Western
Australia - Ningaloo Reef
Australia,
barriera corallina, sogni, pesci giganti, squali. In aereo era questo che
mi girava nella testa confusa da troppe ore di volo, troppi fusi orari e
qualcosa di improbabile mangiato nella tappa di Bangkok.
Quasi
c’eravamo, dopo un mese passato a programmare il viaggio, trovare i
biglietti “giusti”, una bolletta telefonica che giaceva nel futuro ma
sicuramente astronomica dovuta alle numerose telefonate intercontinentali
per gli accordi definitivi. In Italia è luglio, a Perth, nostra
destinazione, capitale dello stato della Western Australia, il lontano
west australiano, l’ultimo stato ad essere colonizzato, il più
selvaggio… e il più pescoso, è però pieno inverno, pioggia leggera,
temperatura 9-11 gradi. Per cui nel bagaglio a mano ero riuscito a
infilare pantaloni corti e maglietta, e pantaloni lunghi e maglione.
Quasi
ci siamo. L’aereo si inclina e sotto l’ala compare nella notte una
grande città illuminata. L’ultima regolata all’orologio, la terza
dall’inizio del viaggio: sono le 7 ora locale, jet-lag di 6 ore.
Atterriamo. Insonnoliti, a dir poco, recuperiamo i bagagli dopo il
consueto momento di panico. E se non sono arrivati? Fucili, mute, pinne
eccetera? Non dico viaggio sprecato ma... Custom. Ci fermano. Abbiamo
dichiarato di importare “gun” (fucili) per cui vogliono vedere bene
cosa sono e chi siamo. Ci fanno aprire tutte le sacche e scrivono
compuntamente che importiamo questa e quest’altra “arma”. Finito?
Finito. All’uscita ci aspetta l’amico Steve, ormai praticamente
australiano, mancano pochi mesi alla naturalizzazione.
Prima
impressione, sabbia dappertutto, coperta da erbetta verde. Poca gente,
strade larghissime, case basse con ampi spazi a giardino. Piante
sconosciute, verdissime. Freddo. Il maglione è necessario e in macchina
accendiamo pure il riscaldamento. Pioviggina. È proprio inverno. Barriera
corallina, pesci giganti, squali? Mah. Ora non mi sembrano molto reali.
Vedremo. Intanto arriviamo a casa e ci fermiamo paraurti a paraurti contro
il Land Cruiser Toyota che ci farà da base, casa, mezzo di trasporto per
il VERO viaggio che ancora ci aspetta. Crolliamo a letto, appena consci
del freddo della casa. Senza riscaldamento perché nessuna casa
australiana, giura Steve, ne ha bisogno. Intanto però la stufetta
elettrica va a tutto regime.
Sveglia
ad ore biologicamente improbabili nel pomeriggio La testa è ovattata ma
la pianificazione degli acquisti è necessaria, dovremo stare in campeggio
selvaggio per un paio di settimane. Steve mi dice che Coral Bay, il paese
(scoprirò poi quanto follemente inadeguata questa descrizione sia solo
molto più tardi) più vicino è a 60 km di pista sterrata.
Dopo
la spesa casa, cena, letto (letto!), la mattina dopo dobbiamo partire per
il nord e le zone di pesca!
Per
arrivare fin là bisogna fare un viaggio di dimensioni australiane. Circa
1400 chilometri da Perth. Passiamo il tropico del Capricorno, segnato nel
mezzo del nulla del deserto australiano da un grande cartello bianco e da
una striscia per terra. La foto di rito fa, in effetti, una certa
impressione. Un po’ stranita. Gioiosa.
Gli
ultimi 60 km per arrivare a Ningaloo Reef sono in sterrato. In Italia si
chiamerebbe “strada bianca”, in Australia è in realtà strada rossa.
La polvere che si solleva sotto le ruote e si deposita ovunque, le rocce
di superficie, il ghiaino che pavimenta (si fa per dire) la strada, tutto
è di un rosso-arancione peculiare, cupo, quasi di quella particolare
sfumatura di rosso che si trova nelle fotografie di Marte.
Gli
ultimi chilometri sono anche peggio. Un sentiero tra le dune, appena
segnato dal passaggio dai larghi pneumatici da sabbia dei fuoristrada che
ci hanno preceduto, serpeggia qua e là, su e giù, a tratti cancellato
dal vento onnipresente. Ogni tanto un guscio di tartaruga marina, bianco e
disseccato dal sole, segna dove è morta, dopo aver sbagliato strada dopo
la deposizione delle uova.
Il
campo è in una zona subito dietro le alte dune oceaniche, riparato dal
vento e con un passaggio largo abbastanza per le fuoristrada che
trascinano i carrelli con le barche per raggiungere l’acqua. E… sì,
si arriva fin qui con le barche stracariche a traino, sulla sabbia e
attraverso le dune.
Il
campo non è mai silenzioso. Chiunque arrivi fin qui per pescare si porta
dietro un generatore e almeno un freezer per conservare per i giorni di
permanenza il pesce, più spesso i filetti di pesce che occupano meno
spazio. Per cui prima di tutto c’è il monotono ronzio dei motorini a
scoppio, oggi 4, che, anche se seminascosti dietro le scarne erbe delle
dune, si fanno sentire. Poi, a ondate, più o meno forte a seconda della
direzione e della forza del vento, il rombo profondo dello swell, il
frangente oceanico, che rompe sul reef che è qui a poca distanza dalla
costa. Sulla spiaggia, dall’altra parte delle dune, i generatori non si
sentono più ma il rimbombo costante dei frangenti è più forte e
costituirà la colonna sonora del viaggio.
Per
tutto il periodo in cui ci fermeremo qui ci saranno emozioni e incontri
ravvicinati con pesci ed esseri cui noi, pescatori del Mediterraneo, per
quanto “vecchi”, non siamo abituati.
Una
digressione sui fucili. Dopo una serrata serie di e-mail con un amico,
Angelo, ricercatore all’università di Perth e accanito subacqueo, e
dietro suo suggerimento (lui pesca con uno Sten 100), ho selezionato due
fucili. Uno Sten 100 come secondo fucile e un nuovissimo Cyrano 110,
comprato per l’occasione, come primo. Gli arbalete, nell’accezione
europea, sono troppo leggeri per pescare da queste parti. Scelta, lo dico
subito, almeno parzialmente sbagliata. Trooooppo piccoli. La prima volta
che abbiamo tirati fuori i fucili dalle sacche, gli australiani li hanno
guardati con curiosità e hanno detto solo: Bè, ti devi avvicinare un bel
po’ per sparare con quelli, vero?
Il
tipo di pesca che fa Angelo, ho scoperto poi, è quasi una riproduzione di
quella italiana -più o meno di tana- ed è completamente diversa da
quella che piace a me e per cui, nei paesi di lingua inglese, c’è un
bellissimo nome: Bluewater hunting, la caccia, letteralmente, nell’acqua
blu.
Loro,
gli australiani, hanno tutti dei fucili che non chiamano affatto arbalete
pur essendo ad elastici. Sono dei mostri con affusto di legno che lanciano
a oltre 4 metri un’asta di un
chilo per due metri di lunghezza. Sono rigorosamente fatti in casa,
anzi nell’attrezzatissima officina del padre di uno di loro. Sono dei
Paxman, e l’ideatore, Frank Paxman, padre di Barry, uno dei nostri
anfitrioni subacquei, li vende a mezza Western Australia. A quelli, cioè,
che non se lo fanno da soli nell’officina dietro casa, che qui tutti
hanno.
Primo
giorno.
Seconda
immersione, quella in cui ancora ci si tolgono le bolle d’aria dalla
muta e si assaporano le prime impressioni. Arrivo sul primo sbalzo, una
decina di metri, e mi poso guardando sotto, poi a sinistra, poi a… una
forma scura dal fondale cupo, l’acqua non è pulitissima e non c’è
sole, si muove. Lentamente si avvicina e la vedo meglio. È uno squalo,
grosso. Viene verso di me. Punto di riflesso il fucile e per un momento
vedo la lustra forma a torpedine dello squalo perfettamente di muso: i tre
alettoni delle pinne pettorali e della dorsale ad angoli uguali che
incorniciano la bocca sempre semiaperta.
Sale
fino alla mia stessa altezza, arriva a tre metri poi gira il testone e mi
sfila indolentemente davanti. Vedo perfettamente le bande zebrate sul
fianco e il muso camuso. Il mio primo squalo tigre (Galeocerdo
cuvieri).
Risalendo
avverto il gruppo di diver australiani. Si scambiano tutti grida del tipo
“tiger” ma per il resto lo ignorano sovranamente. Francesco detto
Checco, subito sopra di me, ha visto tutto; ci scambiano uno sguardo e
torniamo a pescare.
Ancora
primo giorno. Prima cattura nell’Oceano. Un branco di carangidi (che qui
chiamano genericamente trevallies) sui sei-sette chili si avvicina e ci circonda a
carosello. Checco spara, ne prende uno e orgogliosamente lo porta alla
barca. Qui il pesce lo tengono in acqua: buttano da poppa una boa con una
lunga catena di acciaio con uno spillone alla fine per passarci le
branchie. Barry sorride... e, con nostro scioccato sbalordimento,
prontamente procede a farlo a pezzi. Questa è stata la nostra
introduzione alla pratica del “burleing” australiano. Tradotto,
pasturazione. I “veri” pesci da prendere sono i grandi predatori del
blu che risalgono la scia del sangue e arrivano, incuriositi e sospettosi,
in zona. Insieme agli squali naturalmente.
Da
quel momento in poi sarà per Checco e per me una costante lotta per
scoprire quali sono i pesci “buoni” e quali no. Per di più Ningaloo
Reef è una zona di parco, dove la pesca è regolamentata e dove gli unici
pesci catturabili sono i pelagici, da pescare a mezz’acqua nel blu.
Questo restringe certamente le opzioni, pur nelle ricche acque di un reef.
L’aspetto,
alla mediterranea, è assolutamente, o quasi, improponibile. L’onda
oceanica ha una tale potenza che sul fondo, anche a una quindicina di
metri, ti devi aggrappare con la mano libera al primo spunzone di corallo
che capita. Forte. Poi arriva l’onda. Il flusso è tale riesci a
reggerti a malapena, il fucile viene spostato senza pietà nella direzione
dell’onda, il corpo viene trascinato nella stessa direzione, le pinne
svolazzano, senti l’acqua scorrere ruscellando contro le zone scoperte
del viso, i pesci vengono spostati di due metri da dove erano prima, ma
tanto non ha importanza, il fucile è
una banderuola. Attimo di pausa. Poi arriva il deflusso. In pochi
momenti tutta l’acqua ricomincia a scorrere nella direzione contraria.
Se poi hai ingenuamente selezionato un riparo e non sei su fondo piatto,
vieni incollato alle rocce che ti circondano. Spesso anche malamente
graffiato.
Dopo pochi
tentativi rinunciamo. Gli australiani non lo praticano assolutamente, per
di più hanno anche il problema che è già difficile reggere col polso un
fucile di due metri, non parliamo poi di muoverlo per mirare.
Terzo
giorno. Mante, mante dappertutto.
Grandi
mante solitarie e branchi di piccole mante, una inanellata all’altra.
Una gigantesca manta nuota fino alla superficie, lenta, nera e imponente,
poi si rovescia e sprofonda a picco verso il fondo, mostrando a tratti il
ventre bianchissimo. Prima che svanisca nelle profondità Checco la
insegue e tenta una carezza sul dorso. La manta spaventata ha un
soprassalto, piega le enormi ali fin quasi al dorso per il primo potente
battito e vola via. Checco, sorpreso, si arrotola a palla, scosso
dall’enorme flusso d’acqua che lo investe di colpo. Io tento
seriamente di affogarmi ridendo, con l’acqua che entra a fiotti dentro
alla maschera. Pochi minuti più tardi è Checco che si rotola dal ridere
ai miei inutili e forsennati tentativi di inseguire, nuotando a rotta di
collo, un brancotto di timide piccole mante, per il piacere di vedere da
vicino i loro “corni” argentei e di ammirare la loro danza coordinata
un po’ più a lungo.
Quarto
giorno. Il litigio con le cernie giganti.
Sparo
al limite del tiro ad un carangide sui 7-8 chili che al solito parte
trascinandosi dietro asta e sagola del mulinello. Un cernione da infarto
(per il Mediterraneo - poi ne vedremo ben peggio), una quintalata di
bestia, schizza fuori da una caverna sul fondo e letteralmente aspira il
pesce sulla punta dall’asta. Sorpreso, a dir poco, cerco di recuperare
il MIO pesce e tiro furiosamente la sagola. Probabilmente sorpreso anche
lui da questi strano comportamento del pesce il cernione se lo lascia
strappare di bocca. Recupero più veloce che posso ma il cernione non
cede, vuole anche lui il pesce e lo insegue. Deciso, sbatte contro le mie
pinne, se lo riprende in bocca, lo strappa dall’asta, mi fa roteare
quando scoda per ripartire verso il fondo e scompare, con il pesce di
traverso, testa e un pezzo di coda le uniche cose che sporgono da
quell’antro di bocca. Come va il mondo, vero? In Mediterraneo un
cernione così sarebbe il pesce della vita e qui non sto nemmeno
contemplando la possibilità di sparargli...
Qualche
giorno più tardi Checco ne incontrerà uno ancora più grande e
aggressivo che, ripetendo la scena, non solo gli mangerà il pesce ma gli
piegherà malamente l’asta, gli strapperà una delle alette dei pesanti
arpioni magnum e per concludere taglierà la sagola contro i coralli del
fondo.
Quinto
giorno. La pescata più bella.
Checco,
dopo un’interminabile apnea, usando tutte le tecniche apprese in anni di
pesca mediterranea nel blu, riesce in un accurato avvicinamento a
mezz’acqua di un enorme Spanish Mackerel (Scomberomorus commerson), uno dei migliori “pesci buoni”. Spara
e lo fulmina. Gli australiani dicono “stoned”, letteralmente,
pietrificato. Bello. Rende l’idea.
Felici
ritorniamo alla barca. Barry ci guarda strano ma non dice niente.
Infiliamo il pesce sulla catena e torniamo a pescare. Mezz’ora più
tardi sto rimbalzando un’onda sì ed una no attaccato dietro ad uno
Spanish ancora più grande, evidentemente non stoned, che prima ha portato
via tutta la sagola del mulinello e poi ha portato via anche me.
Caparbiamente riesco a lavorarlo, dribblando gli onnipresenti squali, e
riesco a mettergli le mani in branchia. Impazzisce e mi sbatacchia
malamente qua e là in un mare di schiuma. Altro viaggio alla barca e
altra occhiata stupita di Barry. Esplode in qualcosa che suona
sospettosamente come un “bloody bastards” (maledetti bastardi) e
scuote la testa.
Al
ritorno al campo succede una scena strana. Appena siamo a riva, con la
barca ancora in moto, Barry con un urlaccio manda un figlio a prendere in
tenda la bilancia. Intanto cominciano le operazioni di scarico delle
attrezzature e quelle, noiosissime ma indispensabili, di sfilettatura del
pesce. Quando arriva la bilancia e pesiamo il pesce di Checco
improvvisamente tutti i subacquei delle due barche, apparentemente intenti
ai fatti loro, sembrano presi da un incantesimo. Si bloccano tutti,
qualunque cosa stiano facendo, e guardano ipnotizzati la bilancia con
sotto lo Spanish che lentamente oscilla. 35 chili! Checco è contentissimo
e tutti riprendono a vivere. Poi tocca al pesce mio. Altro incantesimo.
Subacquei con il coltello infilato nel pesce, subacquei con la muta
sfilata dalla testa ma ancora con le braccia prigioniere. Tutti immobili.
L’ago della bilancia rotea pazzamente poi pian piano si ferma poco oltre
i 37 chili.
Un
sospiro si leva da tutti e finalmente si svela l’arcano. Il record
australiano sullo Spanish, ci spiegano, era stato per anni di 36 chili,
poi, in quella stessa primavera, qualcuno ne aveva preso uno di 38.6
chili. Il mio NON era quindi record. Per un chilo e mezzo ma non lo era.
Da qui l’“incantesimo”. E il bonario ed esasperato bloody...
eccetera.
Nono
giorno. Le balene.
Forse
non un grande incontro, ma io non avevo mai visto le balene così da
vicino e con solo venti metri di fondo sotto la pancia per di più.
Tentiamo di avvicinarci per vederle anche sott’acqua e per nuotare con
loro. Sarebbe incredibile! La balena più vicina però nuota via, ad una
tale velocità che i colpi di coda creano un effimero, vetrato sentiero
blu lungo duecento metri che appiattisce la superficie ruvida
dell’Oceano ingrossato, svanendo lentamente.
Quarto
e dodicesimo giorno. I dugonghi.
Il
quarto giorno vedo una strana, grossa, forma verde-blu chiaro ferma sul
fondo. Mi avvicino incuriosito e improvvisamente realizzo che è un
dugongo che bruca tranquillamente le alghe. Mai visto prima. Estasiato mi
immergo e nuoto lentamente verso di lui, cercando di avvicinarmi senza
disturbarlo troppo. Il dugongo però gira le terga, faccio in tempo ad
intravedere i baffoni da tricheco, e nuota via disinteressato, agitando
quella sua grassa codona piatta e un po’ ridicola. Checco, qualche
giorno più tardi, riuscirà ad avvicinarsi al punto di accarezzarne uno.
Dirà poi: “mi ricorderò a lungo di quel colore strano, come azzurro
latteo, della testa da tricheco e della pelle piena di piccolissimi denti
di cane”.
Tutti
i giorni. Le tartarughe.
In
Mediterraneo certamente le tartarughe ci sono e sono abbastanza comuni se
appena ci si porta al largo dei disturbi costieri. Qualche anno fa, in un
viaggio per raggiungere una secca lontana una quarantina di miglia, ne
avevamo contate più di una dozzina. Ma qui a Ningaloo il loro numero è
semplicemente incredibile. Sono ovunque. Talora se ne vedono tre o più
nella stessa immersione. Nuotano lentamente, solitarie e gigantesche, a
pochi metri di profondità risalendo ogni tanto per una boccata d’aria.
Nuotano velocemente sul fondo, irraggiungibili, quando tentiamo di usarle
per fare un po’ di autostop. Dormono, sembra, in profonde grotte sul
fondo, ammassate tre o quattro insieme, con gli occhi chiusi e la testa in
una spaccatura più profonda delle altre.
E,
nonostante la loro aria sonnolenta, sono dei predatori! Una volta una mi
ha fatto venire un coccolone. Stavo planando al solito nel blu, appena al
di sotto della zona di galleggiamento neutro, con il fucile sotto la
pancia, nascosto nella sagoma del corpo, con un occhio agli squali sul
fondo a sette o otto metri da me e lo sguardo, credevo, che copriva tutti
gli angoli di visuale in cerca della sagoma argentata che preludesse ad
uno Spanish, quando un’ombra scura mi cade addosso dalla destra, vicina.
Grande. Giro la testa di scatto ed è là. Una tartarugona massiccia che
mi guarda freddamente. È arrivata a tre metri, da dietro e da sopra, nel
mio angolo cieco. Un accenno di movimento delle potenti zampe anteriori e
scivola via a perdersi nell’acqua lattiginosa. Ma và...
Tutti
i giorni. Gli squali.
Nella
pratica quotidiana ci sono gli squali. Il burley richiama, è fatto
apposta, i predatori. Primi fra tutti i più numerosi, gli squali. Tempo
3-4 minuti ed ecco che arrivano. Nella stragrande maggioranza sono Bronze
Whaler (Carcharinus brachyurus),
elencati come “dangerous” nei cataloghi dei pesci australiani. Di
solito sono sui due metri e mezzo, tre metri. Ogni tanto ce n’è uno più
massiccio che può superare queste misure. Solo raramente si trovano i
pressoché innocui pinna bianca.
Per
un po’ rimangono sul fondo. Poi, quando cominciano ad essercene sei o
sette contemporaneamente nel raggio di visione, o se ce n’è uno più
grosso, si fanno più insistenti. Si alzano e cominciano a nuotare a
mezz’acqua. Adesso cominciano a scocciare perché possono attaccare il
pesce.
Quando
si prende un carangide, per esempio, e non lo si fulmina, quello
naturalmente comincia a tirare fuori sagola dal mulinello e a sbattere in
giro, grugnendo e trasmettendo chiari segni di “pesce in difficoltà”.
La scena allora improvvisamente si anima. Dalla cortina blu di sfondo
dell’Oceano, un attimo prima ingannevolmente vuota, si materializzano
forme a siluro dirette al supposto banchetto. Gli squali presenti, che
sembravano insonnoliti, di colpo cominciano a schizzare qua e là
cambiando rotta repentinamente a tutta velocità per inseguire il pesce
ferito, legato dalla sagola, con il pescatore che tira disperatamente. Se
si è veloci si riesce ad afferrare il pesce prima che gli squali facciano
più di 3 o 4 puntate aggressive. Altrimenti le cose cominciano a
complicarsi. Se uno squalo riesce ad azzannare il pesce, prima di tutto lo
ferma, creando un bersaglio più facile per gli altri. Poi c’è una
mischia all’insegna del “se lo mangia lui perché non lo devo mangiare
io?” e tutto il branco va di colpo in frenesia da cibo. Come palle da
biliardo impazzite gli squali carambolano a tutta velocità, rimbalzano
fra il pesce in bocca al primo, un altro squalo di colpo in rotta di
collisione... e il pescatore, che aveva fatto di tutto per avvicinarsi al
massimo alla sua ormai ex-preda. Arrivano sparati da tutte le angolazioni,
contro le pinne quelli dal basso, a mezzo corpo quelli a mezz’acqua o
direttamente in faccia quelli in superficie e realizzi che è contro te
che stanno facendo le puntate. Vi assicuro che è una sensazione vedere a
tre metri l’asta sbatacchiata come un fuscello da uno squalo che scuote
il testone sbranando il pesce, per essere trascinati sotto improvvisamente
dalla sua fuga con il pesce in bocca inseguito dal branco affamato.
Conviene forse, allora, filare mulinello e rinunciare al pesce, ormai
fatto a pezzi, concentrandosi sul salvare l’attrezzatura.
Le
cose peggiorano quando hai sull’asta finalmente un pesce “buono”,
magari un massiccio Spanish. Sei mooolto meno disposto a farti fregare un
pesce da un altro pesce e litighi più accanitamente, cacciandoti in mezzo
alla ressa, brandendo il fucile con aria minacciosa (l’unica che puoi
fare, visto che è scarico) e facendo a tua volta puntate aggressive
contro gli squali più vicini al tuo bel pesce. NON è detto che funzioni,
ma spesso sì. Talora purtroppo non c’è niente da fare e assisti
impotente al macello. A Lee, il figlio minore di Barry, 14 anni, hanno
mangiato così uno spettacoloso Spanish che probabilmente era anche più
grosso del mio. Litigando di brutto, con l’aiuto del padre accorso alla
fine, Lee è riuscito a recuperare due pezzi del pesce, un terzo anteriore
con la testa e un pezzetto della parte posteriore con la pinna anale ma
senza la coda. Pesato così, sbrindellato, raggiungeva i 22 chili. Lee era
leggermente “upset”...
Ultimo
giorno a Ningaloo Reef.
Sera.
Barry è partito da qualche giorno. Stiamo pescando con Hans, un altro
esperto diver, originariamente svizzero, poi sud africano ed ora
australiano. Siamo vicini al reef in poca acqua quando una grande forma
appare sul fondo. Uno squalo. È un altro dei grossi tigre che passeggiano
imponenti per la zona. Una settimana prima uno di bello aveva tentato un
attacco contro Lee, forse nell’erronea convinzione che il più piccolo
della compagnia fosse il più facile da prendere, ma mal glie ne era
incolto perché Barry gli era piombato addosso e gli aveva sparato una
fucilata sul fianco che lo aveva fatto ignominiosamente schizzare via ben
ben graffiato. Questo però rimane sul fondo e lentamente svanisce
nell’acqua non pulitissima.
Cinque
minuti dopo compare una forma più grande. Un altro tigre? No. Hans
affermerà più tardi che è il più grosso Whaler che avesse mai visto.
Certamente oltre i quattro metri. E questo non sta minimamente pensando a
svanire. Nuota sul fondo pigramente, lentamente ma determinatamente
riducendo le distanze. Noi continuiamo a pescare tenendogli un occhio
addosso e riducendo la distanza fra noi.
I
pesci “buoni” non si mostrano. Forse ci saranno anche, ma un predatore
così grosso, così vicino alla loro sorgente di interesse, probabilmente
ne impedisce l’avvicinamento.
Di
colpo la grande coda dà una frustata e lo squalo guizza in superficie
dove, di nuovo lentamente, comincia un carosello con noi al centro. Non
ricordo di aver fatto nessun movimento, a parte il cuore, ma continuo a
urtare contro le spalle sia di Hans sia di Checco e a strusciare le pinne
contro le loro. Nessuno dice nulla. Continuiamo caparbiamente a pescare,
sforzandoci di tenere costantemente lo squalo nel raggio di visione.
Intanto
stiamo gentilmente derivando con la corrente. Lo squalo però non fa nulla
gentilmente. Sta ora nuotando sempre più nervosamente, in circoli. Ogni
volta che punta il muso nella nostra direzione dà una sferzata con la
coda contro di noi, poi riprende il suo circolo. Abbiamo smesso di pescare
e stiamo ora solo guardando lo squalo. Hans suggerisce, che, forse, è
meglio se cambiamo posto. OK. Ci stiamo muovendo. Per un po’ lo squalo
continua a seguirci, con un circolo forse un po’ più largo poi rimane
indietro e svapora nello sfondo grigio-verde dell’Oceano al tramonto.
Saliamo in barca e ci spostiamo di circa 800 metri. Non passano più di
tre o quattro minuti che lo squalo è di nuovo qui. Già in superficie, già
in caccia circolare, sempre molto aggressivo, con scatti nervosi del
testone ad ogni virata. Hans scuote la testa e riconosce la sconfitta:
siamo cacciati fuori dall’acqua da uno squalo ostile...
Le
notti erano anch’esse fantastiche. Stelle ovunque, luminose anche
bassissime sull’orizzonte, con quell’incredibile limpidezza che noi
abbiamo solo dopo un temporale e che lì è solo normale, con la Croce del
Sud al centro del cielo. Le prime notti erano anche senza luna (buono per
la pesca). Lo spettacolo glorioso.
La
vita intorno al campo era altrettanto incredibile. Il campo perfettamente
organizzato di Hans ed il suo fuoco erano al centro di quelle fredde
notti. Mogli e figli piccoli, che si divertivano a dismisura con decine di
chilometri quadrati di dune come loro regno esclusivo, condiviso solo con
qualche canguro, rendevano l’ambiente più naturalmente famigliare del
“duro campeggio per duri subacquei” che forse tenderebbe ad essere più
immaginabile.
Sul
fuoco poi non avete idea di cosa riuscivano a cucinare. Stufati, pane,
dolci, oltre alle immancabili “steaks”, con patate. E naturalmente
pesce. Filetti di pesce, pesce alla griglia, al cartoccio, di specie
diverse ma tutti buonissimi.
E
ovviamente c’erano storie di pesca. Australiane, del Mediterraneo, del
Sud Africa, tutte si incrociavano attorno al fuoco serale. Isole Cocos,
Sicilia e Sardegna, Mare dei Coralli e Città del Capo i nomi che salivano
al cielo mescolati alle faville. E pesci, sempre pesci. La maggior parte
presi, alcuni persi ma tutti accuratamente memorizzati, come in un film al
rallentatore, con quella incredibilmente dettagliata memoria subacquea che
solo i subacquei sembrano avere. E confronti di attrezzature subacquee,
ricette di cucina ed esperienza di vita con quella immediata vicinanza di
persone che condividono felicemente una forte e a lungo coltivata
passione.

Riccardo
A. Andreoli