattersi.

Prima Greg, poi sia io sia Checco perdiamo un pesce sbranato sull’arpione. NON è divertente. Tu sei lì che tiri come un indiavolato contro un pesce che sbatte pazzamente, cercando di tirarlo vicino a te il più possibile il più in fretta possibile, un occhio a lui ed uno a 360 gradi agli squali sempre più nervosi, fino a che uno più aggressivo rompe l’accerchiamento e schizza a tutta velocità (che è tanta, quando è all’attacco) contro il pesce, spalanca la bocca e lo azzanna. Immediatamente si torce come un forsennato, sbatte il testone e strappa un pezzo del pesce. Altrettanto immediatamente, partito il primo, partono tutti gli altri in circolazione, sia quelli che vedevi sia tutti quelli che non vedevi ma che erano nelle pieghe della cortina blu dell’Oceano, nascosti dall’acqua sporca ma evidentemente in contatto con gli altri e pienamente consci di quello che ti succedeva. E già questo, quando ti capita di pensarci, è preoccupante. Il branco di colpo è composto di grigie forme affusolate che schizzano a tutta velocità contro qualunque cosa si muova. Il pesce innanzitutto, che viene fatto letteralmente a pezzi in pochi secondi da due, tre o, se è grosso, anche più squali, in un gomitolo di sagome sinuose, di code sferzanti e di molli gole bianche che nascondono completamente l’orgia. Contro altri squali nelle tipiche puntate aggressive degli squali che cercano di intimorire i compagni di branco per mangiare ancora, di più. Contro il pescatore che a questo punto ha come unica difesa un atteggiamento aggressivo e un fucile scarico. E, si spera, la testa a posto. Scappare in queste condizioni NON è una buona idea. Lo è invece allontanare il centro dell’attenzione del branco impazzito, lasciando filare la sagola con quello che rimane, se ne rimane qualcosa, del pesce. A Greg, hanno addirittura azzannato la sagola stessa, tranciandola di netto e facendo precipitare asta, pesce e gruppo frenetico di squali sul fondo. Tutto dura istanti, mai più di trenta secondi di pazza frenesia e di batticuore. Poi, quasi di colpo, finito il pesce, in una nuvola di sangue che si diluisce lentamente, il palcoscenico riprende l’aspetto di prima dell’attacco. Più o meno. Gli attori sono un po’ più numerosi, un po’ più nervosi e nuotano un po’ più velocemente di prima. Si può ricominciare a pescare, o a recuperare l’asta abbandonata sul fondo nel caso di Greg. Fino alla prossima preda.

Dopo un po’ non si riesce a portare su nessun pesce, la situazione comincia a diventare obiettivamente pericolosa e decidiamo di mutuo consenso di abbandonare. Ci spostiamo un po’ più dentro, nel canale che collega la laguna all’Oceano. Greg parla di una roccia che chiama, per ignote ragioni, Monkey Rock (roccia delle scimmie?), uno scoglietto tondo e minuscolo a diverse centinaia di metri dalla costa dove nessuna scimmia avrebbe mai potuto metter coda. Il canale profondo è vicino, dice, e ci sono sul bordo grandi caverne dove è possibile trovare anche pesci di fondo. Come al solito, O.K. per noi. Avvicinandoci a Monkey Rock vediamo una barca ancorata con qualcosa galleggiante a pelo d’acqua a poppa e un subacqueo (rara vista in Western Australia) vestito. Gli occupanti ci fanno cenno di avvicinarci. Sono un team di fotografi del National Geographic Magazine americano che, bontà loro, non hanno trovato nessun posto migliore nel mondo che questo per venire a fotografare i grandi Squali Tigre. Ci avvertono gentilmente che per richiamarli hanno un paio di pecore sgozzate legate a poppa e che di conseguenza è pericoloso immergersi nelle vicinanze. “Loro” hanno pronta una bella gabbia, il “qualcosa” galleggiante a poppa.

Greg imperturbabile li ringrazia… e ancora a cinquanta metri. Dopotutto la caverne sono qui sotto, spiega.

Nuota un po’ in superficie, cerca evidentemente un punto, poi si immerge e risale un paio di minuti dopo con un bellissimo Mulloway (Argyrosomus hololepidotus) di oltre una dozzina di chili, il corrispettivo australiano del nostro Boccadoro (Argyrosomus regius). In pratica una corvina gigante, dorata. Pesce magnifico. Checco schizza in acqua alla ricerca del resto del branco avvistato da Greg, e ne prende un altro prima che il branco definitivamente si volatilizzi.

Qui, pescando a fondo e non più nel blu, vediamo finalmente in tutto lo splendore la barriera corallina e i suoi occupanti. Improvvisamente come un sipario gli onnipresenti pescetti colorati si abbassano e da sotto, dalle caverne, compare veloce una cernia che è poco definire gigantesca. È certamente più lunga di me e ha il diametro di una botte. Potrebbe tranquillamente pesare 200-300 chili e non è ancora completamente cresciuta, la piccina. È una Queensland Groper (Promicrops lanceolatus) e a pieno sviluppo può raggiungere i quattro metri. Si lascia ammirare galleggiando ad un metro dai coralli, occhieggiando però attenta i carangidi che catturiamo. Non c’è il minimo dubbio che, nonostante la sua aria sorniona, sia un predatore in caccia.

Dopo il primo momento di ammirazione incantata, schizzo in barca e afferro la Nikonos. Non c’è nessuno intorno per poterla fotografare con un umano di sfondo, a rendere giustizia delle sue dimensioni, ma scatto lo stesso. Per dare un’idea, i “pescetti” attorno a lei nella foto sono carangidi di almeno due o tre chili…

Vaghiamo a lungo poi decidiamo di chiudere la giornata, abbiamo ancora più di un’ora di viaggio di ritorno. Torniamo alla barca e troviamo la sorpresa. Il Mulloway di Checco, appeso al solito alla catena d’acciaio legata sotto il galleggiante collegato a poppa della barca è ridotto alla sola testa. Qualcosa di grande l’ha azzannato da dietro e con un solo morso l’ha decapitato, portandosi via tutto il corpo al di sotto delle branchie. Peccato!

Il ritorno ci mostra, nell’acqua ora calmissima, branchi di delfini che giocano in tre metri di fondo. Si vedono benissimo nella luce radente del tramonto i corpi e le ombre che volano gemelli sulla sabbia bianca.

 

Secondo giorno

Sveglia a buio nella roulotte che oscilla al movimento di Greg che scende dal letto. Un boccone ingurgitato in fretta, comprato il giorno prima, non ci fermiamo ad indugiare, oggi, e scrolliamo le mute appese speranzosamente fuori dalla roulotte ad “asciugare”. È inverno però, la rugiada ha ben ben ricoperto tutte le superfici esposte. Di asciutto non c’è nulla. Per fortuna le nuove spettacolose mute in spaccato e titanio non si inzuppano come le foderate e soprattutto necessitano di uno strato di talco per indossarle. Basta quindi abbondare e il grosso della sensazione di umido svanisce. Greg mette la sua mimetica in spaccato con una soluzione di acqua e sapone. È stoico e non dice nulla, ma le sensazioni non devono essere piacevolissime a giudicare dai sobbalzi quando la muta bagnata tocca zone particolarmente sensibili. E calde. La vestizione è come il giorno prima allo scivolo ed è appena chiaro quando ci stacchiamo dal moletto.

La giornata si presenta magnifica. Il vento è assente, la laguna è calmissima, appena striata da qualche refolo passeggero. I delfini si vedono saltare da lontano, minuscole sagome arcuate, un istante incastonato nella luce dell’alba. Asciutti, non abbiamo oggi bisogno della giacca a vento anche se andiamo più veloci. Virata alla boa che porta al canale di uscita nell’Oceano e consultazione. Se è calmo, dice Greg,  possiamo osare le Zuytdorp Cliffs e pescare in pieno Oceano. È raro riuscirci. Lo swell, l’onda di risacca oceanica, arriva qui con una rincorsa che comincia in Sud Africa, non incontra nulla che la freni se non qualche relitto galleggiante e si schianta contro le pareti verticali con costante cattiveria. Al solito, O.K. per noi. Virata a sinistra e usciamo dal canale.

La situazione oggi è “tranquilla”, sempre secondo l’interpretazione australiana, ma la superficie, durante il viaggio di  quattro o cinque miglia, è ben ben agitata. La base delle Cliffs (scogliere) è frammentata dall’urto costante dell’Oceano ed è a tratti traforata. Un’onda più massiccia delle altre ogni tanto si schianta sulla base e, imprigionata improvvisamente contro una parete di roccia che non cede, spinta da tutto il peso delle tonnellate d’acqua delle onde che la seguono e che ancora si precipitano in avanti, incontra una improvvisa via di sfogo in una fessura che porta verso l’alto. Si slancia allora verso il cielo in uno schizzo di spuma alto diverse decine di metri che riluce bianchissimo contro le rocce, rimane in bilico un istante e crolla con uno scroscio su sé stessa, provocando sott’acqua un’onda di bollicine minuscole che si allarga velocissima per metri, rendendo la visibilità nulla.

Ancoriamo obbligatoriamente al largo. L’acqua è un po’ più limpida di ieri, il fondo di sabbia, a circa venticinque metri, si riesce ad intravedere. Dobbiamo avvicinarci alla parete, schivando le ondate di ritorno e i fiotti di bollicine. Brancotti di carangidi vagano attorno e ne catturiamo un po’. Arriva di colpo anche un branco di tonnetti di taglia interessante. Coloratissimi, con una doppia striscia gialla fluorescente e azzurro neon, qui li chiamano Rainbow Runner (Elegatis bipinnulata), qualcosa come corridori dell’arcobaleno. Sparo a uno dei più grossi, sui 6-7 chili, in testa al branco, mentre mi mulinano intorno a tutta velocità. Prontamente mi srotola metà mulinello. Litigando un po’, ma lavorando velocemente per evitare le prime puntate interessate degli squali, riesco ad afferrarlo e a portarlo alla boa. Checco mi fa segno di incertezza ondulando la mano. Sì lo so che non è un pesce “buono” ma a me piace un sacco il Blue Water Fish (pesce, letteralmente, d’acqua blu, nel senso di acque libere) per cui va bene lo stesso. Scoprirò a fine giornata che, a detta di Greg, poteva essere un possibile record. Dieci minuti più tardi, tornando alla barca, non lo trovo più, mangiato da qualche squalo di passaggio. Peccato!

Ogni tanto passa muscolosa una coppia di Giant Trevally (Caranx ignobilis) che ci guardiamo bene dal disturbare. Sono pesci anche di una cinquantina di chili con un temperamento vulcanico quando arpionati e una forza motrice degna di una vaporiera. Non sono comunque pesci “buoni” per cui non vale la pena di rischiare danneggiamenti o perdite di attrezzature qui insostituibili (abbiamo avuto qualche precedente scontro alquanto “didattico”…). Pesci dignitosi, incrociano tenendoci d’occhio prima di svanire.

I bei Red Snapper del giorno prima sono presenti sul fondo in quantità e Checco si lancia nella cattura. Non è facile avvicinarli, bisogna calcolare con attenzione la deriva della corrente: se sbagli direzione plani inutilmente fin sulla sabbia senza risultati. Naturalmente l’aspetto è impensabile. Lo swell è tale che tentandolo, più per amor di firma che altro, anche a venticinque metri dalla superficie si viene sballottati malamente. Bisogna quindi svolgere un’azione di caccia a metà tra la caduta e l’aspetto a mezz’acqua, planando indifferenti fino a che un pesce non schizza improvvisamente incuriosito fuori dal branco. Il tiro è sempre difficilissimo perché è quasi sempre dall’alto, con un bersaglio ridotto. Checco però sfrutta magistralmente il brandeggio del Cyrano 110 e inanella catture su catture. Io vagolo cercando altre prede importanti. Capito nei dintorni di Greg e gli vedo fare una cosa secondo me impressionante. Prende fiato per una normale immersione. Scende lentissimo, planando e guardandosi attorno. Arriva a quindici, diciotto metri e si mette in verticale, pinneggiando lentamente, con il fucile imbracciato a metà fusto, un occhio agli squali ed uno alle potenziali prede. Rimane lì un bel po’. Sono già impressionato quando comincia a risalire, lento. Qualche colpo di pinna poi, di colpo, guardandosi attorno, deve aver visto qualcosa che io, dalla superficie, non vedo, perché interrompe la risalita, si volta e ridiscende! Fatto da un qualunque altro mortale lo definirei un errore e sarei già preoccupato. Lui invece estende lentamente il fucile, a braccio testo mira qualcosa in una fessura a contatto con il fondo, esita un attimo, prende evidentemente meglio la mira e spara. Vedo il sagolino estendersi nella frustata dei massicci elastici e l’asta (due metri) scomparire quasi totalmente nella fessura. Tiro il fiato. Risalirà adesso, penso. Il pesce è preso, filerà sagolino e verrà su a prender aria. Nossignore. Tranquillissimo scende ancora, entra nella “fessura”, che evidentemente è più grande di quello che sembrava da quassù, armeggia, vedo la coda dell’asta comparire, si allunga tutto e afferra evidentemente il pesce perché lo vedo scosso dalla sforzo di contrastarne la reazione, poi, sempre tranquillamente, stringendo il pesce alza lo sguardo verso la superficie e comincia a risalire. IO, sono senza fiato. Lui risale sorridendo. In superficie mi mostra contento il pesce, quasi otto chili, dice che è un Western Australian Jewfish (Glaucosoma hebraicum), molto raro così a nord. Lo si trova più o meno comunemente nei dintorni di Perth, quasi mille chilometri più a sud, e da mangiare è buonissimo!

Mi sposto più al largo, sempre sperando in qualche pesce da sogno. Non tanto segretamente spero nel magnifico pesce vela. Un paio di settimane prima ne era passato uno gigante a 200 metri da dove pescavo ed era stato visto da un compagno di pesca. Non aveva potuto spararci perché in quel momento impegnato in un’eruzione di squali…

Lunghe planate in mezzo agli onnipresenti pesciotti colorati. Improvvisamente vedo a mezz’acqua qualcosa che sembra uno Spanish di buona taglia, una ventina di chili. Niente di eccezionale ma un bel pesce comunque. Gran fiato, veloce, e scendo. Faccio finta di ignorarlo e mi metto su una rotta che convergerà sulla sua una ventina di metri avanti. Il fucile è nella sagoma del corpo, non lo sto guardando che con la coda dell’occhio, la testa girata verso il basso per non far scintillare l’“occhio”, la maschera. Lui mi guarda, molto poco incuriosito e accenna ad una vaga virata per venirmi a vedere. Io rispondo allontanandomi ancor più dalla sua, nuova, rotta. Adesso sono più vicino e lo vedo bene. Il corpo è affusolato, più di uno Spanish, molto più chiaro, la coda è perfino più grande di quella dello Spanish, è, deve essere, un Wahoo (Acanthocybium solandri). Mai visto dal vero, solo dalle immagini. So solo che è anche più difficile dello Spanish, meno incuriosibile e molto più facilmente spaventabile. In effetti la nostra rotta sta già divergendo. Io, assolutamente immobile e ormai nella zona di negatività,  anche se orizzontale, continuo a scendere. Il fondo, a circa venticinque metri, è ora molto vicino. Tento una timida pinneggiata direzionale, appena appena le caviglie, e già lui si allontana. È al limite del tiro per il mio oleopneumatico, anche se ben pompato. Ci vorrebbe uno dei mostri australiani. Il momento della verità si avvicina velocemente, scandito dal battito rallentato del mio cuore. Lui, quasi immobile, scivola via, sempre scendendo. Si allontana, se ne va, improvvisamente realizzo. Senza più tempo né opzioni a disposizione tento il tutto per tutto, do due pinneggiate brusche, accelero, mi allungo tutto, ruotando il corpo fino a quel momento parallelo al Wahoo e sparo. Preso! In centro corpo. Mamma! Basso. È troppo basso. Non faccio in tempo a farmi balenare questi pensieri in mente che il pesce non nuota via, semplicemente scompare dalla visuale. Il mulinello srotola a tutta velocità i suoi  cinquanta metri di sagolino bianco e io accenno a risalire. I metri sono tanti…

Ora, intendiamoci, una volta sono addirittura riuscito a scottarmi la mano, sott’acqua e coperta dal guanto, cercando di frenare il mulinello che si srotolava troppo in fretta con l’altra estremità attaccata ad un tonno corposo che pesava oltre il triplo di questo pesce. Qui non riesco nemmeno a toccarlo, il mulinello, che la sagola di colpo finisce e vengo strattonato in avanti come se dall’altra parte ci fosse improvvisamente un motoscafo. Se per lunga abitudine non avessi ben stretto il fucile l’avrei perso immediatamente. Il cappuccio mi si dilata di colpo sotto la trazione e una secchiata di acqua gelata mi entra nella muta. Il boccaglio di colpo scompare dalla sua solita posizione a sinistra e lo ritroverò poi tastando convulsamente dietro la nuca. Il traino è tale che se non tenessi il viso perfettamente dritto la maschera mi verrebbe strappata. L’unica cosa che riesco ad accennare è irrigidire e angolare il corpo verso la superficie, come un alettone. In superficie. La respirazione è un’avventura, il boccaglio non c’è più, devo alzare il viso, cercando di superare la schiuma delle onde prodotte dal mio forsennato movimento. Non c’è nemmeno da pensarci a lavorare il pesce. Riesco solo a respirare a tratti, affannosamente, stare attaccato al fucile e preoccuparmi di dove mi tirerà ‘sta locomotiva e per quanto tempo. Per fortuna di squali non ne vedo, per quel poco che riesco a vedere sott’acqua. In un momento di lucidità, in superficie, riesco ad arrotolare un paio di volte la sagola sulla canna del fucile per evitare che la trazione si scarichi solo sul mulinello.

Per fortuna è partito controcorrente, vedo la barca ancorata sfilare a sinistra. Lo perdo, lo so che lo perdo. Sta tirando troppo, è preso in pancia. Non tiene. Lo perdo. Cerco di essere il più idrodinamico possibile, ho finalmente, brancicando, trovato il boccaglio e riesco a ragionare in maniera più lucida. Improvvisamente compie una grande virata e dà un po’ di bando alla sagola. Cercando di tenere costante la pressione recupero speranzosamente. I guanti nuovi, regalo di Checco, hanno un grip eccezionale e riesco a guadagnare tre o quattro bracciate. Poi lui cambia ancora rotta e non riesco più a tenere la presa. Siamo da capo, anzi peggio perché le volte del sagolino sulla canna se ne sono andate e tutto il tiro si scarica sugli anelloni, surdimensionati e inox per fortuna, che legano il mulinello al fucile. Lo perdo. Sicuro. Litania a metà tra lo scaramantico e la preparazione alla più o meno inevitabile realtà.

Il sagolino si perde davanti, dritto nell’orizzonte altalenante delle onde viste da sotto, nascosto a tratti dalla schiuma.

Lui, il Wahoo, non l’ho più visto da quando gli ho sparato, ormai più di cinque minuti fa. Il cambio di rotta e l’imbando si ripetono. Riesco a recuperare. Ho in mano gugliate di sagolino, attento a non rimanere accalappiato. Il fucile galleggia in superficie, da qualche parte dietro, nella scia.

Nei vagabondaggi non so più dove sono per cui è con stupore che vedo qualcosa di bianco e dritto comparire davanti. È la cima dell’ancora! Siamo tornati indietro. Con una mano tengo disperatamente il sagolino, con l’altra cerco di recuperare l’imbando del fucile dietro. Troppo tardi. Di colpo sento che si arresta. Si è incastrato nella cima. Il cavetto, improvvisamente teso, mi viene strappato dalle mani. Lo perdo. Adesso è sicuro davvero. Ha un punto fermo su cui fare leva e strapperà tutto. Con una ferita in pancia andrà a morire in bocca al primo squalo. Peccato. Peccato. Tento l’ultima possibilità, è un rischio ma... Mollo tutto, tanto il pesce sta tentando di disancorare la barca, nuoto a razzo in superficie e raggiungo la cima dell’ancora. Disincastro con rabbia il fucile e tiro il sagolino di nuovo. Nessun peso. Lo sapevo. È andato. Parolacce. Tiro ancora. Improvvisamente sento un peso dall’altra parte ma nessun tiro. Mah! Tiro più in fretta e di colpo vedo qualcosa sotto di me. Il baluginare di una pancia. Il pesce viene su piatto, morto. Ormai in incredulo orgasmo scendo e gli metto le mani in branchia. È mio! Risalgo estenuato. La barca è vicina (ma no), la corrente mi ci sta portando. Questo non mi fido a metterlo nella boa e a lasciarlo in acqua, cerco di metterlo a bordo. È troppo pesante e non riesco con un braccio solo a farlo scivolare sopra la falchetta. Allora salgo a bordo, tenendolo con un braccio in acqua e poi mi inarco e riesco, affannato, a farlo scivolare dentro. Come tocca il plancito l’asta, malamente piegata, tintinna e si stacca. Mi siedo. Ho il fiatone, la testa leggera ma ho finalmente il tempo di guardarlo.

È magnifico. La coda gigante è come in tutti i pelagici carenata. Non ha le mandibole pesanti dello Spanish e nemmeno le sue zebrature, è un ininterrotto, idrodinamicissimo siluro argento lucido. Nelle foto sarà impossibile evitare la “specchiatura” ma è fantastico, un vero pesce da Blue Water. Sono felicissimo!

Intanto Greg e Checco pescano sempre Snapper. Io devo cambiare asta, ben storta, e spostare l’arpione maxi (fatto apposta da un amico australiano il giorno prima della partenza) da un’asta all’altra e ravvoltolare ordinatamente tutto il sagolino.

Finalmente entro in acqua. Riesco a malapena ad avvicinarmi che sono immediatamente spettatore di un’azione di caccia un po’ convulsa ma notevole. Di colpo dalla cortina blu dell’Oceano compare una dozzina di forme a siluro che si gettano a razzo nella mischia: sono tonni pinne gialle di una ventina di chili che incrociano alla consueta folle velocità dei tonni all’attacco. Greg con una fucilata magistrale riesce a passarne uno che immediatamente impazza a velocità ulteriormente accresciuta. Gli squali evidentemente considerano il tonno pesce prelibato perché partono anch’essi a missile cercando di afferrare il pesce ferito, costretto a circoli sempre più stretti dalla sagola salpata dal pescatore. In pochi momenti di tensione e di corpi guizzanti Greg riesce a stringere il pesce al petto. È fatta, penso. Per nulla. Incredibilmente il tonno sguscia dalle mani brancolanti di Greg e ricomincia a nuotare come un forsennato. Gli squali impazzano. Checco, cercando di difendere il pesce e conscio che il suo fucile, in minima, come è già successo, non riesca a passare la spessa pelle dello squalo, si caccia in mezzo e proprio mentre uno squalo più aggressivo riesce a raggiungere la coda falcata del tonno e ad azzannarne le due estremità gli spara. In pancia.

L’arpione penetra! Sott’acqua gli vedo fare istintivamente UH??? prima di venire trascinato via dallo squalo che ora nuota a tutta velocità per scappare. Riesce a filare mulinello e a risalire ma viene trascinato via dal teatro dell’azione. Mentre lo inseguo per aiutarlo, con la coda dell’occhio vedo che la fucilata di Checco ha risolto la situazione. Gli squali si sono momentaneamente allontanati e Greg riesce a fermare il tonno.

Intanto Checco viene trainato dallo squalo che presto però, sembra perdere energie e comincia a nuotare lentamente, semi rovesciato. È comunque un pesce di ben oltre un quintale per cui anche con una scodata ogni tanto fa quello che vuole del pescatore in superficie. D’altra parte non è certo prudente tirarlo su, vicino a noi, per cui rimane filato ad una decina di metri di profondità. Il ritorno alla barca, controcorrente, è una faticata da dimenticare: la bestia che affonda e che ogni tanto si risveglia e scoda via facendoti perdere metri preziosi, il sagolino che taglia nonostante i guanti, la barca che non si avvicina mai. Tiriamo a turno, lentamente, fino a che non arriviamo alla barca ancorata. Greg ci ha facilmente preceduti, tonno e tutto, e ci aiuta filandoci un sagolino legato alla poppa. Poi, consiglio di guerra. Nessuno vuole lo squalo, ma Checco rivuole indietro il maxi-arpione e l’asta. Come fare? Dobbiamo ammazzarlo. Svito l’arpione e ad asta nuda, dico, sparo sul testone finché non muore. Proviamo.

Qui in acqua fonda, realizzo improvvisamente, c’è anche il pericolo di perdere l’asta perché lo scorrisagola non è più fermato dall’arpione. Cavoli, è anche l’ultima asta che ho, l’altra è quella del Wahoo. Boh. Greg e Checco in barca tengono la sagola, io mi avvicino allo squalo che sembra innervosito dalla mia presenza e ricomincia a scodare in maniera molto meno fiacca di prima. Il tiro non è facile, devo centrarlo in un punto ben preciso, un triangolino ridotto che ha per apice gli occhi. Gli giro attorno ma continua a muoversi. Torno in superficie. Cerco di arrivargli alle spalle per non farmi vedere ma continua a scodare nuotando in cerchio. Alla fine sparo. Non l’ho fulminato per cui tiro la sagola e libero l’asta per riprovare. Lo squalo improvvisamente impazzisce e a gola aperta parte sparato verso il suo tormentatore (come dargli torto). Greg e Checco nella barca, sorpresi, lasciano filare per qualche metro la sagola poi stringono la presa e lo squalo si arresta più o meno a qualche sgradevole decina di centimetri dal sottoscritto che ha l’interessante veduta del blu dell’Oceano attraverso la linea di visione bocca/branchie dello squalo. In barca sento parolacce a stringa perché qualcuno si è tagliato le mani nell’improvvisa carica. NON penso che sia una buona riprovare. Greg e Checco in barca decidono di tirare lo squalo, che di nuovo nuota fiacco, fin sotto la chiglia e di decidere poi. Detto fatto cominciano a salpare. Lo squalo risale, tutto storto, ma è ancora tutta apparenza. Al momento del contatto del dorso con la chiglia si risveglia di nuovo e scoda, violentemente. In un mare di schiuma vedo l’asta avvoltolarsi come stagno attorno all’albero del motore in una curva da cavaturaccioli e lo squalo improvvisamente liberarsi e nuotare energicamente verso il fondo. Scompare.

Bè. Basta per la giornata. Il tramonto australiano non è molto lontano e durante il ritorno nella laguna calmissima dugonghi e delfini lasciano effimere tracce azzurro rossastre nell’alternarsi delle onde illuminate dalla luce radente.

A terra l’ultimo atto di questa giornata. Greg pesa il Wahoo. È lui il detentore degli ultimi record per il pesce in Western Australia ed è convinto che questo possa averlo battuto. Il tentennare della bilancia mi strazia ma alla fine si ferma su un peso, di poco, superiore. È record! Incredulo, esterrefatto e felicissimo mi sottopongo alle foto di rito e riempio il modulo che mi confermerà il record. Dire che sono soddisfatto è, come dicono gli australiani, un understatement.

 

Terzo giorno.

Sveglia ancora la mattina prima dell’alba. Ormai, per la facile familiarità degli australiani, siamo facce conosciute, per cui veniamo salutati da diversi campeggiatori mentre ci avviamo alle rapide abluzioni mattutine. Qui in campeggio, in pieno inverno, ci sono quasi solo vecchietti solitari abbronzatissimi, ovviamente quasi tutti qui per pescare. Sopra acqua, loro. Le tende e le roulotte pullulano di canne e mulinelli. Avessimo tempo sarebbe anche bello fermarsi a chiacchierare e sentire le loro storie di pesca. In un posto come Shark Bay devono per forza essere, per noi mediterranei, al limite dell’incredibile. E sono convinto, in qualche caso, anche al di là.

La giornata sembra bellissima. Nessuna nuvola, vento quasi zero. Fa sempre freddo, però, a mettersi le mute che la notte non riescono ad asciugare.

Mattinata dedicata, per una volta, ai pesci di fondo. Si pescano i Baldchin Groper (Choerodon rubescens). Il nome, tradotto, vuol dire più o meno cernia dal mento glabro e in realtà la colorazione della vistosa mandibola è di un bianco smagliante. Come pesci sono abbastanza piccolini. I Baldchin Groper, infatti, raggiungono al massimo la decina di kg, con pesi medi ben inferiori. Sono però buonissimi da mangiare. Un po’ come le nostre orate, ma con carni meno stoppose negli esemplari grandi.

Sono tutto sommato pesci facili da pescare, se si sfrutta la tecnica nostrana dell’aspetto, swell oceanico permettendo. Ma visto che peschiamo all’interno del canale non ci sono troppi problemi. La tecnica australiana è più complessa, si pesca in caduta, con i pesci che al solito si spaventano se ci si avvicina troppo, richiedendo quindi tiri lunghi a sagome ridotte.

Ci spostiamo poi in un posto che Greg conosce, l’orlata più esterna del canale che porta all’Oceano aperto. Prima, al solito, passaggio vicino alla ormai consueta postazione dei fotografi del National Geographic Magazine con la loro domanda di rito “Have you seen any tiger today?”, nessun Tigre oggi? Risposta altrettanto di rito: “Not yet”, non ancora.

Lì, anche non volendolo, ci separiamo. Io mi trovo a pescare da solo sull’orlo profondo che dà sul canale. Il fondale quasi non si vede. Provo una tecnica che ho appena inventato. Spinnazzando alla principiante, con le pinne fuori dall’acqua, ragiono, si dovrebbe creare un disturbo tale da attirare i predatori. Detto fatto, un po’ vergognandomi, i riflessi acquisiti in tanti anni sono difficili da perdere, parto schizzando e spruzzando ad ogni colpo di pinna. Il fucile è puntato in avanti e nascosto nella sagoma del corpo e mi guardo ben bene attorno. Per guardarmi dietro, la direzione di arrivo più probabile per tutti i predatori, invece di ruotare lateralmente tutto il corpo, guardo in basso in mezzo alle pinne. Ed è proprio così che vedo incorniciato dalle pinne un bello Spanish Mackerel di circa 25 chili in acceso inseguimento di quello strano rumore. Non ho tempo di voltarmi e di fronteggiare il pesce così faccio la capovolta dando le pinne al pesce, continuando la rotazione fino a che non lo fronteggio. Mi trovo però così a pancia in su, una posizione certamente scomoda, ma il pesce è troppo vicino e non oso muovermi troppo, scapperebbe. Così eseguo tutto il complesso balletto di lusinghe e di avvicinamento al pesce a pancia all’aria, tanto sono nero nella stessa maniera sopra e sotto e per lui sarei strano allo stesso modo. Alla fine riesco ad avvicinarlo, sparo e lo prendo bene, nonostante i dubbi al momento di tirare il grilletto sulla mancanza di automatismi dovuti alla inusuale posizione. Lo Spanish parte al solito sparato ma, per fortuna, degli squali in giro nessuno sembra troppo interessato a questo energumeno in fuga folle. Solito traino a motoscafo, dove finalmente riesco a raddrizzarmi, ma per poco. Quasi subito la fuga si spegne e riesco a mettergli le mani in branchia. Lo lego, alla australiana, al calcio del fucile. Certo ingombra ma meno di quello che si potrebbe credere e del resto nessuno qui osa legarsi il pesce in cintura. Torno felice e spinnazzante alla barca e lego lo Spanish alla boa.

Degli altri nessuna traccia nei dintorni ma vedo due boccagli ballonzolare insieme, lontano. Visto che questa tecnica pazza sembra funzionare, riproviamo. Parto di bel nuovo, schizzando che sembro un offshore, guardandomi sempre in mezzo alle pinne per scoprire pesci inseguitori ma per un po’ nulla. Mi sento un po’ ridicolo, a dire il vero. Comunque ho ormai raggiunto un ritmo nello scandagliare i dintorni in cerca di pesci. Sotto per un po’, poi, a rotazione, sinistra, sotto ancora, destra e dietro. Sotto-sinistra-sotto-destra-dietro… di colpo proprio dietro compare una sagoma argento e blu oltremare a zebrature appena più chiare, il rostro aggressivo nella mia direzione. Un pesce vela (Istiophorus platypterus)! Uno dei miei sogni che si avvera. Non è grossissimo, lo stimo una quindicina di chili ma è assolutamente meraviglioso. Per guardarlo meglio smetto istintivamente di pinneggiare e accenno a girarmi ma, se quello che lo aveva attirato fin qui era il rumore degli schizzi, questo è probabilmente un errore. Immediatamente infatti si allarma. Innalza la gigantesca pinna dorsale, un metro di cobalto fuori dall’acqua, e accenna a voltarsi. Io mi gelo a metà movimento ma lui è ormai spaventato. Ruota tutto il corpo, mi mostra la coda gigantesca e, sempre con la vela alzata, fa per andarsene. A questo punto non so più cosa fare. Se il fermarmi è stato un errore allora provo a muovermi, ma non direttamente nella sua direzione, sarebbe minaccioso. Niente da fare. Abbassa è vero la dorsale, segnale che il pesce è più tranquillo, ma ormai ha deciso e senza voltarsi indietro scompare. Il mio vela! Andato. Così scontrosi i vela? Mah!

Gli altri intanto sono alla barca per cui rientro anch’io. Proviamo a spostarci un poco più in là. Checco ed io peschiamo  ancora insieme. Questa nuova orlata è più fonda e gli squali più numerosi ma ci sono diversi Snapper che pascolano massicci sul fondo, per cui restiamo. Man mano gli squali si fanno però sempre più fastidiosi. È sempre più difficile tirare su un pesce, prima intero poi un pesce del tutto. Man mano, nell’acqua sempre più scura per l’approssimarsi del tramonto, gli squali si alzano e fanno decise puntate verso di noi. È tempo o di sparar loro o di tornare alla barca. A proposito, un’occhiata in quella direzione mostra Greg in piedi a bordo che fa cenni nella nostra direzione. Si vede che vuole tornare a riva. O.K. per noi al solito. Pian piano abbandoniamo l’orlata e ci avviciniamo alla barca. Gli squali dopo un ultimo scocciante accerchiamento, restano indietro. Greg ci urla: “A BIG tiger shark”. Ci guardiamo. Se Greg, che è Greg, è uscito dall’acqua per uno squalo, che ci facciamo noi dentro? Guardandoci con sempre più attenzione sotto i piedi ci avviciniamo. Di colpo Greg non è più a bordo. Non capiamo. Lo vediamo in acqua diretto verso di noi con al collo la Nikonos. Si avvicina e ci dice, con un sorrisone da trecentosessanta gradi: “It’s BIG and it’s very near!”, è GRANDE ed è molto vicino! Incrocio lo sguardo di Checco ma nessuno dice nulla. Era andato a bordo solo per prendere la macchina fotografica… Riprendiamo insieme a guardare il fondo con attenzione.

Nulla. Alzo lo sguardo per chiedere a Greg in che direzione l’aveva visto e mi blocco. Lo squalo è in superficie! Grosso lo è davvero, massiccio, e largo, tanto! E vicino. Ha la pinna dorsale fuori dall’acqua ed è circondato da una nuvola di pescetti, come un grande relitto. Remore, carangidi e pesci pilota gli fanno scorta e ne ingrandiscono ulteriormente la sagoma. Il muso camuso, con i tipici grandi opercoli nasali è puntato esattamente contro il nostro gruppetto di subacquei. L’occhio nero è fisso su di noi, impassibile, e la bocca è semiaperta, al solito. È una vista impressionante, resa ancora più tale dalla grande coda che, dal nostro punto di vista subito dietro il testone, spinge questa gran massa lentamente ma decisamente contro di noi. In realtà la lentezza è un’impressione, le ondine in superficie intorno alla dorsale tradiscono la reale velocità con cui riduce le distanze. Si avvicina. E si avvicina ancora. Lo fronteggiamo tutti e tre con i fucili puntati. È ridicola, penso fulmineamente, questa differenza tra le “armi” e la massa dello squalo in arrivo.

Greg abbassa il fucile, lo lascia penzolare dalla cintura, alza la Nikonos e lo fotografa. Il Tigre è vicinissimo, si vedono distintamente la rugosità della pelle e la forma dei denti seminascosti dalle pieghe della pelle bianca e rugosa della mandibola. Senza variare la velocità arriva a contatto con la punta del mio Sten 130. Io mi trovo improvvisamente a premere contro il muso dello squalo che continua a nuotare, il braccio piegato dalla spinta enorme. La sensazione è quella di premere contro un muro rivestito di gomma. Poi inesorabilmente comincio a muovermi indietro, spostato dallo squalo. Forse l’arpione deve dargli un po’ di fastidio perché lentamente, con indifferenza, gira il testone alla sua destra e ci fa sfilare davanti la parete massiccia del corpo, sempre sospinto dall’ingannevolmente lento movimento della coda. Il fianco è zebrato di striature verticali di grigio più scuro, facendolo assomigliare ad una versione in bianco e nero del grande felino di cui ha ereditato il nome. In un lampo confuso di acqua mossa passa la grande coda circondata da un branco intero di carangidi. È andato. Si allontana lasciandoci senza fiato, svanendo adagio nel grigio-blu dell’Oceano.

Ci guardiamo straniti. Greg col sorrisone, Checco ed io ancora in apnea. Di colpo parto a razzo verso la barca. Perdiana, ho anch’io la Nikonos. Voglio anch’io le foto di questa incredibile avventura.

E da allora in poi è un incontro ravvicinato con il grande Tigre, uno delle tre specie di requiem shark nel mondo, che si svilupperà per diversi incredibili minuti in quest’acqua fosca di un’orlata profonda che sfocia nell’Oceano australiano.

Tre minuti di attesa in cui temiamo che lo squalo, appagata la curiosità, sia scomparso. Poi riappare, sul fondo questa volta, ma ci rimane poco, si alza subito e viene ancora verso di noi. Facciamo in tempo ora a valutarne le reali dimensioni. Non raggiunge i cinque metri ma è LARGO. E soprattutto cominciamo a capire qualcosa, per quello che è possibile, del suo comportamento. Dopo tutto è anche lui un pesce e di pesci ne abbiamo visti e studiati tanti. È vero, con lo scopo di avvicinarli il più possibile nell’ottica dell’essere noi i predatori ma… È incuriosito, non spaventato, e non è minaccioso. Non è in caccia. Continua a girarci intorno, prima molto vicino, permettendo foto da infarto, poi, man mano, soddisfatta parzialmente la curiosità di queste strane cose galleggianti, più lontano.

Io scatto, freneticamente all’inizio, cercando solo di fissare l’immagine di questa incredibile creatura sulla pellicola. Poi, visto che non sembra disposta ad allontanarsi subito, con un po’ più di razionalità, cercando l’inquadratura che tenti, vanamente, lo so, di rendere il senso della presenza della bestia. Greg pure scatta a ripetizione. Dopo un po’, presa, come dire, confidenza, ci allontaniamo gli uni dagli altri, per cercare di avvicinarci di più, per fotografarne i particolari e non solo la sagoma. Per cercare, inutilmente, la difficilissima inquadratura con un essere umano nella stessa immagine, per rendere giustizia alle dimensioni del Tigre.

 

Non che sia peraltro una bestia che rifiuti un facile boccone. A poppa della barca, poco lontano, penzolano tre carangidi tra gli otto e i dieci chili legati per le branchie alla catena d’acciaio della boa. Al quarto o quinto giro si avvicina ai pesci, indolente li sfiora con il muso e se ne va. La virata non è più stretta delle precedenti, ma torna, apparentemente ad invariata velocità, sulla boa. Punta diretto sulle prede, spalanca la bocca, un’immagine fortunata fissa incredibilmente l’attimo in cui la palpebra nittitante risale a proteggere il vulnerabile occhio, l’attimo in pieno attacco in cui lo squalo è cieco, e le ingoia. Fa per nuotare via ma la catena si tende e lo ferma. Non più che infastidito, sembra, scuote il testone. Le prede non vengono. Massicciamente, non ho altro modo per descrivere l’azione, cerca di strappare queste preda così riluttante. Inarca il corpo, scuote la coda, si arrotola nell’acqua nello sforzo e improvvisamente ci rendiamo conto della potenza mostruosa di questa bestia in cui già l’abitudine aveva cominciato a smussarne i contorni di gigante quale in realtà è. La massa d’acqua mossa è enorme, gli schizzi soli sono alti cinque o sei metri. La barca, sei metri di vetroresina con un massiccio 90 cavalli, sembra un turacciolo. Il beccheggio è enorme Una falchetta imbarca acqua ad una imbardata più potente delle altre. Nell’acqua impazzita la boa rimbalza fuori dall’acqua. Poi qualcosa deve cedere e cede. I tre carangidi vengono strappati insieme appena sotto le branchie. Le tre teste rimangono penzoloni, ancora legate alla catena d’acciaio.

Il Tigre ingoia. È talmente vicino che vedo le grinzine della molle pelle bianca della gola stendersi al passaggio del boccone. Riprende a nuotare alla velocità di prima e lentamente scende a scomparire in direzione dell’orlo fondo.

Incontro concluso, crediamo. Ha soddisfatto sia la curiosità sia la fame. Ora non ha più nessuna ragione per restarci intorno, ci diciamo l’un altro. Sbagliato. Un paio di minuti, poi è di nuovo sotto i piedi. Leggermente più disinteressato, sembra, o così leggiamo noi del suo comportamento, proiettando le nostre menti nel suo modo di agire. Certo è invece che ha un comportamento più complesso di quello che viene creduto possibile per uno squalo, spesso visto come una macchina programmata e dal rigido comportamento. È sempre curioso, anche se in maniera più distaccata. Ci gira intorno un po’ più lontano, un po’ più profondo di prima. Ripassa dopo un altro paio di giri di fronte alla boa. Sfiora ancora una volta col muso le teste dei carangidi ma non tenta nemmeno di mordere.

Scivola via. Lentamente scompare. La tigratura grigia è perfetta per farlo confondere nello sfondo. Svanisce e non sai se quello che ti rimane per ultimo negli occhi sia davvero un parte dello squalo o un’immagine fantasma a tutti i costi voluta e inconsciamente ricostruita.

 

Il fondale non è rimasto completamente inerte, anche se gli altri squali sono improvvisamente stati ridimensionati a povere comparse. Certo è che stanno ben lontani dal palcoscenico principale.

Improvvisamente uno Spanish Mackerel compare sparato sulla scena. Scatta improvviso l’istinto di caccia sopito finora dalla meraviglia, parto velocissimo all’inseguimento, arrivo a tiro, sparo e lo prendo a metà corpo. Lui schizza via, puntando verso l’orlata ma non è grosso, a stento una decina di chili, e riesco abbastanza facilmente a contrastarne la reazione. È mio. Ma nulla è mai così facile come sembra. Attirata dalla confusione schizza, comparendo dall’orlo, un cernione di una settantina di chili che parte in caccia furiosa dello Spanish. Lo insegue, ne copia le evoluzioni circolo dopo circolo, ne intercetta con sicurezza la rotta e lo ingoia. Se ne va quindi decisa verso l’orlo con il pesce di traverso nella bocca. Il tirone che ricevo è improvviso e brutale. È come se avessi sparato a lui, al cernione, con in più lo svantaggio di avere dall’altra parte, a tirare, un pesce per nulla ferito e pieno di energie. Mi strapazza ben bene. Io sono a fondo filo del mulinello e posso contrastare solo restando attaccato caparbiamente al fucile e pinneggiando freneticamente. Il mio unico vantaggio è la posizione dell’asta che, così verticale, impedisce la deglutizione completa dello Spanish. Il cernione inesorabilmente, e devo dire abbastanza facilmente, si dirige verso l’orlo. Se supera il ciglio, ragiono, il cavetto struscerà contro i coralli e si spezzerà in frettissima, soprattutto sotto questo tipo di trazione. E devo ringraziare le alette maxi fatte qui in Australia e montate per l’occasione appena prima della partenza se non ho ancora strappato tutto. Tiro ancora più rabbiosamente, a strattoni. E questo in qualche modo sembra disturbarlo di più. Riesco a spostare la preda ad un angolo della bocca. Ad un ultimo tirone rabbioso riesco a strappar via il povero Spanish. O forse è il cernione che ha mollato una preda dal comportamento così poco dabbene.

 

Giornata finita. Sott’acqua i colori sono ormai fumosi. Il sole è basso sull’orizzonte e dobbiamo ancora attraversare tutta la laguna interna. Il ritorno è ancora più spettacolare dei giorni precedenti. Nuvole basse coprono il Sole fin quasi all’orizzonte, per poi lasciarlo di colpo libero di incendiare la costa e le sommità delle onde di poppa. Sulla sinistra sfila un gigantesco, disordinato, nido di falco marino, con l’occupante ritto orgogliosamente sul bordo a guardarci passare sfiorando con un ronzio l’acqua liscissima.

Riccardo A. Andreoli

 

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