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PescaSub N. 134 - Novembre 2000

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In italiano.

 

Originale, poi trasformato per un articolo di PescaSub con il titolo di:

"I Giganti di Ningaloo Reef"

Grandi emozioni nella Western Australia...

 

Anno XIII, n. 134 Novembre 2000. Pg. 38-43.

A firma Riccardo Andreoli. Foto Riccardo Andreoli

Western Australia - Ningaloo Reef

 

Australia, barriera corallina, sogni, pesci giganti, squali. In aereo era questo che mi girava nella testa confusa da troppe ore di volo, troppi fusi orari e qualcosa di improbabile mangiato nella tappa di Bangkok.

Quasi c’eravamo, dopo un mese passato a programmare il viaggio, trovare i biglietti “giusti”, una bolletta telefonica che giaceva nel futuro ma sicuramente astronomica dovuta alle numerose telefonate intercontinentali per gli accordi definitivi. In Italia è luglio, a Perth, nostra destinazione, capitale dello stato della Western Australia, il lontano west australiano, l’ultimo stato ad essere colonizzato, il più selvaggio… e il più pescoso, è però pieno inverno, pioggia leggera, temperatura 9-11 gradi. Per cui nel bagaglio a mano ero riuscito a infilare pantaloni corti e maglietta, e pantaloni lunghi e maglione.

 

Quasi ci siamo. L’aereo si inclina e sotto l’ala compare nella notte una grande città illuminata. L’ultima regolata all’orologio, la terza dall’inizio del viaggio: sono le 7 ora locale, jet-lag di 6 ore. Atterriamo. Insonnoliti, a dir poco, recuperiamo i bagagli dopo il consueto momento di panico. E se non sono arrivati? Fucili, mute, pinne eccetera? Non dico viaggio sprecato ma... Custom. Ci fermano. Abbiamo dichiarato di importare “gun” (fucili) per cui vogliono vedere bene cosa sono e chi siamo. Ci fanno aprire tutte le sacche e scrivono compuntamente che importiamo questa e quest’altra “arma”. Finito? Finito. All’uscita ci aspetta l’amico Steve, ormai praticamente australiano, mancano pochi mesi alla naturalizzazione.

Prima impressione, sabbia dappertutto, coperta da erbetta verde. Poca gente, strade larghissime, case basse con ampi spazi a giardino. Piante sconosciute, verdissime. Freddo. Il maglione è necessario e in macchina accendiamo pure il riscaldamento. Pioviggina. È proprio inverno. Barriera corallina, pesci giganti, squali? Mah. Ora non mi sembrano molto reali. Vedremo. Intanto arriviamo a casa e ci fermiamo paraurti a paraurti contro il Land Cruiser Toyota che ci farà da base, casa, mezzo di trasporto per il VERO viaggio che ancora ci aspetta. Crolliamo a letto, appena consci del freddo della casa. Senza riscaldamento perché nessuna casa australiana, giura Steve, ne ha bisogno. Intanto però la stufetta elettrica va a tutto regime.

Sveglia ad ore biologicamente improbabili nel pomeriggio La testa è ovattata ma la pianificazione degli acquisti è necessaria, dovremo stare in campeggio selvaggio per un paio di settimane. Steve mi dice che Coral Bay, il paese (scoprirò poi quanto follemente inadeguata questa descrizione sia solo molto più tardi) più vicino è a 60 km di pista sterrata.

Dopo la spesa casa, cena, letto (letto!), la mattina dopo dobbiamo partire per il nord e le zone di pesca!

 

Per arrivare fin là bisogna fare un viaggio di dimensioni australiane. Circa 1400 chilometri da Perth. Passiamo il tropico del Capricorno, segnato nel mezzo del nulla del deserto australiano da un grande cartello bianco e da una striscia per terra. La foto di rito fa, in effetti, una certa impressione. Un po’ stranita. Gioiosa.

Gli ultimi 60 km per arrivare a Ningaloo Reef sono in sterrato. In Italia si chiamerebbe “strada bianca”, in Australia è in realtà strada rossa. La polvere che si solleva sotto le ruote e si deposita ovunque, le rocce di superficie, il ghiaino che pavimenta (si fa per dire) la strada, tutto è di un rosso-arancione peculiare, cupo, quasi di quella particolare sfumatura di rosso che si trova nelle fotografie di Marte.

Gli ultimi chilometri sono anche peggio. Un sentiero tra le dune, appena segnato dal passaggio dai larghi pneumatici da sabbia dei fuoristrada che ci hanno preceduto, serpeggia qua e là, su e giù, a tratti cancellato dal vento onnipresente. Ogni tanto un guscio di tartaruga marina, bianco e disseccato dal sole, segna dove è morta, dopo aver sbagliato strada dopo la deposizione delle uova.

Il campo è in una zona subito dietro le alte dune oceaniche, riparato dal vento e con un passaggio largo abbastanza per le fuoristrada che trascinano i carrelli con le barche per raggiungere l’acqua. E… sì, si arriva fin qui con le barche stracariche a traino, sulla sabbia e attraverso le dune.

Il campo non è mai silenzioso. Chiunque arrivi fin qui per pescare si porta dietro un generatore e almeno un freezer per conservare per i giorni di permanenza il pesce, più spesso i filetti di pesce che occupano meno spazio. Per cui prima di tutto c’è il monotono ronzio dei motorini a scoppio, oggi 4, che, anche se seminascosti dietro le scarne erbe delle dune, si fanno sentire. Poi, a ondate, più o meno forte a seconda della direzione e della forza del vento, il rombo profondo dello swell, il frangente oceanico, che rompe sul reef che è qui a poca distanza dalla costa. Sulla spiaggia, dall’altra parte delle dune, i generatori non si sentono più ma il rimbombo costante dei frangenti è più forte e costituirà la colonna sonora del viaggio.

Per tutto il periodo in cui ci fermeremo qui ci saranno emozioni e incontri ravvicinati con pesci ed esseri cui noi, pescatori del Mediterraneo, per quanto “vecchi”, non siamo abituati.

 

Una digressione sui fucili. Dopo una serrata serie di e-mail con un amico, Angelo, ricercatore all’università di Perth e accanito subacqueo, e dietro suo suggerimento (lui pesca con uno Sten 100), ho selezionato due fucili. Uno Sten 100 come secondo fucile e un nuovissimo Cyrano 110, comprato per l’occasione, come primo. Gli arbalete, nell’accezione europea, sono troppo leggeri per pescare da queste parti. Scelta, lo dico subito, almeno parzialmente sbagliata. Trooooppo piccoli. La prima volta che abbiamo tirati fuori i fucili dalle sacche, gli australiani li hanno guardati con curiosità e hanno detto solo: Bè, ti devi avvicinare un bel po’ per sparare con quelli, vero?

Il tipo di pesca che fa Angelo, ho scoperto poi, è quasi una riproduzione di quella italiana -più o meno di tana- ed è completamente diversa da quella che piace a me e per cui, nei paesi di lingua inglese, c’è un bellissimo nome: Bluewater hunting, la caccia, letteralmente, nell’acqua blu.

Loro, gli australiani, hanno tutti dei fucili che non chiamano affatto arbalete pur essendo ad elastici. Sono dei mostri con affusto di legno che lanciano a oltre 4 metri un’asta di un chilo per due metri di lunghezza. Sono rigorosamente fatti in casa, anzi nell’attrezzatissima officina del padre di uno di loro. Sono dei Paxman, e l’ideatore, Frank Paxman, padre di Barry, uno dei nostri anfitrioni subacquei, li vende a mezza Western Australia. A quelli, cioè, che non se lo fanno da soli nell’officina dietro casa, che qui tutti hanno.

 

Primo giorno.

Seconda immersione, quella in cui ancora ci si tolgono le bolle d’aria dalla muta e si assaporano le prime impressioni. Arrivo sul primo sbalzo, una decina di metri, e mi poso guardando sotto, poi a sinistra, poi a… una forma scura dal fondale cupo, l’acqua non è pulitissima e non c’è sole, si muove. Lentamente si avvicina e la vedo meglio. È uno squalo, grosso. Viene verso di me. Punto di riflesso il fucile e per un momento vedo la lustra forma a torpedine dello squalo perfettamente di muso: i tre alettoni delle pinne pettorali e della dorsale ad angoli uguali che incorniciano la bocca sempre semiaperta.

Sale fino alla mia stessa altezza, arriva a tre metri poi gira il testone e mi sfila indolentemente davanti. Vedo perfettamente le bande zebrate sul fianco e il muso camuso. Il mio primo squalo tigre (Galeocerdo cuvieri).

Risalendo avverto il gruppo di diver australiani. Si scambiano tutti grida del tipo “tiger” ma per il resto lo ignorano sovranamente. Francesco detto Checco, subito sopra di me, ha visto tutto; ci scambiano uno sguardo e torniamo a pescare.

Ancora primo giorno. Prima cattura nell’Oceano. Un branco di carangidi (che qui chiamano genericamente trevallies) sui sei-sette chili si avvicina e ci circonda a carosello. Checco spara, ne prende uno e orgogliosamente lo porta alla barca. Qui il pesce lo tengono in acqua: buttano da poppa una boa con una lunga catena di acciaio con uno spillone alla fine per passarci le branchie. Barry sorride... e, con nostro scioccato sbalordimento, prontamente procede a farlo a pezzi. Questa è stata la nostra introduzione alla pratica del “burleing” australiano. Tradotto, pasturazione. I “veri” pesci da prendere sono i grandi predatori del blu che risalgono la scia del sangue e arrivano, incuriositi e sospettosi, in zona. Insieme agli squali naturalmente.

Da quel momento in poi sarà per Checco e per me una costante lotta per scoprire quali sono i pesci “buoni” e quali no. Per di più Ningaloo Reef è una zona di parco, dove la pesca è regolamentata e dove gli unici pesci catturabili sono i pelagici, da pescare a mezz’acqua nel blu. Questo restringe certamente le opzioni, pur nelle ricche acque di un reef.

L’aspetto, alla mediterranea, è assolutamente, o quasi, improponibile. L’onda oceanica ha una tale potenza che sul fondo, anche a una quindicina di metri, ti devi aggrappare con la mano libera al primo spunzone di corallo che capita. Forte. Poi arriva l’onda. Il flusso è tale riesci a reggerti a malapena, il fucile viene spostato senza pietà nella direzione dell’onda, il corpo viene trascinato nella stessa direzione, le pinne svolazzano, senti l’acqua scorrere ruscellando contro le zone scoperte del viso, i pesci vengono spostati di due metri da dove erano prima, ma tanto non ha importanza, il fucile è una banderuola. Attimo di pausa. Poi arriva il deflusso. In pochi momenti tutta l’acqua ricomincia a scorrere nella direzione contraria. Se poi hai ingenuamente selezionato un riparo e non sei su fondo piatto, vieni incollato alle rocce che ti circondano. Spesso anche malamente graffiato.

Dopo pochi tentativi rinunciamo. Gli australiani non lo praticano assolutamente, per di più hanno anche il problema che è già difficile reggere col polso un fucile di due metri, non parliamo poi di muoverlo per mirare.

 

Terzo giorno. Mante, mante dappertutto.

Grandi mante solitarie e branchi di piccole mante, una inanellata all’altra. Una gigantesca manta nuota fino alla superficie, lenta, nera e imponente, poi si rovescia e sprofonda a picco verso il fondo, mostrando a tratti il ventre bianchissimo. Prima che svanisca nelle profondità Checco la insegue e tenta una carezza sul dorso. La manta spaventata ha un soprassalto, piega le enormi ali fin quasi al dorso per il primo potente battito e vola via. Checco, sorpreso, si arrotola a palla, scosso dall’enorme flusso d’acqua che lo investe di colpo. Io tento seriamente di affogarmi ridendo, con l’acqua che entra a fiotti dentro alla maschera. Pochi minuti più tardi è Checco che si rotola dal ridere ai miei inutili e forsennati tentativi di inseguire, nuotando a rotta di collo, un brancotto di timide piccole mante, per il piacere di vedere da vicino i loro “corni” argentei e di ammirare la loro danza coordinata un po’ più a lungo.

 

Quarto giorno. Il litigio con le cernie giganti.

Sparo al limite del tiro ad un carangide sui 7-8 chili che al solito parte trascinandosi dietro asta e sagola del mulinello. Un cernione da infarto (per il Mediterraneo - poi ne vedremo ben peggio), una quintalata di bestia, schizza fuori da una caverna sul fondo e letteralmente aspira il pesce sulla punta dall’asta. Sorpreso, a dir poco, cerco di recuperare il MIO pesce e tiro furiosamente la sagola. Probabilmente sorpreso anche lui da questi strano comportamento del pesce il cernione se lo lascia strappare di bocca. Recupero più veloce che posso ma il cernione non cede, vuole anche lui il pesce e lo insegue. Deciso, sbatte contro le mie pinne, se lo riprende in bocca, lo strappa dall’asta, mi fa roteare quando scoda per ripartire verso il fondo e scompare, con il pesce di traverso, testa e un pezzo di coda le uniche cose che sporgono da quell’antro di bocca. Come va il mondo, vero? In Mediterraneo un cernione così sarebbe il pesce della vita e qui non sto nemmeno contemplando la possibilità di sparargli...

Qualche giorno più tardi Checco ne incontrerà uno ancora più grande e aggressivo che, ripetendo la scena, non solo gli mangerà il pesce ma gli piegherà malamente l’asta, gli strapperà una delle alette dei pesanti arpioni magnum e per concludere taglierà la sagola contro i coralli del fondo.

 

Quinto giorno. La pescata più bella.

Checco, dopo un’interminabile apnea, usando tutte le tecniche apprese in anni di pesca mediterranea nel blu, riesce in un accurato avvicinamento a mezz’acqua di un enorme Spanish Mackerel (Scomberomorus commerson), uno dei migliori “pesci buoni”. Spara e lo fulmina. Gli australiani dicono “stoned”, letteralmente, pietrificato. Bello. Rende l’idea.

Felici ritorniamo alla barca. Barry ci guarda strano ma non dice niente. Infiliamo il pesce sulla catena e torniamo a pescare. Mezz’ora più tardi sto rimbalzando un’onda sì ed una no attaccato dietro ad uno Spanish ancora più grande, evidentemente non stoned, che prima ha portato via tutta la sagola del mulinello e poi ha portato via anche me. Caparbiamente riesco a lavorarlo, dribblando gli onnipresenti squali, e riesco a mettergli le mani in branchia. Impazzisce e mi sbatacchia malamente qua e là in un mare di schiuma. Altro viaggio alla barca e altra occhiata stupita di Barry. Esplode in qualcosa che suona sospettosamente come un “bloody bastards” (maledetti bastardi) e scuote la testa.

Al ritorno al campo succede una scena strana. Appena siamo a riva, con la barca ancora in moto, Barry con un urlaccio manda un figlio a prendere in tenda la bilancia. Intanto cominciano le operazioni di scarico delle attrezzature e quelle, noiosissime ma indispensabili, di sfilettatura del pesce. Quando arriva la bilancia e pesiamo il pesce di Checco improvvisamente tutti i subacquei delle due barche, apparentemente intenti ai fatti loro, sembrano presi da un incantesimo. Si bloccano tutti, qualunque cosa stiano facendo, e guardano ipnotizzati la bilancia con sotto lo Spanish che lentamente oscilla. 35 chili! Checco è contentissimo e tutti riprendono a vivere. Poi tocca al pesce mio. Altro incantesimo. Subacquei con il coltello infilato nel pesce, subacquei con la muta sfilata dalla testa ma ancora con le braccia prigioniere. Tutti immobili. L’ago della bilancia rotea pazzamente poi pian piano si ferma poco oltre i 37 chili.

Un sospiro si leva da tutti e finalmente si svela l’arcano. Il record australiano sullo Spanish, ci spiegano, era stato per anni di 36 chili, poi, in quella stessa primavera, qualcuno ne aveva preso uno di 38.6 chili. Il mio NON era quindi record. Per un chilo e mezzo ma non lo era. Da qui l’“incantesimo”. E il bonario ed esasperato bloody... eccetera.

 

Nono giorno. Le balene.

Forse non un grande incontro, ma io non avevo mai visto le balene così da vicino e con solo venti metri di fondo sotto la pancia per di più. Tentiamo di avvicinarci per vederle anche sott’acqua e per nuotare con loro. Sarebbe incredibile! La balena più vicina però nuota via, ad una tale velocità che i colpi di coda creano un effimero, vetrato sentiero blu lungo duecento metri che appiattisce la superficie ruvida dell’Oceano ingrossato, svanendo lentamente.

 

Quarto e dodicesimo giorno. I dugonghi.

Il quarto giorno vedo una strana, grossa, forma verde-blu chiaro ferma sul fondo. Mi avvicino incuriosito e improvvisamente realizzo che è un dugongo che bruca tranquillamente le alghe. Mai visto prima. Estasiato mi immergo e nuoto lentamente verso di lui, cercando di avvicinarmi senza disturbarlo troppo. Il dugongo però gira le terga, faccio in tempo ad intravedere i baffoni da tricheco, e nuota via disinteressato, agitando quella sua grassa codona piatta e un po’ ridicola. Checco, qualche giorno più tardi, riuscirà ad avvicinarsi al punto di accarezzarne uno. Dirà poi: “mi ricorderò a lungo di quel colore strano, come azzurro latteo, della testa da tricheco e della pelle piena di piccolissimi denti di cane”.

 

Tutti i giorni. Le tartarughe.

In Mediterraneo certamente le tartarughe ci sono e sono abbastanza comuni se appena ci si porta al largo dei disturbi costieri. Qualche anno fa, in un viaggio per raggiungere una secca lontana una quarantina di miglia, ne avevamo contate più di una dozzina. Ma qui a Ningaloo il loro numero è semplicemente incredibile. Sono ovunque. Talora se ne vedono tre o più nella stessa immersione. Nuotano lentamente, solitarie e gigantesche, a pochi metri di profondità risalendo ogni tanto per una boccata d’aria. Nuotano velocemente sul fondo, irraggiungibili, quando tentiamo di usarle per fare un po’ di autostop. Dormono, sembra, in profonde grotte sul fondo, ammassate tre o quattro insieme, con gli occhi chiusi e la testa in una spaccatura più profonda delle altre.

E, nonostante la loro aria sonnolenta, sono dei predatori! Una volta una mi ha fatto venire un coccolone. Stavo planando al solito nel blu, appena al di sotto della zona di galleggiamento neutro, con il fucile sotto la pancia, nascosto nella sagoma del corpo, con un occhio agli squali sul fondo a sette o otto metri da me e lo sguardo, credevo, che copriva tutti gli angoli di visuale in cerca della sagoma argentata che preludesse ad uno Spanish, quando un’ombra scura mi cade addosso dalla destra, vicina. Grande. Giro la testa di scatto ed è là. Una tartarugona massiccia che mi guarda freddamente. È arrivata a tre metri, da dietro e da sopra, nel mio angolo cieco. Un accenno di movimento delle potenti zampe anteriori e scivola via a perdersi nell’acqua lattiginosa. Ma và...

 

Tutti i giorni. Gli squali.

Nella pratica quotidiana ci sono gli squali. Il burley richiama, è fatto apposta, i predatori. Primi fra tutti i più numerosi, gli squali. Tempo 3-4 minuti ed ecco che arrivano. Nella stragrande maggioranza sono Bronze Whaler (Carcharinus brachyurus), elencati come “dangerous” nei cataloghi dei pesci australiani. Di solito sono sui due metri e mezzo, tre metri. Ogni tanto ce n’è uno più massiccio che può superare queste misure. Solo raramente si trovano i pressoché innocui pinna bianca.

Per un po’ rimangono sul fondo. Poi, quando cominciano ad essercene sei o sette contemporaneamente nel raggio di visione, o se ce n’è uno più grosso, si fanno più insistenti. Si alzano e cominciano a nuotare a mezz’acqua. Adesso cominciano a scocciare perché possono attaccare il pesce.

Quando si prende un carangide, per esempio, e non lo si fulmina, quello naturalmente comincia a tirare fuori sagola dal mulinello e a sbattere in giro, grugnendo e trasmettendo chiari segni di “pesce in difficoltà”. La scena allora improvvisamente si anima. Dalla cortina blu di sfondo dell’Oceano, un attimo prima ingannevolmente vuota, si materializzano forme a siluro dirette al supposto banchetto. Gli squali presenti, che sembravano insonnoliti, di colpo cominciano a schizzare qua e là cambiando rotta repentinamente a tutta velocità per inseguire il pesce ferito, legato dalla sagola, con il pescatore che tira disperatamente. Se si è veloci si riesce ad afferrare il pesce prima che gli squali facciano più di 3 o 4 puntate aggressive. Altrimenti le cose cominciano a complicarsi. Se uno squalo riesce ad azzannare il pesce, prima di tutto lo ferma, creando un bersaglio più facile per gli altri. Poi c’è una mischia all’insegna del “se lo mangia lui perché non lo devo mangiare io?” e tutto il branco va di colpo in frenesia da cibo. Come palle da biliardo impazzite gli squali carambolano a tutta velocità, rimbalzano fra il pesce in bocca al primo, un altro squalo di colpo in rotta di collisione... e il pescatore, che aveva fatto di tutto per avvicinarsi al massimo alla sua ormai ex-preda. Arrivano sparati da tutte le angolazioni, contro le pinne quelli dal basso, a mezzo corpo quelli a mezz’acqua o direttamente in faccia quelli in superficie e realizzi che è contro te che stanno facendo le puntate. Vi assicuro che è una sensazione vedere a tre metri l’asta sbatacchiata come un fuscello da uno squalo che scuote il testone sbranando il pesce, per essere trascinati sotto improvvisamente dalla sua fuga con il pesce in bocca inseguito dal branco affamato. Conviene forse, allora, filare mulinello e rinunciare al pesce, ormai fatto a pezzi, concentrandosi sul salvare l’attrezzatura.

Le cose peggiorano quando hai sull’asta finalmente un pesce “buono”, magari un massiccio Spanish. Sei mooolto meno disposto a farti fregare un pesce da un altro pesce e litighi più accanitamente, cacciandoti in mezzo alla ressa, brandendo il fucile con aria minacciosa (l’unica che puoi fare, visto che è scarico) e facendo a tua volta puntate aggressive contro gli squali più vicini al tuo bel pesce. NON è detto che funzioni, ma spesso sì. Talora purtroppo non c’è niente da fare e assisti impotente al macello. A Lee, il figlio minore di Barry, 14 anni, hanno mangiato così uno spettacoloso Spanish che probabilmente era anche più grosso del mio. Litigando di brutto, con l’aiuto del padre accorso alla fine, Lee è riuscito a recuperare due pezzi del pesce, un terzo anteriore con la testa e un pezzetto della parte posteriore con la pinna anale ma senza la coda. Pesato così, sbrindellato, raggiungeva i 22 chili. Lee era leggermente “upset”...

 

Ultimo giorno a Ningaloo Reef.

Sera. Barry è partito da qualche giorno. Stiamo pescando con Hans, un altro esperto diver, originariamente svizzero, poi sud africano ed ora australiano. Siamo vicini al reef in poca acqua quando una grande forma appare sul fondo. Uno squalo. È un altro dei grossi tigre che passeggiano imponenti per la zona. Una settimana prima uno di bello aveva tentato un attacco contro Lee, forse nell’erronea convinzione che il più piccolo della compagnia fosse il più facile da prendere, ma mal glie ne era incolto perché Barry gli era piombato addosso e gli aveva sparato una fucilata sul fianco che lo aveva fatto ignominiosamente schizzare via ben ben graffiato. Questo però rimane sul fondo e lentamente svanisce nell’acqua non pulitissima.

Cinque minuti dopo compare una forma più grande. Un altro tigre? No. Hans affermerà più tardi che è il più grosso Whaler che avesse mai visto. Certamente oltre i quattro metri. E questo non sta minimamente pensando a svanire. Nuota sul fondo pigramente, lentamente ma determinatamente riducendo le distanze. Noi continuiamo a pescare tenendogli un occhio addosso e riducendo la distanza fra noi.

I pesci “buoni” non si mostrano. Forse ci saranno anche, ma un predatore così grosso, così vicino alla loro sorgente di interesse, probabilmente ne impedisce l’avvicinamento.

Di colpo la grande coda dà una frustata e lo squalo guizza in superficie dove, di nuovo lentamente, comincia un carosello con noi al centro. Non ricordo di aver fatto nessun movimento, a parte il cuore, ma continuo a urtare contro le spalle sia di Hans sia di Checco e a strusciare le pinne contro le loro. Nessuno dice nulla. Continuiamo caparbiamente a pescare, sforzandoci di tenere costantemente lo squalo nel raggio di visione.

Intanto stiamo gentilmente derivando con la corrente. Lo squalo però non fa nulla gentilmente. Sta ora nuotando sempre più nervosamente, in circoli. Ogni volta che punta il muso nella nostra direzione dà una sferzata con la coda contro di noi, poi riprende il suo circolo. Abbiamo smesso di pescare e stiamo ora solo guardando lo squalo. Hans suggerisce, che, forse, è meglio se cambiamo posto. OK. Ci stiamo muovendo. Per un po’ lo squalo continua a seguirci, con un circolo forse un po’ più largo poi rimane indietro e svapora nello sfondo grigio-verde dell’Oceano al tramonto. Saliamo in barca e ci spostiamo di circa 800 metri. Non passano più di tre o quattro minuti che lo squalo è di nuovo qui. Già in superficie, già in caccia circolare, sempre molto aggressivo, con scatti nervosi del testone ad ogni virata. Hans scuote la testa e riconosce la sconfitta: siamo cacciati fuori dall’acqua da uno squalo ostile...

 

Le notti erano anch’esse fantastiche. Stelle ovunque, luminose anche bassissime sull’orizzonte, con quell’incredibile limpidezza che noi abbiamo solo dopo un temporale e che lì è solo normale, con la Croce del Sud al centro del cielo. Le prime notti erano anche senza luna (buono per la pesca). Lo spettacolo glorioso.

La vita intorno al campo era altrettanto incredibile. Il campo perfettamente organizzato di Hans ed il suo fuoco erano al centro di quelle fredde notti. Mogli e figli piccoli, che si divertivano a dismisura con decine di chilometri quadrati di dune come loro regno esclusivo, condiviso solo con qualche canguro, rendevano l’ambiente più naturalmente famigliare del “duro campeggio per duri subacquei” che forse tenderebbe ad essere più immaginabile.

Sul fuoco poi non avete idea di cosa riuscivano a cucinare. Stufati, pane, dolci, oltre alle immancabili “steaks”, con patate. E naturalmente pesce. Filetti di pesce, pesce alla griglia, al cartoccio, di specie diverse ma tutti buonissimi.

 

E ovviamente c’erano storie di pesca. Australiane, del Mediterraneo, del Sud Africa, tutte si incrociavano attorno al fuoco serale. Isole Cocos, Sicilia e Sardegna, Mare dei Coralli e Città del Capo i nomi che salivano al cielo mescolati alle faville. E pesci, sempre pesci. La maggior parte presi, alcuni persi ma tutti accuratamente memorizzati, come in un film al rallentatore, con quella incredibilmente dettagliata memoria subacquea che solo i subacquei sembrano avere. E confronti di attrezzature subacquee, ricette di cucina ed esperienza di vita con quella immediata vicinanza di persone che condividono felicemente una forte e a lungo coltivata passione.

Riccardo A. Andreoli

 

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